Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“È UN RAGIONAMENTO SCIVOLOSO. SEGUENDO QUESTA LOGICA, ALLORA, SAREBBE ‘LEGITTIMO’ ANCHE ATTACCARE LE BASI LIBICHE CHE GESTISCONO IL TRAFFICO DI MIGRANTI ILLEGALI DIRETTI ANCHE SULLE COSTE ITALIANE. VISTO CHE IL GOVERNO MELONI DA SEMPRE RITIENE UNA GRAVE MINACCIA LO SBARCO DEI ‘CLANDESTINI’”
Donald Trump accarezzò l’idea di impadronirsi della Groenlandia già nel 2019, nel corso
del suo primo mandato. All’epoca la sua proposta suscitò una risata irrefrenabile e collettiva nel Parlamento di Copenaghen. Oggi, purtroppo, c’è poco da ridere. La Groenlandia fa parte della Danimarca, sia pure con lo status di «Territorio speciale».
Danimarca significa Nato e Ue. Che cosa vuole fare Trump, attaccare gli alleati?
Il Segretario di Stato, Marco Rubio, consiglia di «prendere sul serio» i proclami del presidente Usa. Dopo la notte di Caracas è più difficile dargli torto. Per ora, comunque, nelle capitali europee prevale l’incredulità: di fatto nessuno crede che il Pentagono possa inviare i marines a occupare la Groenlandia, magari facendo leva sulla base aerea di Pituffik, nella parte settentrionale della grande Isola.
Il problema, però, è che i leader del Vecchio Continente sembrano muoversi, ancora una volta, in ordine sparso. Almeno a giudicare da come hanno reagito al blitz dei «Delta Force» che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Basta leggere le dichiarazioni contratte, sincopate di Emmanuel Macron, del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del premier britannico Keir Starmer.
In sostanza: è un bene che Maduro non sia più alla guida del Venezuela, ma il «metodo Trump» non è accettabile. Giorgia Meloni, invece, considera come «difensivo e quindi legittimo» il
raid americano contro uno Stato che alimenta il narcotraffico diretto negli Stati Uniti. È un ragionamento scivoloso. Seguendo questa logica, allora, sarebbe «legittimo» anche attaccare le basi libiche che gestiscono il traffico di migranti illegali diretti anche sulle coste italiane. Visto che il governo Meloni da sempre ritiene una grave minaccia lo sbarco dei «clandestini».
Ma il ritmo imposto da Trump è frenetico. Gli europei sono in grado di reggere il passo, di fare blocco per convincere la Casa Bianca a rinunciare alle mire sulla Groenlandia? Sembra ormai evidente che non basti invocare «il rispetto del diritto internazionale», come fanno Macron, Starmer, Merz e, con toni più duri, il premier spagnolo Pedro Sánchez. In un anno, il presidente Usa ha semplicemente ignorato le regole e le istituzioni internazionali e ha introdotto un «metodo» che ha spiazzato tutti e che, al momento, non sembra avere freni o alternative.
Non ha chiesto l’autorizzazione di nessuno, neanche del Congresso degli Stati Uniti, per colpire le basi degli Huthi nello Yemen, gli impianti nucleari in Iran, i miliziani dell’Isis in Nigeria, le formazioni jihadiste in Siria, le imbarcazioni del Venezuela nel Mar dei Caraibi.
