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QUANDO MATTEO SALVINI PROTESTAVA CONTRO L’AUMENTO DEI PEDAGGI AUTOSTRADALI, AL GRIDO DI “SECESSIONE”

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

ERA IL 2014 E IL LEGHISTA, INSIEME A BOSSI, SI PRESENTÒ FRA GALLARATE E CAVARIA, LUNGO L’A8 MILANO-VARESE, RIFIUTANDOSI DI PAGARE IL PEDAGGIO, CONTRO I RINCARI. ORA CHE È MINISTRO DEI TRASPORTI, E DA OGGI I PEDAGGI AUMENTERANNO DI NUOVO, NON PROTESTA PIÙ

Ritorno all’antico, per la Lega, che oggi ha protestato contro l’aumento dei pedaggi autostradali al grido di “secessione”. La manifestazione principale, con il segretario Matteo Salvini e il presidente Umberto Bossi, si è tenuta in mattinata fra Gallarate e Cavaria, lungo l’A8 Milano-Varese, dove già nel 1992 il Senatur radunò i suoi cercando di impedire la costruzione della barriera
«Io non pago», il motto dei militanti contro il nemico di sempre: Roma, colpevole di elargire «favori al sud». «È una questione di giustizia sociale – ha sostenuto Salvini, europarlamentare -. Al sud ci sono mille chilometri di autostrade gratis, mentre bastonano il nord. Questo è razzismo». Salvini, da nemmeno un mese segretario della Lega, ha guidato con la sua Volvo grigia un carosello di una quarantina di auto fino alla barriera di Gallarate nord, dove ha dichiarato al casellante (e dopo di lui tutti gli altri) di non pagare il pedaggio di 1,50 euro in quanto «il servizio fa schifo». E lo stesso ha fatto ritornando verso Milano, garantendo che non pagherà nemmeno il sollecito.
«Aumentano i costi dei trasporti, vitali per l’economia e l’industria, invece bisogna ridistribuire i sacrifici su tutto il paese e non mungere sempre la solita vacca, il nord», ha scandito Bossi, arrivando al presidio accolto con calore dal centinaio di leghisti radunati vicino all’autostrada e impegnati a distribuire volantini agli automobilisti di passaggio, così come è accaduto in una trentina di caselli fra Lombardia, Veneto e Piemonte.
A Gallarate nord, la barriera che ventidue anni fa la Lega non riuscì a bloccare, il primo gennaio il pedaggio è aumentato da
1,40 a 1,50 euro. E, sempre sulla A8, è aumentato da 1,60 a 1,70 euro anche a Milano Nord. Da sempre per il Carroccio si tratta di un cavallo di battaglia, benché gli aumenti in questi ultimi dieci anni siano stati quasi annuali, con governi di centrodestra e di centrosinistra. Nel 2009 a Gallarate si pagava 1,20 euro. E già nel 2006 la Lega minacciò barricate per un aumento di 10 centesimi a Milano Nord. Al ritrovato “movimentismo” di Salvini, praticato anche nel caso-Cota, è comunque arrivato – via Twitter – anche il sostegno del presidente della Lombardia, Roberto Maroni, che alla protesta non s’è fatto vedere.
(da La Stampa)

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ARMATA ROTTA: I 350MILA SOLDATI RUSSI MORTI NEGLI ULTIMI 10 MESI DI GUERRA NON STUPISCONO NESSUNO. GIÀ DALL’EPOCA SOVIETICA, MOSCA SI È SEMPRE DISINTERESSATA AGLI UOMINI AL FRONTE. COME RACCONTA SARAH A. TOPOL NEL SUO LIBRO-REPORTAGE “DISERTORE”

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

“L’ARMA PIÙ POTENTE DELLA RUSSIA È DI AVERE TANTI UOMINI CONSIDERATI SACRIFICABILI, MANDARLI AL FRONTE A ONDATE CONTINUE. E QUESTO È SUCCESSO ANCHE IN QUESTO CONFLITTO, CON SUPERIORI CHE SENTONO PARLARE DELLE PERDITE DEI LORO SOLDATI MENTRE GIOCANO AI VIDEOGIOCHI AL SICURO IN UN BUNKER, MANGIANDO PIZZA”

