Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
PRENDE FORMA LA NUOVA YALTA DEGLI AUTOCRATI,,. MENTRE L’EUROPA E’ INERME TRUMP TORNA A PARLARE DELLA GROENLANDIA
Il Grande Bugiardo Donald Trump ha tuttavia la dote della sincerità quando disegna il mondo come lo vorrebbe, così come ha fatto nella conferenza stampa per gloriarsi del colpo di stato in Venezuela. Nessun pudore nel rifarsi alla dottrina Monroe per il Sudamerica, “giardino di casa” di cui disporre a piacimento.
Anzi rendendo ancora più feroce la presa sui paesi del Continente, obbligati a cedere il controllo dei poteri e soprattutto delle risorse, nella famelica sete di denaro del tycoon diventato presidente della maggiore potenza mondiale. Tanto da suggerire di mettere “la D dorata di Donald” e mutarla in “dottrina Donroe” per il sovraccarico di ferocia.
Supremazia globale
Nessuna foglia di fico ipocrita a celare il desiderio di arraffare le ingenti risorse di petrolio dopo l’operazione militare speciale, il blitz a lui riuscito contro Maduro e che invece fallì il suo
omologo russo a Kiev con Zelensky nei primi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina. All’opposto la teorizzazione del diritto al saccheggio. Il suo predecessore repubblicano alla Casa Bianca George W. Bush aveva almeno ipocritamente contrabbandato le mani sull’Iraq con il nobile desiderio di “esportare la democrazia”. Vasto programma di tutta evidenza fallito.
Trump vuole esportare solo il disegno imperiale che trasforma in suddite le nazioni coinvolte. Per la logica in cui c’è un centro, Washington, a cui tutto attorno deve ruotare. E le guerre servono affinché non sia messa in discussione la supremazia e la gloria degli Stati Uniti d’America, rifatti grandi come dallo slogan con l’acronimo Maga. Guai agli sfortunati costretti dalla geografia nella stessa fascia di pianeta
uai a Cuba, anzitutto, l’eterno cruccio dai tempi ormai molto lontani della Rivoluzione (1959) che «sta fallendo e noi vogliamo aiutare la popolazione» senza lasciar trascorrere troppo tempo: «Ne parleremo presto», ha promesso o meglio minacciato. Guai alla Colombia e al suo presidente Gustavo Petro che si è permesso di criticare il raid su Caracas e che deve «guardarsi il culo», il tycoon disse con la solita parlata grassa che è un marchio di fabbrica.
Gli inuit della Groenlandia devono avere immaginato di essere pure il bersaglio visti gli appetiti chiaramente espressi per la grande isola ricca di risorse e amministrata dalla Danimarca, vieppiù che ieri il tycoon ha rincarato la dose esclamando che la Groenlandia «ci serve assolutamente». Qualche domanda se la sono fatta anche in Canada, una fetta del quale è stata messa nel mirino per una eventuale annessione.
Esagerazioni? No, è l’interpretazione esatta delle parole di Trump che ha tracciato con chiarezza i confini dell’impero americano, l’emisfero occidentale-settentrionale. E vai a capire se è compresa la povera Europa ricca, disperata, sazia. E inerme.
Non è, quello di Trump, un manifesto del neo-isolazionismo puro, una vecchia tentazione repubblicana, perché allarga la fetta del suo spazio vitale, e i conflitti conseguenti. È piuttosto la tripartizione del mondo con Russia e Cina, una volta uccise tutte le convenzioni e gli organismi sovra-nazionali. È la fine di Yalta e la sua rinascita, come un’araba fenice, in cui si sostituisce semplicemente la Gran Bretagna con la Cina.
Cosa tocca allo zar
Allo zar del Cremlino toccherebbe, in questo schema, uno spicchio d’Europa, una larga parte del ventre molle dell’Asia, le Repubbliche ex sovietiche, una spruzzata di Medio Oriente perché solo lo zar può tenere a bada l’universo sciita a partire dall’Iran degli ayatollah.
