Destra di Popolo.net

IL REFERENDUM CHE SCOTTA, MELONI È PREOCCUPATA PERCHÉ IL FRONTE DEL “NO” ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA RECUPERA TERRENO

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA DUCETTA PUNTAVA AL BLITZ OGGI IN CONSIGLIO DEI MINISTRI PER ANTICIPARE LA CONSULTAZIONE POPOLARE SULLA GIUSTIZIA AI PRIMI DI MARZO, MA PD E M5S INSORGONO E CHIEDONO PIÙ TEMPO PER INFORMARE I CITTADINI … DAL COLLE, CUI SPETTA IL COMPITO DI INDIRE IL REFERENDUM, SAREBBE ARRIVATA L’INDICAZIONE A “RIFLETTERE” – L’IPOTESI PIÙ PROBABILE È ANDARE ALLE URNE IL 22 E 23 MARZO

Non bastava la riforma salva-sprechi. La legge Foti che spunta le armi alla Corte dei Conti, approvata nel sabato pre-San Silvestro, non era l’ultimo strappo dell’anno. La destra tentata dal bis puntava a fissare già oggi, nel Consiglio dei ministri, la data più vicina per il referendum confermativo sul ddl separazione delle carriere.
Obiettivo del blitz: chiudere sul week-end del primo marzo, al massimo quello successivo, nonostante sia in pieno corso la raccolta firme (legata a un diverso quesito) sia balzata quasi a quota 70mila in poche ore, e nonostante magistrati, associazioni e sigle contrarie alla riforma rivendichino il rispetto delle norme e il tempo utile perché i cittadini siano consapevoli della posta in gioco (come prevede peraltro la legge 352 del 1970).
Scendono in campo Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, pesa lo stupore dei comitati del no, i promotori della petizione minacciano impugnative dinanzi al Tar del Lazio. A sera si fa strada la possibile data di mezzo: non i primi due giorni del mese che stavano a cuore a Nordio e Meloni, non gli ultimi come auspicavano magistrati, professori e Cgil, ma il 22. Referendum d’equinozio.
«Quando si andrà alle urne? Sono valutazioni che toccano al consiglio dei ministri, e poi rispettiamo come sempre le prerogative del presidente Mattarella», svicolava elegantemente Mantovano, solo l’altro pomeriggio, in Senato, alle domande sull’ennesima accelerazione.
La tensione aumenta, e dal Colle – cui spetta il compito di indire le consultazioni – non è escluso sia arrivata l’indicazione a riflettere. Schlein torna a battere su una destra che si ritiene al di sopra della legge. «Questo governo vuole mani libere e nessun controllo», rimarca la segretaria Pd, «anche la riforma della Corte dei Conti, con il meccanismo del silenzio-assenso e il tettmassimo di sanzione per un funzionario che viola la legge, insieme all’abolizione dell’abuso d’ufficio, crea una sacca d’impunità pericolosa».
Con il senatore dem Andrea Giorgis che rincara: «Dopo la corsa per ridimensionare il ruolo della magistratura contabile, adesso anche il blitz per privare i cittadini del tempo necessario ad ottenere una completa informazione sui danni che arreca la riforma». Giuseppe Conte spinge la raccolta firme con un post che produce un’impennata, da 2mila a 4mila firme all’ora.
«Dobbiamo dare un segnale contro il ddl Nordio che non serve alla giustizia ma solo a rendere la casta dei politici più intoccabile – sottolinea il leader M5s – Lascio il link nei commenti, occorrono due minuti, sta a noi partecipare».
Da Avs, anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni mettono al centro il valore politico di quella petizione: «Una firma è un atto di difesa della democrazia e della Costituzione, contro ogni tentativo di subordinare la magistratura al controllo del governo», da «sostenere con convinzione».
Si schiera il segretario dell’Anm Rocco Maruotti, dopo che già il presidente Parodi aveva auspicato «tempi ragionevoli, e non corse»
Ora Maruotti: «È bastata la voce che il governo volesse forzare la mano: in meno di dieci ore le firme sono salite da 37mila a oltre 62mila, e in una domenica tra Natale e Capodanno. C’è da augurarsi che la voce di migliaia di italiani venga ascoltata. O assisteremmo alla più grave forzatura su un iter di revisione costituzionale».
L’eventuale «abuso» di lasciare solo cinquanta giorni di attività – tanto resterebbe, dalla ripresa post-Epifania ai primi di marzo – per spiegare ai cittadini dubbi o ragioni sulla legge che separa definitivamente i pm dai giudici, crea due Csm e un’Alta Corte, introduce il sorteggio, potrebbe diventare carburante per i sostenitori del No.
Gli stessi promotori dell’ultima petizione non resteranno a guardare. «Se il governo fissa subito la data senza attendere il 30 gennaio, ricorreremo al Tar Lazio», annuncia l’avvocato Pier Luigi Panici, portavoce dei 15 cittadini che hanno aperto questa falla.
(da agenzie)

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L’ARRESTO DI HANNOUN E LE ACCUSE DI ISRAELE

