Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
È ARRIVATA PER ULTIMA, CON UN RITARDO DI UN’ORA, HA DISERTATO LA CONFERENZA STAMPA E NON È APPARSA NELLA GALLERIA DIGITALE DEI LEADER SORRIDENTI … A PORTE CHIUSE, FA METTERE A VERBALE LA CONTRARIETÀ ITALIANA ALL’INVIO DI TRUPPE… FRENA SULL’INGRESSO DELL’UCRAINA IN UE. NON C’È FRETTA, PRIMA TOCCA ALL’ALBANIA DEL SUO CARO AMICO EDI RAMA
Nel gelo di Parigi Giorgia Meloni appare e scompare nel giro di tre ore scarse. Defilata, costretta dalle contingenze a partecipare a una riunione dove si accelera su un progetto, quello delle truppe europee in Ucraina, che non ama e che non sposerà.
Nel giorno in cui altri europei aprono a un contributo militare, vedi la Spagna di Sanchez o la Germania di Merz, ma pure, felpatamente, gli Usa di Trump, Meloni ribadisce per l’ennesima volta il suo no. Secco, definitivo, quasi notarile.
Segnale: la Maserati fiammante con a bordo la leader italiana è l’ultima a fare capolino nel cortile dell’Eliseo. Meloni arriva nel quartier generale della presidenza della République quando la riunione dei volenterosi è cominciata da un pezzo, quasi un’ora. Il motivo del maxi-ritardo è la visita ai feriti di Crans-Montana ricoverati a Milano.
Anche l’anno scorso, stesso vertice, stessa scena: la premier si era presentata per ultima. Sempre a seduta iniziata. Pure stavolta va così: a differenza di tutti gli altri leader, Meloni è l’unica a non essere accolta da Emmanuel Macron, indaffarato a presiedere il summit.
Sullo scalone si affaccia un alto funzionario, il capo del protocollo dell’Eliseo, Frédéric Billet. Rispetto all’anno scorso, Macron non scorta Meloni nemmeno all’uscita: è atteso in conferenza stampa, con Zelensky, Starmer e Merz.
Mentre parlano ai cronisti, Meloni si è già accomodata sull’aereo di Stato, per tornare a Roma. Il francese su Instagram celebra «una grande giornata per l’Europa e l’Ucraina» e nella galleria digitale dei leader sorridenti, Meloni non c’è. Si vede la sua sedia vuota.
Compare nella foto di famiglia, rimandata a fine vertice per far sì che ci fosse.
Nel chiuso dell’Eliseo, di fianco a Starmer, in quattro minuti la premier mette a verbale, ovvio, il sostegno a Kiev. Ma il contributo dei vari paesi alla forza multinazionale sarà «volontario», insiste. E il governo italiano questa volontà non ce l’ha.
Nessun soldato sul campo in caso di cessate il fuoco. Zero sminatori, nemmeno un osservatore. Meloni ribadisce il concetto nella nota serale di Palazzo Chigi: tra «i punti fermi» c’è «l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
Che offrirà allora Roma, come contributo alle garanzie di sicurezza per il paese di Zelensky? Per ora si sa che parteciperemo al «meccanismo di monitoraggio» del cessate il fuoco. In che modo? Presto per dirlo, di sicuro non in prima linea: chi nel governo padroneggia il dossier suggerisce un contributo di intelligence, di logistica, più l’addestramento dei soldati, ma a casa nostra.
Meloni e i suoi sherpa ci tengono a un altro passaggio della dichiarazione di Parigi. Quello in cui si parla dell’osservanza degli «ordinamenti costituzionali» per la ratifica degli accordi che riguarderanno l’Ucraina.
Vale per il trattato modello articolo 5 della Nato, che dovrebbe scudare Kiev. È una proposta italiana, l’articolo 5, vero. Ma sarà comunque oggetto di un voto alle Camere. Meloni lo fa capire nella nota, ricordando «il rispetto delle procedure costituzionali». Si spera insomma che la Lega non si metta di traverso, come per le armi. La premier si mostra fredda anche su un’altra questione discussa ieri: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue in tempi stretti. Meloni sposa il percorso teorico, ma senza fretta. Prima tocca all’Albania di Edi Rama.
