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PERCHE’ FABRIZIO CORONA HA VINTO COMUNQUE VADA A FINIRE IL CASO SIGNORINI

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

CON 10 MILIONI DI VISUALIZZAZIONI IN DUE PUNTATE, CORONA HA TRASFORMATO FALSISSIMO IN UNA MACCHINA POPULISTA PERFETTA

Dieci milioni di visualizzazioni in due puntate. Solo su YouTube, senza contare le clip spezzettate su TikTok, Instagram, le condivisioni, i commenti, il passaparola digitale, ogni singola parodia che amplifica ogni frase pronunciata a Falsissimo. Numeri che farebbero impallidire qualsiasi programma televisivo in prima serata, ottenuti da uno studio dove Fabrizio Corona siede su una sedia, sfondo nero, per raccontare la sua verità. O meglio, costruisce la sua narrazione. Perché di questo si tratta: non di cronaca giudiziaria, non di inchiesta giornalistica, ma di storytelling puro. E Fabrizio Corona, in questo, è un maestro assoluto.
Il caso Signorini può finire in mille modi diversi. Può portare a indagini, archiviazioni, condanne o assoluzioni. Ma dal punto di vista dell’immagine pubblica, della costruzione del consenso, della capacità di penetrare nell’immaginario collettivo, Corona ha già vinto. Ha vinto nel momento in cui è riuscito a trasformare se stesso in una sorta di paladino della verità contro il “sistema”. Nonostante, al momento in cui scriviamo, l’unico indagato è lui. Questo miracolo narrativo è un fenomeno da studiare.
Corona ha capito perfettamente i meccanismi che governano questa epoca. Non serve avere ragione, serve avere una storia convincente. Non importa chi sei davvero, importa chi il pubblico crede che tu sia. E lui si è costruito addosso il vestito dell’outsider che sfida i potenti, dell’uomo che dice quello che gli altri non hanno il coraggio di dire, del ribelle che combatte un sistema corrotto mentre tutti gli altri lo proteggono.
È un copione rodato, collaudato in decenni di populismo politico e mediatico. Trova un nemico potente, costruisci un racconto manicheo dove da una parte ci sono i puri (tu e il tuo pubblico) e dall’altra i corrotti (il sistema e chi lo difende), attacca chiunque osi mettere in dubbio la tua narrazione accusandolo di essere complice, e il gioco è fatto. Corona non ha inventato nulla, ha semplicemente applicato alla perfezione una formula che funziona da sempre.
Perché Alfonso Signorini è il nemico perfetto
Alfonso Signorini è il nemico perfetto per questa operazione. Potente, visibile, simbolo di un certo establishment televisivo. Direttore editoriale di Chi, conduttore del Grande Fratello, figura centrale nel mondo dello spettacolo italiano. Abbatterlo significherebbe colpire Mondadori e Mediaset insieme. Colpire la Famiglia Berlusconi. Dimostrare che anche i più potenti possono cadere, che il sistema può essere scardinato, che la verità può emergere anche quando tutti cercano di soffocarla. Poco importa, in questa logica, se le accuse siano vere o false. Importa che siano credibili, che risuonino con un sentimento già diffuso di sfiducia verso i potenti. E i prossimi a finire sotto questa macchina perfetta potrebbero essere altri potenti come
Signorini, li ha pure nominati in una delle due puntate de “Il prezzo del successo”.
L’attacco alla stampa: il pezzo mancante della strategia
Per rendere perfetto tutto questo, Corona ha aggiunto un elemento in più, che ha reso la sua operazione ancora più efficace: l’attacco frontale ai media tradizionali. Anche a noi di Fanpage.it. Corona ha lasciato intendere che giornali e televisioni che non parlano del caso, o lo hanno fatto tardi, che hanno minimizzato, che hanno protetto Signorini perché fa parte del loro mondo. La narrazione è quella classica: loro non vi dicono la verità, io sì. Loro difendono i potenti, io difendo voi. Loro sono il sistema, io sono la voce libera.
