Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE È DIMINUITA IN 44 PAESI, RISPETTO AI 35 DEL RAPPORTO DEL 2024… OGGI CI SONO 500 GIORNALISTI IN CARCERE, 67 I REPORTER UCCISI, LA METÀ A GAZA … E IN ITALIA? NELL’ULTIMO RAPPORTO DI “REPORTERS SANS FRONTIERES” SCENDIAMO DALLA POSIZIONE 46ESIMA DEL 2024 ALLA 49ESIMA DEL 2025. LE MINACCE AI GIORNALISTI SONO AUMENTATE DEL 78%
Ci credevamo liberi. Ma lo siamo sempre meno. Le autocrazie avanzano, le democrazie sono sotto attacco. Secondo il rapporto di «V-Dem 2025», la cara vecchia forma di convivenza civile, quella con tutti i diritti e tutti i doveri annessi, quella con la libera stampa a fare il cane da guardia del potere, è ormai un privilegio di pochissimi. Restano 29 democrazie in tutto il mondo. Quasi 3 persone su 4 – il 72% della popolazione globale – vivono in autocrazie. Cioè democrazie imbavagliate, depotenziate, a scartamento ridotto.
La libertà di espressione è in calo ovunque: 44 Paesi, rispetto ai 35 del rapporto del 2024, ne hanno di meno. Le elezioni non sono state trasparenti in 25 Stati. La libertà di associazione è minacciata pressoché ovunque. Per esempio, in Italia.
«Una democrazia ostruita», secondo la definizione del «Monitor tracking civic space». Che spiega: «Il governo italiano ha fatto approvare la sua legge sulla sicurezza, un pacchetto di misure radicali. Ha introdotto decine di nuovi reati, inasprito le pene per la disobbedienza civile non violenta e ampliato i poteri e la sorveglianza della polizia. La legge sulla sicurezza è un grave attacco ai diritti in Italia».
L’analista Tara Petrovic aggiunge: «L’Italia avrebbe potuto sostenere coloro che rinforzano la sua società, ma invece ha scelto di prenderli di mira. Giornalisti, difensori dei diritti umani e attivisti si svegliano ogni mattina in un Paese che sta diventando sempre meno aperto».
Lo chiamano «declino democratico». È qualcosa che riguarda il
mondo intero. Assimila l’Italia all’Ungheria, al Brasile e al Sudafrica.
Ma non è stata declassata solo l’Italia, anche Francia, Germania, Stati Uniti, Israele e Argentina sono diventanti Paesi a libertà limitata.
Per conoscere lo stato di salute di un Paese bisogna misurare la libertà di stampa. Tutti gli studi mettono in relazione questi due indicatori: democrazia e libertà di stampa. È stato l’anno dei 67 giornalisti assassinati, di cui quasi la metà nella Striscia di Gaza. È stato l’anno – il secondo consecutivo – in cui è stato vietato l’accesso in Palestina a tutti i giornalisti internazionali.
È stato l’anno dei 500 giornalisti imprigionati. L’anno dei giornalisti italiani spiati con «Graphite», uno spyware militare venduto solo ai governi. L’anno della «legge bavaglio», per impedire la pubblicazione degli atti giudiziari non più coperti da segreto. L’anno della bomba sotto casa del conduttore di «Report» Sigfrido Ranucci.
L’Italia è il Paese delle querele temerarie. Cioè: richiesta abnormi di risarcimento danni, sparate a pioggia sui singoli giornalisti o sulle testate. Un modo per intimorire, o per sfiancare. Secondo «Ossigeno per l’informazione» dal 2006 a oggi i casi di querele pretestuose in Italia sono stati 8 mila. […] nel primo semestre del 2025 in Italia il numero dei giornalisti minacciati è aumentato del 78%, per un totale di 361 casi.
Tanti saluti, cara democrazia. Secondo «Democracy Index», solo l’8% della popolazione mondiale se la gode ancora pienamente: Norvegia, Nuova Zelanda, Svezia e Islanda stanno in paradiso. All’opposto, i regimi autoritari hanno stretto la morsa nel 2025: Russia, Cina, El Salvador, Mali, Burkina Faso, Niger. La leva
della repressione è la paura. La disinformazione è lo strumento per soffocare il dissenso.
È stato l’anno della repressione contro i manifestanti: in 67 Paesi c’è stato un uso eccessivo della forza. E il posto da cui si può osservare meglio il deterioramento della democrazia è l’America di Donald Trump. «Il presidente ha emesso ordini esecutivi senza precedenti, tutti volti a smantellare le istituzioni democratiche, la cooperazione globale e la giustizia internazionale. Le autorità hanno adottato una risposta militarizzata alle proteste su larga scala innescate da operazioni federali aggressive e razziste contro le comunità di migranti», così si legge nel rapporto di «Civicus Monitor» 2025.
Anche l’Italia se la passa male. Nell’ultimo rapporto pubblicato da «Reporters Sans Frontieres» scende dalla posizione 46 del 2024 alla posizione 49 del 2025, su un campione di 180 Paesi esaminati. Alle querele temerarie, alle intimidazioni, alle minacce e alla leggi nate con lo scopo di limitare la libertà di informazione, si somma un problema che deriva dalla stampa stessa. In Italia la quasi totale mancanza di editori puri segna un confine fra interessi privati e pubblici. Spesso sono casi di autocensura. Da parte di chi si sente deputato a rappresentare il punto di vista dell’editore. Correzioni in extremis per non arrecare dispiacere, copie mandate al macero prima dell’uscita in edicola. Anche questo succede in Italia.
