Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
DI FRONTE ALLE REAZIONI POLITICHE POI SI SCUSA: “PAROLE GRAVI, INOPPORTUNE E SBAGLIATE”… MA NESSUNO LO HA PRESO A CALCI IN CULO E ACCOMPAGNATO ALLA PORTA
La notizia era quella di un presidio pacifista, a Empoli, per protestare contro l’attacco degli Stati Uniti di Trump in Venezuela. Tra le adesioni c’era anche quella di Rifondazione comunista e del Pci. E nei commenti sui social sono apparse le parole di Isacco Cantini, coordinatore locale di Fratelli d’Italia e responsabile Equità sociale e disabili per FdI nella provincia di Firenze: “I soliti comunisti di sta cippa, prima o poi vi stermineremo anche in Italia”.
Il commento, come era prevedibile, ha fatto scoppiare una bufera politica. “Sono parole indegne”, ha commentato il coordinatore di Sinistra italiana in Toscana, Dario Danti. “Sterminare chi non la pensa come te, chi manifesta per la pace è la modalità con la quale certa destra ci ha abituato a intendere la politica, la stessa destra che oggi ha precise responsabilità di governo. Chiedo che Meloni e i dirigenti del suo partito si esprimano subito e senza ambiguità condannando parole così violente e meschine”.
Quando lo screenshot delle parole, lasciate sotto l’articolo del quotidiano online Gonews, ha iniziato a circolare anche sui giornali, il commento è stato cancellato. E lo stesso Cantini si è scusato con una nota: “Le parole utilizzate sono state gravi, inopportune e sbagliate, e non rispecchiano né il mio pensiero profondo né, tantomeno, una volontà di incitare all’odio o alla violenza. L’uso di un’espressione così estrema è stato un errore che riconosco senza esitazioni”, ha detto.
Il coordinatore cittadino di FdI ha detto che non intendeva “evocare scenari di violenza reale né tantomeno augurare o invocare lo sterminio di persone o gruppi politici”. La frase sarebbe stata scritta “con leggerezza e rabbia, senza attenzionare fino in fondo il peso delle parole utilizzate”.
Cantini ha chiesto scusa “a chi si è sentito colpito o offeso, in particolare agli esponenti e ai militanti di Sinistra italiana”, e anche al suo partito, “per le difficoltà e le polemiche che le mie parole hanno generato”. Infine, ha chiosato: “Il confronto politico può e deve essere anche duro, ma non può mai superare il confine del rispetto umano. Da parte mia c’è l’impegno a usare in futuro un linguaggio più responsabile e consono al ruolo che ricopro”.
Da Fratelli d’Italia non sono arrivati commenti sulla vicenda. Ma i partiti dell’opposizione non hanno fatto mancare le proteste, e anche le richieste che Cantini prenda atto di aver sbagliato e rinunci alla carica.
“Il segretario cittadino del partito di Giorgia Meloni non è nuovo ad esternazioni discutibili. Sentir parlare di sterminio in questa città ci fa trasalire e gelare il sangue”, ha dichiarato la dirigenza locale di Sinistra italiana. Anche da una forza più moderata come Azione è arrivata la condanna, con il segretario Luca Ferrara: “Chiediamo le immediate dimissioni. È inammissibile che qualunque cittadino manifesti la volontà di “sterminare” altre persone, ed è ancora più grave lo faccia chi pretende di rappresentare una forza politica che si dichiara democratica”.
(da Fanpage)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
POI CI SONO STATI IL BAGNO DI SANGUE IN VIETNAM, LE GUERRE IN AFGHANISTAN E IN IRAQ CON UN VENTENNIO SPESO A “ESPORTARE LA DEMOCRAZIA” PER POI RITROVARSI NUOVAMENTE I TALEBANI A KABUL … ORA TRUMP ANNUNCIA CHE GOVERNERÀ A CARACAS MA IL THINK TANK “RAND” LO DICE CHIARAMENTE: “IN VENEZUELA SERVONO DOLLARI, TEMPO E TRUPPE”, COME NEL 1945. A MENO CHE AL TYCOON NON BASTI LASCIARE AL POTERE I CHAVISTI E METTERE LE MANI SUL PETROLIO
“Ci saremmo dovuti ritirare dal Vietnam nel 1963»: la confessione della prima,
dolorosa, sconfitta del “Nation building” americano, costruire democrazie e società in Paesi remoti, è di Robert McNamara, ministro della Difesa per sette anni, record storico.