E se i giornali raccontano anche la versione di Signorini, se riportano le dichiarazioni del suo avvocato, se sottolineano che l’unico indagato al momento è Corona stesso, allora sono complici. Semplice, efficace, inattaccabile. Questa strategia ha un doppio vantaggio. Da un lato delegittima qualsiasi voce critica, etichettandola come parte del sistema. Dall’altro crea un senso di appartenenza esclusiva nel pubblico di Falsissimo: voi che mi seguite siete gli unici che conoscono la verità, tutti gli altri sono ciechi o complici. È la costruzione di una comunità che si alimenta di un senso di superiorità morale e informativa rispetto al resto della società. È quello che Jason Brennan dice dividendo gli elettori in tre categorie: hobbits, hooligans e vulcans.
I primi, gli hobbits, sono quelli “ignoranti sui fatti e sugli avvenimenti attuali, non conoscono teorie scientifiche, non posseggono dati per valutare o comprendere quei fenomeni”. I
secondi, gli hooligans, sono “gli ultras”. Hanno convinzioni forti, presentano tesi a supporto delle proprie credenze, sono politicamente informati ma tendono a leggere solo informazioni di parte. I vulcans, invece, affrontano la politica (e la vita tutta) “con approccio scientifico e razionale”. Sono consapevoli e fiduciosi della forza delle proprie idee nella misura in cui esse sono supportate da evidenze empiriche”. È chiarissimo che Corona punti ai primi due. E che contro Corona, i terzi non hanno alcuna speranza
Il paradosso dell’indagato vincente
Arriviamo al cuore del paradosso. Al momento, l’unico indagato in questa vicenda è Fabrizio Corona. L’accusa è revenge porn, reato che punisce chi diffonde immagini a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso degli interessati, ma anche chi le riceve dopo averle esplicitamente richieste a fini divulgativi. Domenica scorsa la Polizia ha perquisito la sua abitazione, la sede della società che produce Falsissimo, gli studi di produzione. Con il suo avvocato ha dovuto gestire un interrogatorio davanti ai pm milanesi.
Eppure, nella narrazione costruita attraverso Falsissimo, Corona non è l’indagato ma l’accusatore. Non è lui quello sotto processo (anche se tecnicamente lo è), ma il sistema che cerca di fermarlo. E questo ribaltamento è precisamente ciò che rende la sua operazione vincente sul piano mediatico. Perché qualunque cosa accada nei prossimi mesi, lui avrà comunque una storia da raccontare ai suoi dieci milioni di spettatori.
La logica win-win
Scenario uno: le indagini si allargano, Signorini viene iscritto nel
registro degli indagati per violenza sessuale ed estorsione, emergono prove di un sistema di favori sessuali per entrare al Grande Fratello. In questo caso, Corona può dire: “Avete visto? Ve l’avevo detto io. Tutti cercavano di fermarmi, di screditarmi, di zittirmi. Ma la verità è emersa. Il sistema esiste, e io l’ho smascherato”.
Scenario due: le indagini non trovano riscontri, tutto finisce con archiviazioni o nessuna nuova inchiesta, Signorini non viene toccato dalla giustizia. Corona può dire: “Avete visto? Questo è il potere. Questo è il sistema che si protegge. Io ho portato prove, testimonianze, ma loro sono troppo forti. Controllano tutto, anche la magistratura”. E magari aggiunge: “L’unico che viene perseguitato sono io. Perché? Perché ho osato dire la verità”.
In entrambi i casi, la narrazione di Fabrizio Corona resta coerente. In entrambi i casi, esce da vincitore agli occhi del suo pubblico. Se ha ragione, ha vinto perché può dire che il sistema è stato smascherato. Se ha torto, ha vinto lo stesso perché potrà dire che il sistema ha dimostrato di essere ancora più potente e corrotto di quanto lui stesso immaginasse. È una partita truccata dall’inizio, dove l’esito processuale è irrilevante rispetto all’esito mediatico. Nel teatro dell’opinione pubblica contemporanea, i fatti passano in secondo piano rispetto alla forza della narrazione. E la narrazione di Corona, bisogna ammetterlo, è maledettamente efficace.