(da La Stampa)
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
NEL TERZO TRIMESTRE DEL 2025, L’OCCUPAZIONE CALATA DI 45 MILA UNITÀ A FRONTE DI UNA CRESCITA DEL MONTE ORE LAVORATO DELLO 0,7%… L’ITALIA È SEMPRE DI PIÙ UN PAESE PER VECCHI: DIMINUISCONO I GIOVANI CON UN IMPIEGO (-62 MILA) MA SALE IL DATO DEGLI OVER 50 CHE LAVORANO (+42 MILA). TE CREDO, LA PENSIONE È UN MIRAGGIO
Più ore lavorate ma meno persone al lavoro. La fotografia scattata dall’Istat evidenzia
una complessiva fiacchezza sul fronte dell’occupazione nel terzo trimestre. In un periodo dell’anno che ha visto il Pil crescere dello 0,1% l’occupazione è calata di 45 mila unità, con un monte ore lavorato totale cresciuto, sempre rispetto al trimestre precedente, dello 0,7%. Su base tendenziale, rispetto allo stesso arco temporale del 2024, si arresta per la prima volta dopo 17 trimestri di crescita consecutiva l’aumento degli occupati.
Segno meno per quasi tutte le categorie di lavoratori: i dipendenti scendono di 58 mila unità, con una forte incidenza dei contratti a termine (-51 mila) rispetto ai permanenti (-7 mila). In lieve aumento imprenditori e autonomi, in crescita di 14 mila unità rispetto al secondo trimestre. L’occupazione flette soprattutto tra gli uomini, segnando una discesa di 42 mila unità,
e in misura molto minore tra le donne (-2 mila).
I dati per fascia di età mostrano poi con chiarezza l’andamento del tutto divergente del mercato del lavoro. L’occupazione cala in maniera decisa nella fascia 15-34 anni (-62 mila) e in quella 34-49 anni (-49 mila), salvo poi schizzare tra gli over 50 (+67 mila), per effetto dell’invecchiamento della popolazione e della minore flessibilità pensionistica in uscita che trattiene quindi più persone al lavoro.
A livello complessivo il tasso di occupazione, cioè il rapporto tra chi ha un lavoro sul totale della popolazione in età lavorativa, quindi nella fascia 15-64 anni, scende di un decimo di punto al 62,5%, calando in particolare per gli uomini, i giovani e nelle regioni centro-settentrionali, mentre si mantiene stabile per le donne.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
“NEL NOSTRO PAESE, CHI SOTTRAE AL FISCO È UNO CHE CE L’HA FATTA. POI CI SI LAMENTA SE, IN OSPEDALE, L’ESAME URGENTE VIENE FISSATO DOPO UN ANNO. L’IDEA CHE PIÙ TASSE SI VERSANO, PIÙ CI SONO MEDICI TECNICI INFERMIERI MACCHINARI, E MENO TASSE SI VERSANO MENO CE NE SONO, NON CI ENTRA IN TESTA”
Anch’io ho letto quell’articolo, che cita le classifiche stilate dai giornali elvetici. In sostanza, gli uomini più ricchi della Svizzera sono italiani. C’è qualcosa di osceno, di turpe in tutto questo, soprattutto se si pensa allo stato in cui versano i nostri Pronto soccorso, le nostre scuole pubbliche. E la cosa più oscena e più turpe è che questo non desta scandalo ma ammirazione.
Chi si sottrae al fisco — legalmente o meno — è uno che ce l’ha fatta. Poi giustamente ci si lamenta se l’esame urgente viene fissato dopo un anno. Ma l’idea che più tasse si versano, più ci sono medici tecnici infermieri macchinari, e meno tasse si versano meno ce ne sono, non ci entra proprio in testa.
Negli anni 80 gli uomini più ricchi d’Italia li conoscevamo bene. Non erano santi neppure loro. Berlusconi aveva società offshore, Agnelli portava capitali all’estero. Gardini finì la sua corsa con un colpo di pistola, l’Olivetti che fu di De Benedetti sopravvive più come nome che come azienda. Ma almeno sapevamo chi erano, che faccia avevano, cosa producevano.
Alcuni degli uomini più ricchi d’Italia ora non li conosciamo, non sappiamo esattamente cosa facciano. Sappiamo solo che non possiamo contare su di loro. La destra al governo non intende disturbarli, tanto meno gli ottomila che hanno la residenza fiscale nel principato di Monaco, retaggio del feudalesimo, dove le tasse sul reddito non esistono.
L’altro giorno la tv pubblica ha intervistato in pompa magna un imprenditore che si è trasferito a Dubai, e invita tutti a seguirlo, perché «le tasse possono arrivare anche a zero». Siamo un popolo che disprezza lo Stato, quindi se stesso; e a questo non c’è rimedio.