Può rivelarsi una semplice illusione anche pensare di contenere l’aggressività di Trump, assecondandone le scelte di politica internazionale E, in ogni caso, questo schema non funziona se le sue iniziative ci investono direttamente, come lascia immaginare l’«interesse» per la Groenlandia. Quello che conta è che a Washington opera un gruppo che produce progetti, teoremi, non importa se rozzi o sballati, perché soddisfano le ambizioni o la
megalomania del presidente e, soprattutto, perché vengono tradotte in azioni dall’esercito più letale e più efficiente del mondo.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL THINK TANK DEFENSE PRIORITIES: “NON SAREBBE COSÌ DIFFICILE PER GLI STATI UNITI SCHIERARE SOLDATI IN GROENLANDIA, E NON È CHIARO CHI POTREBBE FIMPEDIRLO” …TRUMP VUOLE LA GROENLANDIA POICHÉ IL TERRITORIO È RICCO DI RISORSE MINERARIE E LA BASE SPAZIALE STATUNITENSE DI PITUFFIK (SITUATA NELLA PARTE NORD-OCCIDENTALE DELL’ISOLA) È FONDAMENTALE PER INDIVIDUARE EVENTUALI MISSILI A LUNGO RAGGIO DIRETTI VERSO GLI STATES
Dopo l’attacco in Venezuela, Danimarca e Groenlandia prendono le minacce di Donald Trump molto sul serio. Il “salto di qualità” nell’approccio del presidente americano – prendere con la forza quello che non gli viene concesso dopo averlo chiesto con le buone – e l’ultimo «abbiamo bisogno della Groenlandia, assolutamente», pronunciato ieri, suonano tetri per Nuuk e Copenaghen. La premier danese Mette Frederiksen reagisce subito: «Basta minacce, il diritto internazionale è dalla nostra parte. E siamo nella Nato».
Sune Steffen Hansen, uno degli analisti politici più quotati della Danimarca, spiega: «Le due situazioni, la nostra e quella del Venezuela, non si possono comparare. Non solo perché noi siamo alleati e parte della Nato, ma anche perché non è la prima volta che gli Usa interferiscono in Sud America: hanno sempre avuto interessi lì». Basta questo per dormire sonni tranquilli? «No. Oggi vediamo una nuova filosofia da parte di Trump nell’uso delle forze armate rispetto al primo mandato. Non sappiamo dove questo porterà».
Nel Paese scandinavo non sembra esserci spazio per l’ottimismo. Washington è da sempre l’alleato di una Danimarca entusiasta delle sue relazioni atlantiche e tiepida verso quelle continentali. Almeno fino alla rivoluzione copernicana di un anno fa, quando Trump disse di non escludere «l’uso della forza» per prendere l’isola. Poi c’è stata la visita del figlio, Trump Jr., a Nuuk, la capitale groenlandese e, nei mesi successivi, operazioni sotto copertura per infiltrarsi nella società dell’isola.
I groenlandesi hanno detto più volte che non ne vogliono sapere di entrare a far parte degli Usa. Alle ultime elezioni, pochi mesi fa, solo il 25% ha votato per i partiti indipendentisti. Il mantra per la maggior parte della popolazione è: «Un’indipendenza graduale, nel corso dei decenni, sotto e con l’aiuto del Regno».
Quanto la situazione sia tesa lo si intravede dalla cautela del governo danese. Nel 2019 Frederiksen […] aveva respinto al mittente come «assurde» le proposte di comprare la Groenlandia.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
NON E’ RETORICA NAZIONALE, E’ UN DISEGNO CRIMINALE BEN PRECISO
Durante la campagna elettorale, e persino nei primi mesi della nuova presidenza, una vasta
porzione dell’opinione pubblica globale ha tentato di rassicurarci. Non solo il movimento MAGA, ma anche l’establishment liberal-democratico internazionale ha minimizzato il pericolo, derubricando le minacce di Trump a semplice retorica elettorale. Si diceva di “dare tempo” a un presidente che, in fondo, avrebbe seguito il solco dei decenni passati. Ricordo bene anche voci da sinistra,
all’interno del movimento pacifista, sostenere che Trump sarebbe stato preferibile per l’Ucraina, immaginando che avrebbe imposto lo stop alle armi e favorito la pace.
La realtà a cui assistiamo oggi smentisce quelle previsioni. Siamo di fronte a un cambio di paradigma radicale: un’accelerazione improvvisa dell’imperialismo statunitense che si traduce in una politica aggressiva globale. Dopo il Venezuela, l’attenzione torna sulla Groenlandia e su Panama. Se il Canale è tornato sotto l’influenza USA a discapito della Cina non con la forza ma tramite la coercizione, per la Groenlandia la partita è aperta. Fondamentale per il Passaggio a Nord-Ovest, il petrolio e le terre rare, l’isola è tornata nel mirino. In un’intervista a The Atlantic, Trump è stato chiaro: la Groenlandia è strategica e “serve” agli Stati Uniti.