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

PERCHE’ NON DOBBIAMO CHIEDERE SCUSA

Difficile immaginare di dover chiedere scusa per qualcosa che non si è commesso. L’inchiesta che ha coinvolto Mohamed Hannoun, presidente di un’associazione palestinese, riguarda una figura che già all’inizio degli anni 2000 venne coinvolta in un’importante indagine internazionale dell’Interpol per finanziamenti alle famiglie dei kamikaze di Hamas durante la seconda intifada.
All’epoca, però, i giudici italiani non ritennero quelle prove sufficienti per condannarlo per terrorismo o finanziamento ad Hamas.
Oggi le prove sembrano portare in un’altra direzione ed è importante capire da dove arrivano: per tutti i 9 arrestati e i circa 25 indagati, gli elementi dell’accusa arrivano direttamente da Israele.
Parliamo di un Paese coinvolto direttamente in un conflitto, che quindi non può essere neutrale, e che soprattutto ha un procedimento in corso presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio, con i suoi capi politici e militari accusati di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. Questo non è un dettaglio, perché la guerra si combatte anche attraverso la propaganda e l’informazione.
Le accuse sono quelle di un giro di soldi, 7 milioni raccolti in
diversi anni, che servivano a finanziare Hamas o organizzazioni a essa collegate. Dobbiamo anche ricordare però che Israele ha messo al bando numerose organizzazioni umanitarie con l’accusa di terrorismo e secondo lo Stato ebraico anche l’agenzia delle Nazione Unite UNRWA è un covo di terroristi ed è impossibilitata ad operare nei territori occupati dell’IDF.
Una dinamica simile a quella che vediamo in questi giorni aveva colpito la “Global Sumud Flotilla”, anche se le accuse erano di un flusso di soldi al contrario, da Hamas verso la flotta civile che aveva puntato le prue delle imbarcazioni verso Gaza, che respinse le accuse nonostante la fabbricazione di documenti falsi da parte di Israele. La destra italiana aveva creduto subito a quelle carte e oggi chiedono le scuse di chi ha sostenuto il popolo palestinese mentre loro, nel frattempo, continuano a stringere la mano e a invitare un ricercato internazionale come Benjamin Netanyahu italiano.
Proprio nelle scorse ore, il premier israeliano ha attraversato lo spazio aereo italiano, transitando sul nostro territorio per volare da Trump.
Il movimento contro il genocidio è stato un movimento di massa con milioni di persone in piazza, che oggi viene attaccato con modalità che conosciamo bene: le abbiamo viste con lo sgombero di Askatasuna e ogni volta che la “macchina del fango” si mette all’opera. Se c’è stato reato — e si parla di computer nelle intercapedini dei muri, intercettazioni e molti soldi in contanti — lo accerteranno i giudici. Essere garantisti vuol dire aspettare i processi e rispettare i tempi della giustizia.
Bisogna essere garantisti sempre, non quando ci conviene.
Dobbiamo ricordare anche che le accuse e le responsabilità sono personali e non possono essere addossate ad un intero movimento.
Oggi invece assistiamo agli attacchi di Maurizio Gasparri, dirigente di Forza Italia, il partito garantista per eccellenza, il partito di Silvio Berlusconi che da sempre attaccava i giudici e i cosiddetti “manettari”. Oggi è lui ad attaccare chi ha avuto rapporti con Hannoun o si è solo scattato una foto. Eppure, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega hanno continuato ad avere rapporti con la leadership israeliana sotto accusa. Sono gli stessi che nei loro partiti hanno chi si fa le foto ed è amico di Luigi Ciavardini, terrorista nero dei NAR condannato — lui sì — per la strage di Bologna.
Sì, alcuni pezzi del movimento potrebbero aver avuto rapporti con organizzazioni legate ad Hamas. Ripeto: saranno i giudici ad appurarlo e a capire se questo costituisce reato per la legge italiana, valutando prove fornite da un Paese straniero sotto inchiesta per genocidio, quindi una situazione ambigua e inusuale.Ma chi ha sostenuto i palestinesi, ovvero la stragrande maggioranza di quel movimento, non deve chiedere scusa a nessuno.
In Palestina non c’è solo Hamas, ci sono organizzazioni laiche, socialiste, progressiste e non violente, sono quelle che abbiamo raccontato e sostenuto in questi due anni di genocidio ma anche da prima. Per questo oggi sarebbe importante liberare Barghouti, leader capace di unire un popolo e tutte le fazioni politiche, dando però una prospettiva laica e di sinistra per la liberazione del suo popolo
Chi deve chiedere scusa non è chi è sceso in piazza contro il genocidio ma chi sostiene ancora Israele. Perché le atrocità commesse da Israele non si cancellano con un’inchiesta.
(da Fanpage)

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DOPO LUNGHE TRATTATIVE IL GOVERNO SFONDA IL MURO DEL RIDICOLO: CAMBIA IL TITOLO DEL DECRETO SUGLI AIUTI ALL’UCRAINA E SCOMPARE L’AGGETTIVO “MILITARE”

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL CARROCCIO PUÒ COSÌ GRIDARE VITTORIA E LA DUCETTA, FAZZOLARI E CROSETTO POTRANNO DIRE CHE SI TRATTA DI UNA QUESTIONE LESSICALE… L’ITALIA CONTINUERÀ A MANDARE (POCHE) ARMI COME PRIMA, SENZA ABBANDONARE ZELENSKY