Nella nuova, magnifica, biografia “McNamara at war” (Norton), gli storici Philip e William Taubman ricordano genio e arroganza del ministro di Kennedy e Johnson, consapevole dai dati raccolti via think tank Rand che sarebbe stato impossibile governare il Paese rurale e battere la guerriglia di Hanoi senza consenso popolare, eppure incapace di fermarsi, per hubris e ambizione strategica.
Il presidente Donald Trump, cogliendo di sorpresa anche i collaboratori, ha dichiarato che Washington “governa” Caracas, dopo l’efficace blitz contro il sanguinario erede di Hugo Chávez, Nicolás Maduro, tradotto in catene a Brooklyn.
Quale modello di amministrazione, che “Nation building”,
seguiranno Trump, il segretario di Stato Marco Rubio, con il malmostoso vicepresidente JD Vance, assente all’annuncio del raid?
I giorni del saggio Harry Truman che guida alla democrazia Germania, Giappone e Italia, sconfitte nel 1945, son lontani, l’America non ha né la borsa, né la cultura per quell’egemonia, allora gli Usa producevano il 50% del Pil mondiale, nel 2025 intorno al 14%, l’impero è mutato.
I successi non sono mancati, malgrado le roboanti critiche dei critici della democrazia, l’ex linguista Chomsky, l’ex spia Snowden, l’ex giornalista Greenwald. La Corea del Sud, assimilata nell’orbita Usa dopo la guerra con Nord Corea e Cina 1950-1953, ha impiegato decenni per una transizione dal regime autoritario alla società aperta, ma il passaggio si è poi realizzato, come per Taiwan, certo più libera di Hong Kong filocinese.
Anche Panama, Paese sul Canale restituito dal presidente Carter nel 1977, era dittatura amica degli “yanquis”, sotto Manuel Noriega detto “Faccia d’Ananas”, uomo forte deposto dal presidente Bush padre nel 1989, durante un processo senza tragedie, capace di liberare il Kuwait da Saddam Hussein nel 1991, con l’egida Onu e il no di Papa Wojtyla, sognando un New World Order liberale.
Reagan si era accontentato della scorreria a Grenada, isola occupata nel 1983, con il premier marxista Bishop fucilato da castristi estremisti, creando l’immagine di una Normandia sulle spiagge dei Caraibi.
Affermare “Adesso il Venezuela lo gestiamo noi”, è bella riga in una sceneggiatura da “Una battaglia dopo l’altra”, film del regista
Anderson, ma il momento arduo del cambio di governo non è il blitz dei commandos, è il giorno dopo. L’America ha rovesciato tanti regimi, Saigon, Santiago, Managua, Rio de Janeiro, e ha sostenuto feroci giunte amiche, vedi Videla in Argentina e Pinochet in Cile, meno efficace invece nel costruire democrazie, dopo il Piano Marshall almeno.
Federico Santi, del think tank Eurasia di Ian Bremmer, lascia supporre che questa potrebbe essere dunque la strada di Trump: collaborare a Caracas con la presidente Delcy Rodríguez, lasciando al potere i chavisti duri alla Diosdado Cabello, se collaborano con la compagnia petrolifera Chevron ad ammodernare la produzione di greggio, vendendo montagne di barili a Mosca e Pechino.
Ben altre furono le illusioni dei militanti neocon del presidente Bush figlio, occupando l’Afghanistan (2001) e l’Iraq (2003). La banda di maldestri adepti del filosofo Leo Strauss, ora anti-trumpiani arrabbiati, era certa che la democrazia seguisse le baionette, per ritrovarsi con l’acre sconfitta nella “Guerra al terrorismo”, 22 anni, la più lunga nella storia Usa […] 4,7 milioni di morti, l’odio di una generazione
Il generale Lucius Clay, governatore militare a Berlino nel dopoguerra, ripeteva che senza istituzioni, diritti civili, magistrati, stampa, scuole, partiti, non si costruisce democrazia, mentre a Caracas incombono i miliziani violenti dei Colectivos e le gang stile Tren de Aragua. Il presidente Johnson si perse fra le risaie vietnamite, pur di restare fedele all’impegno preso nel 1965, alla Johns Hopkins University: «Ho una promessa da mantenere e lo farò!». La vecchia Rand intima “in Venezuela servono dollari, tempo e truppe”, come nel 1945
(da Repubblica)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
FRA IL 2021 E IL 2025, LE CONSEGNE STATUNITENSI SONO ESPLOSE DA UNO A QUASI OTTO MILIARDI DI METRI CUBI AL MESE. MA I FORNITORI AMERICANI POSSONO VENDERE TUTTO IL LORO PRODOTTO ALLE CENTRALI ELETTRICHE NEGLI STATI UNITI O AI CLIENTI ASIATICI: NON DIPENDONO DALL’EUROPA COME L’EUROPA DIPENDE DA LORO
Sabato alla cattura di Nicolas Maduro, Kirill Dmitriev, negoziatore di Vladimir Putin con la Casa Bianca, ha sottolineato ciò che gli interessa: con l’aggiunta del Venezuela, ora gli Stati Uniti controllano il 20% della produzione mondiale di petrolio.