Quanto successo a Caracas dice che l’Ucraina è spacciata e dovrà cedere l’intero Donbass, anche la parte che ancora controlla, oltre alla Crimea. Vladimir Putin dovrebbe sentirsi legittimato ad allungare le grinfie sulla Transnistria, la regione filorussa e separatista della Moldavia. Iniziano a tremare anche i Baltici nonostante l’ombrello Nato (che fine farebbe la Nato?), e quantomeno si sentirebbero minacciate, già lo sono, la Polonia e la Lituania per il cosiddetto “corridoio Suwalki”, una striscia di terra reclamata da Mosca per unire alla madre-patria l’exclave di Kaliningrad.
Tutto il resto, o quasi, è Cina. Proprio cominciando a pregustare una sorta di via libera per prendersi Taiwan, Pechino ha sì “condannato” il raid venezuelano, ma non si è spinta oltre nella difesa di Maduro e di un regime da sempre amico.
Restano aree non compiutamente assegnate sulle quali si possono solo fare delle ipotesi. Il Giappone è considerato un occidente separato? Probabile. L’Australia è fuori dalle rotte degli interessi cruciali e gode di un diritto all’autonomia.
L’Africa è già sufficientemente divisa tra una colonizzazione cinese, un tentativo di re-inserimento americano anche militare, un espansionismo turco che corre di pari passo con l’islamizzazione del Continente Nero. La stessa Turchia potrebbe essere una sorta di media potenza utile per i ponti dove le influenze si accavallano come la stessa Africa e il Medio Oriente.
In tutto questo il vero dilemma è dove collocare un’Unione europea afona davanti all’illegalità della Casa Bianca, ed è un segno di quanto sia peso piuma. Afona o peggio quando qualcuno dei suoi componenti decide di prendere posizione. Tipo Giorgia Meloni, sempre con Trump senza se e senza ma. Ci piace che siano altri a decidere anche i nostri destini. Ma non erano, quelli al governo, i severi custodi del sovranismo?
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“MELONI PER SALIRE SUL CARRO TRUMPIANO HA DATO UNA RISPOSTA INADEGUATA”… “MADURO HA PORTATO STATO SOCIALE IN UN PAESE DIFFICILE”
Franco Cardini, storico e intellettuale considerato di destra, che giudizio dà del blitz di Trump
a Caracas?
«Trump è un cialtrone, un disintegratore del diritto internazionale. Spero che lo destituiscano».
Non è aria.
«Forse non ci si rende conto che sta minacciando tutti i Caraibi, si vuole prendere pure la Groenlandia».
Giorgia Meloni ha definito il colpo di Stato legittimo.
«Ha scelto di salire sul carro trumpiano. Il proprietario di un grattacielo che si muove come un Paperone…».
Ma dire che è legittimo?
«Anche Macron ha detto che i venezuelani sono stati liberati da un dittatore, una cosa se possibile ancora più scandalosa».
Ma io le ho chiesto di Meloni.
«Vede, qualsiasi analisi men che indignata è semplicemente inadeguata, visto che siamo alla legge della foresta. Qui la mia amica Meloni non dice come in Ucraina che c’è un aggressore e un aggredito».
Maduro non è un dittatore?
«Ma pure Churchill o De Gaulle, non lo erano a loro modo?».
Beh, insomma.
«Le buone democrazie hanno sempre avuto i loro dittatori. Non si può dividere con l’accetta la democrazia dalla dittatura. Maduro era un dittatore? Perché Trump che idea ha della
democrazia? Da uno così ci si può aspettare di tutto a questo punto».
Maduro ha truccato le elezioni.
«Ma non è l’unico che l’ha fatto. Qui non si parla più nemmeno di una difesa preventiva per giustificare il colpo di Stato, che già sarebbe una definizione enorme, si parla addirittura di legittima difesa».
Diranno Cardini l’anti imperialista.
«Mi hanno dato del fascista, del cattolico organico, dello stalinista come il mio amico Canfora, anarchico comunista come Moni Ovadia. Mi prendo quest’altra decorazione».
Perché difende Maduro? Cosa ha fatto di buono?
«Ha portato un minimo di Stato sociale, che non è poco, un Paese difficile come il Venezuela».
Perché è stato deposto?
«Per il petrolio. Alla fine tutto ruota attorno al petrolio. La prima potenza mondiale non può non averne l’egemonia».
E poi?
«Poi non ha voluto fare la volontà degli Stati Uniti, questa cosa Trump non gliel’ha perdonata. Gli ha detto: “Io ti taglio le gambe”».
Chi sarà il prossimo?
«Penso l’Iran».
Cosa la preoccupa?