Ufficialmente al tavolo dei volenterosi non si discute mai dell’elefante nella stanza, la Groenlandia (come del Venezuela). Quando Meloni deve ancora atterrare, viene diffusa la dichiarazione dei leader europei che chiedono il rispetto del diritto internazionale. La presidente del Consiglio ci mette la firma, dopo avere ottenuto rassicurazioni che il testo sarebbe stato «costruttivo» con gli Usa. Della serie: bene fissare alcuni principi, ma senza mettere un dito nell’occhio a Trump.
(da La Repubblica)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IN QUELL’OCCASIONE, RODRIGUEZ AVREBBE PROPOSTO A WASHINGTON UN “MADURISMO SENZA MADURO”, UNA SORTA DI “REGIME IN VERSIONE LIGHT”. PER GLI AMERICANI, È LA SOLUZIONE IDEALE: PERMETTE UNA TRANSIZIONE DI POTERE PIÙ SEMPLICE, LA STABILITÀ DEL PAESE E LA PROMESSA (VAGA) DI NUOVE ELEZIONI. IN CAMBIO, AVRANNO ACCESSO AL PETROLIO DI CARACAS
In ottobre è avvenuto a Doha l’incontro fra emissari dell’Amministrazione Trump e
Delcy Rodríguez. In quell’occasione la numero due di Caracas, è in grado di ricostruire La Stampa tramite fonti locali, avrebbe proposto agli statunitensi un «madurismo senza Maduro», una sorta di «regime in versione light».
Questo avrebbe consentito una transizione di potere più semplice, la stabilità del Paese e nuove elezioni presidenziali in futuro. I 18 mesi che Trump ha indicato come durata del piano per la costruzione delle infrastrutture energetiche fornirebbe una prima indicazione sul 2027 come prima opzione possibile per scegliere la nuova leadership a Caracas.
Un rapporto della Cia focalizzato sul «giorno dopo la caduta di Maduro» ha ulteriormente rafforzato la posizione di «una svolta senza stravolgimenti».
L’opposizione di Machado non è stata ritenuta credibile nella gestione delle informazioni sulla forza del regime; la Nobel nonostante le pressioni non avrebbe dato garanzie sufficienti e un piano chiaro su come Edmundo Gonzalez (l’uomo che ha vinto secondo gli americani e non solo le elezioni del 2024) si sarebbe potuto insediare evitando il caos.
Il fatto è che gli analisti dell’intelligence sono convinti che la stabilità «a breve termine ci poteva essere solo tramite le forze armate e le élite imprenditoriali». Cosa che Machado non può minimamente garantire.
Oltre al nome di Rodríguez nella valutazione dell’intelligence ci sono altre due persone (non nominate). Ma si tratterebbe di Diosdado Cabello e Vladimiro Padrino, ministro di Interno e della Difesa e quindi coloro che muovono polizia ed esercito, i due gangli vitali del sistema di potere di Maduro.
(da La Stampa)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
FERITI 41 STUDENTI, 11 SONO IN OSPEDALE…. MA CHE STRANO: NESSUNO INVIA A TEL AVIV LE FORZE SPECIALI PER PRELEVARE IL CRIMINALE NETANYAHU E CONSEGNARLO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE
C’è ancora il sangue a terra sulla strada d’entrata al campus di Birzeit, nell’omonima città all’interno del governatorato di Ramallah, una delle principali università palestinesi, in Cisgiordania.
Sono circa le 13 quando più di duecento soldati israeliani in venti diverse camionette distruggono l’entrata dell’ateneo, facendo incursione dentro il campus. Prima intimidiscono gli studenti, i docenti e il personale dell’Università, poi aprono il fuoco: lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili veri.
Tra le urla e le lacrime in poco tempo non si capisce più niente, solo dopo scopriremo che 41 studenti sono stati feriti e 11 portati via con l’ambulanza e adesso in ospedale.
“È un attacco terroristico contro la vita accademica palestinese e le istituzioni accademiche palestinesi”, commenta con Fanpage.it Ala Alazzeh, vicedirettore degli affari studenteschi dell’ateneo. “Hanno iniziato a sparare non appena sono entrati nel campus, utilizzando proiettili veri, gas lacrimogeni e bombe sonore. Diversi studenti sono stati feriti, alcuni gravemente, da proiettili veri”, continua
Oggi, al momento dell’attacco, c’erano più di 10.000 studenti nel campus, in totale l’Università conta 14.000 studenti provenienti da tutta la Cisgiordania occupata. Birzeit è un’Università molto importante, una delle principali istituzioni accademiche e di ricerca in Palestina. Per questo motivo è costantemente nel mirino dell’esercito israeliano. Questa, infatti, non è la prima volta che l’Università viene attaccata, l’esercito l’ha già fatto diverse volte negli ultimi anni, tuttavia, è la prima volta che accade durante l’orario delle lezioni, nel bel mezzo della giornata scolastica, quando gli studenti sono tutti nelle loro aule.
