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LA PETROLIERA RUSSA MARINERA FINO A QUALCHE GIORNO FA SI CHIAMAVA “BELLA 1” ED ERA REGISTRATA IN GUYANA: DAL 2024 ERA SANZIONATA DAGLI USA PER IL TRASPORTO DI PETROLIO IRANIANO E PER ESSERE PARTE DELLA “FLOTTA OMBRA” DI PUTIN

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

DUE SETTIMANE FA HA PROVATO AD ATTRACCARE IN VENEZUELA PER CARICARE IL PETROLIO DI MADURO. A QUEL PUNTO È PARTITO UN INSEGUIMENTO, LA NAVE È STATA RIBATTEZZATA “MARINERA” ED È STATA DIPINTA UNA BANDIERA RUSSA. MOSCA HA INVIATO NAVI E UN SOTTOMARINO A SCORTARLA, PER DISINCENTIVARE GLI USA DAL SEQUESTRO. CHE È AVVENUTO LO STESSO

Circa 333 metri, scafo scuro segnato dal sale e da mani di vernice date in fretta. È la petroliera che da settimane tiene impegnata la Guardia Costiera statunitense tra Caraibi e Atlantico. Su identità e controllo, però, le versioni divergono.
Per Washington resta la Bella 1, registrata in Guyana e inserita dal 2024 nella lista delle imbarcazioni sanzionate per il trasporto di petrolio iraniano e per presunti legami con reti di finanziamento del terrorismo: una delle navi della ‘flotta ombra’ di Putin.
Per Mosca, invece, si chiama Marinera e batte bandiera russa, con porto di registrazione a Sochi. La petroliera diventa un caso il 21 dicembre, quando gli Usa tentano di intercettarla mentre è diretta verso il Venezuela per caricare greggio, in violazione del blocco imposto da Trump.
E’ nel mirino, come tante altre intercettate e sequestrate, della più vasta operazione Southern Spear, lanciata dal tycoon contro il narcotraffico. Ma in quell’occasione l’abbordaggio fallisce e ‘Bella 1’ la nave prosegue la navigazione. Da quel momento
inizia un inseguimento a bassa velocità, fatto di avvicinamenti e bruschi cambi di rotta.
E nel tragitto arriva la svolta: l’equipaggio dipinge sulla fiancata una bandiera russa, grezza ma ben visibile e a Capodanno la nave, sfidando una vecchia tradizione marinara, viene formalmente ribattezzata ‘Marinera’ ed entra nel registro marittimo di Mosca che non perde l’occasione per scendere in mare, ordinando alla sua Marina di scortarla a protezione.
Con un dispiegamento che, secondo alcune fonti mai confermate, prevederebbe anche un sottomarino a capacità nucleare. Un restyling non riconosciuto dall’America che continua a cercare nell’Atlantico ‘Bella 1’. Per la Guardia costiera Usa, infatti, al momento del primo contatto la petroliera batteva una falsa bandiera nazionale (quella del Guyana) in violazione delle norme internazionali di navigazione.
Ribattezzarla non cambia la sostanza. La storia della Bella 1, oggi Marinera, è un esempio concreto di come opera la cosiddetta ‘flotta ombra’, un sistema di navi che cambiano identità, colori e registri per dribblare sanzioni e vuoti giuridici. Una petroliera oggi vuota, ma capace di scatenare una nuova crisi internazionale.
(da agenzie)

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CHE STRANO, UN ALTRO RUSSO VOLATO DALLA FINESTRA: A MEUDONE, VICINO PARIGI, UN GIORNALISTA INDIPENDENTE RUSSO È MORTO DOPO UN VOLO DI SETTE PIANI

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

GLI INQUIRENTI PER ORA IPOTIZZANO IL SUICIDIO, MA SECONDO ELEMENTI RACCOLTI DALLA POLIZIA, IL 38ENNE POTREBBE ESSERE STATO OGGETTO DI ”MINACCE DI MORTE”

