Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
IL PORTAVOCE DELLA ASSOCIAZIONE TEDESCA CHE SI OCCUPA DI SUICIDIO ASSISTITO: “LE ABBIAMO SEGUITE CON UN AVVOCATO E UN MEDICO”
Volevano morire insieme e così hanno fatto le gemelle Kessler. Una decisione, quella di ricorrere al suicidio assistito, che le due artiste avevano maturato diverso tempo fa. Per la precisione «anni fa», come ha spiegato a Repubblica Wega Wetzel, portavoce di Dghs (Deutsche Gesellschaft fuer humanes
Sterben), la più antica e grande associazione tedesca che si occupa di suicidio assistito. Dopo un lungo percorso durato mesi, il 17 novembre le gemelle hanno girato la valvola iniettandosi il siero letale: «La data non ha nessun significato particolare, la procedura ha solo bisogno di un po’ di tempo».
La morte delle gemelle Kessler: «Volevano farlo insieme»
«Volevano morire insieme», lo ha ribadito Wetzel sottolineando come le due gemelle fossero davvero inseparabili, in vita e in morte. Nel periodo che precede la morte, ha spiegato la portavoce di gas, «le persone che hanno fatto la scelta vengono accudite da un legale e da un medico, che insieme decidono se ci sono i presupposti». È la stessa trafila che hanno dovuto seguire Alice ed Ellen Kessler.
Il lungo percorso delle gemelle con il medico e il legale
«Hanno ricevuto prima la visita di un legale che doveva assicurarsi che la loro decisione fosse maturata da un tempo sufficiente, che non vedessero alternative, che fosse libera e che non avessero, per esempio, malattie psichiatriche», ha illustrato Wega Wetzel.
«In un secondo momento è andato a trovarli un medico. Anche lui per sincerarsi che le due sorelle avessero maturato una “decisione libera e responsabile“. Poi queste due persone hanno continuato a seguire da vicino le gemelle per accertarsi che non avessero proprio più dubbi».
In Germania, è possibile ricorrere al suicidio assistito solo in determinate situazioni: in particolare bisogna agire di propria spontanea volontà, essere maggiorenni e avere capacità di
intendere e volere. L’assistente non può compiere personalmente l’«azione letale» perché in tal caso sarebbe «eutanasia attiva», che è vietata
La morte indolore delle gemelle Kessler
Il 17 novembre è arrivato il giorno che le gemelle aspettavano da tempo. «Al momento della morte sia il legale sia il medico erano presenti», ha raccontato Wetzel. «È il medico a preparare l’infusione, ma deve essere rigorosamente il paziente a girare la valvola perché le venga iniettata. Lì hanno chiesto alle gemelle per un’ultima volta se avessero ben chiaro cosa stessero per fare, se lo volessero davvero. E hanno fatto una prova tecnica con la soluzione salina». Poi, dopo un ultimo controllo per sincerarsi della loro “libera e responsabile decisione”, le gemelle Kessler «hanno potuto iniettarsi la dose letale. La morte in questi casi avviene subito per arresto cardiaco».
La speranza di Wetzel: «Non c’è solo la Svizzera, si muore con dignità anche qui»
La procedura, dopo la morte, prevede di chiamare immediatamente la polizia, che dovrà sincerarsi che le regole sancite dalla Corte costituzionale tedesca siano state rispettate. Per certificare che sia stato un atto volontario e che nessuno abbia iniettato a terzi il siero fatale, ci sono diversi metodi: «Spesso ci sono dei familiari presenti che poi possono testimoniare che è andata così. Oppure a volte si fanno dei video». Un doppio suicidio assistito che, per il fatto di coinvolgere due personalità molto note, potrebbe accendere un faro su una pratica che deve ancora superare diversi ostacoli legali in molti Paesi europei: «Magari farà capire a molti che non è necessario andare in Svizzera, che si può morire con dignità anche in Germania».