“È una novità per l’Università di Birzeit l’uso di armi all’interno del campus, è la prima volta che l’esercito fa incursione con questa forza e violenza, è un vero esercizio di potere all’interno del campus”, commenta ancora il dottor Alazzeh.
“Questo attacco fa parte di una strategia di terrore contro i palestinesi che dura ormai da settant’anni. È parte integrante delle pratiche coloniali e dell’occupazione militare. L’Università di Birzeit è un’istituzione per i palestinesi, quindi l’attacco rientra in quello generale contro il popolo palestinese e, in particolare, contro le istituzioni accademiche in Palestina. La logica del colonialismo di insediamento è quella di sbarazzarsi della popolazione nativa della Palestina, i palestinesi. Parte di questa politica consiste nel distruggere le istituzioni palestinesi e impedire ai palestinesi di avere istituzioni indipendenti, specialmente quelle accademiche che permettono alla società palestinese di ricostruirsi sotto l’occupazione militare e il regime coloniale”, ci spiega.
L’attacco di oggi, secondo l’esercito israeliano, sarebbe avvenuto in quanto gli studenti praticano attivismo politico all’interno dell’ateneo. Il che fa sorridere se pensiamo a qualsiasi altra università europea, cuore della politica giovanile in qualsiasi altro paese democratico.
“I palestinesi sono abituati a vivere costantemente sotto minaccia. I nostri studenti affrontano gli stessi ostacoli passando per i posti di blocco e subendo attacchi militari nei loro villaggi o noi campi profughi. L’università non fa eccezione. Questo è ciò che vogliono trasmettere: che l’università non è uno spazio sicuro per gli studenti. Per questo chiediamo ai nostri colleghi in tutto il mondo di sostenerci, di condannare questi atti e di assumersi la propria responsabilità etica nel sostenere la vita accademica palestinese”, conclude Ala Alazzeh.
Intanto per strada è tornata la calma, dopo circa due ore di incursione incontriamo ancora qualche studente che commenta incredulo quanto avvenuto. Tre ragazze (che chiedono di rimanere anonime) sono sedute sui gradini dell’entrata principale dell’ateneo. Guardano il tramonto mentre controllano i messaggi whatsapp per vedere se ci sono aggiornamenti dai loro compagni in ospedale.
“Ci siamo molto spaventate oggi”, racconta una delle ragazze, ventiduenne, “ho visitato tanti paesi in occidente, sono stata in tante università nel mondo, ma la grande differenza con Birzeit è il senso di sicurezza. Quello che qui non abbiamo. Siamo venute per studiare e abbiamo rischiato la vita. Ogni giorno venire in Università è diventato veramente pericoloso ma allo stesso tempo è diventato così normale per noi palestinesi”.
Intanto il sole sta tramontando, bisogna andar via prima che chiudano i checkpoint. Mentre mette in ordine i libri dentro la sua borsa l’altra ragazza, diciottenne, commenta: “Non ci spaventeranno, vengono per spaventarci e costringerci a non imparare ma non lo faranno, Birzeit è differente, non ci fermeranno dal voler studiare”.
(da Fanpage)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IMMAGINIAMO A CHI… ALTRO CHE LAMENTARSI DELLA MICROCRIMINALITA’ QUANDO IL MONDO E’ IN MANO A GRANDI CRIMINALI
Il Venezuela consegnerà agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio. Che
sarà «di alta qualità». Lo ha annunciato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha anche precisato che il greggio sarà venduto a prezzo di mercato e i proventi saranno sotto il suo controllo. «I proventi saranno gestiti da me, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che siano utilizzati a beneficio del popolo del Venezuela e degli Stati Uniti!», ha spiegato su Truth Social. «Ho chiesto al Segretario all’Energia Chris Wright di
attuare immediatamente questo piano. Il petrolio sarà trasportato da navi cisterna e portato direttamente ai moli di scarico negli Stati Uniti».