E’ stato ritrovato morto vicino Parigi un giornalista russo di 38 anni. La sua caduta dal settimo piano di un edificio di rue de la Roseraie, a Meudon, alle porte della capitale, ieri mattina, lascia propendere gli inquirenti per la pista del suicidio, scrive il
giornale Le Parisien, sottolineando tuttavia che la personalità della vittima suscita interrogativi.
A cominciare dal fatto che la vittima è un giornalista indipendente russo. E secondo gli elementi raccolti dalla polizia, può essere stato oggetto di ”minacce di morte”, riferiscono fonti vicine al dossier per determinare le cause del decesso e ”fare luce” sulla ”personalità della vittima”.
All’arrivo dei soccorsi, l’uomo è stato trovato inerme, ai piedi del palazzo di Meudon. E’ stato subito trasportato in ospedale ma per lui non c’era più nulla da fare.
All’interno dell’appartamento che occupava insieme ad un coinquilino, i poliziotti hanno trovato una sedia piazzata davanti alla finestra e alcune lettere redatte in russo. Il coinquilino presente sul posto era sotto shock e la barriera linguistica non ha permesso di interrogarlo nell’immediato. Gli agenti non sono stati in grado di stabilire se l’uomo è stato testimone della scena meno. Le indagini sono affidate al commissariato di Meudon.
(da agenzie)

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SALVINI È LA MINA VAGANTE ALL’INTERNO DEL GOVERNO, LA LEGA È IN SUBBUGLIO: SALVINI DEVE FARE I CONTI CON LE CORRENTI INTERNE E CON IL TRACOLLO DEI CONSENSI

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

DA UN LATO, È MINACCIATO DA ZAIA. DALL’ALTRO, DAL GENERALE VANNACCI CON LE “SUE” 160 SEZIONI DEL MOVIMENTO “IL MONDO AL CONTRARIO” – SALVINI TEME CHE SUOI I PARLAMENTARI SCAPPINO VERSO ALTRI LIDI… I MALUMORI INTERNI NEI CONFRONTI DI GIORGETTI (CHE VIENE CHIAMATO “GIANCARLO FINI”, PER DARGLI DEL TRADITORE)

Salvini non affonda solo da ministro. La sua Lega è in subbuglio: tra correnti interne e consensi che scivolano, il leader deve fare i conti con un partito sempre più nervoso. La sua capacità di comandare è messa in discussione. C’è un sentimento di panico che corre su via Bellerio, da mesi ci si chiede se la guerra la vincerà Luca Zaia o il capitano.
Galvanizzato dagli odi e dalle trame, il vicesegretario Roberto Vannacci, mentre marca le distanze da Zaia, guarda oltre: alle 160 sezioni locali del suo movimento «Il mondo al contrario». È una guerra che non si placa. Fa un baccano tremendo. L’inizio di una resa dei conti all’orizzonte, e per capirla bene bisogna partire da chi è stato messo da subito all’angolo.
Il “responsabile” Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze, dai salviniani battezzato «Giancarlo Fini», quindi il traditore di Salvini e della Lega. Silenzioso, riflessivo, esperto di nomine e bilanci. Con Salvini naviga su un’altra rotta: niente Papeete, rubli, rosari. L’idea di una Lega che resta al governo con disciplina.
Per questo scaricato dalla Lega stessa dopo l’ultima legge di bilancio. «È un tecnico», ha sentenziato il senatore Claudio Borghi, fuori tempo dunque dentro la Lega dei nuovi contendenti.
Il generale Vannacci, fino a poche settimane fa, lo si sarebbe raccontato come “portatore di un pacco di voti non indifferente”. Dopo che nella sua Toscana ha raccolto meno del 17 per cento, l’insofferenza del partito nei suoi confronti tocca vette altissime. Restano comunque una truppa di fedeli dentro il parlamento. I deputati Edoardo Ziello, Elisa Montemagni, Andrea Barabotti, Rossano Sasso, Domenico Furgiuele. Al senato gravitano intorno al “mondo al contrario”: Claudio Borghi, Manfredi Potenti. Mentre subisce il fascino di Luca Toccalini, segretario della Lega giovani.
I voti reali sono quelli che può vantare Luca Zaia, l’ex Doge che raccoglie intorno alla sua figura nomi che pesano e formano quello che è stato battezzato come il “Partito del Nord”, tra questi: il presidente della Lombardia Attilio Fontana, il presidente del Friuli-Venezia Giulia, Maurizio Fugatti presidente del Trento.
Della Lega di Salvini Premier rimane una fortezza. In questi mesi torbidi, il Capitano resta a galla con «la paura di essere tradito», spiegano. Dunque via a disegnare una geografia di trame con i fedelissimi che rimangono: i vice Claudio Durigon e Silvia Sardone, il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, la deputata Laura Ravetto. Ci sarebbe anche Susanna Ceccardi, europarlamentare di peso e storica dirigente toscana del partito.
Ma ancora nera di rabbia dopo essere stata marginalizzata da Roberto Vannacci in Toscana. Da settembre, dopo un scontro verbale senza precedenti tra lei e il Capitano, tra i due non scorre buon sangue. Lei si era sfogata contro Vannacci che «crea disagio e imbarazzo nel partito», Salvini le aveva risposto per le rime, chiedendo di smetterla con «le polemiche».
Nervoso e ossessionato dal successo degli alleati, tra Giorgia Meloni che brilla di luce propria e Forza Italia che scala la Lega nei sondaggi, il Capitano teme le imboscate dei suoi. Ha paura di un’emorragia di parlamentari stanchi di star lì a premere il pulsante. Qualcuno se ne è già andato, Davide Bellomo tra le braccia di Tajani a inizio dello scorso anno.
Tutti segnali che Meloni raccoglie con timore, quello che l’alleato così fragile e sempre più litigioso nella maggioranza, rischi di diventare una mina vagante sotto i piedi del potere, pronta a esplodere a ogni passo.
(da Domani)

