Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
MENTRE GIORGIA MELONI CELEBRA IL PRESEPE COME SIMBOLO DI IDENTITA’, 116 MIGRANTI AFFOGANO NEL MEDITERRANEO, CON LA GUARDIA COSTIERA ITALIANA CHE NON RISPONDE ALLA RICHIESTA DI AIUTO: FATTI CHE RACCONTANO LA NOSTRA IDENTITA’ MEGLIO DI UN PASTORELLO DI TERRACOTTA
La coincidenza di date è disarmante: mentre Giorgia Meloni, nel giorno della viglia di Natale, parlava della “rivoluzione del presepe” con la statuetta di un pastorello in mano, invitandoci a farne il simbolo della nostra identità e a “non vergognarci mai di chi siamo, centosedici esseri umani morivano annegati nelle acque del canale di Sicilia.
È il peggior naufragio di migranti nel Mediterraneo centrale del 2025, e il fatto che avvenga alla vigilia di Natale suona quasi come un monito per tutti noi, che stiamo dalla parte giusta della linea che divide l’umanità tra benessere e disperazione. E che oggi festeggiamo il Natale mangiando e bevendo al caldo, scambiandoci i regali, godendo della pace e della serenità dei nostri affetti, del nostro benessere materiale che è incommensurabilmente più alto di quello di novanta essere umani su cento.
E magari, a fianco a noi, in un angolo della sala, c’è un un bambino di terracotta che nasce in una stalla, con un bue e un asinello di terracotta a riscaldarne il letto di paglia, con due genitori migranti di terracotta, a cui tutti hanno negato accoglienza e ospitalità, che lo vegliano. E dei poveri pastori di terracotta che decidono di porgere omaggio a questo bambino.
Dov’è la nostra identità, in quel presepe?
Per caso, tra quelle statuette, c’è un centro di detenzione per migranti che fun-zio-ne-rà?
Ci sono le guardie che riportano dai loro torturatori quelli che scappano dalla disperazione?
C’è una guardia costiera che riceve la segnalazione di un naufragio in corso, ma decide di restare in silenzio e non intervenire?
No, non ci sono.
E non ci sono nemmeno milletrecento cadaveri in fondo al mare, come quelli di tutti i migranti morti nel 2025 cercando di sbarcare in Italia.
E nemmeno 27mila esseri umani intercettati e riportati nelle braccia dei loro aguzzini dalla guardia costiera libica pagata
anche da noi.
Tutte queste cose non ci sono nel presepe. Ma sono tra noi, nella realtà, appena fuori dalla nostra porta.
Ed è tutta roba che fa parte della nostra identità e che ci ricorda chi siamo molto più di un pastorello di terracotta.
Un’identità, questa sì, che non dobbiamo dimenticare, ancora di più in giorno di festa come il Natale.
Ma di cui, purtroppo, ci dobbiamo vergognare parecchio.
(da Fanpage)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
L’OMELIA DURANTE LA MESSA DI NATALE
“Come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al
freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?”. Lo ha detto Papa Leone XIV durante l’omelia della sua prima Messa di Natale.
È andato alle tende di Gaza, “da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente”, così come “ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora” il pensiero di Papa Leone XIV durante la sua prima Messa di Natale, celebrata nella Basilica di San Pietro.
Il Papa, con indosso le vesti di colore bianco, riservato alla natività e alla risurrezione, simbolo della luce della vita e della festa, prima di iniziare la celebrazione ha sostato qualche istante in preghiera silenziosa di fronte al bambino Gesù collocato su un tronetto vicino l’Altare della confessione.
La Messa del giorno di Natale non veniva celebrata da un Papa dai tempi di Giovanni Paolo II. L’ultima volta era accaduto nel 1994. A partire dal pontificato di Paolo VI, infatti, i Papi avevano generalmente affidato questa celebrazione a un cardinale, riservandosi personalmente la benedizione Urbi et Orbi del mezzogiorno.
“Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?”, ha detto Robert Francis Prevost.
“Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate dalle guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna” dei “roboanti discorsi di chi li manda a morire”, ha aggiunto.