Pubblicato sul New York Times Magazine all’inizio del 2025, il reportage di Sarah A. Topol sui disertori dell’esercito russo è oggi diventato un libro. «Disertore. Una storia d’amore e di guerra» (NR Edizioni, traduzione di Gianluca Di Tommaso) racconta le vicende di Ivan, capitano russo che si ritrova prima a combattere in Ucraina e poi a fuggire dall’esercito e dal Paese insieme alla moglie Anna.
Un lavoro che è frutto di ore e ore di conversazione sul campo con soldati e con fonti russe – tutti rigorosamente anonimi – e che restituisce un ritratto della decomposizione dell’apparato militare, ormai ridotto a un grande tritacarne che manda gli uomini a morire, dove i superiori stanno nei bunker a mangiare pizza senza neanche sapere cosa succede al fronte.
«Ho parlato con 18 disertori analizzando la situazione in cui si trovavano i soldati anche prima dell’invasione dell’Ucraina», racconta Topol
Siamo a quasi quattro anni di una guerra che secondo i Russi doveva essere risolta in poche settimane. Come si spiega?
«Da una parte ci sono le aspettative russe e il modo in cui è stata pianificata, più come un’operazione di intelligence che una vera guerra. Il secondo aspetto è ovviamente la resistenza ucraina e la sottovalutazione della volontà del popolo ucraino di difendere il
proprio Paese e il proprio territorio.
L’altra ragione è la totale impreparazione dell’esercito russo sul campo. Un quarto aspetto è la mancanza di modernizzazione dell’esercito russo dai tempi dell’Unione Sovietica».
In che senso?
«È una sorta di corpo gonfio: ci sono troppi ufficiali con troppi pochi ruoli significativi e molti di questi cercano solo di giustificare la loro esistenza. Non solo, l’unico modo in cui le verifiche vengono fatte per, ad esempio, capire che tipo di equipaggiamento esiste è tramite reportage fotografici. Quindi ci sono militari che posano per foto per dimostrare alla direzione di aver svolto il compito che dovrebbero svolgere».
Leggendo il libro sembra che questa guerra in realtà non la volesse nessuno, solo Putin.
«Nessuno era entusiasta. I russi non tifavano per l’invasione dell’Ucraina, ma una volta iniziata, sono stati in grado di accettare la situazione e di rimanere in Russia continuando a partecipare al sistema e alla sua economia, principalmente usando giustificazioni del tipo “anche se è una guerra fatta in mio nome, io non la sostengo, sto solo cercando di sopravvivere”. Una tendenza universale e umana».
È l’apatia morale che descrive nel libro.
«Ivan e Anna appartengono a una generazione diversa da quella dei loro genitori, i quali erano in un certo senso convinti delle inadeguatezze del progetto sovietico. Loro sono invece cresciuti in un periodo in cui c’era effettivamente un certo ottimismo sulla Russia, ma un ottimismo principalmente economico che permetteva di sperare di poter migliorare la propria vita e di
raggiungere un sogno capitalista, comprare un appartamento, fare figli, avere un lavoro e stare fuori dalla politica».
Cito dal libro: “Questa guerra ha fatto riemergere i peggiori istinti della cultura militare russa”.
«Il modo in cui la Russia tratta il proprio esercito è un vero e proprio tritacarne. C’è una totale mancanza di preoccupazione per gli uomini al fronte. È stato così fin dall’epoca sovietica.
L’arma più potente della Russia ha sempre avuto è di avere tanti uomini considerati sacrificabili, mandarli al fronte a ondate continue. E questo è successo anche in questo conflitto, con superiori che sentono parlare delle perdite dei loro soldati mentre giocano ai videogiochi al sicuro in un bunker, mangiando pizza. La crudeltà verso i propri uomini è qualcosa che la Russia non è riuscita a cambiare».
La defezione è una condanna senza fine?
«Putin è stato molto chiaro su questo punto quando ha parlato di disertori e traditori del Paese e l’ha dimostrato uccidendo molti dissidenti e disertori all’estero».
Cosa vogliono i russi oggi?
«Parliamo da tempo di quanto sia instabile l’economia russa, ma in qualche modo l’economia russa continua a resistere. È sull’orlo del collasso, ma non crolla. La domanda oggi è: come convinco una popolazione che è nel suo interesse avere la pace con un mondo che loro percepiscono essergli contro?
Che cosa puoi offrire al cittadino medio per far sì che si opponga a un sistema che ha così tanto potere su di lui? È difficile da qui capire quanto la militarizzazione degli scolari e dei giovani adulti abbia cambiato la psiche della popolazione russa».
(da agenzie)

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STRAGE DI CAPODANNO A CRANS-MONTANA 47 MORTI, 115 FERITI. 12 ITALIANI FERITI E 6 DISPERSI

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

LA TESTIMONE: ‘’RAGAZZI FUORI DAL LOCALE INSANGUINATI, ALCUNI SENZA VESTITI: UNA CARNEFICINA’’

È pesantissimo il bilancio dell’esplosione che nella notte ha devastato un bar della località sciistica di lusso di Crans-Montana, in Svizzera. Sarebbero almeno 47 i morti e 115 i feriti, la maggior parte molto giovani e stranieri.
Anche italiani coinvolti: sono una dozzina i feriti e 6 i dispersi. “La pista che privilegiamo è quella di un incendio che ha provocato un esplosione”, ha affermato nel corso di una conferenza stampa Beatrice Pilloud, procuratrice del Canton Vallese, nel corso di una conferenza stampa. “L’incidente è avvenuto solo poche ore fa, al momento non posso commentare i dettagli – ha detto – l’indagine stabilirà se le norme di sicurezza sono state rispettate”.
Dopo il devastante incendio di Crans-Montana, che ha causato decine di morti e molti altri feriti, l’indagine si concentra ora sul bar dove si è verificata la tragedia. Come è possibile che l’incendio si sia propagato così rapidamente? Le misure di sicurezza erano adeguate? Uno sguardo all’interno del locale fornisce i primi indizi.
Il lounge bar Le Constellation era un popolare luogo di ritrovo nella stazione sciistica vallesana: un caffè di giorno, un bar e discoteca di notte, con spazio per circa 300 ospiti. I dj si esibivano regolarmente e l’atmosfera festosa attirava un pubblico
prevalentemente internazionale. Secondo le guide turistiche e le recensioni online, il bar era considerato un luogo alla moda per l’après-ski e la vita notturna, un posto dove concludere la serata in grande stile.
Ma dietro la facciata glamour emergono indizi di potenziali carenze in termini di sicurezza. Sulle piattaforme di valutazione, il bar ha ottenuto solo 6,5 punti su 10 nella categoria sicurezza. All’interno era presente una sola via di accesso e di fuga nel seminterrato, il che avrebbe ostacolato l’evacuazione in caso di emergenza.
Insomma, una vera trappola per gli avventori, molti dei quali hanno perso la vite e tantissimi hanno riportato gravi ustioni. Inoltre, il ristorante era arredato con molti elementi in legno, fattore che oggi, a posteriori, appare particolarmente critic
Le Constellation è stato fondato nel 2015 da una coppia francese originaria della Corsica, che ha rilevato l’edificio allora fatiscente e lo ha completamente ristrutturato. La coppia gestisce diversi ristoranti nella regione. Tuttavia, le recensioni negative hanno ripetutamente criticato il servizio clienti, la mancanza di professionalità e, a volte, il pessimo rapporto qualità-prezzo.
È sorprendente che la presenza online del bar sia scomparsa poco dopo l’incendio: le sue pagine Facebook e Instagram sono state chiuse e Google ha indicato il locale come “temporaneamente chiuso”. Non è ancora chiaro se queste misure siano direttamente collegate all’incendio. Le cause esatte dell’incendio sono ancora sconosciute. La polizia cantonale del Vallese sta conducendo le indagini
La testimonianza: “All’ospedale di Sion il caos, arrivavano feriti
gravi tra l’odore di bruciato
“Un’infermiera ha chiesto a tutti di andarsene e di tornare il giorno dopo. Ha annunciato l’arrivo di una trentina di vittime in seguito a un’esplosione a Crans-Montana. Sono uscita velocemente per liberare l’accesso al pronto soccorso, e poi è stato il caos… Arrivavano persone da ogni dove, feriti gravi in auto, c’era odore di bruciato… Hanno tutti lasciato i loro veicoli in mezzo alla rampa di accesso, bloccandomi l’uscita”.
E’ il drammatico racconto di una donna che si trovava nella sala di attesa dell’ospedale di Sion la notte scorsa, quando sono arrivati i primi feriti da Crans-Montana. “Erano circa le 2.25 del mattino: ho visto cose che non avrei voluto vedere mai”, ha sottolineato, secondo quanto riporta Le Nouvelliste.
Testimoni: “La porta del locale a Cras-Montana troppo piccola per far uscire tutti”Secondo il racconto di due giovani francesi alla tv all-news Bfm quando le sono divampate le fiamme nel bar di Crans-Montana in Svizzera tutti i presenti hanno iniziato a fuggire “urlando e correndo”.
La festa si stava svolgendo nel seminterrato del locale, mentre le fiamme si sono propagate rapidamente al piano superiore. “La porta d’uscita era piuttosto piccola considerando il numero di persone presenti. Qualcuno ha rotto una finestra per far uscire la gente”, ha spiegato una delle due ragazze francesi, Emma e Albane. Le giovani hanno confermato che i vigili del fuoco e la polizia sono arrivati “nel giro di pochi minuti”. “Avevamo le fiamme a un metro da noi; se non fossimo scappate, saremmo sicuramente rimaste ferite anche noi”, ha aggiunto una delle due.
(da agenzie)

