Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
IL RICORDO DEL DIRETTORE MUSICALE DE “LA SCALA” DI MILANO: “NEGLI ANNI OTTANTA, QUANDO L’ALLORA SOPRINTENDENTE FONTANA MI VOLLE AL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GLI DISSI: “FACCIAMO PRIMA DEI CONCERTI DI PROVA: DOBBIAMO VEDERE SE MI TROVO BENE CON L’ORCHESTRA E SE L’ORCHESTRA SI TROVA BENE CON ME”
Chally, c’è un direttore d’orchestra di cui si parla molto per le polemiche sulla sua
nomina: è Beatrice Venezi, che da poco è stata nominata direttrice musicale del teatro La Fenice di Venezia. Gli orchestrali del teatro si sono ribellati, sostenendo che non ha un curriculum all’altezza. Altri, invece, hanno preso le difese della Venezi. Posso chiederle la sua opinione su questo caso?
«Io non do giudizi sui colleghi, ma cito un ricordo personale. Negli anni Ottanta, quando l’allora soprintendente Carlo Fontana mi volle al teatro Comunale di Bologna, io gli dissi: “Facciamo prima dei concerti di prova: dobbiamo vedere se io mi trovo bene con l’orchestra e se l’orchestra si trova bene con me”. Per fare musica insieme occorre che tra direttore e orchestra scatti la “scintilla”, l’alchimia: se questa intesa non scatta, credo che il direttore faccia meglio a rinunciare all’incarico».
Molti artisti hanno dei “rituali”. Anche lei, maestro, ne ha uno per la “prima” della Scala?«Sì: non appena termina la “prima”, salgo in auto con mia moglie Gabriella e guido fino alla nostra casa di montagna, che è in Engadina, sulle Alpi svizzere. Lì c’è un silenzio profondissimo, quasi mistico, che non ho mai sentito da nessun’altra parte. Dopo che alla “prima” hai diretto musiche tra le più belle mai composte, l’unica cosa ancora più emozionante che puoi ascoltare è il silenzio».
(da DiPiù)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
MA ALTRI GOVERNI SI NASCONDANO DIETRO IL “NO” DI BRUXELLES: GERMANIA, FRANCIA E ITALIA – FUBINI: “C’È UNA RAGIONE POCO CONFESSABILE, DIETRO LA FREDDEZZA DI FRANCIA E ITALIA SUL PIANO PER LE RISERVE RUSSE. IMPRESE DI ENTRAMBI I PAESI HANNO ANCORA SOSTANZIALI ATTIVITÀ E BENI INVESTITI IN RUSSIA E TEMONO IL SEQUESTRO DA PARTE DEL GOVERNO DI MOSCA, COME RITORSIONE”
La pressione in vista di un accordo per l’uso delle riserve russe a favore dell’Ucraina ricade oggi tutta sul Belgio. È in Belgio che si trova il 90% circa di quei beni congelati, con i 185 miliardi depositati presso la piattaforma finanziaria (privata) Euroclear con base a Bruxelles.
È sempre il Belgio ad aver espresso le maggiori riserve all’uso di quei fondi russi, temendo di dover rimborsare Mosca in proprio se in futuro un tribunale internazionale sancisse che il ricorso a quei beni è un esproprio (oppure se si arrivasse ad un accordo che implica la levata di tutte le sanzioni e la restituzione delle riserve).
In queste condizioni accusare il Belgio dello stallo europeo e di un eventuale fallimento sui beni di Mosca sarebbe facile. Facile, ma fuorviante. Appare più probabile che altri governi oggi si nascondano dietro le obiezioni belghe, tenendo in secondo piano le proprie riserve e gli ostacoli che essi pongono a un accordo. Quali governi? Germania, Francia e Italia.
Il cancelliere Friedrich Merz vuole finanziare l’Ucraina con le riserve russe. Ma la debolezza della sua coalizione con la Spd e quella specifica del suo partito (Cdu-Csu, al 24% nell’ultimo sondaggio Forsa di inizio dicembre) di fronte alla destra estrema di Alternative für Deutschland (al 26%, sempre nell’ultimo sondaggio Forsa), spinge il governo tedesco a porre delle condizioni complicate. In particolare, la Germania ha chiesto ed ottenuto dalla Commissione europea un meccanismo che sta inceppando l’intera struttura del prelievo dei beni.
Questo prelievo è concepito, sul piano legale, come segue: la Commissione europea colloca presso Euroclear un titolo di debito da 185 miliardi, in cambio del quale Euroclear presta questa somma alla Commissione europea in denaro liquido.
Grazie a essa poi Bruxelles finanzia l’Ucraina, come anticipo delle riparazioni che si ritiene la Russia sarà condannata a pagare a Kiev in futuro.