La bozza di decreto Ucraina rimbalza da ieri pomeriggio nelle chat dei ministri, in attesa del varo nella seduta di oggi alle 15, l’ultima prima di San Silvestro. È un compromesso, frutto di settimane di trattative sottobanco, frecciate in pubblico, riunioni per limare le virgole.
Alla fine strappa alcune modifiche il partito di Matteo Salvini, mentre l’ala più atlantista e filo-Kiev del governo potrà sempre dire: si tratta di ritocchi lessicali, continueremo a mandare armi come prima, senza abbandonare Zelensky. Questione di angolature. Giorgia Meloni perlomeno evita tribolazioni a capodanno, visto che la Lega fino a qualche settimana fa minacciava una fragorosa astensione su uno degli atti clou di politica estera del governo.
Il Carroccio per prima cosa ottiene il cambio del titolo del provvedimento: scompare l’aggettivo «militare». Nello schema visionato da Repubblica, il decreto riguarda infatti la «cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti in favore delle autorità governative e della popolazione dell’Ucraina». Nei decreti precedenti, si parlava nel titolo di «materiali ed equipaggiamenti militari». Stavolta no.
Le armi comunque ci sono, anche se appunto il governo ha scelto di riscrivere questo paragrafo, mentre i provvedimenti degli anni passati erano quasi un copia e incolla del primo decreto, sfornato dal governo Draghi allo scoppio del conflitto. «Fino al 31 dicembre 2026, previo atto di indirizzo delle Camere» il governo continuerà a fornire sostegno al paese di Volodymyr Zelensky.
Nello specifico, si legge nel decreto, si tratta della cessione di «mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari», come negli anni scorsi. Ma con questa aggiunta, chiesta da via Bellerio: «Con priorità per quelli logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici».
La Lega pretendeva che venisse messo per iscritto che gli aiuti italiani d’ora in poi sarebbero stati «prioritariamente» di tipo civile. Il titolare della Difesa, Guido Crosetto, insieme al potente sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, ha continuato a difendere in queste settimane l’importanza strategica del supporto militare a un paese invaso, che perfino a Natale ha dovuto fronteggiare le bombe e le angherie di Mosca.
Ecco allora la formula definitiva: priorità agli aiuti «logistici», termine lasco, e «ad uso civile», sì, ma anche a tutto ciò che serve alla protezione dei civili. Dunque mezzi militari, come gli strumenti per gli scudi aerei, i droni, marchingegni per la guerra cibernetica.
Al comma 2 del primo articolo, vengono rinnovati fino al 4 marzo 2027 «i permessi di soggiorno per protezione speciale» concessi ai cittadini ucraini già presenti in Italia prima dello scoppio della guerra e per quelli sfollati dopo l’incursione russa.
All’articolo 2, altra novità, c’è una forma di assistenza assicurativa per i cronisti freelance che seguono la guerra sul campo: gli editori potranno chiedere un contributo al dipartimento per l’Editoria di Palazzo Chigi. Il budget ammonta a 600mila euro e ogni giornale potrà chiedere una quota fino a 60mila. Le risorse, c’è scritto, arriveranno dal Fondo unico per il pluralismo. Oggi il pacchetto finirà sotto l’albero di Palazzo Chigi.
Seduta lampo del Cdm, perché come annunciava ieri proprio Crosetto «l’accordo c’è». Entro due mesi i parlamentari dovranno metterci il timbro a Camera e Senato. Dal Carroccio giurano con spirito natalizio: non ci saranno defezioni.
(da agenzie)

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COSA DICEVA MELONI SULLA MANOVRA SEI ANNI FA QUANDO ERA ALL’OPPOSIZIONE

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

L’AUDIO DEL 2019 FATTO ASCOLTARE IN AULA: “SENZA DISCUSSIONE NON CE’ DEMOCRAZIA”… MA QUANDO GOVERNA VA BENE LA COMPRESSIONE DEI LAVORI PARLAMENTARI

“Se il Parlamento non può discutere la legge di bilancio, non c’è democrazia”. A pronunciare queste parole non è qualche esponente della minoranza. È Giorgia Meloni, che nel 2019, quando si trovava ancora all’opposizione, tuonava così contro la compressione dei lavori parlamentari sulla finanziaria. Oggi Meloni si trova al governo mentre la Camera si prepara a votare una legge di bilancio blindata, identica alla versione varata dal Senato prima delle feste natalizie.
L’audio è stato recuperato da un deputato del Pd, Claudio Mancini, che ieri lo ha riprodotto in commissione Bilancio a Montecitorio per protestare contro la mancata discussione sul provvedimento. Mentre si susseguivano gli interventi delle opposizioni, dagli altoparlanti si è sentita la voce della presidente del consiglio Giorgia Meloni, allora semplice parlamentare di
Fratelli d’Italia.
“La democrazia parlamentare significa che il Parlamento decide, la democrazia parlamentare significa che il parlamento è centrale”, diceva Meloni. Per poi rincare la dose con toni accesi:”E di grazia posso chiedervi dov’è la democrazia Parlamentare nel momento in cui il Parlamento non può discutere la legge di bilancio che è la prima prerogativa dei Parlamenti dalla fine delle monarchie assolute e quindi più o meno dal XVII secolo?”.
All’epoca la leader lamentava l’esame “monocamerale” della finanziaria. La stessa circostanza si ripete oggi. Dopo il via libera della commissione Bilancio al testo, dove sono stati respinti gli emendamenti presentati dall’opposizione, si è svolta la discussione generale alla Camera seguita dalla decisione di porre la fiducia sul provvedimento in modo da chiudere la partita nell’ultimo giorno utile.
Da qui l’accusa al governo di aver ristretto i tempi della discussione. “Una grande sorpresa solo a parole”, ha commentato la deputata Pd Cecilia Guerra. “Il passaggio alla Camera è stato una farsa, al Senato una tragedia: non c’è stata alcuna possibilità di intervenire su nulla e neppure lì abbiamo visto chiarire la confusione interna alla maggioranza, mentre i temi veri sono rimasti fuori”, ha sottolineato.
“Quanto sta avvenendo alla Camera nella seconda lettura della Manovra è un vero e proprio abuso di potere compiuto dal governo Meloni, che arriva a utilizzare persino il fattore tempo per reprimere la democrazia parlamentare. Il fatto che anche altri esecutivi in anni recenti abbiamo agito in modo analogo non
giustifica l’assuefazione a questo andazzo devastante per la democrazia, per il controllo e la trasparenza dei processi decisionali”, ha affermato il segretario di +Europa, Riccardo Magi. “La trasmissione alla Camera in tempi ultra-compressi della Manovra rende tecnicamente impossibile un esame effettivo e svuota la seconda lettura di ogni capacità reale di incidere sul testo senza porre a rischio l’approvazione entro la fine dell’anno finanziario”, ha proseguito. “Davanti a questa umiliazione delle Camere, il presidente Fontana e il presidente La Russa dovrebbe battere un colpo e garantire le prerogative del Parlamento, richiamando in maniera formale l’esecutivo: non ci si può abituare a questa prassi perché fino a pochi anni fa le due letture effettive da parti di entrambi i rami erano garantite”, ha ribadito, ricordando che “era proprio Meloni che richiamava i governi, quando era all’opposizione, a rispettare le Camere. Non solo l’attuale premier nel 2019, ma anche l’onorevole Montaruli che nel 2021 contro il governo Draghi e presunti ‘potentati’ invocava il potere rappresentativo del Popolo, con il Parlamento relegato a organo di mera ratifica della volontà del Governo. Oggi, più che a una legge di Bilancio, ci troviamo di fronte a una fiera dell’ipocrisia”, ha concluso.
(da Fanpage)