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FENICE, ANCHE IL DIRETTORE DEL CONCERTO DI CAPODANNO INDOSSA LA SPILLA ANTI-VENEZI

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

LA SPILLETTA CON UNA CHIAVE DI VIOLINO E’ STATA DISTRIBUITA ANCHE AL PUBBLICO FUORI DAL TEATRO… MA CI VUOLE TANTO A PRENDERE ATTO CHE NON SEI RITENUTA ALL’ALTEZZA E RINUNCIARE ALLA NOMINA?

Prosegue la contestazione sulla decisione di nominare Beatrice Venezi direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia, attuata senza la preventiva consultazione delle maestranze. Anche Michele Mariotti, il direttore del concerto di Capodanno alla Fenice, ha indossato al bavero la spilletta dei lavoratori dell’ente lirico, scelta come forma di protesta.
Come annunciato, gli orchestrali e i componenti del coro della Fenice – tranne qualche componente – hanno messo la spilletta con una chiave di violino.
La spilla, autofinanziata dai lavoratori, è stata distribuita anche al pubblico in Campo San Fantin, a testimonianza di un modo di manifestare il dissenso che ha scelto il linguaggio dei simboli.
(da agenzie)

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IL PEGGIO DI UN ANNO DI POLITICA: “BAU BAU”, LA MELONIANA AUGUSTA MONTARULI ABBAIA IN DIRETTA TV PER UN MINUTO, I TUFFI IN MARE DI VANNACCI, LA QUERELLE SANTANCHE’-PASCALE SULLE BORSE TAROCCHE, IL VALZER DEI RUTTI SU “TELE-MELONI”, FASSINO CHE S’INGUATTA UNA BOTTIGLIETTA DI CHANEL AL DUTY FREE, L’ORRIDA IMITAZIONE TV DI CORRADO AUGIAS A “VIVA PUCCINI”, PROGRAMMA RAI INCENTRATO SULLA FIGURA DI BEATRICE VENEZI

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO SANGIULIANO CHE INDOSSA IL CAPPELLO ROSSO “MAKE NAPLES GREAT AGAIN”; IL VIDEO CON I BIG DEL CENTRODESTRA CHE INGAGGIANO UNA SALTELLANTE DANZA DI GUERRA, “CHI NON SALTA” ECCETERA. LO SGUARDO È ATTRATTO SOPRATTUTTO DAL RITMICO BALZO DI TAJANI, TIPO ORSO YOGHI”