Nell’omelia del giorno di Natale il Pontefice ha ricordato che con il Natale, “anche se nessuno sembra crederci, la pace esiste ed e già in mezzo a noi. Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia”.
Leone ha poi citato il suo predecessore, Papa Francesco, in un passaggio dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium: “Come scrisse l’amato Papa Francesco, per richiamarci alla gioia del Vangelo: ‘A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri'”.
“Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza”‘, ha aggiunto.
Nella sua omelia il Papa ha fatto un invito alla conversazione, a mantenere aperto il dialogo: “Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui”.
Al termine della celebrazione a sorpresa Papa Leone ha deciso di compiere un giro in Papamobile tra i fedeli di piazza San Pietro nell’intervallo di circa 20 minuti tra la Messa celebrata un Basilica e la benedizione Urbi et Orbi.
“Non lasciamoci vincere dall’indifferenza verso chi soffre”: la benedizione Urbi et Orbi del Pontefice
Alle 12 Leone XIV si è affacciato dalla Loggia centrale di San Pietro per la benedizione Urbi et Orbi: “Cari fratelli e sorelle, rallegriamoci tutti nel Signore. il nostro Salvatore è nato nel mondo, oggi la vera pace è scesa a noi dal Cielo”, si è rivolto così alla folla radunata in Piazza.
Il Pontefice ha ricordato che il Cristo ha scelto di venire al mondo in questo modo in povertà e “ha mostrato ciò che solo noi possiamo fare, assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Perché Dio ci ha creato, senza di noi non può salvarci, senza la nostra libera volontà di amare”.
“Chi non ama, non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede non può amare Dio che non vede”, ha aggiunto. “Ecco la via della pace, la responsabilità. Se ognuno di noi, invece di accusare gli altri riconoscesse le proprie mancanze e ne chiedesse perdono e si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è debole e oppresso, il mondo cambierebbe”.
Durante la benedizione il Papa ha rivolto “un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente”, che ha incontrato nel mio primo viaggio apostolico. “Ho ascoltato le loro paure e conosco il loro sentimento di impotenza dinnanzi a dinamiche di potere che li sorpassano”.
Leone XIV ha invocato pace, stabilità e giustizia per i Paesi del Medio Oriente, il Librano, la Palestina, Israele, la Siria. Ha affidato al “principe della pace” tutto il continente europeo e ha chiesto di pregare “per il martoriato popolo ucraino”.
Alle parti coinvolte nel conflitto ha chiesto di trovare “il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”. Il Pontefice ha chiesto una preghiera per le guerre in atto nel mondo “soprattutto quelle dimenticate”, ricordando “i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Suda, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica democratica del Congo”.
Prevost ha esortato i fedeli in tutto il mondo a non lasciarsi “vincere dall’indifferenza verso chi soffre, perché Dio non è indifferente alle nostre miserie. Nel farsi uomo Gesù assume la nostra fragilità, si immedesima in ognuno di noi, con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza”.
“Con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita, con chi è in fuga dalla propria terra per trovare una vita migliore, come i tanti migranti. Con chi ha perso il lavoro e chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego. Come chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati. Con chi è in carcere, che spesso vive condizioni disumane”.
“In questo giorno santo apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore, così facendo lo apriamo a Gesù bambino che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità. A chi l’ha accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”, ha aggiunto ancora
“Tra pochi giorni terminerà l’anno giubilare, si chiuderanno le Porte Sante. Ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi,
Egli è la porta sempre aperta, non viene per condannare ma per salvare. Auguro a tutti di cuore un sereno e Santo Natale”, ha detto concludendo il discorso.
Prima della concessione dell’indulgenza plenaria, il Pontefice ha fatto gli auguri in diverse lingue, tra cui italiano, francese, inglese, spagnolo, portoghese, polacco, cinese e latino.