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
ISPETTORI CHE SI FINGONO CLIENTI NASCONDONO PRODOTTI RUBATI NEL CARELLO DELLA SPESA, SE IL CASSIERE NON SE NE ACCORGE SCATTA IL LICENZIAMENTO
Il primo caso si è verificato a Siena, seguito da due a Livorno. Poi ce ne sarebbero stati anche
nel Lazio. Il test del carrello nei supermercati Pam ha portato al licenziamento di tre cassieri. Funziona così: gli ispettori dell’azienda nei panni di finti clienti nascondono prodotti ’rubati’ nel carrello della spesa.
Di fronte al mancato rilevamento del furto da parte del cassiere, scatta la contestazione disciplinare. Fabio Giomi, 62 anni, dipendente del Punto Pam in stazione a Siena è stato cacciato. Ora, come racconta il Quotidiano Nazionale, tocca ai dipendenti degli store di via Roma e del quartiere Corea, a Livorno, finiti anche loro al centro delle contestazioni dell’azienda.
Il test del carrello
Sabina Bardi, responsabile Area Livorno di UilTucs Toscana spiega che «il primo caso riguarda Tommaso, dipendente da circa trenta anni del punto vendita di Corea, sottoposto al ’test carrello’, trasformato però in imboscata. Gli ispettori nascondono dei prodotti, attuano poi vere e proprie provocazioni alla cassa, fanno pressioni psicologiche. Una trappola studiata per indurlo a sbagliare e giustificarne così il licenziamento».
Il secondo invece è quello di Davide, «con oltre 20 anni di anzianità, dipendente del punto vendita in via Roma, bersagliato da contestazioni continue e infondate a nostro parere. Un’escalation disciplinare costruita ad arte, che ha portato al suo allontanamento».
I supermercati Pam
Massimiliano Fabozzi, segretario di Filcams Cgil Siena, spiega che la pratica «mette in difficoltà i lavoratori, che non sono poliziotti. Si tratta di un atto unilaterale e soprattutto, se un cliente nasconde un prodotto e il cassiere non se ne accorge, non
può essere accusato di complicità o licenziato per giusta causa: c’è un problema di democrazia. Giomi tra l’altro era un delegato sindacale». E adesso attende la reintegrazione. Intanto in settimana è previsto un tavolo a Roma con i sindacati nazionali: «Parleremo del ’test carrello’ e delle sanzioni, che sono state fatte insieme ai licenziamenti per casi simili, per le quali c’è una diffida dei sindacati nazionali alla Pam Panorama. Ci stiamo preparando sia all’ipotesi che l’incontro vada bene sia a un’eventuale mobilitazione».
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
ROMA TORNERA’ FANALINO DI COSA, GLI ALTRI PAESI EUROPEI CRESCERANNO IL DOPPIO DI NOI
La Commissione europea taglia ancora le stime sulla crescita italiana e certifica che, una volta esaurita la spinta del Recovery plan, Roma tornerà fanalino di coda in Europa. A dimostrazione del fatto che la scommessa su cui si fondava il Pnrr – portare l’Italia fuori dal circolo vizioso dello “zero virgola” e mettere in sicurezza la sostenibilità del debito – è stata persa. Nelle previsioni economiche d’autunno Bruxelles rivede al ribasso il Pil di quest’anno (+0,4%, contro lo 0,7% indicato in primavera) e del 2026, che dovrebbe chiudersi a +0,8% dallo 0,9% precedente. Quella stima è lievemente migliore di quella inserita dal governo nel Documento programmatico di finanza pubblica, ma peggio farà solo l’Irlanda (+0,2%). E il valore atteso per il 2027, primo anno post-Recovery, accende un allarme rosso: quell’ulteriore +0,8% è il dato più basso dell’intera Ue che nel complesso viaggerà tra +1,4% (Eurozona) e +1,5% (Ue a 27).