«Un potere enorme», ha notato Dmitriev. Non dispiace ai russi, perché hanno una loro idea riguardo alla direzione verso cui gli Stati Uniti potrebbero indirizzare questa capacità di condizionamento: non verso Mosca, che controlla le proprie risorse energetiche, ma verso le capitali europee. E se questo può
essere vero in parte per il petrolio, lo è sicuramente di più per il gas naturale.
A fatica, l’Unione europea si è liberata negli ultimi anni della dipendenza dalla Russia per il metano; ma pochi dei suoi leader avrebbero immaginato che il nuovo fornitore strategico, gli Stati Uniti, si sarebbe dimostrato così scomodo tanto presto.
Naturalmente le dipendenze europee dagli Stati Uniti hanno molti aspetti: la sicurezza, l’accesso al mercato, le tecnologie.
Ma la dipendenza relativa all’energia, per quanto finora rimasta in secondo piano, nell’immediato sta diventando la più cogente e pericolosa.
Oggi l’Unione europea ha bisogno del metano americano più o meno quanto aveva bisogno di quello di Mosca quattro o cinque anni fa. Le quantità di gas liquefatto statunitense in Europa sono inferiori a quelle di gas via tubo dalla Russia nel 2021; ma il potere della Casa Bianca di far salire le bollette del riscaldamento e dell’elettricità nel Vecchio Continente decurtando l’offerta è simile a quella del Cremlino di allora.
Nel 2022 l’Europa affrontò una crisi energetica quando Putin iniziò ad usare l’arma del metano cercando di forzare l’Europa a interrompere il sostegno all’Ucraina. Il ricatto fallì anche perché subentrarono altri fornitori, primi fra tutti gli americani.
Nel gennaio 2022 la Russia era il primo fornitore europeo con circa 2,6 miliardi di metri cubi di metano alla settimana . Oggi di fatto Mosca è quasi scomparsa dai mercati europei. Invece il gas naturale liquefatto è cresciuto da uno a 2,9 miliardi di metri cubi al mese venduti all’Unione europea e in questo insieme l’America pesa per il 60% del totale.
Fra il 2021 e il 2025, le consegne statunitensi sono esplose da uno a quasi otto miliardi di metri cubi al mese. Ma i fornitori americani possono vendere tutto il loro prodotto alle centrali elettriche negli Stati Uniti o ai clienti asiatici: non dipendono dall’Europa come l’Europa dipende da loro. Ed è un dettaglio che potrebbe anche passare inosservato, se Trump non sembrasse deciso a imporre all’Europa stessa nuove umiliazioni.
(da “Corriere della Sera”)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LE MIRE DEL TYCOON SONO SÌ GEOPOLITICHE, MA ANCHE ECONOMICO-COMMERCIALI: IN AMERICA LATINA SI TROVANO RISORSE INFINITE DI MATERIE PRIME E IDROCARBURI. MESSICO E BRASILE SONO GIGANTI PETROLIFERI, LA COLOMBIA È IL SECONDO PAESE AL MONDO PER BIODIVERSITÀ
Le minacce di Trump incendiano l’America Latina e il timore è che, come visto con
Nicolas Maduro, dalle parole si possa passare ai fatti
Dopo il successo del blitz di Caracas tutti i Paesi della regione sono entrati nel radar della Casa Bianca. Cuba e Colombia sono nel mirino, ma anche in Messico non stanno tranquilli mentre a Brasilia Lula cerca di mettere in piedi una linea di resistenza continentale che sembra però difficile da organizzare visto che a ogni elezione (vedi i voti recenti in Bolivia e Cile) i vassalli trumpiani non fanno che crescere.