Dunque: l’anno 2025 s’inaugura con l’ormai rituale tuffo a mare del generale Vannacci; prosegue con orrida imitazione tv di Corrado Augias a Viva Puccini, programma Rai incentrato sulla figura di Beatrice Venezi; contempla quindi la card su X raffigurante Trump, Meloni e Musk in abiti imperiali da antichi romani.
Dopo di che, scorrendo il calendario civile dell’ordinaria impudicizia, si incontra il sindaco di Roma Gualtieri che, inebriato dai social, in versione sor Capanna con la chitarra accompagna prima Boy George e poi il duo Stereotipe in una parodia del Giubileo.
Se il linguaggio è lo specchio dei tempi, si nota subito l’uso massivo, in ambito politico, della parola “rosiconi”, benché anche “sfigati” incontri molti consensi. Interminabile il compleanno, con feste multiple, di Matteo Renzi che ha fatto 50.
Si scopre pertanto che Riccardone Bossi, figlio del Senatùr, ha usufruito del reddito di cittadinanza; mentre il premier albanese Edi Rama si sdilinquisce in doni, inginocchiamenti e complimenti nei riguardi di Giorgia Meloni, che pure ha compiuto gli anni e che lui chiama “Her Majesty”.
Non indispensabile, ma assai compiaciuto, s’impone un video del presidente del Senato La Russa su come comportarsi al tavolo di burraco; infine l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi, ex cinque stelle in purezza, è nominata “Speaker” dell’agenzia Celebrity.E tutto questo solo nel mese di gennaio
Ora, premesso che la nozione del Peggio è così relativa che per alcuni equivale al Meglio; e posto che fra i due poli esiste una complicata correlazione fatta di salti, spinte, incroci e rimbalzelli, con divertita malinconia si conferma che anche per l’anno trascorso la quantità del peggior materiale basta e “soverchia”, come già diceva l’indimenticabile Andreotti alzando gli occhi al cielo.
Quanto alla copiosa cernita di fatti, parole, immagini, fenomeni, atmosfere, personaggi, performance, oggetti e moti dell’animo, va da sé che si tratta di una scelta necessariamente soggettiva, o meglio personale. Da prendersi perciò come la più opinabile possibile, e tuttavia frutto di un diuturno e scrupoloso lavoro, certo degno di miglior causa, di spulciamento dell’infosfera che va avanti da più di un trentennio: beato il lettore che saprà coglierne lo spirito e assegnargli il peso che merita.
Messe in tal modo le mani avanti, ma con la convinzione che in Italia esiste anche il Peggio del Peggio, il cronicario dell
brutture prosegue annotando l’espressione “presidente del Coniglio” fiorita in Parlamento sulla bocca di Elly Schlein con il probabile contributo di un qualche suo stipendiato spin doctor.
A ridosso di tale uscita il lessico della segretaria del Pd si arricchisce d’altra parte con l’auspicio, per il Pd, di un “salto quantico”, formula di poco conforto per tanti desolati elettori e non più elettori. Merita un pensiero, sul fronte opposto, l’esibizione televisiva dell’onorevole sorella d’Italia Augusta Montaruli che ritenendo di dar maggior vigore alle sue parole ribatte sprezzante al suo antagonista producendosi in un ripetuto e inesplicabile latrato canino: «Bau! Bau! Bau! Bau!».
Ma siccome non sempre, purtroppo, il Peggio è lieto, allegro e straniante, ecco che nella categoria può farsi rientrare, purtroppo, la testimonianza vaga, farfugliante e imbarazzata dell’ex consigliere diplomatico del governo Renzi al processo per l’uccisione di Giulio Regeni. Dopodiché, stretto nella tenaglia produzione-consumo, il sistema mediatico ritrova la sua vocazione ridanciana nell’animosa disputa divampata tra la ex moglie morganatica di Silvio Berlusconi, Francesca Pascale, e la ministra del Turismo Daniela Santanchè a proposito di un paio di preziosissime borse che nell’anno 2014 la prima avrebbe ricevuto in dono dalla seconda e che, portate a riparare, già ai tempi sarebbero risultate false o taroccate, come si dice nel tempo idolatrico delle merci.
Santanchè ha querelato, con il che il Peggio è pronto a spalmarsi sui futuri sviluppi giudiziari – se mai ci saranno giacché di solito le cause sono solo minacciate.Ora, ci si rende conto che liste, elenchi e gallery stuccano e alla lunga annoiano: ma che vuoi
fare? Il consiglio è coltivare il più freddo e severo distacco dinanzi a questa pluralità di microeventi in forma di minutaglia, mucillagine, pulviscolo ad alto e straniante valore iper-kitsch. In questo senso la memoria selettiva aiuta, purgando la vita dai ricordi più inutili e nocivi
Ma gli archivi, e ancor più la particolare sensibilità dei loro tenutari, sopperiscono spietatamente a ogni necessaria rimozione, anche sonora.Per cui nel corso del 2025 è nato un movimento centrista che si chiama Drin Drin. L’influencer napoletana Rita De Crescenzo è sfilata in corteo con i movimenti per la pace. Il vicedirettore del Dis, roba di servizi segreti, è andato in pensione alla ragguardevole età di 51 anni: per specifico decreto ad personam della presidente del Consiglio. La quale ha regalato un barattolone di Nutella a Carlo d’Inghilterra allegando un biglietto in cui consiglia di farne uso dopo essersi messo un comodo pigiama.
D’altro canto il ministro degli Esteri Tajani ha donato al vicepresidente Usa Vance una confezione di mozzarelle. Quest’ultimo, per chiudere il ciclo degli omaggi, è giunto in Vaticano con l’obiettivo di ricevere dal Papa una sorta di investitura carolingia, ma Francesco l’ha liquidato consegnando ai piccoli di casa Vance alcuni ovetti Kinder