L’Italia rientra nel circolo vizioso
Il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ha spiegato che la dinamica “modesta” dell’Italia è oggi sostenuta soprattutto dai consumi delle famiglie e dagli investimenti pubblici di cui il Recovery resta il “principale motore“. Con i vincoli del nuovo Patto di stabilità che irreggimentano la politica di bilancio del governo Meloni – che quel Patto l’ha sottoscritto – la scadenza del Piano rimetterà a nudo l’atavico problema della bassa produttività – e di conseguenza bassa crescita – che gli investimenti e le riforme del Pnrr avrebbero dovuto risolvere.
Tentativo fallito, evidentemente, causa dispersione delle risorse, ritardi nello spendere davvero i soldi, burocrazia e rendicontazioni che hanno finito per contare più dei risultati. Così, nonostante l’attesa di “una ripresa dei finanziamenti e degli investimenti per la coesione” anticipata dallo stesso Dombrovskis e nonostante le facility che dovrebbero consentire di spendere fino al 2029 le risorse residue del Pnrr, riecco il circolo vizioso. Alimentato anche da consumi delle famiglie molto deboli, come ha spiegato il commissario, e “un ulteriore aumento del risparmio precauzionale”. Senza i miliardi di prestiti e sovvenzioni a fondo perduto in arrivo dalla Ue, quest’anno l’Italia sarebbe finita in recessione. A valle del Pnrr tornerà in un equilibrio di bassi stipendi e bassa produttività. A dirlo è il governo stesso: nel Documento programmatico di finanza pubblica i tecnici del Mef stimano la crescita potenziale media nel periodo 2026-2041 (quella che l’Italia può ottenere strutturalmente, al netto del ciclo economico) allo 0,6%, meno
dello 0,8% previsto solo un anno fa nel Piano strutturale di bilancio di medio termine previsto dalle nuove regole europee.
“Il governo Meloni ci riporta fanalino di coda in Europa”, attacca l’eurodeputato M5S Pasquale Tridico, parlando di “bocciatura senza appello delle ricette economiche dell’esecutivo” compresa l’ultima “legge di bilancio da ragioneria“. “Non serve a nulla uscire dalla procedura d’infrazione“, la chiosa, “se si lascia il Paese in rovina”.
La Commissione vede infatti il deficit italiano al 3% nel 2025, al 2,8% nel 2026 e al 2,6% nel 2027, esattamente come indicato dal governo nel Dpb. E in aprile, dati definitivi alla mano, Bruxelles deciderà sull’eventuale chiusura della procedura per deficit. Propedeutica all’attivazione della clausola di salvaguardia che consente di aumentare gli investimenti in difesa senza impatto sul disavanzo rilevante agli occhi della Commissione.
Il confronto europeo
Tornando alla crescita, il confronto europeo è impietoso. Quest’anno Roma fa meglio solo di Finlandia (+0,1%) e Germania (+0,2%). Nel 2026 sarà penultima, davanti alla sola Irlanda. Nel 2027 chiuderà la classifica, dietro la Francia (1,1%) e la Germania (1,2% come Austria e Finlandia). Berlino, dopo un quinquennio di crescita debole, tornerà a muoversi più rapidamente dell’Italia. A sostenere la ripresa tedesca saranno l’espansione della spesa pubblica, la tenuta dei consumi e gli investimenti in edilizia e infrastrutture trainati da una politica di bilancio vistosamente espansiva: deficit al 4% nel 2026 e debito in crescita verso il 67% del Pil. Mentre le esportazioni
continueranno a soffrire per dazi, incertezze globali e domanda estera debole.
Sul fronte opposto della graduatoria si conferma la Spagna, che continua a essere la grande economia dell’Eurozona con il passo più rapido. Bruxelles ha rivisto al rialzo le stime: +2,9% nel 2025 e +2,3% nel 2026, con una crescita sostenuta dalla domanda interna, dalla solidità del mercato del lavoro e dal contributo degli investimenti. Il previsto aumento dell’occupazione, sottolinea Bruxelles, è attribuibile principalmente al continuo afflusso di migranti, che sta ampliando notevolmente la forza lavoro e accelerando il ritmo di creazione di posti. Il tasso di disoccupazione continuerà quindi a scendere: 10,4% nel 2025, poi sotto il 10% nel 2026 e nel 2027. Livelli che la Spagna non vedeva da oltre un decennio, anche se restano tra i più alti della Ue.