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LA GIORGIA MELONI CHE OGGI DEFINISCE IL BOMBARDAMENTO AMERICANO SU CARACAS UN “INTERVENTO LEGITTIMO DI NATURA DIFENSIVA” È LA STESSA CHE NEL 2018 URLAVA ALLA CAMERA CONTRO L’INTERVENTO AMERICANO IN SIRIA?

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL DISCORSO DELLA DUCETTA DI ALLORA: “PENSO CHE L’ITALIA DEBBA SCEGLIERE SE DIFENDERE IL DIRITTO INTERNAZIONALE OPPURE STABILIRE CHE VIGE LA LEGGE DEL PIÙ FORTE, DOVE IL DIRITTO INTERNAZIONALE LO STABILISCE CHI HA LA MAGGIORE CAPACITÀ MILITARE…” … COME SI CAMBIA, QUANDO SI VA AL POTERE

“Penso che l’Italia, oggi, debba scegliere se difendere il diritto internazionale e, quindi, dire ‘no’ alle azioni militari unilaterali, oppure stabilire che vige la legge del più forte, dove il diritto internazionale lo stabilisce chi ha la maggiore capacità militare”. Potrebbero essere le parole di un esponente dei partiti politici che hanno criticato l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, avvenuto sabato 3 gennaio. Invece è ci che disse
Giorgia Meloni, allora solo leader di Fratelli d’Italia, nell’aprile 2018.
Alla Camera si parlava dell’attacco effettuato dagli Stati Uniti in Siria, insieme a Francia e Gran Bretagna, nella notte tra il 13 e il 14 aprile a seguito del presunto uso di armi chimiche da parte del governo di Assad.
Tre giorni dopo, in Parlamento si era presentato il presidente del Consiglio (cosa che oggi è diventata piuttosto rara) Paolo Gentiloni, per informare l’Aula sulla situazione. Tutti i partiti avevano risposto, e Giorgia Meloni era stata decisamente critica dell’intervento.
Il discorso di Meloni è conservato nel resoconto stenografico della seduta. La leader di FdI, dall’opposizione, fu decisamente critica del governo italiano: “Da una parte, voi dite: noi non partecipiamo a quell’attacco, e, dall’altra, sostenete che l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria era legittimo”. E “che quelli che, invece, sono contrari a quell’attacco, lo fanno perché sono amici di Putin e di Assad. Insomma, una ricostruzione un po’ bambinesca, buona per i tweet, buona per la propaganda elettorale”.
È quasi inutile sottolineare che, a quasi otto anni di distanza, la linea della presidente del Consiglio sembra essere decisamente cambiata. Dopo l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, Meloni è stata la leader europea che più si è schierata a supporto dell’attacco.
Certo, ha detto che “l’azione militare esterna” non è “la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”. Ma ha subito chiarito che il governo “considera legittimo un intervento di
natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. La parola chiave è quella: “Legittimo”.