«Sono saltate tutte le difese del multilateralismo. Nessuno ha detto agli Usa di fare i carabinieri nel mondo. Siamo al disordine completo, assoluto».
Bonelli ha definito Trump un pirata.
«Ho 85 anni e da ragazzo ho molto amato Sandokan che mi ha aperto le porte dell’adolescenza. No, Trump è molto peggio. Quello che ha fatto è un crimine internazionale».
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“LA CESSAZIONE DELL’IMPULSO DEL PNRR POTREBBE PESARE SE GLI EFFETTI DI OFFERTA SI RIVELERANNO PICCOLI. LA DETERMINAZIONE DEL GOVERNO NELL’ATTUARE IL PIANO DEVE AUMENTARE, NON POSSIAMO PERMETTERCI DI TIRARE I REMI IN BARCA A METÀ DEL GUADO”
E così siamo entrati nell’anno conclusivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ricordiamo brevemente i fatti. Il Piano fu la declinazione italiana del gigantesco sforzo approvato
dal Consiglio europeo nel luglio del 2020, mentre infuriava il Covid-19, detto “Next generation EU”.
Lo sforzo era volto innanzitutto a evitare che l’economia europea crollasse sotto i colpi della pandemia. In buona sostanza esso contemplava l’erogazione ai governi dell’Unione, fino al 2026, della enorme somma di 750 miliardi di euro, finanziati attraverso titoli emessi sul mercato dalla Commissione europea a nome dell’intera Unione.
Buona parte di quella somma fu destinata all’Italia: nel Pnrr sono ora riportati 194,4 miliardi. Dunque, oltre all’imponenza dell’intervento, due furono gli aspetti di inaudita novità: il ricorso massiccio a eurobond (titoli comunitari di debito) e la generosità nei confronti dell’Italia, entrambe decisioni fino a quel momento deprecate e giudicate impossibili da importanti paesi europei.
Ora che il Covid è alle nostre spalle, sostanzialmente sconfitto dai vaccini, è lecito chiedersi: è servito all’economia italiana quell’aiuto straordinario? Il suo venir meno negli anni futuri che problemi può presentare?
Cerchiamo di rispondere alla prima questione, il che poi ci aiuterà a rispondere alla seconda. Ma prima ricordiamo che i quasi 195 miliardi promessi all’Italia non erano, per così dire, gratis, ma erano condizionati a svariate centinaia di adempimenti da parte del governo e del parlamento italiani, essenzialmente nei campi delle riforme strutturali e degli investimenti pubblici. Le riforme strutturali (burocrazia, giustizia, istruzione, sanità) erano latitanti da decenni e gli investimenti pubblici ridotti e inefficienti.
Le stime riguardo agli effetti addizionali del Piano sulla crescita economica italiana dal 2020 al 2027 sono ovviamente variabili a seconda delle ipotesi, ad esempio sull’efficienza della spesa, e del modello usato, ma ruotano intorno ai tre punti percentuali, cumulati nel periodo, indicati dal governo nel Documento programmatico di finanza pubblica dello scorso ottobre. Ritardi e riprogrammazioni della spesa vengono tenuti in conto.
Le stime a cui si fa qui riferimento non guardano soltanto agli effetti di domanda, ma anche a quelli di offerta, perché riforme strutturali e investimenti pubblici in infrastrutture ambiscono a innalzare il potenziale dell’economia.
Quindi l’impulso macroeconomico sulla crescita impresso dal Pnrr è stato e sarà importante. Ha presumibilmente evitato che l’economia italiana entrasse in recessione negli ultimi anni. Esso perdurerà almeno fino a tutto il 2027, anche se l’ultima rata sarà pagata alla fine di quest’anno, grazie al graduale dispiegarsi degli effetti degli interventi nel corso degli anni.
La cessazione dell’impulso potrebbe pesare soltanto se gli effetti di offerta si riveleranno piccoli. Ma non era questo lo spirito dell’intervento europeo. L’idea non era solo quella di colmare il deficit di domanda causato dalla pandemia, ma anche e soprattutto quella di cambiare i tratti strutturali delle economie europee, soprattutto nei paesi che più ne avevano bisogno come l’Italia, cogliendo l’occasione sia pure di un evento tragico per innalzare le capacità produttive e innovative delle economie.