Forse è la civiltà dell’immagine, con le sue visioni; forse è colpa della moltiplicazione degli schermi, che le trasforma in allucinazioni; forse pesa la fine del ridicolo, ma quasi tutto, anche ciò che non si vede, tende qui in Italia ad assomigliare a un sogno. E dunque: balletto in un liceo per il ministro Valditara; Fassino s’inguatta una bottiglietta di Chanel al duty free di Fiumicino; a sorpresa Fedez è invitato da Maurizio Gasparri al congresso dei giovani di Forza Italia; poi deve averci preso gusto e puntando al bersaglio grosso si fa riprendere, per la verità un po’ imbronciato, con una maglia gialla con su scritto Nesquirt al fianco di Tajani, che in foto viene sempre giulivo.
A Trento, nel frattempo, uno dei leader universitari indossa una t-shirt con “Barbie Brigate rosse”. Salvini cerca disperatamente di far passare il sempre più fantomatico Ponte sullo Stretto come un’opera strategica e militare per buscare i soldi che evidentemente non ci sono, ma la Nato rigetta la pensatona. Mario Sechi apre la festa di Libero declamando un pezzo dell’Amleto con un teschio in mano.
Nel programma che i dirigenti Rai si sono strenuamente sforzati di assegnare a Pino Insegno, come ospite si esibisce l’influencer Ruttovibe, che con le sue emissioni esegue il Valzer delle candele.E si capisce che non vale la pena di farla più grande e più grave di quello che è, inutile introdurre l’austera distinzione tra la cultura della colpa dei popoli del Nord e la cultura della vergogna dell’Europa mediterranea. Sono per lo più scemenze, ma tutte insieme fanno impressione, dal che si fatica a resistere dal citare: “Il cuore dei saggi è in una casa di lutto e il cuore degli stolti in una casa di festa” (Qo, 7,4).Il vero problema, semmai, è che le stoltezze finiscono per esercitare una qualche forma di attrazione. E dunque si ricomincia con la partita del Cuore e il gol fuorigioco di Schlein che riapre a Renzi le porte della coalizione. E si ri-prosegue con i costosi campi di concentramento d’Albania che hanno ospitato migranti in manette e ora vanno deserti e fungono da canile.
E ancora l’orrido monumento pesarese al casco di Valentino Rossi, i buoni benzina, le patatine fritte e i pacchi di pasta che tornano nelle campagne elettorali. Anche le istituzioni del resto stanno perdendo decoro, se è vero che la sottosegretaria Matilde Siracusano ha definito “orgasmica” la seduta del Parlamento in cui al Senato è approvata la riforma della Giustizia.Perché qui sempre si ammicca e si ride, ma in certi momenti di malumore viene da chiedersi se non sia proprio nel divertimento la vera spina dorsale d’Italia, tanto più riequilibrata, camuffata o ammantata dalla retorica che si sparge per assecondare le paturnie nazional-sovraniste del governo. Un notevole esempio è lo spot delle Ferrovie sugli italiani che sarebbero un popolo “d’acciaio”, un po’ meno la canzoncina-inno Vai, Italia! composta da Mogol e interpretata da Al Bano, con panama in testa, affinché la cucina nostrana venga riconosciuta quale patrimonio immateriale dell’Unesco.Intanto: risse fra extracomunitari al Festival dell’Unità di Lodi; duello Meloni-Schlein con rimpallo di citazioni alte, da una parte il conte Mascetti di Amici miei, dall’altra Wanna Marchi. Infuria nella notte fiorentina la LeopolDance.
Si fa strada nel mondo del cinema la coppia Giulio Base e Tiziana Rocca, la cui casa di produzione ha nome Agnus Dei.
Se l’estate era stata impreziosita dal generale Vannacci che immerso nell’acqua mostrava la testa di un pescione, l’autunno reca in dote alla Nazione il pasticcio dei santi orchestrato per legge a proposito della ripristinata festività di San Francesco a scapito di Santa Caterina da Siena.
Ma dopo neanche una settimana tocca registrare lo scambio di
persona per cui il premio Nobel Parisi è nominato in una commissione del ministero della Salute al posto di un altro Parisi; e a Roma, oltretutto nella galleria Alberto Sordi, non si trova di meglio che battezzare un’iniziativa gastro-governativa con il ministro Lollobrigida: Orgoglio Pasta.
Sempre a proposito di orgoglio le cronache riportano lo slogan elettorale del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Emilio Tiero finito ai domiciliari: “Vota Tiero e vanne fiero”. Giunge intanto alla buvette di Montecitorio il gelato in coppetta, per iniziativa del deputato questore Trancassini che ha il cuore di presentare l’evento come «un atto di giustizia» perché nel bar dei dipendenti era già possibile consumarlo.
Il presidente della Lazio Lotito fa benedire da un sacerdote il campo degli allenamenti per i troppi incidenti della squadra. Elezioni in Campania: foto ricordo dell’ex ministro Sangiuliano che sullo sfondo del Vesuvio indossa il cappello rosso Make Naples great again; quindi video terminale di chiusura con i big del centrodestra che ingaggiano una saltellante danza di guerra, “chi non salta” eccetera.
Lo sguardo è attratto soprattutto dal ritmico balzo di Tajani, tipo Orso Yoghi. Dopo i brindisi, le solite lacrime di coccodrillo sul fatto che ormai un italiano su due non va a votare. In compenso il generale Vannacci, sempre lui, inaugura lo zaino-presepe – e se davvero al Peggio non c’è mai fine, qualche profonda ragione ci sarà pure (in ogni caso tanti auguri a tutti).
(da agenzie)