Senza contare che, dal centrodestra, sono subito partiti gli attacchi a chi criticava l’operazione militare. In particolare, affermando che chi lo fa sia automaticamente un sostenitore di Nicolas Maduro. Un approccio non molto lontano da quello che, nel 2018, Meloni definiva “bambinesco” e “buono per la propaganda elettorale”.
Tornando al 2018, allora Meloni insistette sui paletti che l’Italia doveva rispettare, pur facendo parte della Nato: “Siamo sempre stati leali”, ma “non rientra tra gli impegni connessi con l’appartenenza alla Nato l’obbligo di seguire, e neanche di condividere, presidente Gentiloni, azioni militari unilaterali decise da uno o da più Stati membri”. Perché, aggiunse, “la tattica del ‘se parte uno, partiamo tutti, e meniamo a testa bassa senza fare domande’ è buona per le risse da bar, non per la politica internazionale”.
La leader di Fratelli d’Italia sottolineò anche che gli Stati che avevano partecipato all’attacco (Usa, Francia, Gran Bretagna) avevano “degli interessi geopolitici in Siria. Non è che siamo solamente dei filantropi, eh, ci sono degli interessi geopolitici che qualcuno sta difendendo; sono i nostri interessi geopolitici? Permettetemi di avere qualche dubbio”. Anche in questo caso, sorge immediato il paragone con l’esplicito interesse di Donald Trump per il petrolio venezuelano, che vorrebbe far estrarre alle compagnie petrolifere statunitensi.
Il punto chiave era proprio che, per Meloni, l’Italia era chiamata a “difendere il diritto internazionale e, quindi, dire ‘no’ alle azioni militari unilaterali”. Per non “stabilire che vige la legge del più forte”. Perché “un’azione militare contro uno Stato” deve “essere fatta in seno alle Nazioni Unite o, almeno, con una vasta e trasversale partecipazione della comunità internazionale e non con azioni unilaterali di singoli Stati”.
Altrimenti si finisce nel “caos totale nelle relazioni internazionali”. La legge del più forte, disse Meloni può essere utile “a potenze nucleari come gli Stati Uniti, la Francia o la Gran Bretagna. Non mi è esattamente chiaro perché dovrebbe essere utile, a una nazione militarmente un tantino meno attrezzata come l’Italia, disconoscere le Nazioni Unite”.
La conclusione fu netta: “Fratelli d’Italia, in nome dell’interesse nazionale italiano, ribadisce la sua assoluta contrarietà ad ogni azione militare unilaterale, anche se viene giustificata con l’idea credibile delle ragioni umanitarie e anche se viene compiuta dai nostri storici alleati”. Parole che oggi sembrano molto distanti.
(da Dagoreport)

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TRUMP CORRE IN SOCCORSO DI MARINE LE PEN. IL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DI PARIGI METTE IN GUARDIA CONTRO UN’EVENTUALE ”INGERENZA” DEGLI STATI UNITI NEL PROCESSO IN APPELLO AL RASSEMBLEMENT NATIONAL (RN) DI MARINE LE PEN IN PROGRAMMA DALLA PROSSIMA SETTIMANA A PARIGI