La NATO e il nuovo mondo
La Danimarca ha reagito appellandosi allo status di membro NATO, invocando le regole del diritto internazionale. Ma Copenaghen ragiona con il vecchio paradigma del Novecento. Trump sta ridisegnando il mondo a sua immagine, usando la forza per mettere all’angolo le potenze rivali in un nuovo assetto multipolare. Come scriveva Adriano Biondi su Fanpage, ci stiamo muovendo verso un mondo di “autocrazie diffidenti”, retto da un equilibrio precario.
In questo scenario non esistono chiaroscuri né coprotagonisti. La logica è binaria: o si è vassalli – come Giorgia Meloni e l’Unione Europea, piegatesi ai dazi e costrette a finanziare l’industria bellica americana – o si è nemici. Il destino di chi si oppone è quello che rischia il vertice venezuelano: il “rapimento di Stato”,
l’arresto, la deportazione e processi basati su accuse strumentali. In questo nuovo mondo, o si è con il Monarca, o si è contro di lui.
(da Fanpage)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA CHIAVE DI VIOLINO STILIZZATA HA MIGLIAIA DI RICHIESTE: L’AMICHETTISMO DEL GOVERNO MELONI SPUTTANATO IN TUTTO IL MONDO
Si sta diffondendo in diversi teatri italiani la mobilitazione degli orchestrali della Fenice di Venezia contro l’arrivo di Beatrice Venezi. In occasione del concerto del 31 dicembre, diversi
componenti dell’orchestra hanno inscenato appuntandosi una spilla per esprimere la loro contrarietà alla nomina di Venezi – considerata una figura organica a Fratelli d’Italia e al governo – a direttore musicale del teatro.
Boom di ordini per la spilla anti-Venezi
Quella stessa spilla, scrive Repubblica, ora sta andando a ruba e potrebbe essere indossata presto anche in altri teatri italiani. Sono oltre 3mila infatti le spillette ordinate nei giorni scorsi da associazioni musicali, cori, docenti universitari, appassionati di opera e non solo. Gli ordini arrivano un po’ da tutta Italia: Trieste, Milano, Pisa, la Calabria e persino Barcellona, dove di recente si è recata l’orchestra veneziana, convincendo i colleghi dello storico teatro Liceu a mostrarla. A questo punto, gli organizzatori hanno deciso di far partire una nuova colletta su PayPal per finanziare l’acquisto delle nuove spillette – tutte rigorosamente con un cuore e una chiave di violino – necessarie a soddisfare tutti gli ordini pervenuti.
I rapporti deteriorati alla Fenice
A lanciare la mobilitazione sono state innanzitutto le rappresentanze sindacali degli orchestrali, che considerano la nomina di Beatrice Venezi un’imposizione arrivata senza alcun confronto, che arriva peraltro proprio mentre il governo Meloni lavora alla riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche. Nonostante le proteste, né il Comune di Venezia né il ministero della Cultura hanno dato segnale di voler fare un passo indietro. I rapporti dentro il teatro, scrive Repubblica, sono ormai deteriorati. È da quasi tre mesi che gli orchestrali non hanno più un’interlocuzione formale con il sindaco di Venezia, Luigi
Brugnaro.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER DANESE: “BASTA MINACCE, NON SIAMO IN VENDITA”
Donald Trump torna a rilanciare sulla Groenlandia e lo fa con toni sempre più duri,
legando apertamente il destino dell’isola alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dell’Europa. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, il presidente americano ha ribadito che Washington considera strategico il controllo del territorio artico: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene». Secondo il presidente Usa, la presenza crescente di potenze rivali rende l’isola un nodo cruciale nello scontro globale: «In questo
momento la Groenlandia è piena di navi russe e cinesi ovunque». Minacce che arrivano il giorno dopo l’operazione che ha portato all’arresto del presidente del Venezuela Nicolas Maduro e della moglie, e l’altrettanto clamoroso annuncio di voler «prendere il controllo» del Paese «fino a quando non ci sarà una transizione ordinata».