(da Fanpage)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
L’ALTOATESINA CHIAMATA A GUIDARE LA DEUTSCHE BAHN HA ANNUNCIATO UN PIANO LACRIME E SANGUE
C’è una notizia che può consolare o almeno lenire il dispetto dei pendolari italiani: i tedeschi stanno ben peggio di loro. Nel mese di ottobre le ferrovie tedesche hanno raggiunto il record negativo di puntualità, e sulle tratte a lunga percorrenza (i nostri treni ad alta velocità o l’equivalente degli Intercity) ben il 48,5% dei treni tedeschi ha fatto registrare ritardi superiori ai cinque minuti. Quel record negativo per altro è stato messo a segno proprio nel mese di esordio alla guida della Deutsche Bahn (in sigla DB, le Fs tedesche) di Evelyn Palla, la prima donna ad avere avuto quel ruolo in Germania, ed anche la prima straniera (la Palla è nata in Italia, in Alto Adige) ad essere nominata ai vertici di una grande impresa pubblica tedesca.
Il piano lacrime e sangue per i dirigenti: metà di loro perderà il posto
Esordio difficile, dunque, per la manager italiana, che però ha voluto comunicare il dato più negativo sulla puntualità dei treni tedeschi passando subito al contrattacco con una intervista all’edizione settimanale della Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) nel numero natalizio. Dove ha raccontato di avere
licenziato il suo consiglio di amministrazione, ricostituendone uno più snello (due poltrone in meno) con tre manager nuovi sui cinque posti (e uno è il suo). L’altra notizia è che calerà la scure sui dirigenti della DB, con il taglio del 50% dei posti. Quelli che resteranno in azienda comunque in parte consistente (il 30%) dovranno pensare a fare le valigie, trasferendosi da Berlino alle sedi provinciali.
La Palla ha voluto così presentarsi come manager di ferro, dando un chiaro messaggio alla tolda di comando delle ferrovie tedesche: «Nessun posto è sicuro. Laddove non ci si assume la responsabilità, ci devono essere delle conseguenze. Questo è ciò che mi aspetto dai nostri dirigenti nella sede centrale e sul territorio. È importante per rafforzare la cultura della performance a livello centrale e decentralizzato».
Inevitabili i mugugni nei confronti della manager italiana, anche perché anche lei era coinvolta nel gruppo dirigente che sta decimando: da anni sedeva infatti nel consiglio di amministrazione della DB, da cui era stata spedita a risanare la rete di trasporto locale DB Regio, cosa che ha fatto sistemando i conti e aumentando la produttività.
È stata la medaglia al petto decisiva per consentirle il salto di carriera. L’omologo tedesco di Matteo Salvini, il ministro dei Trasporti Patrick Schnieder, non aveva proprio pensato a lei dopo avere licenziato il disastroso predecessore, Richard Lutz. Voleva staccare da chiunque avesse collaborato con il manager che aveva scassato i conti ferroviari abbassando anche la qualità del servizio. Ma nessun candidato esterno ha accettato l’offerta, anche perché lo stipendio da manager delle ferrovie pubbliche in Germania è abbastanza basso. Così il ministro ha ripiegato sull’italiana, la sola che nella vecchia tolda di comando potesse vantare qualche successo.
L’alleanza fra Evelyn e il potente sindacato dei macchinisti
Nella sua battaglia contro i dirigenti interni (che naturalmente non abbozzano), la Palla è supportata dal più potente sindacato dei macchinisti e del personale ferroviario, l’EVG. Ed è proprio luna di miele, a leggere le dichiarazioni alla Faz del suo presidente, Martin Burkert: «Conosco Evelyn da cinque anni. Pensa in modo strategico, ha nervi saldi ed è assertiva, affidabile e ha messo in pratica con successo la sua idea di decisioni decentralizzate presso DB Regio». Però l’idillio potrebbe spezzarsi nella prossima primavera, quando inizieranno le trattative per il rinnovo del contratto dei ferrovieri: la richiesta di un aumento salariale dell’8% è supportata dalla nuova manager, ma preoccupa non poco il governo tedesco. E con l’esecutivo la Palla rischia di scontrarsi presto anche sul destino della rete ferroviaria Infra Go, che la Cdu vorrebbe separare nettamente da DB mentre la nuova manager ritiene necessaria al suo piano di ristrutturazione. La manager italiana però è riuscita a portare dalla sua la Spd, e la partita è ancora aperta.