Le mire di Trump sono geopolitiche ma anche economico-commerciali, perché in America Latina si trovano risorse infinite di materie prime e idrocarburi.
Messico e Brasile sono giganti petroliferi, la Colombia è il secondo Paese al mondo per biodiversità, il Perù ha un settore minerario aperto alle industrie straniere e dove la Cina ha fatto passi da giganti. C’è poi il litio le cui riserve sono concentrate in un triangolo di Paesi (Argentina-Bolivia-Cile) che, a partire da marzo, con l’ingresso in campo del cileno Kast, saranno guidati da governi amici della Casa Bianca.
C’è di tutto e di più, basta avere presidenti che aprono le porte per sinergie e nuove privatizzazioni, il businessman Trump questo lo sa bene. Il gas naturale che va dalle Ande boliviane
fino alla Patagonia argentina, il rame del Cile, le riserve di acqua dolce per non parlare di soia, carne, cereali. Nello stesso Venezuela, petrolio a parte, ci sono grandi riserve di oro e di altri metalli preziosi; l’inefficienza e la corruzione del regime chavista ha impedito di sfruttarle al meglio. Se saranno date le condizioni, le imprese americane potranno fare affari giganteschi, spiazzando alcuni concorrenti regionali come le brasiliane Petrobras e Vale.
Sull’Avana c’è una bomba ad orologeria. «Hanno i giorni contati – ha detto Trump – sono in una crisi terribile, è chiaro che stanno per cadere». A Cuba manca di tutto e senza il petrolio venezuelano l’isola rischia il blackout. Dal Messico è arrivato una boccata d’ossigeno ma Trump potrebbe bloccare anche quella fonte e allora davvero sarebbe dura tirare avanti.
Lula e Trump sembravano entrati in una fase di disgelo, la crisi venezuelana li ha rimessi sugli scudi. Il brasiliano punta al quarto mandato a ottobre, Trump farà di tutto per sostenere i conservatori, che per ora puntano su Flavio Bolsonaro, primogenito dell’ex presidente finito in galera. Trump sa che Lula è in vantaggio e sa anche che il brasiliano è un popolo nazionalista a cui non piace l’idea di una potenza straniera che venga a dirgli cosa si deve fare.
Tanti gli interessi e i giochi di potere incrociati e su tutti c’è il dramma dei migranti. La Colombia ospita 2,5 milioni di venezuelani, il Brasile ne ha 650.000, una nuova crisi umanitaria potrebbe far nascere un altro esodo e il costo ricadrebbe proprio su Petro e Lula.
Trump gioca al grande Risiko delle Americhe. Si fa forte della rete di governi alleati, da Milei in su e della pressione commerciale e militare su chi osa andargli contro. La convinzione è che la sintonia politica aprirà grandi spazi commerciali, cacciando indietro i cinesi, che negli ultimi anni sono cresciuti moltissimo nella regione.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “C’E’ L’EURASIA PER LA RUSSIA DI PUTIN, LE AMERICHE PER GLI STATI UNITI DI TRUMP, L’ASIA-PACIFICO PER LA CINA DI XI JINPING. L’EUROPA, CHE RIMANE FUORI, AFFRONTA UN TRIPLICE PROBLEMA
L’intervento americano in Venezuela è l’ultimo chiodo sulla bara del mondo post-1945. Segna il passaggio dall’era delle alleanze che aggregavano l’Occidente – Nato, G7 e altri formati – all’era delle zone d’influenza che lo spaccano.
Le “zone d’influenza” non coprono l’intero orbe terracqueo ma una buona parte: l’Eurasia per la Russia di Vladimir Putin, le Americhe per gli Stati Uniti di Donald Trump, l’Asia-Pacifico, comprendente Taiwan e il mar cinese meridionale e settentrionale fino alla “linea a nove trattini”, per la Cina di Xi Jinping. L’Europa rimane fuori. Non necessariamente un male.
Se non fosse per l’allentamento del rapporto transatlantico di cui ha ancora bisogno per la propria sicurezza.
Se poi il «ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale», proclamato da Trump, comprende anche l’Ipo ostile sulla Groenlandia, il rapporto è a rischio di rottura
Col “ritorno alle Americhe”, ove necessario con le cannoniere, della politica estera americana, lo scenario internazionale abbandona l’organizzazione basata sul diritto per una coabitazione cede il passo alla legge del più forte.