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“DOVE MILANO MUORE”: SIAMO ENTRATI NEI BOSCHI DELLA DROGA DI ROGOREDO E SAN DONATO DOVE L’EROINA COSTA DUE EURO

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DI FANPAGE NEL MONDO DEGLI INVISIBILI

All’incirca un mese fa Fanpage.it è entrata per la prima volta nel cosiddetto “bosco della droga” di Rogoredo, una delle piazze di spaccio più longeve di Milano. Un’area che, come le autorità avevano assicurato, sarebbe stata “bonificata” e restituita alla città.
La realtà che abbiamo trovato, però, è stata ben diversa: il bosco non solo è ancora attivo, ma è più “vivo” e più grande che mai, fatto di sostanze “tagliate male” e dipendenze invisibili. Un luogo che, per chi lo frequenta, restituisce l’immagine della “bassezza umana della disperazione”.
Da quel primo ingresso, abbiamo deciso di tornarci più volte con le nostre telecamere nascoste per capire chi vi abita e documentare cosa accade davvero al suo interno. È così che è iniziato il nostro viaggio nelle piazze di spaccio dei due principali boschi della droga di Milano: Rogoredo e San Donato. “Non-luoghi” ai margini di una città che corre, vuole apparire, ma preferisce non guardare le migliaia di persone che ogni giorno vivono e transitano in quello che per loro è un vero e proprio “cimitero”.
La prima tappa, “il binario” di Rogoredo
Il nostro viaggio inizia dalla stazione di Rogoredo, alla periferia sud-est di Milano. Dopo aver attraversato il sottopassaggio ferroviario, ci ritroviamo in via Cassinis, una delle vie che portano al “bosco della droga”. Qui incontriamo Don Diego, che da molti anni si occupa delle persone che frequentano l’area, cercando di accompagnarle verso un percorso di disintossicazione.§Saliamo in macchina e insieme percorriamo via Sant’Arialdo, diretti verso il presidio che alcuni volontari, tutti i mercoledì, allestiscono alle porte del bosco per distribuire pasti caldi, vestiti e coperte a chi passa di lì o a chi, dal bosco, non è più in grado di uscire.
Più avanziamo, più il silenzio aumenta e, con lui, l’oscurità: i lampioni sono spenti, come se la città avesse paura di guardare. Per entrare servono pettorine arancioni e scarpe dalle suole alte e resistenti: le prime sono usate dai volontari per essere immediatamente riconoscibili e non percepiti come una “minaccia”, le seconde per evitare il contatto con le migliaia di siringhe abbandonate a terra.
Sotto i giubbotti, le telecamere nascoste. Così, attraverso uno dei varchi che sono stati scavati nella staccionata lungo la strada, entriamo nella prima piazza di spaccio che esiste all’interno del bosco, chiamata “il binario” da chi la frequenta regolarmente.
La cosa che salta subito all’occhio è il viavai di persone che entrano ed escono dal varco: alcune camminano frettolosamente, altre sono sedute sui muretti o lungo i sentieri che corrono accanto ai binari.
I primi con cui ci fermiamo a parlare sono un ex atleta che ha partecipato alle Olimpiadi di Atene del 2004 e una ragazza molto giovane che mostra i sintomi dell’astinenza. Chiediamo loro se hanno bisogno di qualcosa. “Un antinfiammatorio”, risponde la ragazza, spiegandoci di avere la sensazione di “un conato, come se fossi scoppiata per la nera” (l’eroina, ndr). Poi aggiunge: “Se mi faccio una dose di bianca (cocaina, ndr), mi passa”. Chiediamo se non hanno paura di stare lì. L’ex olimpionico ride: “Di cosa dovrei aver paura? Di un cimitero?”.
Ci addentriamo nel bosco: un sentiero di fuochi di cui non si vede la fine. Arriviamo al luogo dove avviene “la pesa”, sotto uno dei tralicci che si trovano a bordo dei binari.Lì incontriamo tre spacciatori che sono intenti a suddividere in dosi e “punte” (una piccola dose, ndr) le sostanze stupefacenti. Al momento, il prezzo di mercato è quello di 2 euro per l’eroina e 4 per la cocaina, ma i prezzi possono cambiare quando “i pusher si scornano tra loro”.
Dopo pochi minuti, però, arriva l’avvertimento: “Dovete andare via”. Subito dopo compaiono le luci lampeggianti di grosse torce. Sono i “fari” che si avvicinano, puntandocele addosso per
esortarci ad andarcene. Questo è l’avvertimento “gentile”, perché in altri casi lanciano direttamente le pietre
Mentre stiamo uscendo veniamo fermate da un ragazzo che ci chiede insistentemente di fare luce tra i cespugli. Mentre lo aiutiamo, le persone che passano sussurrano “paranoia”. Questo perché nel cespuglio non c’è niente. Le ricerche non sono nient’altro che gli effetti collaterali di una “nuova versione di cocaina, tagliata male, che crea paranoia”, ci ha poi spiegato Simone Feder, educatore e psicologo che, tutte le settimane, presidia il bosco con i volontari. “Li vedi piegati, le braccia protese verso terra alla costante ricerca di qualcosa che non esiste. È la droga che glielo fa credere”.
I fari tornano. Questa volta la luce è fissa, così come le voci che ci intimano di uscire velocemente. Prima di andar via, però, incontriamo un’ultima persona che vive nel bosco da oltre dieci anni. Ci viene presentata come il braccio destro degli spacciatori. È lei a spiegarci come funziona la vita all’interno del bosco: si vive in rifugi di fortuna fatti da ombrelli, tende o alberi. Ognuno fa quello che può per procurarsi i soldi per acquistare la droga. “Per le donne è più difficile, vengono fuori solo per battere [prostituirsi, ndr] per 5 o 10 euro”, ci spiega questa persona. “Preferisco fare la schiava. Guardate le mie mani: pulisco per terra, faccio da mangiare”. Poi, prima di salutarci, ci indica la seconda piazza di spaccio del bosco. Prendiamo la macchina e andiamo lì.
Via Orwell, la più antica piazza di spaccio di Rogoredo
Da via Sant’Arialdo bastano pochi minuti di macchina o un breve percorso a piedi dentro al boschetto per arrivare in via George
Orwell, dove si trova la piazza di spaccio più antica di Rogoredo e una delle più importanti d’Europa. Facciamo il tragitto insieme a Francesca Micheli, assessora ai Servizi di Welfare di San Donato, che conosce la zona e collabora con i volontari per dare assistenza. Ci fa strada con la sua auto, noi la seguiamo con la nostra. Intanto, siamo in comunicazione costante al telefono per farci spiegare ciò che stiamo vedendo lungo il tragitto.