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
“HA PROBLEMI CON LA GIUSTIZIA. METTERÀ UN OCEANO TRA SÉ E I PM ITALIANI. D’ALTRA PARTE È GIÀ AI SERVIZI SOCIALI, COME BERLUSCONI. FA IL TUTOR PER RAGAZZI PROBLEMATICI. MA SAREBBE LUI AD AVER BISOGNO DI UN TUTOR. TUTTO QUELLO CHE HA TOCCATO L’HA ROTTO”
La Repubblica venduta da John Elkann ai greci. Tutto questo perché? Carlo De
Benedetti, l’Ingegnere, la dice chiara: “Anche per tenersi lontano dai magistrati. Vende i giornali per partirsene via dall’Italia”.
Per ventidue anni editore del gruppo Espresso, […] De Benedetti spiega che l’impero Elkann non è la prosecuzione della dinastia Agnelli: è la sua liquidazione.
“La Fiat, la Juve, la Ferrari. Dopo questa faccenda di Repubblica sarà difficile per lui in Italia. Non ha consensi. Non è amato”. […] “Si trasferirà a New York. E’ cittadino americano di nascita. Appena finita questa storia dei giornali, parte. A Torino è già ai servizi sociali, come Berlusconi a Cesano Boscone”.
“Quello che rendeva Agnelli ‘Agnelli’ era l’essere amato. E ammirato. L’Avvocato era forse l’uomo più popolare d’Italia”. Perché essere amati non è un ornamento del potere, dice De Benedetti: “E’ una parte dell’ingegneria che lo regge, il potere”.
Senza quella quota di riconoscimento collettivo, anche l’imprenditore più abile, o l’erede di una grande fortuna famigliare, diventa un amministratore provvisorio. Sottoposto ai pericoli.
“L’ammirazione, la benevolenza degli altri, sono un capitale”. Non figurano nei bilanci, ma determinano tutto il resto. “La notte prima dei funerali di Gianni Agnelli quattrocentomila torinesi salirono sul tetto del Lingotto per salutarlo. Quattrocentomila! Si rende conto? Metà della città”.
Unire potere e popolarità era il talento dell’Avvocato, dice De Benedetti, che era amico e compagno di gioco di Umberto Agnelli sin da bambino
“John Elkann tutto questo non ce l’ha nel repertorio, non ci ha nemmeno provato a farsi ben volere. E oggi se cammina per le strade di Torino non lo saluta più nessuno”. Gli strumenti della popolarità erano la Fiat, certo. Ma anche la Juve, oggi talmente in crisi che Giampiero Mughini dice che “dovrebbe cambiare
nome”, e poi la Ferrari che non ha vinto nemmeno un gran premio nel 2025, e ovviamente i giornali:
“I miei figli, Marco e Rodolfo, vendettero a Elkann quello che allora era il più grosso gruppo editoriale della sinistra che esisteva in Europa. Un colosso frantumato, indebolito, e infine venduto a pezzi”. Carlo Calenda dice che Elkann comprò Repubblica per comprarsi il Pd e la Cgil. “Bastava tenerlo in piedi quel gruppo. Senza toccarlo. Senza mai chiedere niente”.
E coi giornali polverizzati, la Juventus periclitante, la Ferrari perdente, la Fiat delocalizzata, ripete De Benedetti, “vedrete che se ne andrà anche lui. Ha problemi con la giustizia. Metterà un oceano tra sé e i pm italiani. D’altra parte è già ai servizi sociali”.
Per la vicenda dell’eredità di sua nonna, Donna Marella. “Fa il tutor per ragazzi problematici. Ma sarebbe lui ad aver bisogno di un tutor. Tutto quello che ha toccato lo ha rotto”.
Deve pur averlo un talento, questo distruttore di mondi. O no? “E’ bravo negli investimenti finanziari”, taglia corto De Benedetti. “E’ bravo quando non deve gestire nulla. Fa soldi vendendo. E investendo nel web”. Cita un esempio: Via, azienda israeliana oggi nel portafoglio Exor.
“Un’azienda fantastica che gli ha fruttato tanto. Ci ho investito anch’io: software per gli autobus nelle città”. Poi torna al punto, l’Ingegnere: “Una volta fatto l’investimento, John non sa far fare fortuna alle aziende. Le dico solo che, a un certo punto, aveva messo la stessa persona a occuparsi sia della Juventus sia di Repubblica.
Uno che non capiva nulla, né di pallone né di carta. Quale qualità aveva costui? Era stato compagno di classe di John, non
so se alle elementari o alle medie… Sa qual è la fortuna del Corriere della Sera?”. Lo dica lei. “Che a Elkann fallì la scalata. E ora lì c’è Urbano Cairo che è bravissimo. Quello che è successo a Repubblica sarebbe accaduto a loro, al Corriere”.
C’è stato un momento in cui De Benedetti aveva ipotizzato di ricomprarsela, Repubblica. “Ora va a un greco amico della Meloni. Sembra una barzelletta noir”. Allora gli si chiede se ci pensa ancora a riprenderselo il suo vecchio caro giornale. “Io? Ma lo sa quanti anni ho adesso? Ne ho novantuno”.