In caso che poi la Russia in futuro paghi davvero le eventuali riparazioni, l’Ucraina stessa dovrebbe rimborsare la Commissione Ue, che poi rimborserebbe Euroclear, che poi eventualmente rimborserebbe Mosca: ovviamente solo se quest’ultima – in un futuro ipotetico – appunto pagasse le riparazioni all’Ucraina. Se rifiutasse di riconoscere quelle riparazioni, invece, si intende che le riserve russe restano all’Ucraina in sostanza come (parziale) indennizzo.
C’è però una clausola tedesca che inceppa l’intero meccanismo. Merz ha convinto von der Leyen a far sì che il titolo di debito della Commissione, da consegnare a Euroclear, sia infruttifero e non rivendibile sul mercato. In pratica, sarebbe come una cambiale senza interessi di von der Leyen a Euroclear: nessun altro saprebbe cosa farsene.
Perché questo è un problema? Lo è proprio perché quel titolo di debito ha caratteristiche tali – zero cedola, invendibile sul mercato – che Euroclear non potrebbe presentarlo in garanzia alla Banca centrale europea per ricevere liquidità. Invece questa possibilità di accedere ai prestiti della Bce sarebbe essenziale per assicurare la sopravvivenza di Euroclear.
Va infatti considerato lo scenario in cui, a causa di una sentenza internazionale o del ritiro delle sanzioni, la piattaforma finanziaria belga fosse chiamata a rimborsare immediatamente le riserve a Mosca. Da sola non potrebbe farlo, perché non ha i fondi propri e perché avrebbe in mano solo un titolo di credito infruttifero consegnatogli dalla Commissione europea.
Ma se Euroclear non potesse impegnare quel titolo in Bce in cambio di denaro liquido, a quel punto la stessa società finanziaria rischierebbe di fare default verso Mosca. E un fallimento di Euroclear rischierebbe di essere più devastante per l’economia europea del crash di Lehman Brothers, perché l’azienda di Bruxelles intermedia titoli per 100 mila miliardi di euro ogni tre mesi e ha in deposito altri titoli per 42 mila miliardi di euro.
La soluzione sarebbe semplice: far sì che il titolo consegnato dalla Commissione Ue a Euroclear frutti un interesse (anche basso) o sia rivendibile sul mercato; con una di queste due caratteristiche, la Bce potrebbe accettarlo in garanzia e il problema sarebbe risolto.
Ma non si può, per ora. Non si può perché la Germania non vuole. E non vuole perché un titolo che frutti gli interessi o sia rivendibile sul mercato assomiglierebbe troppo da vicino a un eurobond, che per Merz è un tabù dato che il cancelliere teme l’avanzata della destra antieuropea di AfD.
Poi ci sono le responsabilità di Italia e Francia. Per metterle a fuoco va tenuto conto che il Belgio non oppone un rifiuto totale all’uso delle riserve russe; piuttosto, chiede che tutti i Paesi europei garantiscano la propria parte di rimborso nel caso in cui sia il Belgio a dover eventualmente rifondere Mosca. Il piccolo Paese, con un’economia di circa 560 miliardi di euro, teme altrimenti di essere devastata da un singolo pagamento da 185 miliardi.
Per questo al Belgio non bastano vaghi impegni, ma chiede garanzie legalmente esigibili dagli altri Paesi europei (pur accettando di fare la propria parte). E perché le garanzie siano
esigibili, gli altri governi dovrebbero approvare le relative leggi in parlamento: un po’ come l’Italia fece per le garanzie sul credito alle imprese durante il Covid.
I governi di Italia e Francia dovrebbero, entrambi, impegnarsi dunque su circa 25 miliardi di euro ciascuno: non da sborsare, né da accantonare, ma da versare solo in caso di escussione delle garanzie.
Ma né Giorgia Meloni, né Emmanuel Macron hanno intenzione, per ora, di affrontare l’impopolarità di un passaggio parlamentare che offra garanzie in nome dell’Ucraina. Ritengono entrambi che il costo politico per loro sarebbe troppo elevato. Per questo non intendono aiutare il Belgio a risolvere il suo problema. Non così, almeno.
C’è forse poi un’altra ragione anche meno confessabile, dietro la freddezza di Francia e Italia sul piano per le riserve russe. Imprese di entrambi i Paesi hanno ancora sostanziali attività e beni investiti in Russia e temono il sequestro da parte del governo di Mosca, come ritorsione al piano europeo sulle riserve.