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

PAROLE GIUNTE DOPO INDISCREZIONI PUBBLICATE DAL SETTIMANALE “DER SPIEGEL”, SECONDO CUI DIVERSI MAGISTRATI INCARICATI DELLE INDAGINI SUL PARTITO DELLA LE PEN INCORREREBBERO IL RISCHIO DI SANZIONI DA PARTE DI WASHINGTON… NON SAREBBE LA PRIVA VOLTA: IL MAGISTRATO FRANCESE DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE (CPI), NICOLAS GUILLOU, RESPONSABILE DEL MANDATO D’ARRESTO DI BENYAMIN NETANYAHU, DALLO SCORSO AGOSTO E’ SOTTO SANZIONI AMERICANE

Il presidente del tribunale di Parigi, Peimane Ghaleh-Marzban, mette in guardia contro un’eventuale ”ingerenza” degli Stati Uniti nel processo in appello al Rassemblement national (RN) di Marine Le Pen sul caso degli assistenti parlamentari Ue, in programma dalla prossima settimana a Parigi. Parole giunte dopo
indiscrezioni pubblicate dal settimanale Der Spiegel, secondo cui diversi magistrati incaricati del dossier RN incorrerebbero il rischio di sanzioni da parte di Washington.
Secondo il giornale tedesco, in particolare, l’amministrazione del presidente Usa, Donald Trump, valuterebbe sanzioni contro quei giudici francesi che hanno condannato Le Pen, nel marzo scorso. ”Se tali fatti venissero confermati o dovessero effettivamente prodursi, costituirebbero un’ingerenza inaccettabile e intollerabile negli affari interni del nostro Paese”, ha avvertito oggi il presidente del tribunale di Parigi.
Le Pen, come anche il Rassemblement National in quanto persona morale e altri 11 imputati, verranno processati in appello dal 13 gennaio al 12 febbraio 2026. Evocando il caso del magistrato francese della Corte penale internazionale (Cpi), Nicolas Guillou, responsabile del mandato d’arresto di Benyamin Netanyahu nonché oggetto dallo scorso agosto di sanzioni Usa, Peimane Ghaleh-Marzban, invita a protestare “contro la possibilità stessa che questo possa venire immaginato”.
Nella sentenza di primo grado, Le Pen venne condannata a 4 anni di carcere, di cui due senza condizionale, 100.000 euro di multa e 5 anni di ineleggibilità. Una sentenza duramente criticata dallo stesso Trump che lanciò un appello alla ”liberazione” della Le Pen, ritenendo che quella condanna fosse una forma di ”caccia alle streghe” per impedirle di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027. Critiche vennero pronunciate anche dal suo vice J.D Vance.
(da agenzie)

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MARTHA ROOT, L’HACKER TEDESCA CHE HA CANCELLATO IL “TINDER DEI NAZISTI” TRAVESTITA DA POWER RANGER