(da il Foglio)
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
“IL FINE ULTIMO DI TRUMP È UN CAMBIO DI REGIME ALL’INTERNO DEGLI STATI UNITI E A LIVELLO GLOBALE. DOVE AL SISTEMA DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE SUBENTRA UNA NUOVA FORMA DI GOVERNO. CHE DELLA DEMOCRAZIA TIENE L’INVOLUCRO, MA LA SVUOTA. NON È PIÙ UNA DEMOCRAZIA LIBERALE”… “GIORGIA MELONI? SE LA VISIONE DI TRUMP E PUTIN È UN’EUROPA IN CUI LE ISTITUZIONI PERDONO POTERE E LE NAZIONI SONO GOVERNATE DA PARTITI DI DESTRA, BEH, QUELLO È IL SUO MONDO. POI QUEL MONDO NON CORRISPONDE ALL’INTERESSE NAZIONALE DELL’ITALIA, MA QUESTO È UN ALTRO DISCORSO. SE IL TEMA È LA SOPRAVVIVENZA, SOPRAVVIVE ALLA GRANDE”
Eccoci, Giuliano Da Empoli: “L’ora dei predatori”, atto secondo.
«L’Europa ricorda il prefetto de La lettera rubata di Edgar Allan Poe. Cerca quella lettera dappertutto, senza vedere che era lì sul tavolo, in bella vista. Lo era anche questo scenario, prima ancora che Donald Trump ritornasse alla Casa Bianca».
Diamo un titolo alla lettera.
«La fine dell’Occidente per come l’abbiamo conosciuto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Quello vissuto come una comunità di destino fondata su un modello di democrazia, Stato di diritto, separazione dei poteri, diritti delle minoranze e multilateralismo».
Occidente contro Occidente, cioè Europa.
«Quella di Trump è un’altra idea di Occidente che pure esiste nella nostra storia. Un Occidente che si ripiega sui valori tradizionali, che punta esclusivamente sulla forza per imporre i propri interessi e torna ad una logica imperiale, fondata sulla supremazia delle imprese tecnologiche, sempre più importanti anche nella dimensione militare».
C’era una volta l’America.
«L’America first è un impero che si concentra su di sé e sul suo “cortile di casa” e che nel mondo fa accordi con altri imperi, come Russia e Cina. Con l’appendice di un’Europa considerata poco più di un terreno di conquista».
Perché questo furor anti-europeo?
«Per Trump la guerra contro l’Europa è la prosecuzione della sua guerra contro le élite americane, tutte peraltro caratterizzate da questa componente transatlantica, non solo quelle democratiche».
Poi c’è l’elemento geopolitico.
«Prima ancora c’è il disegno spietato per cui l’Europa debole è una preda interessante da sbranare e far sbranare dalle Big Tech. Poi c’è il risparmio degli europei, che serve a finanziare il debito americano».
Rispolveriamo una parola antica: ideologia.
«Il fine ultimo, anche ideologico, è un cambio di regime all’interno degli Stati Uniti e a livello globale. Dove al sistema della democrazia liberale subentra una nuova forma di governo. Che della democrazia tiene l’involucro, ma la svuota. Non è più una democrazia liberale»
Ma a Trump conviene davvero il collasso dell’Europa?
«Trump non è un pensatore strategico. L’unico precetto di Keynes che applica è: “Nel lungo periodo siamo tutti morti”… Il predatore pensa all’accaparramento del qui ed ora. Ecco la convenienza a sostituire l’Europa come soggetto, anche regolatorio, con un po’ di staterelli nell’orbita americana. Se possibile, anche politicamente affini».
E Putin, a sua volta, ha accentuato la sua postura aggressiva.
«Lui, a differenza degli europei, non ha fatto finta di non veder arrivare Trump. Anzi, ha scommesso sul ritorno. Lo scenario ora è perfetto. Putin sogna di restaurare l’impero allargando l’influenza e poi di sedersi al tavolo dove si decidono le sorti del mondo. Nella versione lunga del documento americano sulla sicurezza si prefigura l’ipotesi di un C5, “core”, col quale governare il mondo in sostituzione del G7: Stati Uniti, Cina,
India, Russia, Giappone».
Parliamo della consapevolezza dell’Europa.
«Di fronte a questo assalto esplicito, i leader europei fischiettano in un modo francamente imbarazzante. Così, invece di trovarci di fronte ad uno scontro tra visioni diverse, stiamo assistendo ad un pestaggio: l’uno mena calci, l’altro, invece di mettersi i guantoni, resta immobile».
Tranne sull’Ucraina. Ma manca tutto il resto.
«E l’assenza di tutto il resto, però, impatta anche sull’Ucraina. Perché è evidente che, al di là del sacrosanto invio delle armi, quel problema non lo risolvi se non lo inquadri nell’ambito della costruzione di un nuovo ordine mondiale. E ci risiamo: manca lo scatto nella direzione di una maggiore integrazione».
Rispolveriamo Jules Benda: il tradimento dei chierici.
«Beh, abbastanza: i chierici restano incatenati alle logiche del sistema precedente senza capire l’unica opportunità anche obbligata di questa fase. Trump e quelli come lui hanno allargato la sfera del possibile, dimostrando che nulla è impossibile».
Yes, we can…
«“Yes, I can”: vi dimostro che non c’è tabù che non possa essere violato. Se la risposta è “Oddio come è cattivo”, allora la prossima tappa è che al futuro C6 non si siede l’Europa ma la Germania guidata dall’Afd».
Ecco, Giorgia Meloni. Riuscirà a rimanere in mezzo al guado mentre l’Oceano si allarga?