L’operazione Maduro
Gli Stati Uniti non hanno ancora reso noto il bilancio delle vittime del blitz che ha portato all’estradizione di Nicolàs Maduro. Caracas non ha nemmeno fornito un numero delle vittime, ma l’esercito ha pubblicato un elenco di 23 nomi dei suoi caduti. Alcuni funzionari venezuelani hanno affermato che gran parte del contingente di sicurezza di Maduro è stato ucciso «a sangue freddo». Cuba ha dichiarato che 32 membri dei suoi servizi militari e di intelligence in Venezuela sono stati uccisi. La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha dichiarato una settimana di lutto per i membri dell’esercito uccisi nel raid. Maduro, 63 anni, si è dichiarato non colpevole dalle accuse di droga. Ha affermato di essere un “uomo perbene” e di essere ancora presidente del Venezuela, mentre si trovava in un tribunale di Manhattan, ammanettato alle caviglie e con indosso la divisa arancione e beige da carcerato.
Il petrolio
Per ora Trump sembra voler collaborare con Rodriguez e altri alti funzionari del governo rovesciato Sulla base dei recenti prezzi del petrolio venezuelano, l’accordo potrebbe valere fino a 1,9 miliardi di dollari. I funzionari statunitensi devono ancora delineare un quadro giuridico che autorizzi il petrolio venezuelano. Sebbene gli Stati Uniti abbiano accusato le petroliere venezuelane di aver violato le sanzioni statunitensi per spedire petrolio iraniano e venezuelano. Trump ha anche
suggerito che gli Stati Uniti contribuiranno a ricostruire le infrastrutture petrolifere del paese. A beneficio di grandi compagnie petrolifere come Exxon Mobil e Conoco Phillips, colpite dalla nazionalizzazione del petrolio venezuelano da parte dell’ex presidente Hugo Chavez.
Il problema Cabello
L’amministrazione Trump ha avvisato il ministro degli Interni Diosdado Cabello che potrebbe essere in cima alla lista dei bersagli se non aiuta Rodríguez a soddisfare le richieste degli Stati Uniti e a mantenere l’ordine. Cabello, che controlla le forze di sicurezza accusate di diffuse violazioni dei diritti umani, è uno dei pochi fedelissimi di Maduro. Intanto si è fatto vedere per le strade del Venezuela, pattugliando con le forze di sicurezza: «Sempre leali, mai traditori. Il dubbio è tradimento!». Gli Stati Uniti stanno inoltre facendo pressione sul governo venezuelano ad interim affinché espellano i consiglieri ufficiali di Cina, Russia, Cuba e Iran.
(da agenzie)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI APPOGGIARE GLI INDIPENDENTISTI, IN SUBORDINE L’AZIONE MILITARE
Non un’invasione ma un acquisto. Anche se l’opzione militare è sul tavolo. A parlare delle intenzioni del presidente Donald Trump sulla Groenlandia è stato il segretario di Stato Marco Rubio in un briefing di alti funzionari dell’amministrazione alla leadership del Congresso sull’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sui piani dell’amministrazione per il futuro del paese. Anche se nel frattempo la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt dice che l’uso dell’esercito «rimane un’opzione sul tavolo». E quindi gli Stati Uniti muoveranno guerra a un paese Nato come la Danimarca? Oppure compreranno la Groenlandia anche se Copenaghen non vuole venderla?
Comprare la Groenlandia
L’idea dell’acquisto è sul tavolo dal 2019. Ovvero dalla prima volta che Trump disse in pubblico che voleva comprare la Groenlandia. Era l’epoca del suo primo mandato. E c’è un piano, dice l’Economist. Secondo il quale Washington offrirebbe a Nuuk un Cofa – Compact of Free Association (Trattato di Libera Associazione), un’intesa che gli Stati Uniti hanno già in vigore con alcuni piccoli paesi del Pacifico. Cos’è il Cofa? Si tratta di un accordo internazionale con un paese sovrano. Washington garantisce piena autonomia negli affari interni e lo riconosce come indipendente. Assumendosi gli oneri per la difesa.
Sicurezza in cambio di autonomia
In cambio installa nel paese basi militari. Oggi accordi simili
sono in vigore con Micronesia, Isole Marshall e Palau, ex territori sotto amministrazione fiduciaria americana dopo la Seconda Guerra Mondiale; risalgono alla seconda metà degli anni Ottanta. Ma oggi firmare quell’accordo sarebbe giuridicamente impossibile, dice La Stampa: «La Groenlandia non è uno Stato sovrano, ma parte del Regno di Danimarca», spiega al quotidiano l’esperta di governance internazionale Ekaterina Antsygina, Universität Hamburg.