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

DURANTE L’ULTIMO CONGRESSO ANNUALE DEL CCC E’ RIUSCITA A CANCELLARE TRE PIATTAFORME SUPREMATISTE

Completamente nascosta dietro il costume da Power Ranger rosa, una donna – dobbiamo presumerlo dato il nome – scrive qualcosa al computer. La telecamera che inquadra lo schermo mostra delle sequenze di codici. Poi improvvisamente la platea esplode in un applauso fragoroso.
Le immagini arrivano dalla congresso annuale del Chaos Computer Club (CCC), la più grande associazione di hacker d’Europa, che si è tenuto ad Amburgo a fine dicembre. L’ospite vestito da Power Ranger è l’hacktivista tedesca Martha Root (così si fa chiamare) e con quei codici ha appena cancellato
WhiteDate, WhiteDeal e WhiteChild.
Si tratta di tre piattaforme che si ispirano al pensiero suprematista bianco, di cui il primo è un vero e proprio sito di “incontri per bianchi”. Dopo mesi di lavoro, Martha Root e alcuni giornalisti del settimanale tedesco Die Zeit (Eva Hoffmann e Christian Fuchs) sono riusciti a risalire ai nomi di chi li gestiva.
Cos’è WhiteDate
WhiteDate, anche noto come il “Tinder dei nazisti”, è stato definito da molti come un sito di incontri per suprematisti bianchi. Secondo quanto si legge nell’articolo pubblicato da CCC, si rivolgeva infatti a razzisti e antisemiti. Al momento della sua cancellazione del web contava 8.000 iscritti, secondo quanto si legge in diversi articoli la maggior parte erano uomini. Ma c’è qualcosa che non sapevano: “Quest’anno alcuni nazisti hanno flirtato con chatbot realistici e se ne sono persino innamorati”, spiegano gli hacker.
Nell’ultimo anno Martha Root si è infatti infiltrata nella piattaforma attraverso una serie di profili femminili fake che sembravano in tutto rispondere alle caratteristiche desiderate dagli utenti, ma che in realtà altro non erano che chatbot generati con l’IA. L’hacker tedesca ha spiegato che le infrastrutture informatiche su cui si basavano le piattaforme erano così deboli che i suoi chatbot sono stati ammessi senza problemi e alcuni sono stati perfino “certificati come bianchi”.
Come sono riusciti a cancellarlo dal web
Attraverso i suoi chatbot è così riuscita a risalire all’identità delle persone dietro la pagina, scoprendo che tutte le tre piattaforme
erano gestite da un uomo tedesco di estrema destra, che “crede nella cospirazione di una supremazia bianca e di una comunità bianca “razziale”.
Alle stesse ideologie sarebbero infatti ispirate le altre due piattaforme. WhiteDeal è una sorta di piattaforma di networking professionale solo per persone bianche che si identificano nello stesso pensiero, mentre WhiteChild applicava gli stessi ideali al mondo della genitorialità e della famiglia.
Alla fine però, una volta scoperto ogni dettaglio delle infrastrutture informatiche su cui queste piattaforme di odio razziale si reggevano, a Martha Root sono bastati pochi minuti a farle crollare cancellandole dal web.
Questo lavoro – spiegano gli hacker – vuole essere la prova di come gli algoritmi, i chatbot forniti dall’IA e in definitiva la tecnologia possono usare uno strumento “per smascherare l’odio” un un’arma nella “lotta contro l’estremismo”.
Le reazioni
Secondo quanto riporta il profilo X di International Cyber Digest sarebbe stato pubblicato online anche un database in cui è possibile cercare gli utenti iscritti a WhiteDate. Lo stesso account ha sottolineato i possibili rischi per la privacy degli utenti data la facilità con cui gli hacker sono riusciti a estrapolarli dalla piattaforma. “È interessante notare che nessuno sta parlando della negligenza e dell’incoscienza con cui i proprietari di WhiteDate hanno gestito i dati degli utenti”.
Inoltre, sempre la stessa pagina ha condiviso il post di quello che sembra essere a tutti gli effetti l’amministratore di WhiteDate. L’account si chiama infatti WhiteDate.Net e nella bio si presenta
così “Incontri tradizionali per gli europei. Odiato dagli anti-bianchi” con tanto di link alla piattaforma e al gruppo Telegram. Nel post in questione ha riportato il video del momento in cui Martha Root cancella quelli che rivendica come i suoi siti e l’accusa di “cyberterrorismo”.
(da Fanpage)