«Posizione perigliosa, però sa che le dico? Se la visione di Trump e Putin è un’Europa in cui le istituzioni europee perdono potere e le nazioni sono governate da partiti di destra, beh, quello è il suo mondo. Poi quel mondo non corrisponde all’interesse
nazionale dell’Italia, ma questo è un altro discorso. Se il tema è la sopravvivenza, sopravvive alla grande
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
L’ULTIMO RICORSO IN CASSAZIONE SULLE CAUSE CON LA REGIONE LAZIO È FINITO MALE, E LA SUPREMA CORTE GLI HA DATO TORTO … A RISOLLEVARE IL MORALE DELL’EDITORE DEL “GIORNALE”, DEL “TEMPO” E DI “LIBERO” CI PENSA IL PARLAMENTO, CON IL DDL CONCORRENZA CHE FA UN REGALONE ALLA SANITÀ PRIVATA
Dietro agli affari del paperone degli eletti a Montecitorio, Antonio Angelucci, si
nasconde una raffica di contenziosi civili dal valore milionario. Come raccontato da Domani, si tratta per lo più di cause che la holding riconducibile alla famiglia del parlamentare ha avviato contro la regione Lazio e le Asl capitoline.
In alcune si vince, in altre si perde, venendo condannati a corrispondere centinaia di migliaia di euro. Ma pure in caso di condanna in primo e secondo grado, la dinastia degli Angelucci pare voler arrivare fino in fondo.
Lo dimostrano i ricorsi in Cassazione. Che spesso per la holding o le sue cliniche non sono andati bene. È il caso di una delle ordinanze più recenti dei giudici di legittimità, pubblicata ad aprile 2024 e riferita al ricorso di San Raffaele spa contro l’Asl Roma 1 e la Regione Lazio.
Il tribunale di Roma aveva respinto «la domanda della casa di cura San Raffaele S.p.a. di condanna della Asl Roma 1 e della Regione Lazio al pagamento di euro 182.043,93 quale corrispettivo per le prestazioni di day hospital riabilitativo erogate, in regime di accreditamento provvisorio, agli assistiti del Servizio Sanitario Regionale».
Stessa cosa aveva fatto la Corte d’appello, che riteneva impossibile «il pagamento di spese effettuate extra budget». Ma la San Raffaele spa non ci sta. E porta regione e struttura sanitaria davanti alla Suprema Corte, che gli dà torto. «Il privato, a differenza di quanto ipotizza il ricorrente, non ha – scrive la Cassazione – la facoltà di contestare lo schema-tipo di contratto
predisposto dalla Regione».
Ancora: «La natura di soggetto accreditato non costituisce vincolo per le aziende e gli enti del servizio sanitario nazionale a corrispondere la remunerazione delle prestazioni erogate al di fuori degli accordi assunti». Risultato: condanna del ricorrente.
Analoga è la pronuncia del 2025 con cui la Cassazione dichiara inammissibile un altro ricorso di San Raffaele S.p.a. che agisce contro l’Asl 2 Lanciano-Vasto-Chieti: i giudici confermano la sentenza della corte d’Appello dell’Aquila che aveva negato il diritto della struttura privata al pagamento di prestazioni sanitarie rese nel 2008. In pratica, la società degli Angelucci aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per 186.889,19 euro per prestazioni sanitarie del 2008. Tuttavia l’Asl si era opposta, contestando l’assenza di un contratto scritto.
Così in primo e secondo grado le pretese di San Raffaele erano state rigettate, col diniego sia del diritto al compenso contrattuale sia di quello all’indennizzo. Ma non solo recupero crediti o erogazione di prestazioni extra budget.
In altri ricorsi si discute pure di rapporti di lavoro. Ordinanza della Cassazione di gennaio 2023: la Corte rigetta il ricorso di San Raffaele spa e conferma la decisione della corte d’Appello di Roma, che aveva accertato la natura subordinata del rapporto di lavoro della fisioterapista N.F., inquadrata invece come collaborazione autonoma. Per i giudici non ci sono dubbi: quel contratto di lavoro aveva natura subordinata, in base a numerosi indici. Dall’orario minimo di 36 ore settimanali fino all’inserimento nei turni.
Le sconfitte in tribunale sono talvolta indolori: diventano vittorie in parlamento. Alla Camera è in dirittura d’arrivo il disegno di
legge sulla Concorrenza, che diventa prezioso per i gruppi della sanità privata, tra cui la holding di famiglia del parlamentare.
Tra le pieghe del testo, che avvia in questa settimana l’iter in aula, viene confermato un regalo confezionato dal governo Meloni: la dilazione della riforma sui requisiti dell’accreditamento al sistema sanitario nazionale, uno dei punti di forza dei bilanci della holding di Angelucci.
L’operazione era stata avviata dal governo Draghi per aprire il mercato a nuovi attori e favorire una maggiore competizione nel settore. La destra, appena arrivata al potere, ha frenato. Il termine fissato per ora è il 2026.
Il disegno di legge sulla Concorrenza fa registrare un altro testacoda. La base della legge sarebbe quella di vietare «un vantaggio competitivo e una barriera all’ingresso di nuovi soggetti», specifica il dossier illustrativo di Montecitorio.