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PUTIN HA TENUTO GLI OLIGARCHI AL GUINZAGLIO: LE SANZIONI OCCIDENTALI HANNO FALLITO NELL’OBIETTIVO DI METTERE I MILIARDARI RUSSI CONTRO “MAD-VLAD”

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE È RIUSCITO, CON LA FORZA, A MANTENERLI SOTTO CONTROLLO. COME? USANDO BASTONE E CAROTA

Le sanzioni occidentali agli oligarchi russi, dal congelamento dei conti bancari alla confisca di mega yacht ormeggiati all’estero, dal divieto di residenza al sequestro di aziende, avevano un obiettivo politico non apertamente dichiarato: creare scontento tra i potentati economici di Mosca, in modo che questi premessero su Vladimir Putin per mettere fine alla guerra in Ucraina o addirittura lo rovesciassero.
Dopo quasi quattro anni di conflitto, si può dire che quella strategia, avviata da Joe Biden e proseguita da Donald Trump, entrambi con l’ausilio dell’Europa, non ha funzionato. Usando un misto di carota e bastone, il presidente russo è riuscito a tenere buoni i Paperoni del proprio Paese: dall’inizio dell’invasione sono diventati complessivamente più ricchi, come testimonia il fatto che in Russia il numero dei miliardari è aumentato a un livello record; e ogni parvenza di dissenso è stata immediatamente e severamente stroncata.
Per valutare l’effetto della carota su cui Putin ha potuto contare, la Bbc prende la classifica annuale della rivista americana Forbes sui più ricchi della Terra. Nel 2022, l’anno in cui è iniziata l’invasione dell’Ucraina, il numero dei miliardari russi era sceso da 117 a 83, con una perdita totale di 263 miliardi di dollari, pari a una media di un calo del 27 per cento nei patrimoni di ciascun oligarca, come effetto della guerra, delle sanzioni e del conseguente calo del rublo.
Ma nel 2023 e nel 2024, grazie ai massicci investimenti di Mosca nell’industria militare, nella quale più di metà degli oligarchi giocano un qualche ruolo, l’economia russa è cresciuta del 4 per cento annuo, permettendo loro di incrementare fatturato
e profitti, anche quando non investivano direttamente nel settore della difesa.
Risultato: nel 2025 il numero dei miliardari russi nella graduatoria di Forbes è salito a 140, il più alto mai raggiunto, con una ricchezza collettiva stimata in 580 miliardi di dollari, di appena 3 miliardi di dollari inferiore alla loro ricchezza massima, raggiunta nel 2021, l’anno prima della guerra.
Per avere un’idea del bastone usato da Putin, invece, basta citare il caso di Oleg Tinkov, il banchiere miliardario russo che, il giorno dopo avere definito “una pazzia” l’invasione dell’Ucraina in un post su Instagram, ha ricevuto una telefonata dagli emissari del capo del Cremlino.
Nella conversazione, gli è stato detto che la sua banca, in quel momento la seconda maggiore della Russia, sarebbe stata nazionalizzata, a meno che tagliasse tutti i ponti con lui. “Non ho potuto negoziare un prezzo”, ha raccontato al New York Times. “Ero come un ostaggio, dovevo accettare quello che mi veniva offerto”.
Una settimana più tardi, una società collegata a Vladimir Potanin, attualmente il quinto uomo più ricco di Russia e un fedelissimo del Cremlino (una delle sue aziende fornisce nickel ai motori dei cacciabombardieri), ha annunciato di avere acquistato la banca di Tinkov a un prezzo valutato il 3 per cento del valore reale di mercato.
In un colpo solo, l’oligarca che aveva osato criticare la guerra in Ucraina, anzi “l’operazione militare speciale” come è obbligatorio chiamarla a Mosca, se non si vuole rischiare una condanna a 5 anni di carcere, ha perso 9 miliardi di dollari
Subito dopo, l’ormai ex-banchiere ha lasciato la Russia
Si può dire che Tinkov è stato un ingenuo a esprimere una critica alla guerra. Da quando è salito al potere il 31 dicembre 1999 (fra un paio di giorni saranno passati ventisei anni), Putin non ha lasciato dubbi sul suo atteggiamento nei confronti degli oligarchi: potevano continuare ad arricchirsi, ma non avrebbero più potuto avere alcuna influenza politica
Gli esempi di cosa rischiassero con il nuovo leader del Cremlino i miliardari russi ribelli non sono certo mancati. Il petroliere Mikhail Khodorkovskji, nel 2003 l’uomo più ricco di Russia con un capitale di 15 miliardi di dollari e uno dei più ricchi del mondo, tra i primi a intravedere la deriva autocratica di Putin, ha pagato la sua infedeltà al presidente con dieci anni di carcere (nel 2013, appena rilasciato grazie a pressioni della Germania, è andato in esilio a Londra, dove vive tuttora sotto scorta).
Boris Berezovskij, in passato detto “l’eminenza grigia del Cremlino”, uno di quelli che avevano inizialmente spinto Eltsin a scegliere Putin come erede designato, per poi pentirsene rapidamente, è stato espropriato dei suoi beni ed è dovuto fuggire anche lui a Londra, ma gli è andata meno bene che a Khodorkovskij: nel 2013, stesso anno della fuga del suo collega, è stato ritrovato impiccato nella toilette della villa di un’amica nella campagna inglese, un suicidio che secondo alcuni potrebbe essere stato una messa in scena
Con precedenti simili, non meraviglia che Roman Abramovich, un altro degli oligarchi russi trasferitosi lungo le rive del Tamigi prima che la guerra in Ucraina lo rendesse persona non grata, abbia accettato senza alcun lamento le sanzioni occidentali che
lo hanno obbligato a vendere il Chelsea Football Club, la sua squadra di football, senza nemmeno potersi mettere in tasca i 4 miliardi e 250 milioni di sterline ricavati, e privato del permesso di soggiorno: ora vive in Israele, Paese del quale ha la cittadinanza in virtù delle origini ebraiche, e mantiene, almeno in apparenza, ottimi rapporti con Putin.
Il giorno dopo l’inizio dell’invasione in Ucraina, Putin convocò al Cremlino decine di oligarchi: “Spero che in queste nuove condizioni”, disse loro, alludendo alle prevedibili sanzioni e al boicottaggio occidentale, “continueremo a lavorare insieme bene come prima e con non meno efficacia”.
È verosimile che non siano troppo contenti della situazione, ma finora Putin, con un misto di carota e bastone, li ha tenuti a bada. E il piano di pace di Trump per l’Ucraina, contemplando come contropartita per Mosca la graduale fine delle sanzioni, potrebbe permettere agli oligarchi di Russia, prima o poi, di tornare a vivere in sontuose magioni a Londra e navigare su yacht da favola nel Mediterraneo, come ai vecchi tempi.
(da Repubblica)

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CHE TRISTEZZA IL CAPODANNO SU RAIUNO: SEMBRAVA LA PARODIA DELLA TV RUSSA