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LE SPILLETTE CONTRO BEATRICE VENEZI VANNO IN RISTAMPA

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

AVVIATA UNA RACCOLTA FONDI: IN POCHE ORE DONAZIONI OLTRE 1.600 EURO E 800 PRENOTAZIONI

Dopo aver distribuito oltre 1.200 spillette in occasione della protesta silenziosa svoltasi durante il Concerto di Capodanno 2026, i sindacati del Teatro la Fenice di Venezia hanno deciso di ristamparne altre
Dopo aver distribuito oltre 1.200 spillette in occasione della protesta silenziosa svoltasi durante il Concerto di Capodanno 2026, la Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu) del Teatro la Fenice di Venezia ha deciso di ristamparne altre tremila. Per venti giorni, fino al 25 gennaio, è attivo il conto PayPal per sostenere l’iniziativa con una donazione minima di due euro a spilla.
Scattata alle 11 di martedì 6 gennaio, nelle prime cinque ore – scrive Venezia Today – la raccolta ha ottenuto oltre 1.600 euro con 112 mail di richiesta da tutta Italia.
La protesta
Non si ferma quindi la protesta contro la scelta, da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi, di Beatrice Venezi come direttrice musicale del Teatro, considerata una figura organica a
Fratelli d’Italia e al governo e per molti non adatta al ruolo. «Con questo gesto, il pubblico ha l’opportunità di unirsi ai lavoratori nella difesa dell’identità artistica, della competenza tecnica e dell’amore per la Musica, che rendono La Fenice un’eccellenza mondiale – scrive la Rsu in un comunicato -. Non lottiamo contro una persona, ma contro un metodo di gestione che antepone logiche estranee alla missione culturale della Fondazione, ovvero, la salvaguardia dell’eccellenza artistica».
Oltre tremila spillette – tutte rigorosamente con un cuore e una chiave di violino – erano già state ordinate nei giorni scorsi da associazioni musicali, cori, docenti universitari, appassionati di opera e non solo. Gli ordini erano arrivati un po’ da tutta Italia: Trieste, Milano, Pisa, la Calabria e persino Barcellona, dove di recente si è recata l’orchestra veneziana, convincendo i colleghi dello storico teatro Liceu a mostrarla.
(da agenzie)

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IL FILORUSSO CHE VOLEVA ANDARE IN VACANZA IN UCRAINA CON LA MOGLIE E SUL BUS SPENDEVA PAROLE DI AMMIRAZIONE PER PUTIN ESPULSO E’ RISPEDITO INDIETRO

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

POTEVA ANDARE IN VACANZA IN RUSSIA COSI’ EVITAVA DI ROMPERE I COGLIONI AL PROSSIMO

Rocco voleva solo passare le vacanze con la moglie in Ucraina. Per questo ha preso un autobus dall’Italia per Kiev. Ma si sa come vanno queste cose. I tanti chilometri, il tempo che non passa mai, la voglia di attaccare bottone. Per questo ha cominciato a parlare con un’altra passeggera, Daria Melnychenko. Dicendole quello che pensava dell’attuale situazione politica: l’Ucraina è un cattivo paese, Volodymyr Zelensky un pessimo presidente. Mentre la Russia di Putin
invece è un paese da rispettare. Il suo guaio è stato che Daria ha cominciato a scrivere quello che le stava accadendo su Threads. E così, arrivati al confine, si è ritrovato la polizia davanti. E non gli sarà permesso di entrare nel paese.
Rocco, fa sapere la stampa ucraina, ha 53 anni. E ha ricevuto un foglio di via e un bando: non potrà entrare in Ucraina nei prossimi tre anni. L’uomo ha cominciato a parlare con Daria delle sue predilezioni per Putin. La passeggera gli ha risposto che a quel punto non avrebbe dovuto entrare nel paese. L’italiano ha risposto che anche sua moglie la pensava come lui. E lì la conversazione è stata udita anche da altri passeggeri. Che hanno anche pubblicato online una registrazione audio dei discorsi. Nel frattempo l’autobus ha raggiunto il confine. E lì Rocco è stato fermato. Lui e la moglie sono stati portati dal supervisore di turno per stendere un rapporto. Il giornalista Vitaliy Hlahola ha chiarito su Telegram che l’autobus sul quale è avvenuto l’incidente si era già avvicinato al posto di blocco di Chop, nell’oblast’ di Transcarpazia.
L’autobus
L’autobus è rimasto al checkpoint di Chop-Zahony. Della vicenda sono stati informati il servizio di guardia di frontiera e lo Sbu. Successivamente il portavoce del servizio di frontiera Andriy Demchenko ha fatto sapere del divieto di ingresso per tre anni. Rocco ha ribadito anche nel colloquio con la polizia di frontiera di avere opinioni filo-russe e di giustificare l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Il post di Daria Melnichenko che descrive l’incidente ha ricevuto oltre un milione di visualizzazioni e ha causato una violenta reazione da parte degli utenti.
(da agenzie)