«L’Ue ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia»
Trump ha spinto l’argomento ancora oltre, sostenendo che non sarebbe solo Washington ad avere interesse nel controllo dell’isola: «L’Ue ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia». E ha poi ironizzato sulle capacità di difesa danesi, affermando che Copenaghen avrebbe migliorato la sicurezza dell’isola aggiungendo «una slitta trainata da cani». Ma per Trump la sicurezza degli Usa viene prima di tutto, ecco perché In un’intervista all’Atlantic, il presidente ha ribadito la stessa linea per Venezuela e Groenlandia: «Prendere il controllo fino a quando non ci sarà una transizione ordinata».
La reazione della premier danese Frederiksen
Le dichiarazioni del tycoon hanno provocato una reazione durissima da parte della Danimarca. La premier Mette Frederiksen ha respinto al mittente le affermazioni di Trump, invitandolo a fermare quella che ha definito una escalation priva di senso. «Devo dirlo con grande franchezza: gli Stati Uniti non hanno alcun diritto» di annettere territori danesi, ha dichiarato. «Non ha alcun senso che gli Stati Uniti parlino della necessità di prendere il controllo della Groenlandia».
La reazione del primo ministro della Groenlandia
Anche il primo ministro della Groenlandia Jens Frederik Nielsen è intervenuto dopo le ripetute minacce di Trump di annettere il territorio autonomo danese. «Adesso basta. Basta pressioni. Basta insinuazioni. Basta fantasie di annessione. Siamo aperti al dialogo. Siamo aperti alla discussione. Ma questo deve avvenire attraverso i canali appropriati e nel rispetto del diritto internazionale», ha scritto il capo del governo della Groenlandia su Facebook.
Anche l’ambasciatore della Danimarca negli Stati Uniti, Jesper Møller Sørensen, ha commentato la situazione: «Solo un promemoria amichevole sugli Stati Uniti e il Regno di Danimarca: siamo stretti alleati e dovremmo continuare a collaborare come tali. La sicurezza degli Stati Uniti è anche la sicurezza della Groenlandia e della Danimarca. La Groenlandia fa già parte della NATO. Il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti collaborano per garantire la sicurezza nell’Artico», ha scritto un post su X.
L’accordo di difesa tra Stati Uniti e Groenlandia
Frederiksen ha ricordato che tra i due Paesi esiste già una cooperazione strutturata: «Abbiamo un accordo di difesa con gli Usa che garantisce loro un accesso alla Groenlandia. E abbiamo investito significativamente per aumentare la difesa nell’Artico». Da qui l’appello finale: «È tempo che gli Stati Uniti mettano fine alle minacce nei confronti di un alleato storico, e nei confronti di un Paese e di un popolo che hanno detto, con molta chiarezza, di non essere in vendita».
L’immagine della Groenlandia con la bandiera Usa
Ad alimentare ulteriormente le tensioni ha contribuito anche un messaggio apparso sui social. Nelle scorse ore, la podcaster statunitense Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, ha pubblicato su X un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera americana, accompagnata da una sola parola: «Presto». Un post che ha spinto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Møller Sørensen, a intervenire pubblicamente. «Ci aspettiamo il pieno rispetto dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca», ha scritto, ribadendo che con gli Stati Uniti «siamo stretti alleati e dovremmo continuare a lavorare insieme come tali». E aggiungendo: «La sicurezza degli Stati Uniti è anche la sicurezza della Groenlandia e della Danimarca. La Groenlandia fa già parte della Nato. Il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti collaborano per garantire la sicurezza nell’Artico. Prendiamo sul serio la nostra sicurezza comune».
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
APPLAUSI PER IL VENEZUELA, SILENZIO SULLA GROENLANDIA, IL GOVERNO ITALIANO, UNICO IN EUROPA, SCEGLIE LA STRADA DEI VILI… I MARTIRI DELLA DESTRA ITALIANA SI RIVOLTANO NELLE TOMBE
Lo ammetto, sono dovuto andare a cercare la definizione sul dizionario: ignoravo che uno dei sinonimi di “governo dei patrioti” fosse “scendiletto di Trump e della sua volontà di dominio sul mondo”.