Donald Trump è convinto di essere l’artefice della trasformazione – e se ne vanta.
In realtà egli la porta solo a compimento. Il merito, o demerito, di averla iniziata va a Vladimir Putin che ha fatto della guerra contro l’Ucraina lo strumento per ristabilire una zona d’influenza russa estesa all’ex-Unione Sovietica, Baltici esclusi – forse e per ora. Le “cause profonde” […] altro non sono che il controllo dell’Ucraina, riconducendola all’ovile a sovranità limitata della sfera russofila.
Trump e Rubio sono più espliciti – dicono che l’obiettivo americano a Caracas è un governo controllato da Washington. Con l’amicizia senza limiti e il sostegno all’economia di guerra russa, Xi Jinping aveva immediatamente aderito alla visione russa delle zone d’influenza, ovviamente anche pro domo sua. Mancavano gli Stati Uniti di Joe Biden, tenacemente attaccati al contrasto della Russia in Ucraina. Trump rovescia il paradigma: il Venezuela viene prima dell’Ucraina oggi; forse, di Taiwan domani. Mentre i loro ambasciatori all’Onu prendono le difese, verbali, della legalità internazionale, Mosca e Pechino prendono appunti.
Grandi potenze e zone d’influenza non sono la stessa cosa. Le une sono, da sempre, gli attori principali che determinano gli equilibri, o le guerre, regionali o mondiali. Ed è inevitabile che facciano sentire il loro maggior peso sui vicini, specie se più piccoli e/o più deboli (talvolta antagonizzandoli). Ma adesso l’influenza sui Paesi perimetrali da derivato di potenza posseduta diventa una strategia per acquistarne di più. Specie la Russia ha bisogno di una zona d’influenza per essere grande potenza al pari delle altre due, altrimenti è relegata a potenza “regionale” più testate nucleari e idrocarburi.
Impeccabile a parole – Carta Onu, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, Atto
Finale di Helsinki – l’ordine mondiale post-1945 ha lasciato a desiderare nell’attuazione. Le guerre e le aggressioni non sono mancate. Tuttavia, il pur frequente uso della forza era l’eccezione alla regola del rispetto delle sovranità nazionali, dell’integrità territoriale, dell’inviolabilità dei confini ecc. Tutto questo viene meno nel momento in cui si riconosce alle grandi potenze una area geografica nella quale possono operare in nome senza rispettare questi limiti.
Nella misura in cui ciascuna si accontenta della rispettiva “zona di rispetto” si attenua il rischio che vengano alle mani fra loro – quindi di una terza guerra mondiale fra Paesi armati fino ai denti di missili e testate atomiche. Nel momento in cui Trump dà la precedenza al Venezuela e al canale di Panama sulla sicurezza europea stabilisce immediatamente un rapporto amichevole con Putin.
Dalle “zone d’influenza” rimangono fuori, oltre una grossa fetta di Occidente (Europa e l’Australia): l’Asia meridionale dove l’India è certamente la potenza dominante ma, a parte il conflitto latente col Pakistan, senza grandi mire espansive, più Giappone, Corea del Sud e Asean; il Medio Oriente, dove si fronteggiano attori regionali di prima grandezza; l’Africa. Questa larga parte del mondo, che comprende molti Paesi emergenti, economicamente e culturalmente vibranti, è però teatro di una competizione accesa fra le tre grandi potenze con la Cina probabilmente in testa per capacità di penetrazione economico-commerciale-tecnologica.
Gli Usa mantengono un forte potere di attrazione pur in calo di soft power causato delle politiche di Trump condizionate dall’ossessione anti-migratoria. La Russia si affida all’unica commodity esportabile oltre petrolio e gas: armi e mercenari, che hanno presa con un gruppetto di regimi militari autoritari in Africa.
L’Europa affronta un triplice problema: resistere all’espansionismo russo; competere economicamente e tecnologicamente con la Cina; gestire le conseguenze del ritorno degli Usa ad un isolazionismo nazionalista panamericano che antepone alla leadership transatlantica il dominio continentale. A questi Usa “back to the future” di una dottrina Monroe dell’800 non servono alleati, solo “allineati” magari anche ideologicamente.