(da Fanpage)

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LICENZIATO COL TEST DEL CARRELLO, GIUDICE ORDINA REINTEGRO DEL CASSIERE DEL SUPERMERCATO PAM

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

IL GIUDICE DEL LAVORO NE HA ORDINATO L’IMMEDIATO REINTEGRO

Vittoria in Tribunale per il cassiere Fabio Giomi, il lavoratore licenziato dopo il test del carrello al supermercato Pam di Siena. Il giudice del lavoro infatti ne ha disposto l’immediato reintegro giudicando illegittimo il licenziamento. Ne dà notizia Mariano Di Gioia il segretario della Filcams Cgil senese, il sindacato che si era schierato col lavoratore del supermercato sostenendolo nella battaglia legale contro la società del gruppo della grande distribuzione.
“Siamo stati appena contattati dal nostro avvocato, che ha ricevuto la Pec Nella comunicazione viene sostanzialmente riconosciuta l’illegittimità del licenziamento. Il giudice ha condannato Pam Panorama al reintegro del lavoratore, al pagamento del danno subito e alle spese processuali, tutte a carico di Pam Panorama” ha rivelato il sindacalista.
Una notizia che ha regalato grande gioia allo stesso Fabio Giomi dopo giorni di comprensibile amarezza e tristezza per un Natale senza lavoro dopo decenni di impeccabile operato nel supermercato. “Questa notizia mi ha reso molto, molto felice. C’è stata proprio un’esplosione di gioia, perché è tutto il giorno che ero in tensione per questa udienza” ha dichiarato l’uomo, aggiungendo: “È un bel regalo di Natale: si finisce l’anno in bellezza”.
Al momento però il momento e il modo del reintegro del cassiere restano però ancora tutti da definire. “Per quanto riguarda il ritorno alla cassa al momento è tutto da definire: tempi e modalità sono ancora da stabilire, quindi su questo non posso dire nulla. Sono contentissimo, non solo per me, ma anche per la battaglia civile che abbiamo portato avanti. Sono sicuro che questa vittoria potrà diventare un punto di riferimento per tanti lavoratori” ha affermato Giomi, proseguendo: “Avrei potuto cavarmela con dieci giorni di sospensione e oggi sarei già tornato a lavorare, ma ho deciso di tenere duro. L’ho fatto per me, per tutti i lavoratori e perché era una situazione inaccettabile. Quando le cose sono ingiuste non sono disposto ad abbassare la testa e ad accettarle solo per mantenere un quieto vivere”.
“C’è stato un tentativo di mediazione all’inizio dell’udienza, come avviene normalmente prima di ogni causa, ma è fallito. Sostanzialmente la situazione non è cambiata rispetto a quanto era già emerso in Prefettura. L’azienda ha infatti reiterato la propria posizione, proponendo il ritiro del licenziamento accompagnato però da una sanzione, nello specifico dieci giorni di sospensione.” ha speigato il sindacalista.
Il test, che poi aveva portato al licenziamento, si è svolto tra la fine di settembre e i primi di ottobre. Giomi, che in passato era stato premiato dall’azienda per sette volte per aver venduto più articoli in cassa, aveva raccontato che alla sua cassa si era presentato un ispettore Pam che conosceva e che al termine della spesa l’uomo gli ha rivelato che si trattava di un test: un controllo interno volto a verificare la capacità del cassiere di individuare merce nascosta all’interno dei prodotti.
“Mi ha contestato gli articoli nascosti e a un certo punto mi ha detto: ‘Vedi Giomi, se volevo ti rubavo anche l’anima’. E ha aggiunto: ‘Non aspettarti che questa cosa non abbia delle conseguenze'”.
(da agenzie)

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PER TRUMP, OGNI TURISTA È UN POTENZIALE CRIMINALE: OGNI VOLTA CHE UN VISITATORE ENTRA O ESCE DAGLI STATI UNITI I FUNZIONARI DELLA DOGANA POSSONO CHIEDERE, OLTRE AL RICONOSCIMENTO FACCIALE DIVENTATO OBBLIGATORIO, LE IMPRONTE DIGITALI, LA SCANSIONE DELL’IRIDE, LE IMPRONTE PALMARI

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

UNA NUOVA RESTRIZIONE CHE SI AGGIUNGE ALLA DECISIONE DEL GOVERNO TRUMP DI POTER CONTROLLARE GLI ACCOUNT SOCIAL DEI VISITATORI