(da agenzie)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
SULL’ALTRO LATO GLI AUGURI: BUON NATALE
«Gesù è palestinese»: un’insegna luminosa affissa a Time Square a New York ha scatenato
polemiche negli Stati Uniti. La pubblicità è stata finanziata dall’American-Arab Anti-Discrimination Committee (Adc) e sull’altro lato c’è scritto «Buon Natale». Secondo Adeb Ayoub, direttore esecutivo nazionale dell’organizzazione arabo-americana, l’ente no-profit affitta spazi pubblicitari a Times Square dall’inizio di quest’anno, con messaggi diversi che ruotano ogni settimana.
Il tema di fondo del cartellone pubblicitario è ‘America First’, ha spiegato. Con l’obiettivo di incoraggiare le persone a riconoscere un terreno comune tra le comunità arabe e musulmane e i cristiani negli Stati Uniti durante il periodo di maggiore affluenza a New York City.
Arabi, musulmani e cristiani
«Ci sono molte più somiglianze tra arabi, musulmani e cristiani in questo Paese di quanto altri vogliano farci credere, e c’è una paura della cultura e della religione comune», ha detto al New York Post. «La maggior parte degli americani in questo Paese è cristiana e la culla del cristianesimo è la Palestina. Se la gente vuole andare avanti e indietro e discuterne, allora bene, il cartellone ha scatenato il dibattito». Alla domanda se il suo gruppo contestasse il fatto che Gesù fosse ebreo, Ayoub ha risposto che «Gesù vive in ognuno di noi» e che l’argomento era «oggetto di interpretazione». Un nuovo cartellone pubblicitario dell’Adc, affisso questa settimana, dichiara: «Gesù direbbe ‘abbattete quel muro’». Ayoub ha affermato che un nuovo cartellone pubblicitario apparirà a Times Square per la notte di Capodanno.
(da agenzie)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
“ABBIAMO UN UNICO DESIDERIO PER TUTTI NOI”
«Sin dai tempi più antichi, gli ucraini credono nel fatto che la notte di Natale dischiude i Cieli. E che esprimendo un sogno, questo si realizza. Oggi tutti noi condividiamo un sogno e abbiamo un unico desiderio per tutti noi. ‘Che lui possa morire’, potrebbe dire tra sé ciascuno di noi. Ma quando ci volgiamo a Dio, noi di certo aspiriamo a qualcosa di più grande».
È un passaggio del discorso alla nazione di Volodymyr Zelensky, il cui testo è riportato sulla pagina ufficiale del Presidente ucraino. «Chiediamo la pace per l’Ucraina. Combattiamo e preghiamo per questo. Lo meritiamo», dice ancora, tra l’altro, Zelensky.
Il discorso di Zelensky
Zelensky ha anche detto che che «nonostante tutte le sofferenze che ha portate», la Russia non è in grado di “«occupare»ciò che più conta: l’unità dell’Ucraina.
« Celebriamo il Natale in un momento difficile. Purtroppo, non tutti siamo a casa stasera. Purtroppo, non tutti hanno ancora una casa. E purtroppo, non tutti sono con noi stasera. Ma nonostante tutte le sofferenze portate dalla Russia, non è in grado di occupare o bombardare ciò che più conta. Questo è il nostro cuore ucraino, la nostra fiducia reciproca e la nostra unità», ha detto il presidente.
Che poi ha anche sollecitato una preghiera per chi è in prima linea: «Che tornino vivi. Per tutti coloro che sono prigionieri: che tornino a casa. Per tutti i nostri eroi caduti che hanno difeso l’Ucraina a costo della loro vita. Per tutti coloro che la Russia ha costretto all’occupazione e alla fuga. Per coloro che stanno lottando ma non hanno perso l’Ucraina dentro di sé, e quindi l’Ucraina non li perderà mai».
(da agenzie)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
I SONDAGGI DICONO CHE LA PARTITA E’ APERTA
C’è un tormentone che si ripete in tutti i talk show, sui giornali, alimentato da opinionisti
progressisti: le opposizioni al governo Meloni sono inadeguate. Non ce la possono fare a scalzare la presidente del Consiglio che, invece, dimostra forza, solidità e stabilità. Anzi, come scriveva qualche giorno fa l’editorialista di Repubblica, Stefano Folli, “il centrodestra si mostra più compatto dell’opposizione, e non è una novità”. Affermazione surreale se si legge il seguito: “Naturalmente c’è Salvini che si distingue: paragona l’Unione europea e la sua rappresentante per
la politica estera, Kallas, a Napoleone e Hitler”: un dettaglio. [
E pochi giorni prima lo scontro tra Matteo Salvini e il resto della maggioranza sulle armi all’Ucraina. Ma, agli occhi dei commentatori di casa nostra – che alimentano il 90% dell’informazione politica televisiva – il problema è solo dell’opposizione.