I rischi legati a dazi e “bolla dell’AI”
Il quadro tracciato dalla Commissione resta come sempre esposto a rischi significativi. Al netto della geopolitica, i principali sono legati a dinamiche che hanno origine oltreoceano. “A livello globale, le barriere commerciali hanno raggiunto massimi storici”, ha ricordato Dombrovskis. A pesare sono ovviamente i dazi di Donald Trump, pur sub iudice da parte della Corte suprema, e “le risposte da altri attori chiave come la Cina”. Gli esportatori europei continuano a scontare condizioni penalizzanti: “L’aliquota tariffaria media affrontata dagli esportatori Ue verso gli Usa si attesta intorno al 10%”, cioè “significativamente sopra i dazi medi prima che
l’amministrazione Trump entrasse in carica”. Un contesto che pesa su un’economia “altamente aperta”, “suscettibile alle continue restrizioni commerciali e all’incertezza”. Sul fronte finanziario, un altro fattore di instabilità arriva da Wall Street. “La correzione del prezzo dei rischi nei mercati azionari, specialmente nel settore tecnologico statunitense, potrebbe impattare sulla fiducia degli investitori e le condizioni di finanziamento”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
LE SPESE QUOTIDIANE PER IL CIBO, LA CASA E L’ASSISTENZA SANITARIA SONO AUMENTATE A TAL PUNTO CHE I RICCHI AMERICANI SONO COSTRETTI A RINUNCIARE A QUELLO A CUI ERANO ABITUATI (COME BELLE VACANZE E ALTRI LUSSI) …MA SE ANCHE I PIÙ DANAROSI SONO IN DIFFICOLTÀ, COME SE LA PASSANO LA CLASSE MEDIA E I PIÙ POVERI?
Negli Stati Uniti anche chi ha stipendi a sei zeri risente della MAGAnomics, la ricetta
economica del presidente Donald Trump. Secondo un nuovo studio pubblicato ieri da The Harris Poll, un terzo di coloro che guadagnano almeno 100.000 dollari l’anno afferma di essere “in difficoltà o finanziariamente al collasso”.
Inoltre, oltre la metà degli intervistati afferma che il tanto accarezzato “sogno americano” di lavorare sodo per andare avanti sembra sempre più irraggiungibile, “rivelando una generazione di professionisti che hanno ottenuto tutto sulla carta ma si sentono in difficoltà finanziarie”.
A riprova di ciò, molti hanno sottolineato come le spese quotidiane come generi alimentari, alloggio e assistenza sanitaria siano aumentate al punto che vacanze, benessere personale e persino risparmi per la pensione sembrano sempre più spese “belle da avere” piuttosto che un risultato affidabile da ottenere con il duro lavoro.
“Il 10% più ricco sta silenziosamente lottando, quindi cosa succede al restante 90%?”, conclude il rapporto. Il risultato, peraltro, arriva solo due mesi dopo che un altro sondaggio del Wall Street Journal ha rilevato come quasi il 70% delle persone crede che il sogno americano – secondo cui se lavori duro, andrai avanti – non sia più vero o non lo sia mai stato, il livello più alto in quasi 15 anni di sondaggi.
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
IN TRE ANNI L’ESECUTIVO MELONI HA INANELLATO ABOLIZIONE DELL’ABUSO D’UFFICIO, SVUOTAMENTO DEL TRAFFICO DI INFLUENZE ILLECITE, CONDONI A RAFFICA, LIMITI ALLE CONDIZIONI PER LE MISURE CAUTELARI E PER LE INTERCETTAZIONI RITAGLIATI SULLA CASISTICA DEI ‘COLLETTI BIANCHI’, DECRETI LEGGE PER STERILIZZARE INCHIESTE (COME SULLE OLIMPIADI INVERNALI)
Quasi quasi c’è da sperare che la Russia invada anche l’Italia. Non troppo, per carità: giusto quel poco che possa far tornare centrale anche in Italia la preoccupazione riscoperta da Matteo Salvini per «gli scandali legati alla corruzione che coinvolgono il governo ucraino, non vorrei che con i soldi dei lavoratori e dei pensionati italiani si andasse ad alimentare ulteriore corruzione».