Dal 26 dicembre è entrata in vigore la nuova regola federale sui controlli biometrici all’ingresso e all’uscita dei non cittadini americani, inclusi i turisti, i titolari di qualsiasi visto e i residenti permanenti con la carta verde: ogni volta che un visitatore entra o esce dagli Stati Uniti – in aeroporto, porto marittimo, o attraverso i confini via terra – i funzionari della dogana possono chiedere, oltre al riconoscimento facciale diventato obbligatorio, le impronte digitali, la scansione dell’iride, le impronte palmari.
impronte e controlli negli aeroporti americani
In alcuni grandi aeroporti il riconoscimento facciale e la scansione del palmo della mano sono già utilizzati. Adesso riguarderà tutti gli aeroporti degli Stati Uniti e non ci saranno più esenzioni in base all’età: dovranno sottoporsi ai controlli biometrici anche i bambini sotto i 14 anni e gli adulti sopra i 79.
Le esenzioni sono state tolte anche ai diplomatici stranieri e ai canadesi, due categorie di persone con cui Washington ha raffreddato i rapporti. Il prelievo del Dna non è automatico, ma si applicherà in particolari contesti, tipo i sospetti latitanti. Tutti gli altri dati raccolti resteranno negli archivi federali per 75 anni, con un effetto macabro: milioni di persone, anche dopo morte, continueranno a restare “vive” digitalmente nei software americani
Il nuovo sistema ha generato reazioni contrastanti: la base Maga nazionalista ha esultato, perché certifica il privilegio di essere americani e invia a milioni di stranieri il messaggio di considerarsi in Usa solo come ospiti. Per molti altri, da giuristi ad attivisti per i diritti civili, c’è in gioco la privacy e una nuova restrizione che si aggiunge alla decisione del governo Trump di poter controllare gli account social dei visitatori
C’è un altro aspetto più oscuro: dove finiranno i dati? Chi potrebbe utilizzarli? Legalmente verranno conservati nel sistema biometrico del dipartimento di Sicurezza interna, ma uno dei suoi fornitori principali è Palantir, società di software fondata da Peter Thiel […] I dati, potenzialmente, potrebbero venire utilizzati per ottimizzare i processi, affinare i software di Palantir e creare una “mappatura” di abitudini globali con nomi, volti e movimenti.
Non sono scenari complottistici perché Thiel ha dichiarato pubblicamente quale è la sua idea di tecnologia: al servizio dei governi per controllare le masse. «Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili», ha dichiarato una volta. Era il 2009, ben prima che Trump decidesse di candidarsi.
(da agenzie(

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LA SINISTRA DOVREBBE DIFENDERE LE OCCUPAZIONI, NON TIFARE PER SGOMBERARE CASAPOUND

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

SPIN TIME RISCHIA LO SGOMBERO INSIEME A CASAPOUND METTENDO SULLO STESSO PIANO ESPERIENZE RADICALMENTE DIVERSE

Leoncavallo, Askatasuna. E ora si passa a Roma, con Spin Time. Negli ultimi giorni uno degli argomenti più dibattuti è quello degli sgomberi delle occupazioni storiche nelle città italiane. Dai centri sociali che hanno segnato gli anni della politica milanese e torinese, a quelli romani. Spin Time, nella capitale, è un nome noto: ci vivono 300 persone in emergenza abitativa, famiglie con bambini, e all’interno vi sono attivi progetti di solidarietà e mutuo soccorso. Anni fa balzò all’onore delle cronache per il fatto che addirittura l’elemosiniere del Papa, il Cardinale Konrad Krajewski, si calò nel vano del contatore elettrico per riaccendere la luce al palazzo, dopo che gli era stata staccata. Oggi Spin Time è nuovamente a rischio sgombero: si parla di un’operazione imminente, che potrebbe essere eseguita prima del 30 gennaio. Un’operazione che, secondo quanto emerge, riguarderebbe anche un altro stabile: quello occupato da CasaPound.