Poco prima della curva che passa sotto al raccordo dell’Autostrada del Sole, accanto alla centrale elettrica dei treni, accostiamo davanti a un cancello. Dopo pochi secondi arrivano due addetti alla sicurezza: ci chiedono di identificarci, poi ci lasciano passare. Uno di loro rimane a sorvegliare le auto perché “capita che lancino pietre”. L’altro ci scorta fino all’ingresso della piazza di spaccio che raggiungiamo dopo aver scavalcato due muretti e un piccolo fossato pieno di siringhe e bottiglie accartocciate, “utilizzate per fumare crack”.
All’interno, un gruppo di spacciatori è seduto intorno a un fuoco che “non si spegne mai”. Sul lato, una carovana silenziosa di persone entra ed esce dal “bosco”. Una volta che hanno comprato, “si buttano a terra e si bucano”, ci spiega l’addetto alla sicurezza prima di avvertirci: “Ci sono le sentinelle. Non le vedete, ma ci stanno osservando proprio ora”. Si appostano sul perimetro del raccordo autostradale. L’obiettivo? “Avvisano gli spacciatori che c’è qualcosa che non va, come voi che guardate”. Qui, “è terra di nessuno”. Poi, ci indica la centrale elettrica. “Molti di loro vanno lì dentro a dormire” e, come ci spiega, “alcuni muoiono bruciati”.
Prima di proseguire il nostro viaggio incontriamo un ragazzo di 31 anni. È arrivato a Milano per fare “l’artista tossico maledetto”. Fa parte dei “pendolari” del bosco: va lì per comprare la droga perché “costa poco ed è disponibile h24”, ma non ci vive.
“Spero di non metterci mai radici”, si affretta ad aggiungere, “il cancro di Milano è qui”. Poi ci spiega come ci si muove tra le varie piazze di spaccio all’interno del bosco. “È un’area isolata, è facile arrivarci e poi spostarsi al suo interno, ma è difficile uscirci”, continua. “C’è il tour di quelli che comprano droga. Da qui arrivi direttamente a San Donato”. È lì che ci dirigiamo.
San Donato, il nuovo bosco della droga
L’ultima tappa del nostro percorso è proprio San Donato. Nonostante le tante promesse di riqualificazione e la politica di chi sostiene che il “boschetto della droga” non esista più, sia la stazione che la metropolitana sono diventate le sue principali estensioni. Seppur una parte di Rogoredo sia stata realmente “bonificata”, le persone che acquistavano e consumavano le sostanze stupefacenti all’interno del bosco, non sono scomparse, ma si sono spostate qui.
Per prima cosa ci dirigiamo alla stazione dei treni. Lì seguiamo una delle persone che sta andando a consumare droga. Attraversiamo il sottopassaggio e arriviamo alla banchina che costeggia il bosco. Guardando oltre la staccionata che separa i binari dalla vegetazione, la prima cosa che vediamo è uno dei tanti accampamenti di coloro che vivono all’interno e che, ogni giorno, fanno avanti e indietro tra Rogoredo e San Donato.
Vediamo la persona che stiamo seguendo entrare nella vegetazione attraverso un varco nella recinzione in ferro. Quasi come se si fossero dati il cambio, pochi istanti dopo un’altra
persona esce dal bosco diretta proprio verso di noi. “Che c’è?”, ci chiede appena arriva, dopo essersi presentato con un nomignolo di fantasia. “Ci mancherebbe che ci chiamiamo con il nostro vero nome”, è la sua risposta. Gli spieghiamo che stiamo cercando di capire come funzioni la vita lì: “Dormiamo lì nelle tende”, spiega, indicandoci l’accampamento poco lontano dai binari. A San Donato non esistono presidi di volontari, quindi, ogni volta che possono, le persone che vivono lì percorrono i sentieri nel bosco e arrivano in via Sant’Arialdo, per ricevere beni di prima necessità: “Sono solo 15 minuti a piedi”. Poi, prima di andarsene, riassume così la situazione: “Sono qui per azzerarmi”.
Da qui ci dirigiamo alla fermata della metropolitana, il capolinea sud della Linea Gialla (M3), dove molte persone si fermano a consumare droga o a dormire, spesso nell’attesa di tornare a Rogoredo per acquistarne altra. Qui, in uno dei sottopassaggi, incontriamo Paul (nome di fantasia). “Sto di mer**”, inizia, indicandoci un catetere di fortuna che porta addosso. È fatto con una bottiglietta e una cannuccia di plastica. “Sono infetto, non mi reggo in piedi”, aggiunge, prima di chiederci di riferire a una volontaria di avvisare suo papà: “Se mi vuole venire a trovare, ditegli che sto cercando di farcela”.
Riportiamo il suo messaggio e qualche giorno dopo il nostro incontro ci informano che Paul è stato ricoverato. In ospedale, ci dicono, ha trovato medici che lo stanno curando “con amore e professionalità”
Un viavai di anime
Torniamo al “binario”, in via Sant’Arialdo, dove è iniziato il
nostro viaggio. È l’ultima volta che saliamo in macchina, ma non è la fine del percorso. Quello che abbiamo attraversato in queste ore è, infatti, lo stesso tragitto che ogni giorno viene compiuto da centinaia di persone: un viavai continuo e silenzioso di anime che si spostano da Rogoredo a San Donato, tra le piazze di spaccio dei boschi.
È un percorso che si ripete sempre uguale. Si entra nel bosco per comprare, si resta per consumare, si esce per cercare riparo, cure, un pasto caldo. Poi si ritorna. Finché, alla fine, non si è più in grado di uscire. Le persone cambiano, i volti si consumano, ma il flusso non si interrompe mai.
Davanti al tendone dei volontari, Francesca Micheli ci aiuta a dare un senso a ciò che abbiamo visto. Spiega che, finché si continuerà a parlarne in modo astratto, non si potrà comprendere davvero quello che avviene all’interno di questi luoghi. È solo quando ci si entra, “quando si incontrano le persone, si ascoltano i nomi, si stringono le mani”, che cade ogni distanza. In quel momento non esistono più confini tra “noi” e “loro”: restano solo persone.
“L’odore che si portano addosso non va dimenticato”, conclude Francesca Micheli, “perché dietro ci sono storie, c’è disagio, c’è paura, c’è solitudine”. Per questo “dargli un significato” vuol dire riconoscere l’umanità che c’è in quel movimento costante di anime: persone che sfuggono allo sguardo pubblico e rimangono invisibili in una città che corre senza fermarsi a guardare chi resta indietro.
(da Fanpage)