Evidentemente, gli eventi degli ultimi giorni hanno dato un nuovo significato a questa parola, visto che il governo italiano è stato l’unico, in Occidente, a plaudere all’operazione speciale di Trump in Venezuela senza se e senza ma.
Definendo “legittimo” un attacco militare e preventivo a un Paese terzo, senza che nemmeno il congresso del Paese attaccante fosse stato informato preventivamente dell’operazione. E parlando di “un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza”. Che, se ci pensate, suona quasi uguale a “l’Iraq aveva le armi chimiche” o a “Ruby è la nipote di Mubarak”.
Alle parole di Giorgia Meloni si è poi aggiunta la grancassa dei media di governo con il loro florilegio di titoli su Trump “il liberatore” e, immancabile, sulla “sinistra che rosica”, come se le colpe di un regime giustificassero l’uso di qualunque mezzo, la creazione di qualunque precedente.
Per dire: fa sorridere, se non ci fosse da preoccuparsi, che a legittimare l’attacco di Trump in Venezuela sia la stessa destra, e la stessa Meloni, che a proposito della defenestrazione di Gheddafi in Libia – altrettanto opinabile – parlava di “vergognosa mistificazione”, di “guerra insensata”, con “la scusa sempre buona della difesa dei diritti umani calpestati dal feroce dittatore di turno”.
E se pensate che il patriottismo cambi intensità in ragione della distanza geografia e della simpatia politica con chi attacca e con chi si difende, vi do una notizia: i precedenti, anche lontani, sono pericolosi perché ti entrano in casa quando meno te l’aspetti. E colpiscono i tuoi interessi quando meno te l’aspetti.
Se non altro, Donald Trump, ci ha levato l’angoscia dell’attesa. E ha deciso di reclamare un pezzo di Europa, la Groenlandia – che per la cronaca è il più grande giacimento europeo di uranio, idrocarburi e terre rare – meno di 24 ore dopo essersi preso il petrolio e il coltan venezuelani. “Ci serve per la nostra sicurezza”, ha detto, quasi a voler giustificare un’annessione necessaria.
Di fronte a queste parole, i patrioti nostrani, da Meloni in giù, giornali di destra compresi, hanno opposto un patriottico, fermo e virile silenzio. Lo stesso che hanno opposto di fronte ai dazi, ù
che il vicepremier Matteo Salvini ha addirittura definito “un’opportunità per le imprese italiane”. O al ricatto del vertice Nato dell’Aja, quando il presidente americano ha detto che l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, quello che prevede l’aiuto di tutti i membri in caso di attacco era subordinato all’acquisto di nuove armi da parte dell’Europa. Ricatto cui il patriottico governo italiano ha risposto con un patriottico inchino.
Chissà, forse alzeranno un sopracciglio, o il dito, quando Trump dirà che gli serve l’Italia. O forse no, neanche allora. Anche perché, va detto, che bisogno ha, il presidente americano, di prendersi qualcosa che è già suo?
(da Fanpage)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
POI MINACCIA ANCHE COLOMBIA, CUBA E MESSICO
Donald Trump alza ulteriormente il livello dello scontro internazionale dopo l’operazione
militare condotta dagli Stati Uniti nella notte del 3 gennaio contro il Venezuela. Un’azione che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie, trasferiti a New York, dove oggi l’ex leader venezuelano è atteso davanti a un giudice federale per rispondere delle accuse formali di narcotraffico e terrorismo avanzate dagli Usa. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, il presidente americano ha rivendicato apertamente il controllo della situazione a Caracas. «Siamo noi ad avere il controllo in Venezuela», ha dichiarato Trump, aggiungendo, incalzato dai reporter: «Non chiedetemi chi sia al comando, perché vi darò una risposta che sarà molto controversa. Ciò significa che siamo noi al comando». Il giorno dopo l’attacco la Corte Suprema venezuelana ha riconosciuto la vicepresidende Delcy Rodriguez come leader ad interim.