Il fatto che oggi lo sgombero di Spin Time venga accostato a quello di CasaPound non nasce dal nulla, ma è il prodotto di una
retorica che si è sedimentata negli anni, portata avanti anche da una parte della sinistra. Una retorica che non è mai riuscita a costruire un vero ragionamento politico sul tema delle occupazioni, e che soprattutto non ha mai avuto la forza di difendere quelle esperienze. Tanto che, durante questi anni, di fronte agli sgomberi di spazi sociali o ai provvedimenti repressivi del Governo Meloni, la risposta di larga parte della sinistra è stata: “E allora quando sgomberate CasaPound?”. Questa domanda, posta sicuramente con le migliori intenzioni e con l’obiettivo di mettere in crisi le scelte governative, in realtà ha avuto l’effetto contrario. Perché implicitamente si è fatta passare l’idea che il problema sarebbe l’occupazione in sé. E oggi che lo sgombero di CasaPound sembra effettivamente possibile, emerge con chiarezza tutto il limite di quella impostazione. Che non ha mai messo in discussione la legittimità degli sgomberi, né ha aperto un conflitto politico sul loro significato. Al contrario, ha contribuito a rafforzare l’idea che tutte le occupazioni siano uguali e quindi ugualmente illegittime.
C’è poi un problema culturale e politico che da anni attraversa una parte significativa della sinistra: la sua deriva giustizialista ha portato con sé un’idea di ‘legalità’ intesa come rispetto formale di regole e leggi che prescinde la riflessione politica su di esse e la possibilità di metterle in discussione, fino a disobbedire quando sono ingiuste o inique. Un’idea che sacralizza la forma ma che poi si perde la sostanza del discorso. Ed è proprio qui che si crea il cortocircuito, perché a costo di rispettare la regole senza nessuna riflessione a monte, si rinuncia a una linea politica di merito. Al contrario, se si parte dalla
sostanza — ossia dai diritti primari e dalla tutela delle persone — è possibile fissare priorità politiche chiare senza restare intrappolati nell’ossessione per le norme, soprattutto quando sono ingiuste.
Eppure il nodo non è mai stato l’occupazione come pratica. CasaPound non dovrebbe essere sgomberata perché occupa uno stabile, ma perché è un’organizzazione con una matrice neofascista esplicita, che pratica e legittima la violenza e che, per questo, dovrebbe essere illegittima. Invece i suoi militanti hanno agibilità nel dibattito pubblico e spesso sono considerati anche interlocutori politici. I loro leader organizzano addirittura dibattiti razzisti con il patrocinio del municipio senza che si riesca a impedire loro l’uso di una sala pubblica. Confondere questi piani è stato grave e ha avuto conseguenze concrete: ha reso più facile legittimare lo sgombero di centri sociali e occupazioni abitative che, per anni, hanno prodotto cultura, costruito reti di solidarietà e animato il conflitto e il dibattito politico nelle città. Se l’obiettivo di chiedere lo sgombero di CasaPound era difendere queste esperienze beh, mi permetto di dire che non è stato centrato.
Ma l’organizzazione — che negli anni ha certamente perso smalto e che oggi tenta di riciclarsi aderendo alle teorie della deportazione di massa ormai diffuse nell’estrema destra internazionale — non scomparirà certo per questo. Il problema non è mai stato il palazzo di via Napoleone III, bensì le idee che CasaPound continua a promuovere. È su quella legittimazione politica e culturale che bisogna intervenire. Altrimenti parliamo del nulla.
(da Fanpage)