Stefano Stefanini
per “La Stampa”
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA PASIONARIA EX TRUMPIANA MARJORIE TAYLOR GREENE: “SIAMO STANCHI DI UNO SCHEMA CHE NON SERVE IL POPOLO, MA LE GRANDI AZIENDE E LE COMPAGNIE PETROLIFERE”… S’È SVEGLIATA TARDI: TRUMP È UN MILIARDARIO CHE HA SEMPRE FATTO GLI INTERESSI DEI PIÙ RICCHI
«Questo è lo stesso schema di gioco di Washington di cui siamo così stanchi e che non
serve il popolo americano, ma che in realtà serve le grandi aziende, le banche e i dirigenti delle compagnie petrolifere».
Sono le parole della legislatrice Maga Marjorie Taylor Greene che – sebbene sia stata ripudiata da Donald Trump e a breve lascerà il suo ruolo a Capitol Hill – rappresentano perfettamente il pensiero di una buona parte del movimento dietro all’attuale presidente.
La cattura del venezuelano Nicolás Maduro è stata vista da molti Maga come l’ennesimo tradimento della promessa elettorale di Trump di mettere «Prima l’America», lasciando stare le questioni
internazionali e l’interventismo statunitense. È la goccia che fa traboccare il vaso per molti «duri e puri» e che potrebbe costare caro nelle elezioni di mezzo mandato del Congresso, il prossimo novembre.
Non sono solo i legislatori Maga che accusano Trump di aver agito senza considerare ciò per cui i suoi elettori l’avevano votato, ma anche vari attivisti conservatori, specie sentendo le parole del presidente che ha detto: «Controlliamo il Venezuela».
Steve Bannon : «La mancanza di chiarezza nel messaggio su una potenziale occupazione ha lasciato la base sconcertata, se non arrabbiata».
Sebbene vi sia un consenso sul fatto che la rimozione di Maduro sia una cosa positiva per il popolo di Caracas – specie fra gli elettori venezuelano-americani in Florida – e la sua leadership fosse illegittima, l’azione militare ha aperto una crepa.
Il vicepresidente JD Vance, ritenuto come il più Maga del gabinetto presidenziale, ha cercato sui social di calmare i timori: «Capisco l’ansia per l’uso della forza militare, ma dovremmo forse permettere a un comunista di rubare la nostra roba nel nostro emisfero senza fare nulla? Le grandi potenze non si comportano così».
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA DEFINIZIONE DI CARTELLO ERA EMERSA IN UN ATTO D’ACCUSA DI UN GRAN GIURÌ, NEL 2020, REDATTO DAL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA
Clamorosa marcia indietro del Dipartimento di Giustizia su una dubbia accusa nei confronti del leader venezuelano Nicolás Maduro che l’amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno nel preparare il terreno per rimuoverlo dal potere: guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles.
Lo scrive il New York Times. I procuratori continuano ad accusare Maduro di aver partecipato a una cospirazione di narcotraffico ma hanno abbandonato l’affermazione secondo cui il Cartello sarebbe un’organizzazione vera e propria. Ora è un “sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro della droga.
La definizione di cartello risale a un atto d’accusa emesso da un gran giurì nel 2020 contro Maduro e redatto dal Dipartimento di Giustizia. Nel luglio 2025, riprendendone il linguaggio, il Dipartimento del Tesoro ha designato il Cartel de los Soles come organizzazione terroristica. A novembre, Marco Rubio, segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump, ha ordinato al Dipartimento di Stato di fare lo stesso.
Ma esperti di criminalità e narcotraffico in America Latina avevano affermato che si tratta in realtà di un termine gergale, inventato dai media venezuelani negli anni Novanta, per indicare funzionari corrotti dal denaro della droga. E sabato, dopo che l’amministrazione ha catturato Maduro, il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblico un atto d’accusa riscritto che sembrava riconoscere tacitamente questo punto, scrive il New York Times.
Laddove il vecchio atto d’accusa faceva riferimento 32 volte al Cartel de los Soles e descriveva Maduro come il suo leader, quello nuovo lo menziona due volte e afferma che egli, come il suo predecessore Hugo Chávez, ha partecipato a questo sistema di patronato, lo ha perpetuato e protetto.