Ma davvero queste sono inadeguate a fronteggiare Giorgia Meloni? Se è così, lo sono certamente meno che in passato. Intanto, tutti i sondaggi le danno alla pari con la maggioranza. E poi, in pochi notano che dal 2007, atto della sua nascita, il Pd sta praticando di fatto l’opposizione per la prima volta. Appena nato, si faceva notare per definire Silvio Berlusconi “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”, per scrollarsi di dosso l’antiberlusconismo. Figure oggi alla corte di Giorgia Meloni come Luciano Violante, garantivano all’ex Cavaliere che mai e poi mai il centrosinistra avrebbe toccato il conflitto di interessi e chi ricorda più i Fassino o i Rutelli, “dirigenti con cui non vinceremo mai?”. Quando nel 2010 Berlusconi iniziò a vacillare, il Pd ripose le proprie speranze prima in Gianfranco Fini e poi nel governo Monti formato in alleanza con… Berlusconi. È stato all’opposizione del governo Lega-M5S nel 2018, ma solo per un anno, prima di partecipare al Conte-2 e poi all’amato Draghi.
Temi concreti. Altra critica: le opposizioni non parlano di temi concreti. L’ossessione per la politichetta di palazzo è in realtà tipica dei talk-show. Mentre nel corso del dibattito parlamentare sul Consiglio europeo Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno esordito entrambi citando i dati sulle liste di attesa nella sanità
pubblica stilati da Cittadinanzattiva
Divisi all’estero. Secondo Antonio Noto, uno dei massimi sondaggisti italiani, la divisione che pesa di più in realtà è quella sulla politica estera e, dal punto di vista dell’elettorato, “colpisce di più un’opposizione che non si unisce che un governo diviso”. Anche perché il governo alla fine la sintesi la trova, mentre le opposizioni “hanno convenienza, per ragioni elettorali, a marcare le proprie distanze”. Tutti dimenticano però che la guerra in Ucraina è cominciata quando M5S e Pd sostenevano il governo Draghi trovando sempre una posizione comune. L’unità programmatica è più una esigenza degli osservatori che una difficoltà insormontabile. Si fa finta di non vedere che alle elezioni regionali Pd, M5S, Avs e addirittura Italia Viva sono riusciti a trovare l’unità in una regione, la Campania, dove sembrava impossibile. Semmai, in questo caso, si può rimproverare un’eccessiva disinvoltura.
Se si vuole offrire una lettura meno partigiana, appare chiaro che Pd e M5S cercheranno di coltivare il proprio profilo programmatico fino all’ultimo momento utile, ma alla fine troveranno un programma unitario.
Antonio Floridia, editorialista del manifesto, autore di Pd, un partito da rifare, procede per sillogismi: “Salvo istinti suicidi, tutti hanno preso atto che un accordo elettorale il più ampio possibile sarà necessario anche perché, dato decisivo, il prossimo Parlamento elegge il prossimo presidente della Repubblica”. L’unità andrà fatta su punti essenziali, perché “è impossibile ed è assurdo pretendere che le forze di opposizione concordino su tutto: ognuno presidia un segmento di elettorato e si fa finta di
non capire questo dato elementare”. Dopodiché l’alleanza può sembrare inadeguata, ma “solo se si pretende che il Pd debba fare tutte le parti in commedia, centro e sinistra”. Invece il Pd “ha un profilo più istituzionale ma non centrista, e sarebbe bene che un progetto di questo tipo si formi al suo esterno” mentre il M5S “che è più movimentista, è bene che conservi parte della sua identità originaria”.