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DA INFERMIERE A IMPRENDITORE AGRICOLO IN CILE, LA STORIA DI FRANCESCO: “IN ITALIA ERO SFRUTTATO E SOTTOPAGATO”

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

“PENSAVO: QUESTO PAESE NON MI MERITA”… DA PIU’ DI 10 ANNI VIVE IN CILE DOVE E’ DIVENTATO IMPRENDITORE: “QUI LO STATO TI AIUTA, SE HAI UN PROGETTO TI FINANZIA. ORA HO 10 DIPENDENTI E GUADAGNANO VENTI VOLTE RISPETTO A QUANDO FACEVO L’INFERMIERE IN ITALIA”

“Mi sono licenziato nel 2010, lavoravo come infermiere, laureato magistrale con 110 e lode, ma ero sottopagato e trattato come un numero. Sono emigrato in Cile, dove sono riuscito a diventare un imprenditore agricolo”.
A parlare a Fanpage.it è Francesco, 50 anni, un connazionale che diversi anni fa ha deciso di cambiare vita all’estero e ci ha scritto per raccontare la sua storia.
In un primo momento intenzionato a continuare il lavoro da infermiere in Cile, ha scelto un settore completamente diverso, anche grazie agli aiuti a fondo perduto del governo locale.
“La procedura è stata davvero semplice, è bastato presentare un foglio con il progetto e dopo tre mesi sono arrivati questi contributi”, ci ha spiegato. “Abbiamo sfruttato tutto per costruire, impiantare e comprare i macchinari. Stiamo ancora crescendo, oggi siamo sui 130 ettari”.
Con la sua azienda Francesco oggi dà lavoro a circa 10 dipendenti e produce nocciole per un’azienda italiana, leader nel mondiale nel settore dolciario, che a sua volta ha investito nel Paese. “In Italia prima di diventare infermiere lavoravo nella
ristorazione, avevo già un’impronta imprenditoriale e anche la passione per l’agricoltura”, ricorda il 50enne.
Francesco ha lavorato 10 anni come infermiere, “ma tutto lo studio mi sembrava davvero buttato al vento, non era valorizzato in Italia e mi sembra che le cose stiano anche peggiorando”, osserva.
E aggiunge: “Prendevo uno stipendio che in 10 anni non è mai cresciuto, con un’inflazione e un costo della vita che invece continuavano a salire. In 15 giorni mi rimaneva in mano poco o niente, una follia. Adesso guadagno 20 volte più di quello che prendevo da infermiere”.
Francesco ci racconta che in Italia torna spesso ma che non sente la mancanza del nostro Paese: “Trascorro 3-4 mesi l’anno, evito di fare in Cile quelli invernali. Mi sposto tra Roma e Fuerteventura. Torno perché ho legami ma l’Italia è un Paese bello da turista, quando si vive e si fa attività all’estero”.
Per il 70enne il Cile è invece un Paese dove chi ha voglia di creare un’attività può con il tempo raggiungere ottimi traguardi: “Conosco una ragazza che dalla Toscana è arrivata in Cile con il marito e con i figli. – ci racconta – Oggi, dopo 6 anni, ha 7 ristoranti, ha iniziato quasi per gioco e ora ha un’attività molto importante”.
“In Italia invece con la burocrazia come avrebbe fatto? Io nel settore della ristorazione ci ho lavorato e ho smesso proprio a causa della burocrazia”, aggiunge. “Ho preso la laurea da infermiere quando ho chiuso la mia attività, era un lavoro che mi è sempre piaciuto. Credevo che fosse un mondo sano, ma mi sbagliavo”.
“Il lavoro mi piaceva davvero, tant’è che pensavo di farlo qui in Cile, dove gli infermieri sono anche ben pagati rispetto al costo della vita. In Italia invece vivevo con quattro soldi e sono stato trattato come un numero, non c’era meritocrazia – ricorda – Ho pensato proprio: ‘Questo Paese non mi merita‘”.
(da Fanpage)

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“SIAMO IN PERICOLO, LA PROFESSIONE STA MORENDO”

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

L’ALLARME DI UN MEDICO SOLO IN TURNO A NATALE

Gabriele Bronzetti, del Sant’Orsola a Bologna, ha lanciato un allarme sul Corriere della Sera: «Non dovremmo mai essere lasciati soli»
«Siamo in pericolo e non l’abbiamo capito». È l’allarme che Gabriele Bronzetti, medico all’ospedale universitario
Sant’Orsola di Bologna, lancia sul Corriere della Sera. Un allarme che parte da una semplice osservazione, durante i suoi turni lavorativi: un neonato, con una grave malformazione congenita, che muore tra le braccia di una specializzanda. Una delle rare dottoresse – e dottori – in formazione che era di turno nel giorno di Natale. Da questo dato, la quasi totale assenza di giovani apprendisti nei corridoi dell’ospedale in giorni festivi, prende il via la denuncia del dottor Bronzetti: «Anche una professione può morire ed è per questo che non dovrebbe mai essere lasciata sola».
Le guardie senza specializzandi
È questa l’istantanea della «nuova sanità» che tanto preoccupa il medico dell’ospedale bolognese. Si tratta di una struttura universitaria – un aggettivo che ha nel suo stesso nome – eppure di studenti e studentesse che si pendono fuori dai turni «normali» ce ne sono pochi. «Il pasticciaccio dei test ha rivelato una stolidità prossima alla nequizia che, senza un ravvedimento, potrebbe superare i quiz per arrivare agli stadi più inoltrati della formazione professionale», scrive Gabriele Bronzetti. Ed è anche per questo, secondo il medico, che ci si trova indifferenti di fronte al fatto che i un giorno come quello di Natale «diversi medici “anziani” hanno fatto le guardie senza specializzandi».
I piloti «in solitaria» e i medici in turno
Ci sono «reparti ricchi di specializzandi nei giorni feriali (addirittura in competizione per completare la curva di apprendimento) dove, nei giorni superfestivi, strutturati maturi o prossimi alla pensione sono soli per dodici ore o più dietro quella porta a fare il giro?». Il parallelismo immediato è quello con i
piloti di aereo: «Non si è mai visto un 737 con un solo pilota, neanche nei giorni di festa e nemmeno nelle peggiori compagnie». E non si tratta di nonnino, questo lo specifica il dottor Bronzetti, bene di «gavetta». Quella che dopo anni di esperienza permette di parlare di miracolosi interventi avvenuti il giorno di Natale senza che «generosi medici o paramedici» vengano ricordati. Semplicemente perché hanno fatto il loro lavoro «come tutti i santi giorni».
(da agenzie)

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