Il risultato è certo per Angelucci e gli imprenditori del comparto. Il ddl Concorrenza è solo l’ultimo caso di operazioni a favore della sanità privata con il governo Meloni. La premier continua a rivendicare un aumento della spesa sanitaria, ma in rapporto al Pil è al 6,4, uno dei dati più bassi nei paesi occidentali. E comunque lontano dal 7 per cento fissato come obiettivo dal ministro della Salute.
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
INTERVISTA A CARLO TANSI, PRIMO RICERCATORE DEL CNR, SPECIALIZZATO IN RISCHIO SISMICO
Non ci sarà una nuova gara per l’assegnazione dei lavori del Ponte sullo Stretto di Messina. Lo ha assicurato pochi giorni fa il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, ribadendo l’intenzione del governo di portare avanti il progetto di quello che diventerebbe il ponte sospeso a campata unica più lungo del mondo, nonostante la bocciatura della delibera con cui il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Copes) aveva autorizzato ad agosto il progetto definitivo.
Se verrà costruito, il ponte sullo stretto di Messina sarà un’opera fuori scala rispetto ai progetti realizzati finora. E, soprattutto, unirebbe due litorali ora divisi non solo da un profondo braccio di mare, ma da una faglia sismica parte di un sistema tettonico complesso e in continuo movimento, che negli anni ha prodotto violentissimi terremoti. Secondo il progetto, il ponte dovrebbe poter resistere ai sismi che si verificheranno nell’area fino a 7,1 di magnitudo, pari a quella del terremoto che scosse la terra tra Scilla e Cariddi nel 1908, in cui morirono 120.000 persone.
Quale potrebbe essere l’effetto di una scossa simile sulle città collegate dall’opera il cui progetto da 13 miliardi di euro? Qui trovate anche gli alri esempi in cui sono stati usati progetti simili. Quali interventi dovrebbero accompagnare la costruzione del ponte per rendere Messina e Reggio Calabria veramente
sicure sotto il profilo sismico? Fanpage lo ha chiesto al geologo Carlo Tansi Primo Ricercatore del CNR, specializzato in rischio sismico e idrogeologico, per anni impegnato nello studio del panorama sismico della Calabria e capo della Protezione Civile della regione da novembre 2015 a febbraio 2019.
Qual è il quadro generale del rischio sismico nello Stretto di Messina?
Lo Stretto di Messina è uno dei luoghi sismicamente più pericolosi al mondo: una zona dove insistono numerose faglie a cavallo tra la placca continentale africana e quella europea. La prima spinge contro la seconda provocando accumuli di energia che possono provocare terremoti molto forti. Una di queste faglie, in particolare, è quella responsabile del terremoto del 28 dicembre 1908. Un evento devastante che provocò circa 120.000 vittime e un maremoto con onde alte fino a 15 metri.
Lei studia da tempo le faglie attive nella zona. Qual è la situazione?
La Calabria è un territorio attraversato da un reticolo di faglie che ne fa una delle regioni sismicamente più complesse d’Italia: una sorta di flipper geologico in cui molte molle continuano a caricarsi senza che sia possibile prevedere quando scatteranno. Ciò perché, allo stato attuale delle conoscenze, la scienza non può prevedere i terremoti.
A Nord, nella provincia di Cosenza, si trovano le faglie più corte, orientate nord-sud, come quelle della valle del Crati: sono distensive e hanno generato terremoti relativamente poco distruttivi, nell’ordine di poche centinaia o un migliaio di vittime.
Più a Sud compare invece la faglia Catanzaro–Lamezia, orientata
nord-ovest/sud-est, che delimita a nord la stretta di Catanzaro. La faglia è responsabile del devastante sisma del 1638 che fece circa 10.000 morti: questa faglia è una faglia trascorrente, più lunga e quindi capace di rilasciare molta più energia, che ha dato segnali di attività anche circa un anno fa nei pressi del tratto mediano.
Scendendo ancora lungo la regione emergono le grandi faglie distensive orientate nord-est/sud-ovest, che bordano il massiccio delle Serre e dell’Aspromonte e arrivano fino allo Stretto di Messina: sono lunghe, pericolose, e hanno prodotto eventi come il catastrofico terremoto del 1783, in cinque scosse successive, con 35.000 vittime e il collasso di interi versanti montuosi verso il mare.
Lo stesso sistema, influisce direttamente sull’area dello Stretto, che è a sua volta attraversato da un’altra importante faglia, quella che generò il terremoto del 1908. In questa trama fitta di spaccature convivono dunque molte sorgenti sismogenetiche diverse, ciascuna in grado di liberare, a tempo incerto, l’energia che continua ad accumularsi nel sottosuolo.
Che tipo di faglia ha provocato il terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria?
Si tratta di una grande faglia attiva che attraversa lo Stretto e prosegue verso Sud. È una struttura capace di rilasciare molta energia. Le stime più accurate ci dicono che quel terremoto ebbe una magnitudo di 7,1. La geologia ci insegna che se un sisma ha avuto una determinata forza, la stessa faglia ne può provocare un altro altrettanto forte.
Dunque, si può ripetere un terremoto simile a quello del 1908?