“Quello che manca all’opposizione – osserva ancora Noto – non è tanto un unico leader, ma un’idea collante. Possono anche avere posizioni diverse, ma dovrebbero avere un progetto che le unisca con cui riscaldare i cittadini, in particolare quelli che non sono a favore del governo”. Questo è il problema principale delle moderne competizioni elettorali dove un’idea-forza spesso coincide con un leader carismatico. È ciò che ha garantito il successo di Berlusconi
Verso le primarie. Oggi nella coalizione progressista non si percepisce l’idea-forza – il salario? La sanità? La pace? L’ambiente? – né tantomeno una figura carismatica che trascini l’alleanza. A dare una mano potrebbe essere più che il contenuto, la forma. Le primarie democratiche sono sempre state un fattore importante di mobilitazione. Ma devono essere primarie vere, quindi contendibili. “Ma chi ci assicura poi che, in caso di primarie vere, un risultato non atteso, come ad esempio la vittoria di Conte, non aumenti la conflittualità?” si chiede ancora Noto. In realtà, che l’opposizione sia adeguata lo conferma proprio Giorgia Meloni che vuole cambiare la legge elettorale, perché con quella in vigore c’è il rischio perlomeno della parità. Floridia pensa che alle opposizioni convenga l’attuale
Rosatellum piuttosto che un nuovo Porcellum pasticciato. “Però si può disinnescare il rischio delle divaricazioni mettendosi d’accordo sulle primarie” viste come un volano positivo.
La discussione sulla “inadeguatezza” in realtà nasconde l’insofferenza per l’alleanza tra Pd e M5S che gran parte dell’élite progressista vuole far saltare (da qui l’idea dei “federatori” di centro). Conte e Schlein lo sanno, ma forse devono avere più coraggio nel contrastare questo progetto.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
MANOVRA, QUEGLI EMENDAMENTI ESTRANEI ALLE LEGGI… CON I CINQUE ALTOLA’ ALLE NORME IL QUIRINALE TORNA A SEGNALARE IL SUPERAMENTO DI UN LIMITE
I cinque altolà imposti l’altro giorno dal Quirinale al governo sulla manovra chiudono un anno di coabitazione non sempre semplice con l’esecutivo di Giorgia Meloni. Al Colle spiegano che gli emendamenti bocciati erano del tutto fuori contesto. Non c’entravano niente con la legge di bilancio. Un modo educato per definire le furbizie degli esponenti della maggioranza di centrodestra che hanno cercato di trarre vantaggio dalla confusione di una legge vasta e complessa come la finanziaria. «Li hanno infilati col favore delle tenebre», nell’icastica definizione del leader M5S Giuseppe Conte.
Non è la prima volta che succede. Anzi. Ma al Quirinale fanno ancora il Quirinale e quindi vigilano, correggono, e nel caso bloccano. Nei mesi scorsi reiterate sono state le bocciature degli uffici del presidente Mattarella per emendamenti inseriti surrettiziamente in decreti legge del tutto estranei all’oggetto. E anche stavolta, si fa notare, è stata superata una soglia.
Il caso più clamoroso di questi giorni riguarda la tutela agli imprenditori condannati per avere sottopagato i lavoratori. L’aveva proposta in Commissione il senatore di Fratelli d’Italia, Matteo Gelmetti (prima di lui ci aveva provato nel decreto Ilva il collega Pogliese). Avrebbe limitato la possibilità per i lavoratori
di ottenere gli arretrati salariali, anche nei casi in cui un giudice stabilisce che la retribuzione percepita è stata troppo bassa. Una norma che riduceva quindi le tutele dei lavoratori, spostando nettamente l’equilibrio a favore delle imprese. Era del tutto incongruo rispetto alla natura della legge di bilancio, fanno notare al Quirinale. Una questione di metodo, insomma.
Ma qui non si può non sottolineare che sui salari troppo bassi, le mancate tutele dei lavoratori, la piaga del precariato, Mattarella tuona, inascoltato, da dieci anni. Due emendamenti li ha presentati la Lega. E prevedevano meno paletti per chi passava da un incarico pubblico a uno privato e viceversa. Più precisamente si riduceva il lasso di tempo da tre a un anno. Poi c’erano due emendamenti di Claudio Lotito, il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio. Uno era sui magistrati fuori ruolo e puntava a a ridurre da dieci a quattro anni l’anzianità di servizio per poter essere autorizzati al collocamento fuori ruolo, e quindi fare altro. Un’altra norma che non c’entra nulla con la legge di Bilancio, è stato fatto notare, invitando il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, a depennarle. E infatti ai dirigenti dei gruppi di maggioranza è arrivato un foglietto con su scritto «norme da sopprimere».