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TRIDICO: “GIORGETTI CHIEDA SCUSA PER LE PROMESSE SULLE PENSIONI. HANNO PEGGIORATO LA FORNERO”

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE INPS: “QUESTO GOVERNO HA FATTO SOLO CASSA SULLA PREVIDENZA. ABOLIRE OPZIONE DONNA E’ UN DANNO ENORME PER TANTE LAVORATRICI”

«Non chiamiamola più legge Fornero. Ma legge Fornero-Meloni-Salvini». Da europarlamentare M5S ed ex presidente Inps nel governo gialloverde, Pasquale Tridico dice che «questo governo sulle pensioni ha fatto solo cassa» e la manovra è «senza crescita e senza Sud, condannato allo spopolamento e alla nuova migrazione».
Onorevole, un giudizio duro.
«Hanno peggiorato la legge Fornero, rendendola ancora più rigida con diverse strette che di fatto cancellano quella doverosa flessibilità per donne e fragili».
Si riferisce a Opzione donna?
«Un danno enorme averla abolita perché molte lavoratrici non riescono a raggiungere i requisiti per l’anticipata. Mi riferisco anche alla Quota 103, cancellata, e all’Ape sociale deteriorata».
Ma le Quote sono costate oltre 30 miliardi. Non si pente di aver spinto Quota 100 nel 2019?
«Ho sempre sostenuto che Quota 100 fosse ingiusta perché rigida e perché premiava uomini, del Nord, con carriere
continue. Come M5S avevamo raggiunto il compromesso che durasse solo tre anni».
Non è andata così.
«Nel frattempo, sia con la ministra Catalfo che con il ministro Orlando, nei governi Conte II e Draghi, abbiamo provato a disegnare una nuova flessibilità in uscita per i mestieri gravosi e usuranti e anche per i lavoratori fragili».
Com’è andata a finire?
«Il governo Meloni ha cancellato le 13 nuove categorie individuate dalla commissione Damiano da ricomprendere nell’Ape sociale, aumentando anche l’età da 63 anni a 63 anni e 5 mesi».
Perché torna su questo punto?
«Perché se vale il criterio che chi vive di più lavora di più, deve valere anche il contrario. Chi vive di meno deve poter andare in pensione prima. E con requisiti non aggiornati alla speranza di vita. Non tutti i lavori sono uguali. Un operaio vive 4 anni meno di un dirigente».
Il governo Meloni ha puntato invece sulla sostenibilità dei conti e scoraggiato le uscite anticipate.
«Hanno promesso di tutto di più in campagna elettorale. E poi allungano le finestre, tagliano in modo retroattivo e quindi incostituzionale il riscatto di laurea, fanno cassa sulle rivalutazioni all’inflazione, sulle pensioni di maestre, dipendenti degli enti locali, medici. Persino sui fondi per usuranti e precoci. Il ministro Giorgetti, prima di richiamarsi al senso di responsabilità, dovrebbe chiedere scusa al Paese per le promesse tradite»
Cosa ne pensa del silenzio-assenso sul Tfr dei giovani?
«Un silenzio-obbligo. E un regalo ai fondi che investono soprattutto all’estero. Torno a proporre un fondo complementare pubblico che investa nel Paese. E il riscatto della laurea gratuito».
E per le donne?§«Una pensione di garanzia, utile per tutti i precari, gli intermittenti, i lavoratori poveri. Come Inps avevamo calcolato che la metà dei post-1996 non arriveranno da pensionati alla soglia di povertà. Servirebbe anche un congedo per i padri obbligatorio da 3-5 mesi».
Perché non le piace la manovra?
«Perché ha un impatto zero, priva di visione e investimenti. Il governo ha scelto l’austerità per preparare una manovra elettorale il prossimo anno. E anche per spendere di più in armi. Ma così non si aiuta il Paese».