I profitti del traffico di droga e la protezione dei partner coinvolti nel narcotraffico “affluiscono a funzionari civili, militari e dei servizi di intelligence corrotti ai livelli inferiori, che operano all’interno di un sistema di patronato gestito da coloro che stanno al vertice — indicati come Cartel de los Soles o Cartello dei Soli, un riferimento all’insegna del sole applicata sulle uniformi degli alti ufficiali militari venezuelani”, afferma il nuovo atto d’accusa. Questo passo indietro, sottolinea il Nyt, mette ulteriormente in discussione la legittimità della designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera da parte dell’amministrazione Trump lo scorso anno.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DI STATO PIETRO PAROLIN E’ STATO NUNZIO APOSTOLICO A CARACAS E SI MUOVE ATTRAVERSO L’ARCIVESCOVO CASTILLO… LA MELONI SOGNA LA LIBERAZIONE IN TEMPO PER METERCI IL CAPPELLO PER LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DEL 9 GENNAIO, COME AVVENNE LO SCORSO ANNO PER LA GIORNALISTA CECILIA SALA, DETENUTA IN IRAN (E LIBERATA DOPO VENTI GIORNI)
Il sogno di Meloni è la scarcerazione di Alberto Trentini, il cooperante detenuto da
oltre un anno in Venezuela. Da ottenere, possibilmente, in tempo per la tradizionale conferenza stampa di fine anno che si terrà il 9 gennaio, come era avvenuto già lo scorso anno con Cecilia Sala, detenuta in Iran.
Sono ore cruciali. I servizi e la diplomazia si stanno adoperando per scongiurare il pericolo di ritorsioni e lavorano per convincere la presidenza, affidata a Delcy Rodriguez, che è arrivato il momento di dare un segnale di distensione liberando alcuni prigionieri, a partire da chi come Trentini non è accusato di alcun reato.
Ad essere cercati dal governo italiano, in queste ore, sono soprattutto i canali ecclesiastici.È la Chiesa, più di chiunque altro, a poter contare su una rete capillare di rapporti e di informazioni in Venezuela. A partire dal Segretario di Stato Pietro Parolin, che per anni è stato nunzio apostolico in quel Paese e che, anche per questo, ha nominato come suo sostituto per gli Affari generali Edgar Peña Parra, di nazionalità venezuelana. C’è poi la Comunità di Sant’Egidio, sempre cercata in questo genere di situazioni. E anche il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, si mostra interessato alla vicenda chiamando la famiglia del cooperante italiano per esprimere vicinanza.
Dall’altro lato del ponte, in Venezuela, c’è l’arcivescovo di Caracas Raúl Biord Castillo. A lui è affidata la mediazione con la dittatura chavista decapitata.
Anche la Chiesa, in Venezuela, si muove però su un terreno difficile. Monsignor González de Zárate, presidente della Conferenza episcopale venezuelana, ha dovuto mantenere una posizione di freddezza di fronte all’operazione Usa di arresto di Maduro, per non incrinare i rapporti con gli uomini di potere della vecchia dittatura chavista.
E tuttavia non è semplice, come dimostra quanto avvenuto solo un mese fa all’arcivescovo emerito di Caracas, Batazar Porras, a cui le autorità venezuelane di Maduro avevano ritirato il passaporto e vietato di uscire dal Paese a causa delle sue critiche al regime.
(da La Stampa)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DEL QUINTO ANNIVERSARIO DEL VERGOGNOSO TENTATIVO DI COLPO DI STATO, IL TYCOON INCONTRA I DEPUTATI REPUBBLICANI AL KENNEDY CENTER (CHE HA RIBATTEZZATO TRUMP-KENNEDY CENTER), E DIFENDE GLI ASSALITORI, CHE HA GRAZIATO NON APPENA TORNATO PRESIDENTE
Nel giorno del quinto anniversario dell’assalto al capitol, Donald Trump difende i suoi sostenitori che attaccarono il tempio della democrazia americana.
“I media non hanno scritto che marciarono pacificamente e patriotticamente”, ha detto parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, ribattezzato recentemente Trump-Kennedy center.
“Donald Trump e i repubblicani hanno cercato ripetutamente di riscrivere la storia e insabbiare gli eventi del 6 gennaio”. Lo ha detto il leader dei democratici alla Camera Hakeem Jeffries nel corso di un evento per commemorare i cinque anni dall’assalto al Capitol del 2021.
Mentre i democratici si riuniscono per ricordare quanto accaduto, anche un gruppo di sostenitori di Trump, inclusi l’ex leader dei Proud Boys, uno degli architetti dell’attacco, prevede una manifestazione a Washington. I manifestanti ripercorreranno la strada battuta dai rivoltosi nel 2021.
(da agenzie)
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