Lotito voleva anche rivedere la disciplina per il personale della Covip, l’Autorità che vigila sui fondi pensione. Ieri fonti di governo hanno fatto sapere che in quest’ultimo caso il Quirinale intendeva cambiare sola una parte della norma, ma per un difetto di comunicazione è stata cassata per intero.
«Non volevamo esporci a rischi di incostituzionalità» del testo: sintetizza il viceministro all’Economia Maurizio Leo spiegando
lo stralcio delle cinque norme.
Resta il fatto che finora tutte le petizioni di Mattarella, espresse in varie lettere di accompagnamento alle leggi, non sono servite granché. A ottobre, sul pasticcio della festività di San Francesco, aveva richiamato tutti all’ordine: «Non posso non sottolineare l’esigenza che i testi legislativi presentino contenuti chiari e inequivoci». Alla fine dalla maggioranza ci provano comunque a fare passare leggi mancia, norme elettorali, emendamenti per gli amici degli amici. Come il condono edilizio. Non sarebbe mai passato, hanno fatto trapelare da lassù. E a quel punto al Senato, anche su pressione delle opposizioni, l’hanno derubricato a ordine del giorno.
(da La Repubblica)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
LA SCELTA DEL SITO SPECIALIZZATO IN ARTE E CULTURA “ARTRIBUNE” PREMIA LA CITTA’ DI GENOVA E IL “PADRE” DEI ROLLI DAYS
L’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Giacomo Montanari, è il “miglior assessore
alla Cultura dell’anno” secondo Artribune, piattaforma italiana specializzata in arte e cultura contemporanea.
Oggi anno Artribune decreta gli artisti, i curatori, le gallerie, i giornalisti, le notizie e le città che hanno segnato il punto nei vari ambiti. Un “best of” del 2025 in cui Montanari, storico dell’arte, 41 anni, rientra con soli sei mesi di arruolamento nella giunta Salis sia come coordinatore del tavolo per la cultura, sia come ideatore della promozione del sistema dei Rolli
Ecco le motivazioni riportate da Artribune:
Che le rotte dell’arte si siano spostate dagli assi principali, offrendo la possibilità di emanciparsi dalla linea adriatica e da quella dell’alta velocità, la nostra classifica lo dimostra, premiando come vedremo città come Parma o Siena per la qualità delle loro proposte o per le loro prospettive future.
Una menzione la merita la città di Genova che grazie all’attività di Palazzo Ducale, con la direzione di Ilaria Bonacossa, del Museo Diocesano, di Palazzo Reale, di una galleria propositiva e di alto livello come Pinksummer, del MAIIIM tra le altre, si riconferma una meta di tutto rispetto.
Da guardare con attenzione quindi la nomina lo scorso giugno 2025 dello storico dell’arte Giacomo Montanari, classe 1984, inventore dei Rolli Days, evento di grande successo non solo locale, a ora Assessore alla Cultura della Città nella giunta di Silvia Salis, una sindaca che tutti guardano. Non solo a Genova.
“Ringrazio della menzione tutta la redazione dell’autorevole rivista, un riconoscimento che mi riempie di orgoglio e di stimoli per lavorare ancora di più per Genova e per la nostra cultura – commenta l’assessore Montanari – è un riconoscimento di un lavoro ottenuto grazie a una squadra straordinaria come quella genovese: dalle Fondazioni, come il Teatro Carlo Felice e Teatro Nazionale, Palazzo Ducale, agli uffici comunali delle Politiche culturali e dei musei. Ringrazio ancora una volta la sindaca Salis per avermi dato la possibilità di cimentarmi in questa importante
esperienza che porto avanti con passione, per contribuire a valorizzare sempre di più il grande patrimonio culturale di Genova. Il prossimo anno sarà un anno ricco di sfide e, nel ventennale del riconoscimento dei Rolli Patrimonio Unesco, potremo consolidare ancora di più e meglio Genova come riferimento nazionale e internazionale per la cultura».