Sì, senza alcun dubbio. La faglia dello stretto di Messina può dare luogo a un altro sisma di magnitudo 7,1. È già accaduto e accadrà di nuovo. La domanda da farsi non è “se” ma “quando”. Infatti, al momento non siamo in grado di prevedere in che momento si svilupperà un sisma.
E uno più forte? La società stretto di Messina dice di no…
Non possiamo escluderlo. La magnitudo è espressa in una scala logaritmica: tra un 7 e un 8 c’è un salto enorme, di circa 33 volte l’energia. Anche un singolo decimale in più rappresenta un incremento significativo. Non abbiamo elementi per dire che 7,1 sia il limite superiore raggiungibile dalla faglia.
Cosa accadrebbe oggi se si ripetesse un terremoto simile a quello del 1908?
Nel 1908, la terra tremò poco dopo le cinque del mattino. Molti sopravvissuti uscirono di casa e si radunarono lungo la costa per ripararsi dai crolli. Ma pochi minuti dopo arrivò il maremoto che travolse le persone che provavano a ripararsi sulle coste di Messina e Reggio. La maggior parte delle vittime non morì per i crolli, ma proprio a causa dello tsunami. Cosa succederebbe oggi? Non oso immaginare. Oggi la situazione è diversa, e a fare paura sono i crolli, più che un eventuale maremoto. È difficile fare stime, ma è certo che l’impatto sarebbe enorme. La densità abitativa è molto più alta, gli edifici sono spesso fragili o irregolari, e la cultura della prevenzione è ancora scarsa.
Progettare il ponte sullo Stretto di Messina per resistere a una magnitudo di 7,1 secondo lei è sufficiente?
È difficile dirlo con certezza, proprio perché non conosciamo la magnitudo massima che la faglia può generare. Per questo, quando si costruisce in un’area così complessa, i margini di sicurezza devono essere molto ampi. Un fenomeno a cui bisogna
prestare molta attenzione è la liquefazione del suolo. Durante i terremoti, i terreni sabbioso-limosi diventano liquidi. Lo abbiamo già visto in Calabria e in Sicilia nel 1908. Il suolo divenne liquido, facendo scendere le coste di circa un metro e cambiando drasticamente la morfologia del territorio. E proprio questo tipo di terreno è quello dove dovrebbero poggiare i piloni del ponte sullo Stretto.
Il suo collega Mario Tozzi, sostiene che in caso di un forte sisma, il ponte sullo Stretto di Messina collegherebbe due cimiteri. Perché?
Non sono i terremoti a uccidere, ma gli edifici costruiti in maniera scorretta, e spesso abusivamente. Un terremoto di magnitudo 10 nel deserto non ci farebbe nulla. Ci sentiremmo sulle montagne russe, ma non moriremmo, perché nulla ci cadrebbe in testa. Purtroppo, in Calabria e Sicilia la situazione abitativa e infrastrutturale amplifica il rischio sismico già elevato. La Calabria è la regione con il tasso di abusivismo più elevato d’Italia, con circa il 50% delle abitazioni abusive in parte o del tutto, mentre molti altri edifici sono stati costruiti oltre 50 anni fa quando le conoscenze sulla sismologia erano limitate e le norme meno stringenti, e in alcune zone, come a Reggio Calabria, interi palazzi abusivi sorgono senza vie di fuga adeguate. Particolarmente vulnerabili sono anche i centri storici.
In altre parole, la maggior parte degli edifici non rispetta gli standard antisismici degli anni Ottanta implementati dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia. Attraverso una normativa che è diventata sempre più rigida man mano che si verificavano i sismi più recenti. Chi invece ha una casa a norma e aggiornata a questi standard non deve temere un sisma.
La cosa che mi fa rabbia è che ancora oggi si continuano a varare condoni edilizi, come quello del ministro Salvini, che prevede l’approvazione per silenzio-assenso da parte dei Comuni, quando i comuni non hanno i fondi per gestire tutte le pratiche necessarie. Quindi automaticamente molti condoni verranno concessi, anche indebitamente, per silenzio-assenso.
Lei è favorevole o contrario al ponte sullo Stretto?
Come scienziato, non entro nel dibattito politico. Oggi la scienza e la tecnologia consentono di progettare e realizzare un ponte come quello sullo Stretto anche in zone ad alta sismicità, se i criteri ingegneristici sono adeguati. Ma ritengo che, prima di un’infrastruttura di quelle dimensioni, sarebbe necessario affrontare in modo sistematico il tema della vulnerabilità del territorio: mettere in sicurezza le case, le scuole, le strade.
(da Fanpage)
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
INCONTRO A MONTECITORIO TRA L’UOMO DELLO SPARO DI CAPODANNO E L’EX GENERALE IN PENSIONE… PER I MALIGNI SAREBBE L’INIZIO DI UN NUOVO NUCLEO PARLAMENTARE
È una coppia alquanto strana quella formata dall’ex generale in pensione Roberto
Vannacci e dall’ex parlamentare di FdI Emanuele Pozzolo. «C’è Vannacci in Transatlantico. Che ci fa qui?», si scriveva con allarme nelle chat dei parlamentari leghisti. L’europarlamentare era al suo debutto a Montecitorio. E all’ora di pranzo ha avuto un faccia a faccia con Pozzolo. Ovvero colui che nella notte di Capodanno del 2024 impugnava il piccolo revolver da cui era partito il colpo che aveva ferito un partecipante alla festa di San Silvestro.