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

CAST VECCHIO, COVER IMBARAZZANTI E LOCATION INSPIEGABILE

Ricordate Večernij Urgant? Quell’artista che tutti consideravamo geniale prima di inserire la Russia nella lista dei cattivi, che qualche anno fa mandò in onda “Ciao 2020”, un finto capodanno italiano talmente trash da diventare virale in tutto il mondo? Ecco, martedì sera su Rai1 è andata in scena la versione non ironica di quella parodia. E stavolta non c’era nemmeno la scusa dell’essere russi.
L’Anno che Verrà da Catanzaro è stato il trionfo del déjà-vu televisivo, quel tipo di programma che ti fa chiedere se per caso hai accidentalmente acceso una vecchia VHS del 1992. Cast vecchio, solito, stanco. Gente costretta a fare le cover dei grandi pezzi come se fossimo a una sagra di paese e non sulla rete ammiraglia del servizio pubblico.
La serata delle cover
Cristiano Malgioglio che canta Annalisa. Sal Da Vinci che si cimenta con “Gloria” di Umberto Tozzi. E qui scatta il paradosso tragicomico: mentre su Rai1 c’è Da Vinci che fa il karaoke di Tozzi, il vero Umberto Tozzi se ne sta bellamente in diretta da Bari, davanti al magnifico Teatro Petruzzelli, al capodanno di Canale 5.
Ma il momento apicale, quello che merita di entrare negli annali della tv del disagio, è stato Ivan Cattaneo. Da “Una Zebra a pois” a “St Tropez”, sempre rigorosamente fuori tempo a ogni strofa e
sbiascicando le parole. Praticamente incomprensibile. Uno spettacolo nello spettacolo, se vogliamo essere generosi. Altrimenti, semplicemente imbarazzante.
E poi arriva la mezzanotte, il momento clou. E cosa ti ritrovi sul palco di Rai1? Gigi Marzullo e Rosanna Fratello con i bicchieri in mano, accanto a Orietta Berti, Malgioglio, Sal Da Vinci e il povero Marco Liorni. Non esattamente un belvedere, diciamo. Una scena che aveva più il sapore di una rimpatriata di pensionati dello spettacolo che di un evento nazionale.
“Sei mai stato a Catanzaro?
Ma la vera domanda è: perché Catanzaro? Cosa ha fatto di male il capodanno italiano per meritarsi tre anni consecutivi di esilio calabrese? Mi viene da citare Giuseppe Cruciani in un’iconica puntata de La Zanzara: “Sei mai stato a Catanzaro, amico mio? Non aggiungo altro: sei mai stato a Catanzaro?”, rivolgendosi a Parenzo.
La location scelta? Piazzale Maestri del Lavoro sul lungomare di Catanzaro. Inspiegabile. Ma ormai è chiaro: è il terzo anno che L’Anno che Verrà si fa nella Calabria di Occhiuto, che dalle location (pagate carissime) di Sandokan fino a Forza Italia sembra voler essere sempre più al centro della scena. Dalle riprese aeree, poi, si vedeva chiaramente che la piazza era piena di buchi. Gente ce n’era poca, diciamocelo. Ma va bene così: anche il pubblico aveva capito che era meglio stare a casa.
Salvate il soldato Marco Liorni
Salviamo dalla debacle Marco Liorni. Chi dimostra di saper traghettare una nave sbandata come L’Anno che Verrà – una trasmissione complicata, che si basa soprattutto sull’imprevisto
(anche se quest’anno di imprevisti non ce ne sono stati, purtroppo, perché avrebbe movimentato le cose) – sa fare tutto. Marco Liorni è ormai un pezzo pregiato del servizio pubblico. Chi passa dalle forche caudine del Capodanno, si merita di meglio.
Salviamo Massimo Ranieri, che ha cantato dal vivo il suo repertorio con classe e professionalità. Non salviamo, però, il suo vestito gessato. Salviamo Rocco Hunt e Clementino, artisti veri che hanno fatto ballare quel pubblico sparuto di Catanzaro. E salviamo Samuray Jay, che ieri ha fatto le prove tecniche per Sanremo 2026.
Gli altri? Tutti rimandati. Speriamo non al prossimo anno che verrà. Perché se questa è la Rai del futuro, allora forse è il caso di tornare alla tv russa. Almeno loro quando fanno la parodia, lo sanno.
(da Fanpage)

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PIANTEDOSI SI VANTA DEL CALO “NETTO” DEGLI SBARCHI DI MIGRANTI, MA NON E’ VERO. LO SMENTISCONO I DATI STESSI DEL VIMINALE

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2024 ARRIVI 66.617, NEL 2025 SONO STATI 66.296 (STESSA PERCENTUALE) A FRONTE DI MENO DI 7.000 RIMPATRI CON UN SALDO NEGATIVO DI 60.000 IN UN ANNO