(da agenzie)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
SEMPRE PIU’ SERVI DI TRUMP
Velocissima, Giorgia Meloni ha reso nota la sua valutazione pochissimo tempo dopo il
successo della “operazione militare speciale” (sic) di Donald Trump contro il corrotto presidente del Venezuela Nicolás Maduro.
In Venezuela, ha scritto, il presidente Usa ha effettuato «una azione difensiva legittima» contro «un regime mai riconosciuto». Dunque, non ci sarebbe stata nessuna violazione del diritto internazionale, nessuna lacerazione della sovranità nazionale del Venezuela, nessuna inaccettabile interferenza nella politica interna dello stato latino-americano.
L’interpretazione di Meloni
Un regime autoritario non riconosciuto deve sapere, se si concorda con l’interpretazione Meloni, che è inevitabilmente esposto a interventi dall’esterno. Deve prenderne atto e con lui di conseguenza anche gli altri protagonisti politici dovranno essere pienamente consapevoli che il non riconoscimento spalanca finestre di opportunità a qualsiasi eventuale incursione da fuori. Taiwan, de te fabula narratur.
La presidente del Consiglio italiana non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con Trump. Questi la ha regolarmente omaggiata e ricompensata con dichiarazioni gratificanti, al limite dell’imbarazzo, e con
numerose photo opportunities. A sua volta, ripetutamente, Meloni ha sottolineato che il suo obiettivo politico di fondo consiste nel proporsi e fungere come pontiera fra l’Unione europea e la Casa Bianca. I risultati concreti, per l’Unione e per l’Italia, del pontieraggio meloniano sono difficili da soppesare, ma le buone intenzioni del governo italiano non sono certamente sfuggite negli ambienti che contano vicino a Trump.
Poi, naturalmente, contano anche altri fattori nella scelta di Meloni di non prendere mai le distanze dal presidente Usa. Tecnicamente, i Maga sono sovranisti per eccellenza. Di qui, incidentalmente, non poche perplessità nella base trumpista, ma non soltanto, sulla opportunità (non sulla legittimità, quel che decide Trump è automaticamente legittimo) dell’incursione in Venezuela. Invece, non si è manifestata nessuna perplessità di Meloni e dei suoi perfettamente allineati portavoce. Quando si presenta l’occasione, e l’autoritarismo di Maduro la offriva su un piatto di petrolio pregiato, bisogna prenderla al volo: sfruttabile e giustificabile.
La premier realista?
Messa in conto una posizione diversa, molto diversa, ma non limpida e non fortissima, dell’Unione europea, Giorgia Meloni riesce ad apparire concreta e realista. No, il problema Venezuela non è sparito, ma, l’Ue non ha mai saputo affrontarlo, mentre Trump ha quantomeno risolto il problema Maduro.
Non c’è nessuna indicazione che Trump voglia incoraggiare una transizione democratica, ma, sostengono granitici i meloniani,
buona parte delle sinistre italiane ha mostrato un’alta soglia di tolleranza per i populismi “progressisti” (troppo vero). D’altronde, se si ponesse l’obiettivo della democraticità del regime, con quale credibilità Meloni, Tajani e molti ministri italiani potrebbero affermare la bontà, la rilevanza e l’efficacia del Piano Mattei con i governanti africani non-democratici?
L’intervento venezuelano di Trump, le sue minacciose parole rivolte alla Groenlandia, a Cuba, che cadrà da sola (ma l’elettorato del segretario di Stato Marco Rubio scalpita per fornire più che un aiutino), e, diversamente, alla Colombia e al Messico, senza dimenticare il Canada, significano che il tycoon immobiliarista non è interessato alla (ri)costruzione di un nuovo ordine (meno che mai liberale) internazionale.
A questo immane compito, la presidente del Consiglio non sembra disponibile a dedicare la sua attenzione. L’Unione europea ha posizioni sfumate, tutte da affinare e da rendere più incisive e perseguibili. Dal canto suo, Meloni pensa che solo Trump ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine. Per non subire contraccolpi meglio non criticarne le mosse. Ma il dopo-Trump, è il mio empio desiderio, potrebbe non essere molto lontano.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
“IL VOTO POPOLARE MI INTERESSA MOLTISSIMO, IN GIOCO E’ L’AUTONOMIA DI TUTTI I MAGISTRATI E LA NOSTRA COSTITUZIONE”
Il suo è un ritorno. «Ho fatto politica attiva dal 2006 al 2012, prima con i comitati per Romano Prodi e poi sono stato tra i fondatori di Sinistra ecologia e libertà. Dopo mi sono occupato di problemi legati alla scienza, ma adesso sento il dovere di impegnarmi di nuovo». Il premio Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, ha aderito al comitato “Società civile per il No” al referendum sulla riforma della giustizia.
