KIEV INCASSA TEMPO MA NON GARANZIE, COSÌ LA PACE RISCHIA DI ESSERE IMPOSTA
Dicembre 29th, 2025 Riccardo FucileTEMPO PERSO TRATTARE CON UN BULLO CRIMINALE CHE CONOSCE SOLO L’USO DELLA FORZA (MA CHE IN 4 ANNI NON E’ RIUSCITO NEANCHE A CONQUISTARE IL DONBASS MANDANDO AL MASSACRO UN MILIONE DI RUSSI)
Hanno parlato di tutto. Ma Donald Trump e Volodymyr Zelensky non hanno detto quasi niente su quel 95% concordato per mettere fine alla guerra. Un paio di settimane per chiudere, ha detto l’uno. Ci vorrà probabilmente un referendum hanno convenuto entrambi. Ma la Russia è d’accordo? Gliene parlerò ha assicurato Trump.
L’interrogativo è aperto.
Era cominciato come da copione, Donald prima telefona a Vladimir poi riceve Volodymyr. Il presidente americano non aveva mai nascosto che la via della pace in Ucraina passa
attraverso concessioni reciproche ma soprattutto ucraine perché Kiev gioca con una mano più debole. Ma ieri ha dato una piega diversa.
Non ha ribadito, come lo scorso febbraio, che Zelensky «non ha carte». Anzi si è complimentato con lui. Non ha messo scadenze. Un conciliante Zelensky ha ricambiato. A porte chiuse la conversazione sarà stata ben più complicata. Certo lunga. Mosca non ha perso tempo a dare l’ennesimo ultimatum sulla cessione dell’intero Donbas da parte ucraina.
Peggio, l’ha messo in bocca anche a Trump. Riesumando il temuto scenario della pace (ingiusta) imposta a Kiev dal combinato disposto Mosca-Washington. Che le dichiarazioni finali hanno allontanato se non dissipato.
Putin rifiuta un incontro trilaterale – opzione che gli americani avevano sondato – ma a suon di bombe e di vittime civili ucraine fa da terzo incomodo fra Trump e Zelensky.
Modo tanto letale quanto efficace per ribadire che la pace inseguita dai due si fa solo alle condizioni che Mosca vuole imporre. Per Zelensky vuol semplicemente dire che la Russia vuole continuare la guerra.
Forse sperava nella “delusione” di Trump nei confronti del presidente russo, espressa qualche volta in passato. Per non urtare le sensibilità di Vladimir, Donald aveva invece taciuto. Non è dato sapere se abbia sollevato l’argomento nell’ora di telefonata con Putin, prima di ricevere Zelensky. Legittimo dubitarne.
L’iniziativa diplomatica del presidente americano, in corso da mesi, ha prodotto una situazione che vede due posizioni
negoziali a confronto: quella ucraino-europea e quella russa. La prima dal “cessate il fuoco seguito da negoziati” si è evoluta, in buona parte per pressioni americane, nel piano in 20 punti che contiene alcune concessioni importanti alla Russia.
Zelensky le ha rafforzate con la disponibilità a tenere elezioni alla sola condizione di 60 giorni di tregua. Quella russa non si è smossa dalla “cessione di territorio, con negoziati a latere, seguita da cessate il fuoco”.
Quanto ai 60 giorni di tregua pre-elettorale per elezioni, Putin non è andato oltre la promessa di non bombardare le urne durante le operazioni di voto. La mediazione americana attraverso l’abisso che separa Kiev (e l’Europa) da Mosca ha portato alla proposta di zona economica libera e demilitarizzata del Donbas.
Zelensky si è detto pronto ad accettarla, con molto da definire – che fine fanno le fortificazioni ucraine? Qui entrano in gioco le garanzie internazionali. In teoria dovrebbero renderle meno indispensabili alla difesa da future aggressioni russe. Ma, dopo quattro anni di guerra, gli ucraini hanno imparato a fare affidamento soprattutto su sé stessi.
Zelensky entrava a Mar-a-Lago con un obiettivo ben preciso: ottenere l’appoggio diretto del presidente americano al piano di pace in 20 punti
Senza il suo avallo il negoziato torna al punto di partenza delle due posizioni inconciliabili, intorno al quale sta girando dal vertice russo-americano di Anchorage in agosto. Non a vuoto ma senza sciogliere l’intreccio dei due punti chiave, territori-cessate il fuoco dai quali dipende il resto dei progressi compiuti.
Con un secondo ostacolo da superare: progressi senza la Russia al tavolo sono conti senza l’oste. Ma la Russia non è al tavolo perché non vuole esserci. Per rompere il circolo vizioso, Zelensky aveva almeno bisogno di sapere che Trump si assume la paternità di questi parziali progressi.
E di essere rassicurato sulla partecipazione americana alle garanzie internazionali. Su cui aveva “qualche sfumatura” da verificare.
Trump lo accoglieva con un diverso scopo: portare a conclusione il negoziato, ormai «entrato nella fase finale». L’impressione è che nessuno dei due abbia ottenuto quello che voleva ma entrambi hanno detto di esservisi avvicinati.
Quanto, lo scopriremo nei prossimi giorni. Come pure se anche Vladimir Putin è a bordo del 95%. Senza di lui non c’è percentuale di pace che tenga.
Se ribadisce le solite condizioni, Zelensky non può accettarle ma anche Trump non può prenderne apertamente le parti. Zelensky ha intanto guadagnato tempo. Se non altro Trump ha escluso scadenze. Per ora la guerra continua, il negoziato pure, ma forse la pace è un po’ meno lontana.
(da La Stampa)