L’accesso al petrolio
Secondo Trump, gli Stati Uniti «guideranno il Venezuela» fino a quando non sarà possibile garantire «una transizione ordinata». In questo quadro, il presidente ha chiarito che Washington punta ad avere «accesso totale al petrolio e ad altre risorse del Paese», assicurando un ruolo attivo alle compagnie petrolifere statunitensi. Nel frattempo, Delcy Rodríguez è stata nominata presidente ad interim. Trump ha detto di non aver parlato direttamente con lei, ma ha assicurato che «sta collaborando» e che l’amministrazione Usa «non le ha offerto nulla in cambio». In una recente intervista all’Atlantic, il presidente aveva però lanciato un avvertimento esplicito alla nuova leader venezuelana: «Faccia le cose giuste, o pagherà un prezzo ancora più alto di Maduro».
La minaccia di un secondo attacco al Venezuela
Il tycoon ha inoltre minacciato un nuovo intervento militare: «Ci sarà un secondo attacco se chi è al potere a Caracas non si comporterà come richiesto». E ha ribadito che, almeno per ora, la priorità non sono le urne: «In questo momento stiamo pensando più a “sistemare” il Venezuela che alle elezioni, le elezioni si terranno al momento giusto».
Le minacce a Colombia, Cuba e Messico
Il presidente Usa ha poi allargato il fronte delle minacce. Sulla Colombia ha affermato: «È governata da un uomo malato, non lo farà ancora per molto tempo», aggiungendo che «l’operazione Colombia mi sembra una buona idea». Duro anche il messaggio al Messico: «Dobbiamo fare qualcosa con il Messico, il Messico deve darsi una regolata», ha detto riferendosi a traffico di droga
e migranti. Quanto a Cuba, Trump ha parlato di un regime ormai al collasso: «Cuba è pronta a cadere». Secondo il presidente, L’Avana avrebbe difficoltà a «resistere» senza il petrolio venezuelano fortemente sovvenzionato. «Non credo che sia necessaria alcuna azione, sembra che stia crollando».
Le vittime del blitz Usa in Venezuela
Trump ha parlato anche delle vittime dell’operazione. «Molti cubani sono stati uccisi durante la cattura di Nicolas Maduro», ha detto, spiegando che «un gran numero di membri del personale di sicurezza di Maduro era cubano» e che ci sono state «purtroppo molte vittime nell’altro campo». Secondo le autorità dell’Avana, sarebbero circa 32 i cubani uccisi durante l’operazione: «A causa dell’attacco criminale perpetrato dal governo degli Stati Uniti contro la Repubblica bolivariana del Venezuela, 32 cubani hanno perso la vita durante i combattimenti», ha spiegato il governo dell’Avana in una dichiarazione trasmessa dalla televisione nazionale cubana. I soldati uccisi, tutti appartenenti alle Forze armate rivoluzionarie o al Ministero degli Interni cubani, stavano svolgendo missioni in Venezuela «su richiesta di organismi omologhi» di quel Paese stretto alleato dell’isola comunista, ha spegato il governo proclamando due giorni di lutto nazionale.
Quanto ai militari americani feriti, ha assicurato, «sono tutti in buone condizioni». Sul piano giudiziario, Trump ha definito solido il procedimento contro Maduro. «Il caso è infallibile», ha dichiarato, accusando l’ex presidente venezuelano di aver ucciso «milioni e milioni di persone» e sostenendo di fidarsi pienamente del giudice che segue il dossier.
La Groenlandia e l’Iran
Nel corso delle stesse dichiarazioni, il presidente americano ha rilanciato anche un altro tema controverso della sua politica estera, insistendo sulla necessità di controllare l’isola artica: «Abbiamo bisogno della Groenlandia» per la sicurezza degli Stati Uniti. E ha avvertito l’Iran che ci sarà un «colpo durissimo» se Teheran dovesse uccidere i manifestanti. Trump ha infine annunciato che nella giornata di oggi sentirà il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan
(da Open)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
COME UN CAPOMAFIA: “LA VICE DI MADURO FACCIA QUELLO CHE DECIDO IO O PAGHERA’ CARO”
Una volta deposto il presidente Nicolás Maduro, gli Stati Uniti hanno scoperto quanto sarà difficile gestire la transizione di un Paese di 28 milioni di abitanti grande due volte la California. Il presidente Donald Trump ha dato un ruvido ultimatum alla vice di Maduro, Delcy Rodríguez, indicata dai vertici militari come la nuova presidente ad interim, dicendole che «pagherà un prezzo alto» se «non farà la cosa giusta». Cioè, se non lascerà che siano gli Stati Uniti a scegliere chi guiderà il Paese e non aprirà rubinetti dei pozzi petroliferi per le grandi corporation americane.