A coinvolgerlo è stato il presidente Giovanni Bachelet: «Ci conosciamo da tantissimo tempo — dice — è un bravissimo fisico».
Perché uno scienziato ha deciso di impegnarsi in questa battaglia?
«Prima di essere uno scienziato sono un cittadino. E come cittadino questa battaglia mi interessa moltissimo perché penso che il punto fondamentale sia essenzialmente difendere l’indipendenza della magistratura».
Quali punti non condivide della riforma che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pm?
«I romani avevano il principio dividi et impera e con questo principio hanno dominato mezza Europa. Un Consiglio superiore della magistratura diviso a pezzi è infinitamente più debole di un singolo consiglio più grande e anche più facilmente scalabile. Anche la scelta del sorteggio cerca di evitare che nel Consiglio superiore della magistratura ci siano persone di prestigio. Al contrario persone scelte a caso sono più facilmente influenzabili. Questo sarà l’unico caso in Italia in cui i rappresentanti di un gruppo vengono sorteggiati. Se per esempio i parlamentari vengono votati e non sono scelti a caso, un motivo ci sarà».
I comitati per Sì vi accusano di politicizzare il referendum e di far politica. Sottotraccia lavorate per dare una spallata al governo?
«Penso che non sia così. Penso che i cittadini debbano votare per la Costituzione perché la Costituzione è qualcosa che resta. Che durerà molto di più di questo governo perché questo esecutivo entro un anno e mezzo andrà a casa quando la legislatura finirà. Inoltre il governo sopravviverà benissimo a questo referendum, qualsiasi sia l’esito, pertanto non ha senso utilizzarlo per una spallata. Il referendum ha uno scopo ben preciso».
Come risponde, quindi, a chi definisce “truffaldina” la tesi secondo cui i magistrati, con questa riforma, verrebbero assoggettati alla politica?
«Questa riforma ha lo scopo politico di indebolire la magistratura. Noi ci schieriamo in difesa della sua indipendenza affinché i magistrati possano continuare a indagare anche i politici, che non devono ritornare a essere una casta di intoccabili. È una riforma che non mette completamente fine
all’indipendenza della magistratura ma la indebolisce: questo è chiaramente il motivo per cui la legge è stata fatta».
Non c’è il rischio per una personalità come la sua di finire per essere associata ai magistrati in questo scontro con la politica?
«È una legge che non riguarda solo la magistratura ma l’equilibrio dei poteri dello Stato. È giusto intervenire perché non credo che quelli che sono favorevoli al Sì, si pongano il problema di essere troppo vicini ai politici».
Vede il rischio di un’affluenza bassa che possa sfavorire il No?
«L’affluenza non sarà altissima, ma spero che complessivamente quelli che sono per bocciare la riforma vadano in massa a votare proprio perché è importante difendere la divisione dei poteri dello Stato».
Quindici giuristi stanno raccogliendo le firme per presentare una nuova richiesta di referendum ma il governo potrebbe non attendere che venga depositato il quesito e fissare la data del voto. Sarebbe una forzatura contro cui farete battaglia?
«Mi fido di quello che deciderà il presidente della Repubblica».
Ha in programma comizi in questa campagna referendaria? Parteciperà a convegni per spiegare le ragioni del No?
«Il mio impegno è nel rispondere e parlare con le persone. Non farò comizi perché temo di non essere la persona più adatta, ma farò tutto quello che servirà».
(da repubblica.it)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
TRA CONVERSIONI, RITRATTAZION I, TRADIMENTI E BUGIE… IL PROCESSO A MADURO NE FARA’ UNA VITTIMA
Conversioni, ritrattazioni, apostasie, tradimenti, zig zag, incantamenti, bugie,
escandescenze plateali: che balzana commedia umana si recita da due giorni nel Palazzo di Caracas in un gran limbo della informazione e della deformazione.
Un cambio di regime con forte puzzo di zolfo e niente aroma di incenso. Quel guastamestieri di Trump, demolitore di ogni tradizione di garbo, becchino del diritto internazionale qualificato ormai come esperimento fallito, ha un merito: le sue azioni sanno metter sulla strada che conduce a vedere tutto quello che c’è di posticcio, di falso e di equivoco in alcuni angolini del mondo.