(da agenzie)

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SONDAGGIO GHISLERI, LE EMERGENZE CHE PREOCCUPANO GLI ITALIANI: CARO VITA, LISTE D’ATTESA SEMPRE PIU’ LUNGHE, LAVORO E TASSE

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL BILANCIO DELL’ANNO CONSEGNA UNA SOCIETA’ CHE CHIEDE MENO ANNUNCI E PIU’ RISPOSTE CONCRETE

Un anno può essere raccontato in molti modi: attraverso i fatti, le decisioni, le crisi e anche attraverso i numeri, che non governano e non protestano, ma si limitano a registrare gli umori i giudizi e le percezioni della gente. I sondaggi di certo non spiegano tutto, tuttavia sono in grado di mostrare ciò che resta: opinioni, paure, fiducia e disincanto di un Paese che, mese dopo mese, ha risposto spesso alle stesse domande con diverse risposte. Nel corso del 2025, le preoccupazioni degli italiani sono rimaste sorprendentemente solide.
Questa stabilità delle preoccupazioni non è solo il riflesso di problemi irrisolti, ma anche di una fiducia che fatica a rigenerarsi, perché quando le priorità restano le stesse anno dopo anno, il rischio non è l’allarme, ma l’assuefazione.
In cima alla classifica si conferma l’inflazione: il caro vita e l’aumento dei prezzi si attestano intorno al 39,7%, con un incremento di quasi un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Un primato mai realmente messo in discussione, che ha conosciuto anche picchi significativi, come quello di aprile,
quando la preoccupazione ha raggiunto il 45,8%; mentre la media annuale si è stabilizzata intorno al 40,5%, segno di un disagio costante e strutturale.
Nel ranking al secondo posto si colloca la sanità, in particolare il tema delle lunghe attese per esami e prestazioni. Il dato medio annuo è del 35,8%, tuttavia nell’ultimo mese dell’anno il tema ha sfiorato la vetta, toccando il 39,0%. Per lunghi tratti del 2025, inflazione e salute si sono rincorse, pur marcando un netto distacco rispetto a tutte le altre priorità indicate dai cittadini.
A completare il podio di fine anno troviamo il lavoro, al 26,0%, in lieve crescita (+0,4%) come domanda, che supera di poco il tema delle tasse e del fisco, giudicate ancora troppo elevate per famiglie e imprese (25,5%) da 1 italiano su 4.
Queste priorità, pur condivise a livello nazionale, non pesano ovunque allo stesso modo: cambiano intensità tra territori, tra grandi città e aree interne, tra Nord e Sud, mostrando un’Italia che vive le stesse paure ma in condizioni molto diverse. Alcuni temi mostrano invece variazioni più marcate.
L’evasione fiscale, ad esempio, registra uno degli aumenti più consistenti: dal 16,9% di inizio anno sale al 18,8%, con un incremento di quasi 2 punti percentuali. Di segno opposto l’andamento del cambiamento climatico, che passa dal 18,8% di gennaio al 14,4% di fine anno (-4,1 punti).
Su questo calo ha inciso -con ogni probabilità- il fallimento percepito delle politiche green europee, considerate inefficaci e penalizzanti: dalla spinta accelerata verso l’auto elettrica, che ha messo in difficoltà l’intero comparto automobilistico, fino agli interventi sulle caldaie domestiche. Misure che, più che
convincere, hanno colpito direttamente il portafoglio delle famiglie, irrigidendo -e non poco- il giudizio degli italiani, soprattutto sulle politiche europee e i loro risultati.
Tuttavia, il giudizio negativo non sembra rivolto tanto agli obiettivi, quanto ai mezzi: quando le politiche pubbliche incidono direttamente sul reddito disponibile delle persone senza offrire alternative credibili, anche le cause più condivise finiscono per perdere consenso. Nell’arco di un anno è cresciuta di 1,2 punti anche la preoccupazione per la gestione dell’immigrazione, probabilmente alimentata dal dibattito attorno al Centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania.
Al contrario, arretra di un punto il tema della sicurezza legata alla microcriminalità. Un dato che va però letto con attenzione: la sicurezza non è oggi meno avvertita, ma semplicemente meno interrogata. È percepita come un problema cronico, apparentemente senza soluzione, raccontato quotidianamente nei suoi episodi di violenza, ma raramente attraverso storie di risposte efficaci o di risultati raggiunti.
Il dato sulla sicurezza dunque scende, ma il senso di insicurezza resta elevato: segno che il problema non è più l’emergenza, bensì la consuetudine. Sullo sfondo rimane un’inquietudine più ampia e trasversale: i conflitti internazionali.
Nel corso dei dodici mesi, è aumentata infatti la paura che le crisi in atto possano degenerare in un conflitto globale (51.0%; +3.0% da gennaio 2025 a Dicembre 2025), dando corpo a quella che Papa Francesco ha definito una «guerra mondiale a pezzi». Un timore che non domina le classifiche, ma attravers
silenziosamente molte delle risposte, contribuendo a definire il clima di incertezza con cui il Paese chiude l’anno. Letti nel loro insieme, questi dati restituiscono un Paese meno volatile di quanto appaia nel dibattito politico, tuttavia più fragile di quanto ammettano le istituzioni. Le priorità non cambiano perché non cambiano le condizioni materiali che le generano: il costo della vita, l’accesso alla salute, la sicurezza economica restano il perimetro entro cui si misura la fiducia dei cittadini. E finché quel perimetro non si allarga, ogni nuova agenda rischia di apparire distante, se non estranea.
Il 2025 consegna dunque una società che chiede meno annunci e più risposte concrete, meno visioni calate dall’alto e più politiche capaci di reggere l’impatto con la vita quotidiana. Il calo di attenzione verso il cambiamento climatico, ad esempio, non segnala una negazione del problema, ma una frattura crescente tra obiettivi ambiziosi e strumenti percepiti come ingiusti o inefficaci. Allo stesso modo, la risalita di temi come evasione fiscale e immigrazione indica un’importante domanda di equità e di governo, più che di contrapposizione ideologica. Il rischio, guardando avanti, è che la stabilità delle preoccupazioni si possa tradurre in rassegnazione. Eppure, i numeri parlano chiaro: indicano priorità e non slogan, mostrano dove intervenire e con quale urgenza. Non misurano solo il consenso, ma le attese profonde del Paese. Se letti per ciò che sono, il 2026 potrebbe non segnare una svolta, ma almeno l’inizio di un diverso rapporto tra agenda pubblica e condizioni materiali del Paese.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)

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LO STORICO RUSSO BRITANNICO SERGEY RADCHENKO: “TRUMP VUOLE LA FINE DELLA GUERRA, MA NON GLI IMPORTA A QUALI CONDIZIONI”. PRESSA ZELENSKY CHIEDENDOGLI COMPROMESSI ENORMI, MENTRE I RUSSI NON NE FANNO NESSUNO. ACCETTERÀ ANCHE UN SUCCESSO DI PUTIN AL 100 PER CENTO SE PUÒ CHIAMARLA PACE”

