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STEPHEN MILLER, IL RASPUTIN DI TRUMP . IL VICECAPO DI GABINETTO E CONSIGLIERE PER LA SICUREZZA INTERNA È L’ANIMA NERA DEL PRESIDENTE

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

FINORA SI ERA LIMITATO A SUSSURRARE IDEE BRUTALI SULLE QUESTIONI INTERNE (DEPORTAZIONE DI MIGRANTI, ESERCITO PER LE STRADE), ADESSO FA LA SUA IRRUZIONE SULLE DINAMICHE INTERNAZIONALI CON LE SUE POSIZIONI DA SUPER FALCO SULLA GROENLANDIA…L’ARRIVO ALLA CASA BIANCA NEL 2017 GRAZIE A BANNON E LA SCALATA AL POTERE

Braccio destro di Donald Trump fin dalla campagna elettorale del 2016, suo consigliere e speechwriter , nel primo mandato presidenziale, da un anno Stephen Miller è la voce più brutale del trumpismo sulle questioni interne: dalla deportazione degli immigrati all’uso (incostituzionale) dell’esercito per compiti di polizia, fino alla criminalizzazione del partito democratico definito «organizzazione estremista domestica che difende solo i criminali, le gang, gli immigrati killer e terroristi».
Una definizione che persino Trump, nel ringraziarlo per i suoi consigli e la sua fedeltà, aveva giudicato un po’ eccessiva.
Ora Miller, 40 anni, la persona della quale The Donald si fida di più, quasi un plenipotenziario per gli affari domestici — è il suo vicecapo di gabinetto e consigliere per la Sicurezza interna —irrompe anche sulla scena internazionale dichiarando fondate le pretese di Trump sulla Groenlandia e mettendo in dubbio la legittimità della sovranità danese.
Miller spazza via i trattati che garantiscono indipendenza e sovranità delle nazioni, liquidandoli come international niceties , cioè sottigliezze buoniste. Affermando, poi, che «viviamo in un mondo, quello vero, governato dal potere e dalla forza: è una ferrea legge in vigore fin dall’alba dei tempi».
A 16 anni espresse su un sito web di Santa Monica, la città californiana nella quale è nato, il suo disprezzo per i compagni di classe ispanici. che parlavano con difficoltà l’inglese. Poi gli anni accademici nella Duke University, in North Carolina, associato a gruppi di nazionalisti bianchi.
Dal 2009 lavora per il senatore dell’ Alabama Jeff Sessions (che anni dopo sarà per breve tempo ministro della Giustizia di Trump): un ufficio che è per lui la palestra dove comincia a lavorare per indebolire le tutele del diritto di voto e i diritti civili per gli americani non bianchi, mentre mette nel mirino gli immigrati.
Quando Trump viene eletto, nel 2016, entra nel suo staff, ma all’inizio Donald non lo nota. È Steve Bannon che lo convince a dargli fiducia e Miller parte a razzo: è l’architetto del travel ban che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di numerosi Paesi islamici, la prima misura con la quale, nel 2017, il neopresidente suscita indignazione nel mondo.
Da allora Stephen non si è più fermato: piace a Trump anche per la logica fredda con la quale concepisce interventi estremi, magari anche crudeli, che fanno scalpore. Come la sua
«tolleranza zero» per gli immigrati che lo porta in quei primi anni a separare migliaia di bimbi latinos dai loro genitori clandestini.
Intanto Stephen mette su famiglia, sempre sotto l’ala di Trump: sposa Katie Waldman che lavora nell’ufficio stampa del presidente e poi diventa portavoce del suo vice, Mike Pence. Promosso speechwriter , scrive alcuni dei più duri discorsi di Trump, compreso quello, incendiario, del 6 gennaio 2021, davanti a una folla Maga che poi assalì il Congresso.
Quando Donald, sconfitto, si ritira a Mar-a-Lago, momentaneamente abbandonato dal suo partito, Miller resta al suo fianco, deciso fin dal primo momento a preparare la rivincita. Lavora anche alla stesura del Project 2025, del quale diventerà testimonial. Poi la rottura con gli autori della Heritage Foundation e la creazione di una sua organizzazione trumpiana, America First Legal.
Così un anno fa, insieme a Trump, anche i Miller rientrano trionfalmente alla Casa Bianca. Katie come «ufficiale di collegamento» tra la presidenza e il dipartimento dell’Efficienza (Doge) di Elon Musk. Poi passa a lavorare per le aziende del miliardario, ma quando lui rompe col presidente, Katie si dimette: diventa una podcaster conservatrice. Ed è stata proprio lei, postando una mappa della Groenlandia con i colori della bandiera Usa con sotto la scritta «presto», a far riesplodere la questione della sovranità sull’isola danese.
(da Corriere della Sera)

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HA RAGIONE MELONI, LA VIOLENZA POLITICA FA SCHIFO. PECCATO SE LO RICORDI SOLO QUANDO NE E’ VITTIMA

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

SARA’ CREDIBILE SOLO QUANDO CONDANNERA’ ANCHE LA VIOLENZA CONTRO GLI IMMIGRATI E GLI OMOSESSUALI DA PARTE DELLA FOGNA SOVRANISTA