Ora ci sono personaggi pirandellianamente alla ricerca di una maschera, consapevoli che corrono il rischio, indossando quella sbagliata, di finire sulle bancarelle nel reparto della frusaglia a prezzo fisso. O peggio in galera.
Miguel Maduro: caudillo spietato o rivoluzionario calunniato o banalmente narcotrafficante. Forse le tre cose insieme. Che guaio. Sul fatto che sia un tipo periferico di gran mascalzone, prima che fosse “tradotto” in carcere da sbirri di altissima qualità, pare addirittura gli stessi che diedero la caccia a Bin Laden (entrambi con taglia americana milionaria, segno inequivocabile di grandezza), si assemblava una certa uniformità di occidentale consenso. Maneggiava gli affari del suo Paese certamente con dovizia di vergognosi ripieghi, il raggiro, l’intrigo, le soppiattezze poliziesche, parassitismi praticati con fermezza addirittura eroica. che fosse come si dice “di sinistra”seduceva però i più irriducibili quaresimalisti dei tempi ahimè defunti del “pueblo unido”. Insensibili, costoro, al fatto che lui mettesse grande perizia nell’impegno di tenere milioni dei suoi compatrioti lontano dalle tentazioni del benessere.
Nel fronte dei “cattivi” menapopoli Iran, Russia, Cina trovava comode sponde. Adesso però che il Gringo numero uno gli ha fatto il favore di trasformarlo comunque in prigioniero politico gli si offre una ghiotta possibilità, ribaltare il copione e diventare da accusato accusatore. Insomma careggiarsi da nuovo Castro sudamericano! Ma per questa complessa anabasi deve dimostrare che può attingere alle sue remote origini, la teologia della liberazione, il chavismo ante marcia. In fondo qualsiasi truffa politica, come quelle care al codice penale, per avere successo richiede un nucleo di verità.
Si tenta talora un paragone tra lui e Noriega, altro boss latino-americano prelevato manu militari dagli Stati Uniti e morto da galeotto. Ma “Faccia d’Ananas” era comparsa da cronaca nera, una canaglia a libro paga, guarda un po’!, della Cia. Aveva deciso di mettersi in proprio e per questo fu punito dai suoi datori di lavoro.
Noriega a processo poteva soltanto sperare in qualche arzigogolo pandettistico, le colpe le conoscevano a menadito i suoi capiufficio di Washington, gli stessi che lo processavano. Che purtroppo ora trovavano tutto l’interesse, molto egoistico, di toglierlo dal mercato. Noriega era spacciato. E lo sapeva lui per primo.
Maduro ha la possibilità di attuare la strategia del processo politico, ovvero rovesciare le parti, diventare accusatore dei suoi accusatori. Il fisico del ruolo, baffoni staliniani, occhi che mandano fiamme, oratoria da barricata sindacale, tutta esclamazioni, invettive, slogan, grida. Qualche avvisaglia l’ha già data proclamandosi prigioniero di guerra. Ma siamo solo ai preliminari. Quando inizieranno le udienze (sempre che prudentemente gli americani non dispongano le porte chiuse, ovviamente per ragioni di sicurezza nazionale), allora potrà negare al tribunale il diritto di processarlo perché vittima di un sequestro di persona. In verità la guerra venezuelana di Trump, sempre avvolta di smargiassate e abissi scuri, gli offre spunti stuzzicanti. Può accreditarsi come l’ennesima vittima delle prevaricazioni dei nordamericani e diventare voce della rabbia dell’America Latina. Sarà lui a processare Trump, l’imperialista, il dittatore planetario e i suoi fondacci melmosi e non viceversa. Forse è un aspetto che alla Casa Bianca non hanno considerato. Un processo è sempre un rischio. È una tribuna, un palco di comizio, una offerta di lotta. Può creare fatti mitologici contro cui non valgono né le prove né il buon senso. Anche se la sentenza è già stata scritta. Ma non si sa mai. Ma le annunciate prove dei legami con i narcos, i supertestimoni? Insinuazioni, sospetti, false notizie… questo processo è un atto politico, non una udienza di pretura. I popoli del subcontinente sono mogi, si obbietta, limati da decenni di liberismo omicida e di populismo sgangherato. Prudenza. Se trovano un eroe anche ambiguo e pieno di macchie vedrete che riempiranno le piazze: nordamericani maledetti, a casa!