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in chiusura dell’anno, rivendica i risultati ottenuti nel campo della lotta ai trafficanti e all’immigrazione irregolare, ma volutamente gioca con i numeri, provando a truccare i dati degli arrivi.
Vediamo esattamente cosa dice nel video che ha postato sui social ieri sera, tracciando un bilancio sul tema dell’immigrazione illegale: “I metodi e le strategie innovative messe in campo dal nostro Governo hanno permesso di raggiungere significativi risultati. Abbiamo colpito i traffici di esseri umani fin dai Paesi di partenza. Abbiamo stipulato accordi con i Paesi di origine per creare opportunità e rafforzato i canali
regolari di ingresso. Ribadendo un principio chiaro e non negoziabile: in Italia si entra solo attraverso canali regolari. In Europa abbiamo svolto un ruolo da protagonisti, anticipando nuovi percorsi di gestione dei flussi poi condivisi dagli altri Stati membri”.
Quindi ha aggiunto: “Sono aumentati i rimpatri: quasi 7mila quest’anno, il 55% in più rispetto al 2022. In parallelo gli sbarchi sono diminuiti in modo netto: -58% nel 2024 rispetto all’anno precedente, e lo stesso andamento si registra anche quest’anno. Un cambio di passo evidente rispetto agli anni degli arrivi incontrollati”.
Dunque, prendendo alla lettera quello che dice il ministro, potrebbe sembrare che il calo registrato l’anno scorso, cioè -58%, si sia mantenuto costante. Parlando di “andamento”, il titolare del Viminale sembra alludere al fatto che a fine 2025 ci sia stato un calo delle stesse dimensioni di quello dell’anno scorso. Ma guardando i dati si nota subito il magheggio: sono stati infatti 66.296 i migranti irregolari approdati via mare sulle coste italiane nel 2025, ma la riduzione rispetto al dato dell’anno precedente è appena dello 0,48%. Nel 2024 infatti gli arrivi di migranti furono 66.617, con un calo rispetto al 2023 del 57,95% (allora gli approdi furono 157.651). Dunque, ricapitolando: nel 2024 il governo Meloni poteva vantare una contrazione degli arrivi significativa, quasi del 58% appunto. Ma non si può assolutamente parlare a fine 2025 di trend, o “andamento”, perché da allora il numero di arrivi si è stabilizzato e si osserva solo una leggerissima variazione. Analizzando bene il quadro quindi, sembra evidente che il ministro abbia cercato di far apparire i numeri attuali come un ulteriore traguardo del governo Meloni: perché se no parlare di sbarchi diminuiti “in modo netto”, se quest’anno la situazione sembra essersi cristallizzata rispetto a 12 mesi fa?
Per quanto riguarda i Paesi di partenza, fa sapere sempre il Viminale, dall’Algeria sono arrivate via mare 1.812 persone, con un aumento del 31% rispetto all’anno scorso quando furono 1.383 e del 192,3% del 2023 quando arrivarono in 620.
Dalla Tunisia i migranti arrivati sono stati 4.841, con un calo del 75,1% rispetto al 2024 (19.460) e del 95% rispetto al 2023 (97.667).
Dalla Libia gli arrivi sono stati 58.408, con un aumento del 38,1% rispetto al 2024 (42.279) e del 12,4% del 2023 (51.986).
Cresce il numero dei cittadini bengalesi sia rispetto al 2024 (+41%) che al 2023 (+58%). Gli egiziani sono in aumento rispetto al 2024 (+108%) e in calo sul 2023 (-21%). In aumento anche i cittadini eritrei sia rispetto al 2024 (+251%) che sull’anno precedente (+80%). Infine i migranti provenienti dal Pakistan sono aumentati rispetto all’anno scorso (+27%) e in calo sul 2023 (-44%).

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PERCHE’ NEL 2026 AUMENTERA’ IL PREZZO DI QUASI TUTTO

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

DAI TRASPORTI ALLE ASSICURAZIONI, FINO AI PRODOTTI DA FUMO

Il 2026 si apre con una certezza per le famiglie italiane: il costo della vita salirà ancora. Non si tratta di rincari episodici o legati a emergenze improvvise, ma dell’effetto combinato di scelte già scritte nelle norme, automatismi fiscali e aggiornamenti tariffari programmati da tempo. Mobilità, auto e consumi quotidiani saranno i settori più colpiti, con aumenti che, sommati, rischiano di pesare in modo significativo sui bilanci familiari.
Carburanti: cambia l’equilibrio tra benzina e gasolio
Uno dei primi effetti concreti riguarda i carburanti. Entra infatti in vigore la rimodulazione delle accise, che sposta il carico fiscale dal consumo di benzina a quello di gasolio. Il risultato è un aumento di poco più di 4 centesimi al litro per il diesel, compensato da una riduzione della stessa entità sulla benzina; per chi guida veicoli diesel, ancora molto diffusi, soprattutto tra pendolari e lavoratori, l’impatto sarà immediato, mentre il beneficio per chi usa la benzina rischia di essere meno percepibile.
Autostrade: pedaggi in rialzo quasi ovunque
Viaggiare in auto costerà di più anche per chi utilizza le autostrade. Dal 2026 scattano infatti adeguamenti tariffari per gran parte delle concessionarie. Gli aumenti variano da tratta a tratta, ma si collocano mediamente intorno all’1,5 per cento. Alcuni collegamenti, come la Salerno–Pompei–Napoli, registreranno rincari ancora più marcati. Restano poche eccezioni, con pedaggi invariati solo su alcune reti specifiche; è un aumento che, preso singolarmente, può sembrare contenuto, ma che incide su milioni di viaggi quotidiani.
Assicurazioni auto: colpite le garanzie accessorie
Un altro fronte caldo è quello delle assicurazioni. La Rc Auto obbligatoria non viene toccata direttamente, ma cresce la tassazione su una delle coperture più diffuse: l’assicurazione per l’infortunio del conducente. L’aliquota fiscale passa dal 2,5 al 12,5 per cento, un salto netto che si rifletterà sul premio finale. Per lo Stato significa maggiori entrate, per gli automobilisti una polizza complessivamente più cara, anche a parità di coperture.
Fumo ed elettroniche: tasse più alte per scoraggiare i consumi
Nel 2026 aumentano anche le imposte sui prodotti da fumo, in una strategia che punta sia a incrementare il gettito sia a ridurre i consumi. Non solo sigarette tradizionali, ma anche tabacco trinciato, sigaretti, tabacco riscaldato e sigarette elettroniche. In particolare, per i liquidi da inalazione delle e-cig cresce l’imposta di consumo: aliquote più elevate sia per i prodotti con nicotina sia per quelli senza. L’effetto atteso è un rincaro dei prezzi sugli scaffali, che coinvolgerà una platea sempre più ampia di consumatori.
Un filo comune: aumenti programmati, non improvvisi
La caratteristica che accomuna questi rincari è la loro prevedibilità. Non sono il frutto infatti di un’emergenza improvvisa, ma di scelte politiche e fiscali già definite e ben precise. Proprio per questo, però, il 2026 rischia di essere l’anno in cui molte famiglie si accorgeranno che “quasi tutto” costa di più: muoversi, assicurarsi, viaggiare e consumare diventerà gradualmente più oneroso, senza un singolo aumento clamoroso, ma con tanti piccoli rincari che, sommati, fanno la differenza.
(da agenzie)

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