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BOSCHI SCOMPARSI, COSTI LIEVITATI E OPERE INCOMPIUTE: I CANTIERI DELLE OLIMPIADI MILANO-CORTINA VISTI DALL’ALTO

Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile

LE IMMAGINI DI ALTRAECONOMIA MOSTRANO L’IMPATTO SULL’AMBIENTE DELLE OPERE

I giochi invernali di Milano-Cortina 2026 sono stati presentati come «le Olimpiadi della sostenibilità». Le immagini satellitari, però, raccontano una storia ben diversa. Il confronto aereo tra il “prima” e il “dopo” dei cantieri che mostra un consumo di suolo esteso e concentrato in alcune delle aree alpine più delicate. A documentarlo è Altreconomia, che con la consulenza di PlaceMarks ha analizzato i dati satellitari relativi alle principali opere olimpiche. Le immagini sono state pubblicate oggi in anteprima sul Fatto Quotidiano, che ha messo in fila tutti gli interventi più onerosi e i relativi impatti sull’ambiente.
Il bosco abbattuto e il maxi-parcheggio
A Cortina d’Ampezzo, il bosco di Ronco è stato abbattuto per far spazio alla nuova pista da bob, che costerà 125 milioni di euro. Gli alberi rimossi sono circa 800 larici, a fronte della promessa di piantare 10 mila nuovi alberelli nei prossimi anni. A Livigno, sui pendii del Mottolino, i lavori per il campo di gara di snowboard e freeski hanno comportato sbancamenti estesi e la realizzazione di un parcheggio sotterraneo in cemento, con una trasformazione radicale dei prati alpini. In quel di San Vito di Cadore, la variante stradale mai completata in tempo per i
Mondiali di sci del 2021 è destinata a diventare un grande parcheggio a cielo aperto per le auto degli spettatori diretti a Cortina. A Tirano, in provincia di Sondrio, i terreni agricoli a ridosso del fiume Adda sono stati trasformati in un cantiere permanente.
Il ruolo di Simico
Tutte le opere sono realizzate da Simico, la società del ministero delle Infrastrutture incaricata di gestire interventi per circa 4 miliardi di euro. Nel dossier del 2019 il Comitato organizzatore assicurava che non sarebbero stati costruiti nuovi impianti se non già pianificati, che non sarebbero servite nuove infrastrutture di trasporto e che la filosofia sarebbe stata improntata a moderazione e responsabilità finanziaria. Ma i numeri, scrive Il Fatto Quotidiano, raccontano una realtà ben diversa.
I costi lievitati delle Olimpiadi Milano-Cortina
Gli interventi complessivi sono 111, poi formalmente ridotti a 98: 47 sportivi e 51 legati a strade e ferrovie. Il costo delle sedi di gara è passato dai 204 milioni stimati nel 2019 a 945 milioni di euro. La pista da bob di Cortina è cresciuta da 46 a 131 milioni, mentre l’impianto di biathlon di Anterselva è salito da 4,7 a 55 milioni e i trampolini di Predazzo sono passati da 7,5 a 45 milioni. Complessivamente si spenderanno 7 miliardi per i giochi invernali del 2026, di cui 5 miliardi in opere infrastrutturali e 2 miliardi per l’organizzazione.
I lavori finiti solo a metà
Dal punto di vista operativo, molte opere saranno pronte solo parzialmente per l’inizio dei Giochi. Alcuni cantieri, come quello della pista da bob, proseguiranno anche dopo l’evento.
Gran parte delle infrastrutture di trasporto – per un valore stimato di almeno 3 miliardi di euro – sarà completata dopo il 2026. La narrazione ufficiale parla di ritardi programmati e di una macchina organizzativa sotto controllo. Una legge approvata a luglio ha prorogato l’operatività di Simico e del commissario straordinario fino al 2033, con poteri speciali e deroghe a regolamenti urbanistici e procedure amministrative, esclusa la materia penale. Molti cantieri, insomma, dureranno ben oltre le Olimpiadi.
(da agenzie)

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