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

“LA RUSSIA NON CONTEMPLA MEDIAZIONI, NON È MAI ARRETRATA SULLE SUE RICHIESTE MASSIMALISTE, PUTIN LO HA DETTO CHIARO: A LUI LA SOLUZIONE PACIFICA NON INTERESSA COSÌ TANTO” … “GLI EUROPEI SONO STATI INCAPACI DI INSERIRSI NEL PROCESSO NEGOZIALE. SONO I TITOLARI DEI BENI CONGELATI, HANNO MOLTE CARTE IN MANO. MA FINORA NON SONO STATI CAPACI DI GIOCARLE CON INTELLIGENZA”

«Nonostante il lavoro fatto per allineare il piano iniziale di Trump in 28 punti alla visione di Kiev, l’impressione è che siamo allo stesso punto di un mese fa: quando il presidente americano cercava di mediare un cessate il fuoco minacciando entrambe le parti. I toni sono forse più gentili, ma la situazione è la stessa».
Sergej Radchenko è lo storico russo-britannico esperto di Guerra fredda, professore presso l’Henry Kissinger Center for Global Affairs della Scuola di studi avanzati della Johns Hopkins University.
Perché Trump ha parlato di pace dietro l’angolo?
«Le possibilità sono due. Se Trump otterrà il ritiro ucraino dal Donbass sarà una vittoria enorme per Putin. Se non accadrà non ci sarà nessuna svolta a breve. Temo che Trump stia esagerando. Non ci sono indicazioni che la Russia sia pronta ad accettare un nuovo piano».
Trump e Putin concordano sul fatto che una tregua non serve.
«Putin ha detto la sua con le bombe su Kiev dell’altro giorno. Il messaggio è che la Russia ha la capacità di proseguire lo sforzo bellico. Un modo per pressare gli ucraini e convincerli ad accettare la visione russa dell’accordo di pace.
Putin non contempla mediazioni, non è mai arretrato sulle sue richieste massimaliste, mentre Kiev è stata costretta a cedere un punto dopo l’altro. D’altronde sabato lo ha detto chiaro: a lui la soluzione pacifica non interessa così tanto».
Gli Stati Uniti possono fermarlo?
«Bisogna capire cosa farà Trump se, una volta presentato il piano a Putin, questo risponde che non gli piace e prosegue la guerra. Sosterrà ancora l’Ucraina o dirà “Ok, ho fatto del mio meglio, ora se la vedano ucraini ed europei”? Senza escludere che potrebbe fare altre pressioni su Zelenskyy affinché accetti ulteriori concessioni».
Cosa vuole davvero Trump?
«La fine della guerra, affinché si dica che è stato lui a portare la pace in Ucraina. Ma non gli importa a quali condizioni: e questo mette Zelensky in una posizione difficile. Trump lo pressa chiedendogli compromessi enormi, mentre i russi non ne fanno nessuno. Insomma, Trump accetterà anche un successo di Putin al 100 per cento se può chiamarla pace. Cosa significhi per l’Ucraina, per lui è secondario».
Si è parlato molto di garanzie di sicurezza.
«Zelensky ne ha bisogno, deve dimostrare al suo popolo che le concessioni sono compensate dalla promessa d’aiuto Usa in caso di nuova invasione. Una promessa che gli americani possono fare a cuor leggero: in linea con l’articolo 5 della Nato, gli aiuti militari al Paese sotto attacco li daranno gli altri alleati».
Sta dicendo che non si tratterà di un impegno concreto americano?
«Mi aspetto una formula vaga, ampiamente interpretabile. La verità è che Trump non è disposto a rischiare una guerra contro una potenza nucleare. Ma una qualunque promessa è comunque buona per Zelensky»
Gli europei sono stati sentiti a vertice concluso.
«Ed è grave. Gli europei sono stati incapaci di inserirsi nel processo negoziale. Avrebbero dovuto assumere una posizione più attiva verso Mosca. Devono far parte della discussione perché avranno un ruolo importante, appunto, su garanzie di sicurezza e sanzioni. Sono i titolari dei beni congelati, hanno molte carte in mano. Ma finora non sono stati capaci di giocarle con intelligenza».
(da agenzie)

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A PUTIN SERVE NUOVA CARNE DA MACELLO: HA FIRMATO UNA LEGGE CHE ABBASSA DA 18 A 14 ANNI L’ETÀ MINIMA PER PRESTARE GIURAMENTO DI FEDELTÀ ALLA CITTADINANZA RUSSA. È UN MODO PER “FORZARE” I BAMBINI UCRAINI DEPORTATI DALLE LORO TERRE IN RUSSIA?

Dicembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

PUTIN SI ALLONTANA SEMPRE DI PIÙ DALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE: UNA NUOVA NORMA VIETA L’ESECUZIONE IN RUSSIA DI SENTENZE PENALI DI TRIBUNALI STRANIERI E ORGANISMI INTERNAZIONALI

Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge che abbassa da 18 a 14 anni l’età minima per prestare giuramento di fedeltà alla cittadinanza russa. Ne scrivono i media russi, citando il documento pubblicato sul portale web ufficiale per la pubblicazione degli atti giuridici. Con la nuova legge, inoltre, la decisione sulla concessione della cittadinanza russa sarà considerata invalida se la persona si rifiuta di prestare giuramento o non si presenta entro un anno dalla data della deliberazione.
Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge che vieta l’esecuzione in Russia di sentenze penali di tribunali stranieri e di organismi internazionali. Lo scrive Ria Novosti, con riferimento al documento pubblicato sul portale web per la pubblicazione degli atti giuridici. La legge stabilisce che non sono soggette a esecuzione in Russia le sentenze di tribunali investiti di giurisdizione penale da altri Stati, di organi giudiziari internazionali la cui giurisdizione non si basa su un trattato di cui è parte la Federazione Russa o su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

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