Commovente riscoperta dei guasti delle malversazioni, da parte del vicepremier di un governo e leader di una componente di una maggioranza parlamentare che in patria hanno inanellato abolizione dell’abuso d’ufficio, svuotamento del traffico di influenze illecite, condoni a raffica, limiti alle condizioni per le misure cautelari e per le intercettazioni ritagliati sulla casistica
dei «colletti bianchi», decreti legge per sterilizzare inchieste (come sulle Olimpiadi invernali), spallucce alzate di fronte all’allarme Anac sul 98% di lavori preliminari al Ponte di Messina affidati senza gara, occhi chiusi su imbarazzanti presenze locali in talune liste elettorali.
Per non parlare, a livello invece di relazioni internazionali, della disinvoltura di accordi con cleptocrati di Paesi delegati a chiudere (anche con le cattive ma lontano dai riflettori) il rubinetto dei flussi migratori; della indifferenza al report dell’Ocse sulla mancata attuazione di 23 delle 48 raccomandazioni di due anni prima sugli obblighi dell’Italia rispetto alla convenzione del 1997
Ma si vede che la schizofrenia dell’indignazione per la corruzione, così acutamente percepita solo se si tratta di addirittura subordinarvi il prosieguo degli aiuti all’Ucraina, deve forse essere una nuova forma di «sindrome Nimby» (not in my backyard), stavolta sui water d’oro all’estero anziché in patria su discariche, rigassificatori, inceneritori: importantissima l’anticorruzione, altroché, ma «non nel mio cortile».
(da Corriere della Sera)
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Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
LA PRETESA DI CONTARE COME BANDA VISTO CHE NON SI CONTA UN FICO COME PERSONA
Ultras della squadra di calcio del Chieti che lanciano sassi e mattoni contro il pullman della
squadra per “punirla” di una sconfitta: tragedia solo sfiorata grazie ai riflessi dell’autista, cronaca ordinaria di uno degli aspetti preistorici dell’Italia contemporanea.
Qualcosa di tribale, di maschile in senso arcaico, il branco urlante con i suoi capi e i suoi rituali, la pretesa di contare come banda visto che non si conta un fico come persone. Come esseri umani.
Triste e squallido, non si sa se più triste o più squallido, il fenomeno ultras è ampiamente sottovalutato, da decenni, dalla politica, dai media, dalla società nel suo complesso. Parla di
miseria culturale, di violenza minacciata e infine spesso inflitta, di criminalità micro e macro. Di razzismo strillato e nemmeno capito, come una forma di idealizzazione rudimentale della prevaricazione e della violenza.
Di energie, adrenalina, giovinezza, forza fisica dissipate in attività cretine e spesso nocive, quando tanto bisogno ci sarebbe di quei giovanotti (dai venti ai quaranta, con non pochi fuori quota) per attività socialmente utili.
Possibile e addirittura probabile che alcuni o perfino parecchi di loro, dismessa la divisa di ultras, siano bravi figlioli. Ma in branco fanno pena e fanno rabbia. Ci si chiede come mai non esistano forme di autocoscienza e di recupero, come per gli alcolisti e i tossici a vario titolo, che possano aiutare queste persone.
Immaginate un tizio che lancia mattoni contro un pullman perché non gli garba che la sua squadra abbia perso. Un gradino sotto c’è il nulla, lo zero umano. Un gradino sopra, la speranza di uscirne. Ci sono politici per i quali gli ultras violenti sono solo elettori da blandire. Esistono politici per i quali siano esseri umani da soccorrere, e curare?
(da Repubblica)
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