Per sostenere questa parte occorre però che Maduro sia, come racconta lui, un rivoluzionario, che ne abbia la stoffa e ingegno e forza d’animo… cosa di cui ci sono finora motivi per dubitare. Cj ha sempre dato l’idea di un tipo furbo ma primitivo. Per entrare nella parte avrebbe bisogno del francese Jacques Vergés, l’avvocato dei dittatori. Passato alla storia non solo penalistica come l’avvocato del diavolo.
(da lastampa.it)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
UN PARTITO “MODERATO E LIBERALE” A PAROLE NON HA IL CORAGGIO DI ESPELLERE UN SOGGETTO DEL GENERE… LE REAZIONI DELL’OPPOSIZIONE
“Tanti auguri Befana”. Nel giorno dell’Epifania il sindaco forzista di Trieste Roberto Dipiazza, recidivo, ha pensato bene di postare sui social un fotomontaggio per insultare la segretaria del Pd Elly Schlein. Immediata la reazione contro il primo cittadino che solo poche settimane fa era stato criticato per una frase sessista rivolta a una consigliera comunale (“Non mi sono mai fatto comandare da una donna”).
“È davvero grave il gesto compiuto dal sindaco di Trieste Dipiazza. Un sindaco, che rappresenta le istituzioni, in un giorno come questo, con le salme dei ragazzi morti a Crans Montana appena arrivate in Italia, non trova di meglio che insultare e offendere la segretaria del Pd”.
Così i presidenti dei gruppi parlamentari del Pd di Senato e Camera Francesco Boccia e Chiara Braga e il capo delegazione dem a Bruxelles Nicola Zingaretti. “Un sindaco non nuovo a comportamenti sessisti e offensivi nei riguardi delle donne e che con questo gesto, fatto con la convinzione di risultare simpatico, mostra tutta la grettezza, la volgarità e la miseria di una cultura di destra in cui la denigrazione dell’avversario politico è abituale.
Ci auguriamo che il sindaco di Trieste al più presto chieda scusa alla comunità del Pd e alla sua segretaria. E ci aspettiamo che dai partiti che sostengono Dipiazza, anche a livello nazionale, a partire da Giorgia Meloni, ci sia una pronta presa di distanza”, continuano.
Interviene anche la deputata Elisabetta Piccolotti (Avs): “Da genitore cerco di insegnare ogni giorno a mio figlio che è importante avere rispetto delle persone. A 12 anni mi pare che abbia già capito che non si devono mai deridere i propri compagni e le proprie compagne per le loro caratteristiche fisiche, per la loro cultura, religione e identità di genere. Sa che il bullismo può fare molto male e che i bulli sono persone deboli e fragili, con problemi che vanno affrontati insieme alle famiglie e agli psicologi. Oggi gli ho dovuto spiegare anche che può capitare che persone con questo tipo di problemi vengano eletti alla carica di sindaco di Trieste. Ci è rimasto un po’ male, ma sono riuscita comunque a non fargli perdere fiducia nella democrazia spiegandogli che i cittadini possono scegliere una persona più dignitosa la prossima volta. La nostra solidarietà a Elly Schlein”.
Attacca la segretaria del Pd di Trieste Caterina Conti: «Non è satira. Non è ironia. E’ mancanza di rispetto. Un gesto sessista, volgare e indegno di chi ricopre un incarico pubblico, che usa il body shaming come arma politica. Chi dovrebbe rappresentare tutti i cittadini sceglie invece di insultare e basta. E non fa ridere nessuno».
“È difficile non restare colpiti dal livello di caduta di stile raggiunto dal sindaco di Trieste Dipiazza. che “oggi sceglie di trasformare la leader dell’opposizione in una ‘befana’ per fare satira di bassa lega sui suoi canali ufficiali”. Lo dichiara, in una nota, il gruppo del Partito democratico al Consiglio regionale del Lazio.
“Non è questione di appartenenza politica, ma di rispetto delle istituzioni e delle persone. Un sindaco rappresenta una comunità intera: ricorrere a stereotipi sessisti e a immagini denigratorie non è solo di cattivo gusto, è un impoverimento del dibattito pubblico. I triestini – e il paese – meritano molto di più”, conclude il gruppo del Pd Lazio.
Nella polemica interviene anche il direttore del TgLa7 Enrico Mentana che ha condiviso il post aggiungendo: “Ma come può permettersi il sindaco di una città gloriosa e importante di postare i suoi auguri dando il volto della leader di un partito suo avversario alla Befana?”.
(da agenzie)
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