Eppure solo ventiquattr’ore prima, i toni erano stati diversi. Trump aveva lodato la vice di Maduro: «In pratica lei vuole fare quello che noi riteniamo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande». A cambiare il clima sono state le prime dichiarazioni pubbliche di Rodríguez, che ha respinto l’ipotesi di un commissariamento americano e avvertito che il Venezuela «è pronto a difendere le sue risorse naturali». «Non saremo mai una colonia», ha aggiunto. Quello ha rappresentato il punto di non ritorno, che ha trovato una sintesi nel segretario di Stato, Marco Rubio, ribattezzato dal Washington Post “vicerè di Caracas”: «Non è la presidente legittima», ha dichiarato. «Ci sono persone che possono apportare effettivamente dei cambiamenti», ha spiegato, allontanando la data delle nuove elezioni, considerate «premature», e chiarendo che il periodo di transizione evocato da Trump avrà bisogno di tempi lunghi. Nelle stesse ore, la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, in un’intervista a Fox News, ha confermato il cambiamento di clima: ha rivelato che il presidente aveva avviato «conversazioni molto concrete e molto chiare» con la vice di Maduro, ma senza aver ottenuto granché. Perché, ha aggiunto, Trump avrebbe poi detto a Rodríguez: «Puoi governare o puoi farti da parte. Non ti permetteremo di continuare a sovvertire la nostra influenza americana».
Lo sfruttamento del petrolio nel Paese con più giacimenti al mondo resta centrale. Lo stesso vicepresidente JD Vance ha indicato la linea degli affari: «Non permetteremo a un comunista
di rubarci il petrolio nel nostro emisfero e senza fare nulla». Poco prima il tycoon aveva minacciato Rodríguez di fare la stessa fine di Maduro, mentre Rubio, anche lui coinvolto in una maratona di dichiarazioni pubbliche e interviste, non ha escluso altri raid in futuro. I toni celebrativi della conferenza di sabato a Mar-a-Lago, in Florida, davanti a mezzo governo, dopo l’operazione che aveva portato nella notte all’arresto di Maduro e della moglie, Cilia Flores, sono evaporati in fretta per lasciare posto a rabbia, minacce e incertezza, anche perché con il passare delle ore la situazione si è complicata.
Non c’è solo la posizione critica di Pechino, che vede in questa operazione un via libera per l’attacco a Taiwan. Ad alzare la tensione c’è anche il bilancio del raid americano, che si è aggravato. I guerriglieri colombiani dell’Esercito di liberazione nazionale hanno detto di essere pronti a unirsi a «tutti i patrioti, i democratici e ai rivoluzionari» per contrastare l’Imperialismo americano.
Intanto negli Stati Uniti la base Maga è spaccata: non vuole l’invio di soldati americani in Venezuela, ma Trump non esclude una presenza militare per proteggere gli interessi dei suoi donatori. L’idea del “presidente di pace” sembra ormai abbandonata. In meno di un anno dal ritorno alla Casa Bianca, Trump ha ordinato bombardamenti ovunque, dall’Iran alla Nigeria al Venezuela e ai Caraibi, e ieri è tornato a parlare della Groenlandia, in termini che hanno spaventato la Danimarca e gli alleati Nato: «Ne abbiamo bisogno per motivi di difesa», ha detto a The Atlantic. Oggi al Palazzo di Vetro si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Francia e Gran Bretagna
chiederanno probabilmente chiarimenti alla delegazione americana sulle ultime affermazioni.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“SENZA PUDORE, LA “DIFESA PREVENTIVA” RICONOSCIUTA SOLO A TRUMP”
“Una volta si cercava trattativa, la mediazione, ora non più. Ogni barlume di quello che si
diceva diritto internazionale è venuto meno, le istituzioni che dovevano che dovevano proteggerlo sono crollate. Ci sono gli Stati, gli imperi e ognuno fa da sé”, dice Massimo Cacciari.