Sul sito si legge anche che “una menzione la merita anche la città di Genova che grazie all’attività di Palazzo Ducale, con la direzione di Ilaria Bonacossa, del Museo Diocesano, di Palazzo Reale, di una galleria propositiva e di alto livello come Pinksummer, del MAIIIM tra le altre, si riconferma una meta di tutto rispetto”.
(da Genova24)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
NON SAREBBE STATA GIORGIA MELONI MA IL DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, CHE VIETA AI MILITARI DI CANTARE L’ULTIMA SILLABA, È STATO ADOTTATO SU PROPOSTA DEL GOVERNO
Ma chi ha deciso di eliminare il «sì» finale dall’esecuzione dell’inno di Mameli? Chi non vuole più sentire quell’esclamazione di afflato patriottico, che dà la carica agli azzurri dello sport e si trasforma in boato negli stadi di calcio? Da Palazzo Chigi assicurano di non saperne nulla. La stessa Giorgia Meloni ha ignorato il presunto divieto, quando ieri ha cantato l’inno durante la cerimonia per lo scambio di auguri con i dipendenti della presidenza del Consiglio. Il coro dell’Associazione alpini di Roma, incaricato dell’esecuzione, si è fermato al verso finale «l’Italia chiamò», come previsto dalle nuove disposizioni diffuse dallo Stato maggiore della Difesa. La premier (con molti dei presenti) ha invece aggiunto la solenne sillaba conclusiva.
Da Palazzo Chigi assicurano di aver voluto solo andare incontro a un’esigenza espressa dai cori e dalle bande militari, cioè quella di regolamentare le modalità di esecuzione dell’inno nelle cerimonie «alla presenza di una bandiera di guerra o d’istituto, ovvero del Presidente della Repubblica, nonché in occasione delle festività nazionali, in Italia e all’estero».
Così si legge nel decreto del Quirinale, firmato da Sergio Mattarella lo scorso marzo e pubblicato in Gazzetta ufficiale a maggio, che scaturisce dall’iniziativa del governo. Nel provvedimento del capo dello Stato si specifica che «l’inno nazionale, senza l’introduzione iniziale, è eseguito ripetendo due volte di seguito le prime due quartine e due volte di seguito il ritornello del testo di Goffredo Mameli, come previsto dallo spartito originale di Michele Novaro».
Nessun accenno alla questione del «sì» finale. Ma qui, probabilmente, sta il punto. Perché nel «testo primigenio» del Canto degli italiani di Mameli, nel manoscritto autografo del 1847, conservato al Museo del Risorgimento di Torino, l’autore non inserì il «sì»
Lo spartito musicale originale di Novaro realizzato pochi mesi dopo (quello utilizzato finora) riporta, invece, l’esclamazione conclusiva. Un’aggiunta precisa, giustificata dal compositore e patriota con l’intento di concludere con «un grido supremo, un giuramento e un grido di guerra».
D’altra parte, sul sito del Quirinale è stata pubblicata l’esecuzione del 1971 cantata dal tenore Mario Del Monaco, dove dopo i versi «siam pronti alla morte/l’Italia chiamò» segue solo musica. A dimostrazione che lo stesso presidente Mattarella, come confermano dal Colle, predilige la versione senza il «sì».
Anche questo avrà pesato nell’interpretazione scelta dallo Stato maggiore della Difesa, che ora dispone il divieto di urlarlo «ogni qual volta venga eseguito Il Canto degli italiani nella versione cantata, in occasione di eventi e cerimonie militari di rilevanza istituzionale». Così recita un documento inviato all’inizio del mese a tutti i comandi, dall’Esercito alla Marina fino alla Finanza, con preghiera di «massima diffusione».
E pare accolto con più di un’alzata di sopracciglio. Perché è solo una sillaba, ma con un valore simbolico non banale. Specie per un governo di destra e in un contesto internazionale complicato, in cui il maggiore impegno dell’Italia sul fronte militare è ritenuto da più parti inevitabile.
(da agenzie)
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