La francese Total Energies ha notevoli quote azionarie in Novatek (giacimenti di petrolio) e Yamal LNG (giacimenti e liquefazione di metano). In Russia operano poi anche grandi e medie imprese italiane come Cremonini (fa la distribuzione di carni negli ex stabilimenti McDonald, ora in mano a un oligarca locale), Ferrero o De’ Longhi.
I conti contenenti gli utili delle imprese italiane dal 2022 valgono almeno mezzo miliardo di euro, sono bloccati in Russia e sarebbero senz’altro sequestrati in caso di uso delle riserve.
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
LA FREGATURA PER L’UE È LA RIAPERTURA DEI RUBINETTI DEL GAS E DI PETROLIO VERSO IL CONTINENTE (L’EUROPA HA APPENA DECISO DI STACCARSI DA MOSCA ENTRO DUE ANNI): COSÌ PUTIN CI TIENE DI NUOVO PER LE PALLE, FINO ALLA PROSSIMA INVASIONE
Chi lo ha letto lo definisce “una nuova Jalta”, il patto del 1945 sulla spartizione
dell’Europa, o anche una versione slava della “Riviera di Gaza”, il progetto americano per trasformare la striscia palestinese in un colossale resort turistico.
Di certo c’è che il piano di pace per l’Ucraina sottoposto dall’amministrazione Trump a Kiev e Mosca contiene un’appendice segreta; e che i negoziatori della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero del presidente), hanno cominciato a discuterlo mercoledì in una telefonata con il presidente ucraino Volodymyr Zelenksy, alla quale ha partecipato anche Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, la più grande società di investimenti al mondo. Colloqui che Zelensky ha descritto come “produttivi”.
I primi dettagli dell’appendice, rivelati dal Wall Street Journal, alterano radicalmente mezzo secolo di politica americana nei confronti della Russia. Da un lato, capovolgono la tendenza a
staccare l’Europa dalla dipendenza energetica da Mosca, che secondo un recente voto del Parlamento di Strasburgo dovrebbe cessare del tutto entro due anni, riaprendo invece i rubinetti del gas e le forniture di petrolio russi verso il continente, e così riempiendo le casse del Cremlino di vitali capitali occidentali per la propria economia e per la propria industria militare.
Dall’altro, metterebbe i 200 miliardi di dollari di riserve russe, attualmente congelati in banche europee, a disposizione di un fondo per la ricostruzione economica dell’Ucraina, gestito e potenziato dalla finanza e dal business americano, anziché utilizzare quei fondi per potenziare gli armamenti di Kiev, come proponevano finora i leader europei.
In aggiunta a tutto questo, l’appendice segreta prevede massicci investimenti americani in Russia per l’estrazione di materiali preziosi dalle terre rare e per lo sviluppo energetico attraverso trivellazioni di petrolio nell’Artico.
L’ammontare totale di questo fiume di denaro, fra fondi russi scongelati e investimenti Usa, potrebbe arrivare a 800 miliardi di dollari, scrive il quotidiano di Wall Street
Composta di singole pagine per ogni proposta, l’appendice disegna come strategia per mettere fine alla guerra in Ucraina una visione analoga a quella per Gaza: puntare sugli affari piuttosto che sulla diplomazia.
Prospettare una montagna di soldi per Kiev e per Mosca come esca per arrivare a un compromesso sui punti più complicati della trattativa: la questione territoriale, ossia la richiesta di Vladimir Putin di un ritiro ucraino dal Donbass e quella delle garanzie di sicurezza che l’Occidente darebbe all’Ucraina per proteggerla da future minacce russe.
Il “do ut des” potrebbe essere una concessione di Kiev sul primo punto e una di Mosca sul secondo?
Ma l’appendice, puntando sull’interdipendenza energetica e la condivisione delle attività economiche, costringerebbe l’Europa a rovesciare l’atteggiamento dell’ultimo decennio nei confronti della Russia, in pratica accogliendo Putin a braccia aperte nel consesso occidentale.
Secondo il presidente ucraino, tuttavia, nel piano “ci sono molte idee che, con l’approccio giusto, potrebbero funzionare”, come nota il Financial Times. Il carosello di consultazioni aumenta di intensità: oggi è prevista una telefonata tra Witkoff e i leader europei, questi ultimi dovrebbero rivedersi fra domenica e lunedì a Parigi e a Berlino, con Witkoff e Kushner presenti in videochiamata, Trump preme per arrivare a un accordo “entro Natale”.
Se l’impresa riuscisse, a portare la pace o almeno una tregua sotto l’albero saranno centinaia di miliardi di dollari. “Stipendi da manager della Silicon Valley per tutti”, commenta il Wall Street Journal. Se la pace non si può ottenere con le trattative, sembra la tesi dell’appendice segreta, si può provare a comprarla.
(da Repubblica)
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