Il Pnrr traduce i pilastri di Next Generation Eu in sette “missioni”, per semplicità definibili come innovazione, ecologia, mobilità, istruzione, inclusione, salute, energia. Avanzare nel completamento di queste sette missioni implica la
promulgazione di numerose leggi, la definizione di ancor più numerosi decreti attuativi e regolamenti, la realizzazione effettiva di investimenti pubblici in quantità e con qualità inusitate.
La macchina legislativa e burocratica italiana, com’era da attendersi, è andata in affanno, alcune scadenze sono state ritardate, alcuni impegni ricontrattati con la Commissione. Ma un fatto è certo: quest’ultima ha finora approvato gli sforzi italiani, accordando le otto rate previste e apprestandosi a esaminare la nona, già chiesta dal governo.
Se i conseguenti cambiamenti strutturali si rafforzeranno e consolideranno l’economia italiana avrebbe compiuto un salto, che non potrebbe alla lunga non avere effetti macroeconomici positivi. Questi potrebbero a loro volta compensare, forse più che compensare, il venir meno dei puri e semplici effetti di domanda determinati dalla spesa aggiuntiva del Pnrr.
Succederà? Ancora non lo sappiamo. Ma è lecito ancora sperarlo. La determinazione del governo nell’attuare il Piano deve però aumentare, non possiamo permetterci di tirare i remi in barca a metà del guado.
(da La Stampa)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
CON 303 MILIARDI DI BARILI, IL VENEZUELA DETIENE IL 17% DELLE RISERVE MONDIALI DI PETROLIO MA, PER LA CNN, SERVONO 58 MILIARDI DI INVESTIMENTI PER RIPORTARE LA PRODUZIONE A BUONI LIVELLI
Con 303 miliardi di barili, calcola l’Energy Institute di Londra, il Venezuela detiene le
maggiori riserve di petrolio del mondo (il 17% del totale globale), contro i 240 miliardi di barili dell’Arabia Saudita. Basta questo per giustificare un intervento che scuote gli interi equilibri mondiali?
La storia dice che i big del petrolio americani cercano di sfruttare tale patrimonio fin dal 1914 quando fu avviato il primo pozzo, il Mene Grande sul lago Maracaibo, e cominciò l’assalto al tesoro dell’oro nero che ieri Trump ha evocato in conferenza stampa dicendo che «le compagnie americane accorreranno numerose» non prima di aver puntualizzato che «saranno gli Stati Uniti a dirigere il Paese nella transizione».
E il Venezuela non è solo petrolio ma anche il gas prodotto dall’Eni, destinato all’approvvigionamento locale: ora il gruppo italiano può sviluppare un business più ampio in collaborazione con gli americani
I rapporti fra Washington e Caracas sono sempre stati burrascosi per la serie di colpi di Stato, dittatori, bruschi cambi di regime e
brevi squarci di democrazia in Venezuela. Le prime concessioni petrolifere con Exxon, Chevron, Conoco-Phillips, Texaco e le altre “sorelle” risalgono agli anni ’40, legate all’aumento della domanda nella Seconda guerra mondiale.
Nel dopoguerra vista la concorrenza dei produttori del Medio Oriente, proprio Caracas propose di allearsi con i “nemici” Iran, Iraq, Arabia Saudita e Kuwait creando nel 1960 l’Opec, poi allargata ad altri produttori. L’obiettivo era di contrapporsi allo strapotere delle major Usa ma le divisioni nel cartello — alimentate in silenzio dagli stessi Stati Uniti — sono state un ostacolo.
Il Venezuela intanto nel 1976 ha nazionalizzato le produzioni imponendo ai partner occidentali joint-venture al 50-50%, poi trasformate in 60-40 a favore del governo con tutte le tensioni del caso. L’unica parentesi di democrazia e riforme di tutti questi decenni sono stati gli anni ’90, quando la Petroleos de Venezuela si conquistò una fama di affidabilità ed efficienza. Ma nel 1999 con l’elezione di Chavez la situazione è precipitata fino agli abissi attuali: l’avvento di Maduro è del 2013, le sanzioni sull’export risalgono al Trump I, fra il 2017 e il 2019.