I leader europei balbettano, a parte Sanchez nemmeno mezza critica sulla presa di Caracas. Intanto da 4 anni armano l’Ucraina contro l’invasione russa.
Mi pare che Meloni abbia detto che Trump ha fatto bene.
Ha detto “legittimo intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi” che verrebbero dal “narcotraffico”.
Vige il principio della difesa preventiva. Facciamo un discorso formale, di diritto: la Russia invade l’Ucraina in base a un concetto di difesa preventiva, perché non vuole i missili a 200 km da Mosca. È un’idea. Se sono certo che mi stai ammazzando perché dovrei aspettare che mi spari? Ma è barbaro e bestiale che queste idee vengano sollevate solo pro domo propria, hanno perduto ogni universalità. Incredibile è il venir meno di ogni pudore. Secondo Meloni il principio vale per Trump ma non per Putin. Prima c’era un equilibrio di potenze, ora solo il diritto del più forte. Il mio maestro Gennaro Sasso dice che è sempre stato così, nulla di nuovo sotto il sole, però…
Però dopo la Seconda Guerra Mondiale è sorta un’architettura di diritto internazionale che ora sembra crollare. O no?
Sì, dopo i disastri della prima metà del Novecento ci siamo tutti
imbarcati in un’illusione da cui ci stiamo dolorosamente svegliando. L’idea che i ceti dirigenti occidentali stessero muovendo verso un diritto internazionale valido, valevole, efficiente. Grazie anche a un equilibrio di potenze che ha più o meno garantito procedure di compromesso e mediazione, per 50/60 anni siamo vissuti in questa illusione.
In questo secolo gli Usa hanno preteso di portare la democrazia in Iraq e in Afghanistan, con i risultati che abbiamo visto. Oggi Trump annuncia che gli Usa guideranno “temporaneamente” il Venezuela” e ne “gestiranno le infrastrutture petrolifere”. Cosa c’è da aspettarsi?
C’è una differenza con gli interventi nel Medio Oriente o nel Golfo. Lì c’era un’ideologia, quella della nuova destra: dopo la caduta del Muro siamo noi l’unico impero, abbiamo il diritto e anche il dovere di governare il mondo. C’era una scuola di pensiero che ha sostenuto questa visione negli Usa, accelerata dall’11 settembre. Qui per il Venezuela è diverso, è la riproposizione della dottrina americana che risale a Monroe, all’Ottocento: il continente americano è roba nostra. Gli è scappata, finora, Cuba. Ma è la dottrina Monroe, lo spazio vitale, il Lebensraum americano. Trump l’ha detto in modo un po’ strampalato, riferendosi anche al Canada, si sono messi tutti a ridere ma non c’è niente da ridere.
Oggi c’è chi vede un nuovo equilibrio: Trump prende il Venezuela, offre garanzie alla Russia in Ucraina, la Cina potrà prendere Taiwan.
Nel disegno trumpiano probabilmente è così. Ma sull’America Latina non si discute, la questione Venezuela è questa. Abbiamo avuto Panama, il Cile. Bisognerà vedere quali margini si aprono per l’Ucraina e Taiwan, che però sono cose diverse. L’Ucraina riguarda l’Europa, a cui Trump ha detto: se volete fare la guerra per l’Ucraina, fatela pure e vediamo come va a finire.
In questo scenario l’Europa non esiste.
Mi auguro che non esista. Ogni volta che interviene fa peggio, rende più difficile la soluzione dei conflitti. Così in Medio Oriente, con le primavere arabe e adesso in Ucraina: falliti i tentativi della Merkel e di Hollande a Minsk, è augurabile che l’Europa si tolga di mezzo.
(da ilfattoquotidiano.it)
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