Vannacci, Pozzolo e le idee
«Ci parliamo sulla base di idee — ha spiegato Pozzolo ai giornalisti secondo quanto riporta il Corriere della Sera — c’è una comunanza di visioni con molte posizioni del generale». L’onorevole di Vercelli in effetti dopo essere partito da Alleanza Nazionale era passato alla Lega prima di tornare con il botto (è il caso di dirlo) all’ovile di Fratelli d’Italia.
L’avvicinamento a Vannacci ha fatto venire il sospetto che l’ex generale volesse crearsi un nucleo di fedelissimi a Roma. Anche perché durante il colloquio mancavano in aula alcuni deputati leghisti di orientamento più sovranista: da Edoardo Ziello a Elisa Montemagni, da Domenico Furgiuele a Rossano Sasso.
E Salvini?
All’incontro avrebbe partecipato anche Manlio Messina, che ha da poco lasciato FdI. Matteo Salvini invece non sapeva della visita di Vannacci, e in casa leghista è scattato l’allarme.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
“RIFIUTARE IL NEOLIBERISMO”… “L’EUROPA DEVE POTER REGGERE IL CONFRONTO CON GLI STATI UNITI”
«Fare», è questa la parola d’ordine del governo di Pedro Sanchez. «È l’opposto di come agisce la destra quando governa, ovvero disfare le cose: distruggono molti dei diritti e delle libertà dei cittadini».
Lo ha detto il primo ministro spagnolo in un’intervista concessa al settimanale L’Espresso, che ha scelto proprio il leader di Madrid come “persona dell’anno”.
Da un’economia in crescita costante, alle dure prese di posizione contro Israele fino al ruolo sempre più di picco all’interno delle dinamiche dell’Unione europea. Il segreto? «Rifiutare il neoliberismo» e abbracciare il modello socialdemocratico: «La Spagna sta dimostrando che crescere e ridistribuire, crescere e decarbonizzare sono binomi possibili».
La guerra ai social: «Sono uno Stato fallito»
La spinta sulle energie rinnovabili, il contributo dell’immigrazione regolare, l’abbattimento dei tassi di disoccupazione, una capillare riforma del lavoro per regolarizzare contratti di milioni di persone.
È un programma a 360 gradi quello che Sanchez sta portando avanti da ormai due anni, quando è stato confermato capo di governo nonostante la sconfitta alle elezioni. All’interno delle sfide quotidiane, ai primi posti c’è anche la guerra aspra ai
«tecnoligarchi» dei social media. «I social media oggi sono uno Stato fallito, nel quale prevale la legge del più forte. E i magnati della tecnologia, oltre a non ritenersi responsabili di ciò che avviene sulle loro piattaforme, non pagano nemmeno le tasse. Dobbiamo riportare lo stato di diritto».
Il nodo Israele: «Ue sta usando un doppio standard»
In una congiuntura di grande tensione per l’Unione europea, tra i conflitti a est e i dazi americani a ovest, la soluzione per Sánchez deve essere una sola: «Irrobustire il pilastro europeo», in modo tale da avere «una relazione più equilibrata, certamente più sana per gli interessi dell’Europa» con gli Stati Uniti. Un obiettivo che, secondo il premier spagnolo, permetterebbe anche di spingere sempre più all’angolo i «governi di stampo nazionalista e reazionario», che si stanno sempre più facendo largo nel Vecchio Continente. Dall’altra parte, è necessario che l’Ue sia «coerente» per diventare un punto di riferimento internazionale: «Non possiamo adottare un doppio standard per Gaza e Ucraina».
In quest’ottica, Pedro Sánchez ha difeso la sua richiesta di non rinnovare l’accordo di cooperazione tra l’Europa e Israele: «Uno dei punti dell’accordo impone a tutte le parti di rispettare i diritti umani e Israele non lo sta facendo», ha detto. E ha poi criticato l’omologo israeliano Bibi Netanyahu e la sua guerra «di difesa» contro Hamas: «Se non si offre un orizzonte politico di coesistenza e di pace alla Palestina, purtroppo quel seme di terrorismo continuerà a diffondersi».
La vittoria spagnola e il problema della sinistra
A livello continentale sono evidenti le due correnti politiche, opposte l’una all’altra. Ma per Sánchez questo non significa essere radicali: «È estremista favorire uno stato sociale forte nel nostro Paese? È estremista sostenere l’uguaglianza tra uomini e donne, assicurare il diritto all’aborto, intervenire in uno Stato fallito come quello dei social network affinché soprattutto i nostri giovani vivano in un ambiente digitale sano? Oppure pretendere coerenza e far rispettare il diritto umanitario a Gaza, in Ucraina, in Sudamerica o in Sudan? È estremista affermare che esiste un’emergenza climatica e adoperarsi per lasciare ai nostri nipoti un pianeta abitabile? È estremista rifiutarsi di tagliare l’istruzione dei nostri figli o le pensioni dei nostri anziani per acquistare armi da un Paese terzo?».
In questo senso, per lui la Spagna è un ottimo esempio di «successo contro la retorica senza risultati dei governi di destra». Ma forse, ha ammesso Sánchez, anche una pecora nera tra i governi progressisti, che tendono a essere «timorosi».
(da agenzie)
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