Il Venezuela è temporaneamente estromesso dall’Opec, insieme con Libia e Iran anch’essi sotto embargo americano, e non partecipa alle decisioni su quote e prezzi. […] Vanno poi considerate le fonti rinnovabili, l’auto elettrica, le tecnologie di risparmio energetico, tutti fattori che abbassano la domanda di petrolio. Tanto che i rincari dovuti alla nuova guerra di Trump «non dovrebbero superare il 10-20%, limitandosi a quella porzione di greggio pesante e non sostituibile prodotto in Venezuela e lavorato nelle raffinerie specializzate del sud degli Stati Uniti . A spingere il tycoon è stato anche il fattore-Cina: Pechino sta aiutando il Venezuela a ricostruire le decrepite infrastrutture petrolifere. Ci vorranno, secondo la Cnn, 58 miliardi per tornare a livelli accettabili di produzione.
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
PER LA MAGGIORANZA ITALIANA, L’INTERVENTO DI TRUMP È UN CORTOCIRCUITO. I PUTINIANI DELLA LEGA PROVOCANO: “ORA MANDEREMO ARMI A MADURO?”. E SALVINI IMBARAZZATO RESTA IN SILENZIO PER ORE
Quando ci sono da prendere le difese di Donald Trump, Giorgia Meloni si precipita. Attende che nel caos degli aggiornamenti sull’attacco americano in Venezuela si faccia chiarezza sul destino di Nicolas Maduro, poi, appresa la notizia sul suo arresto, rilascia una nota da manuale, per esercizio di equilibrismo: «Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di
entità statuali che favoriscono il narcotraffico»
Meloni si trova in Spagna, ospite del leader di Vox Santiago Abascal. È tra i primi leader europei a commentare. La premier sposa la tesi trumpiana usata per dare copertura giuridica a un’ingerenza militare senza precedenti recenti. Tesi che poi è lo stesso tycoon a ridimensionare puntando, davanti alle telecamere, tutto sul petrolio, sugli interessi delle multinazionali Usa e sulla gestione amministrativa del dopo-Maduro che Washington vorrebbe eterodirigere come a Gaza, o come è il sogno di Vladimir Putin a Kiev, attraverso un governo amico.
Per capire gli imbarazzi e le contorsioni politiche, basta la posizione del leader leghista Matteo Salvini. Resta in silenzio per ore, evita l’esultanza in altre occasioni puntualmente riservata a Trump e si limita a far sapere di «seguire gli sviluppi» e di «aver ascoltato pareri qualificati di analisti, esperti e dirigenti di partito».
Tra questi potrebbe esserci Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega che con sarcasmo e fare provocatorio ora sfida l’Europa a punire Trump come Putin e «a congelare i beni finanziari come fatto con i russi». Le opposizioni premono, chiedono a Meloni una condanna dell’aggressione e l’immediata informativa in Aula del ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Ci sono anni di parole contraddette, di posizionamenti ideali messi da parte, dietro la dichiarazione di Meloni, in passato sempre critica verso la politica dei “regime change”, come nel caso della Libia e di Gheddafi. Ma la politica estera è il luogo dove nulla è definitivo e la coerenza ancor più relativa.
Meloni ricorda che l’Italia ha sempre sostenuto l’aspirazione «del popolo venezuelano a una transizione democratica», contro «la repressione del regime di Maduro» e non ha mai riconosciuto «l’autoproclamata vittoria elettorale» del 2024, ma con il passare delle ore diventa consapevole dell’impatto che l’azione di Trump avrà sull’architettura del diritto internazionale che faticosamente si sta cercando di tenere in vita in Ucraina, contro le pretese imperialistiche di Putin.
C’è un prima e un dopo, infatti, nell’evoluzione della giornata politica italiana. Dagli artifici retorici usati e dal cambio di tono dei commenti si intuisce di un giro di telefonate tra i leader e i vertici di partito della destra. Il Venezuela conta una delle comunità italiane più numerose e vivaci al mondo. La questione della sicurezza dei connazionali, sostiene Meloni, «è una priorità assoluta». Ne parla con Tajani che la raggiunge telefonicamente a Madrid. I parlamentari di FdI che d’istinto avevano esultato vengono frenati. I diplomatici e i servizi riportano che il corpaccione del regime resiste e ha già spedito in strada le milizie paramilitari. I rischi di rappresaglia sono molto alti. E assieme al cooperante Alberto Trentini, una dozzina di italiani si trovano ancora nelle carceri di Caracas.
(da “La Stampa”)
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