Ha ragione Giorgia Meloni: quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui. Quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perdere. La violenza politica non è mai giustificabile.
L’ha detto, la premier, nel comunicato cui ha affidato il suo ricordo di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, tre militanti di estrema destra, i primi due uccisi il 7 gennaio del 1978 presso la sede del Movimento Sociale Italiano di Via Acca Larentia a Roma, il terzo negli scontri immediatamente successivi.
Nel giorno, peraltro, in cui quattro militanti di Gioventù Nazionale hanno denunciato di essere stati picchiati con delle spranghe mentre attaccavano manifesti in ricordo di quella strage.
E sì, ha ragione Giorgia Meloni: queste violenze, quelle presenti e quelle passate, non sono in alcun modo giustificabili. E ha fatto bene a ricordarlo.
Però, forse, a questo punto, avrebbe dovuto farlo anche quando gli aggressori sono di destra, e le vittime sono militanti di sinistra, o semplicemente delle persone omosessuali, o straniere.
E dire che di occasioni ce ne sono state parecchie.
Ad esempio, il 10 settembre scorso, quando dei militanti di Forza Nuova sono stati arrestati per la violenta aggressione a un uomo straniero scelto a caso.
O l’8 gennaio del 2025, quando due ragazzi a braccetto sono stati presi a calci e pugni da un gruppo di omofobi, a Roma.
O quando il 30 luglio del 2024 un militante di Casa Pound ha sfregiato uno studente universitario a Torino.
O quando il 22 novembre del 2022 dei militanti di Casaggì, parte di Azione Studentesca e quindi di Fratelli d’Italia, hanno preso a calci degli studenti di sinistra.
O quando il 10 gennaio del 2020, a Lecce, un gruppo di militanti di Casa Pound ha staccato un orecchio a un uomo, provando poi a ucciderlo, a causa della sua omosessualità.
O ancora, quando solo pochi mesi fa sono stati arrestati nove militanti di Forza Nuova che stavano organizzando ronde punitive anti-maranza, con i giovani stranieri come bersaglio.
Sorvoliamo, per carità di patria, sull’assalto alla Cgil da parte di Forza Nuova nel 2021, sulle fucilate ai migranti e alla sede del Pd del militante di estrema destra Luca Traini del febbraio del 2018.
Tutte violenze nel nome della croce celtica, quella che secondo Federico Mollicone– l’ha detto oggi, già che c’era – è un simbolo religioso e non fascista.
Ecco: se Meloni non ha espresso solidarietà in ognuno di questi casi ha comunque l’attenuante che i casi sono troppi, e qualcuno può esserle sfuggito.
In ogni caso, il punto è un altro: quando si parla di violenza politica molto spesso l’estrema destra è l’aggressore, non l’aggredito.
E se si vuole davvero parlare di pacificazione, forse sarebbe opportuno che la destra italiana – estrema e non – si pacificasse con stranieri, omosessuali e militanti di sinistra, prima di ergersi a vittima dell’odio politico altrui.
Troppo facile parlare di pacificazione solo quando si è vittime.
A maggior ragione se lo fai da Presidente del Consiglio.
(da Fanpage)

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INTERVISTA A RULA JEBREAK: “TRUMP VUOLE TORNARE ALL’IMPERIALISMO OTTOCENTESCO, L’UE CORRE VERSO IL SUICIDIO”

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

”IL GENOCIDIO DI GAZA SEGNA LA MORTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE”

C’è un filo rosso che collega il tentato golpe in Venezuela, le minacce sulla Groenlandia, la guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza e le tensioni su Iran e Taiwan. Non è l’improvvisazione di Donald Trump, ma la fine dell’ordine internazionale fondato sulle regole e il ritorno della legge del più forte. Rula Jebreal, intervistata da Fanpage.it, parla senza mezzi termini di una strategia imperialista che ricalca i modelli del passato: controllo delle risorse, dominio militare, annullamento del diritto internazionale.
Secondo la giornalista, Gaza rappresenta il punto di non ritorno:
è lì che si sta continuando a consumare la morte definitiva delle convenzioni, dei trattati e delle istituzioni multilaterali. Da quel momento, il boomerang dell’impunità colpisce ovunque, legittimando nuove guerre e nuovi saccheggi. Trump, Netanyahu e Putin agiscono dentro la stessa cornice: sfere di influenza, espansionismo, forza bruta. In questo scenario, l’Europa appare come un vaso di cristallo circondato da vasi di ferro, paralizzata dalle proprie contraddizioni e dalla dipendenza energetica e militare, in un presente che vale come prova generale di un futuro ancora più instabile e pericoloso.
Dopo aver rapito Maduro, Trump minaccia la Groenlandia: qual è il progetto strategico del presidente Usa?
Il suo è un progetto esposto a chiare lettere nel documento sulla strategia di sicurezza nazionale: si reclama un diritto al controllo esclusivo e insindacabile dell’emisfero occidentale, di cui anche la Groenlandia fa parte. Trump non vede il mondo come una rete di alleanze, ma come un insieme di zone di influenza su cui esercitare controllo e potere di ingerenza, nella stessa logica condivisa e praticata da tutti i regimi autoritari.
Una sintesi brutale potrebbe essere: controllo di energia e minerali e dominio di corridoi strategici (Artico) e America Latina; legittimazione del cambio di regime “muscolare” e disciplina degli alleati. Una tipica strategia imperialista, nel senso dell’imperialismo ottocentesco. Hitler lo chiamava Lebensraum (“spazio vitale”). Putin lo chiama Russkiy Mir (“il mondo russo”). Trump lo chiama “il nostro emisfero”. Netanyahu il suo “Diritto divino alla grande Israele”.
E quali pensi saranno le sue prossime mosse del presidente USA? Attaccherà anche l’Iran?
Il tentato colpo di Stato in Venezuela è stato una prova generale per future operazioni militari a Cuba, in Colombia, in Messico e in Medio Oriente, dove Netanyahu spinge per uno scontro frontale tra USA e Iran. Per Tel Aviv sarebbe l’ennesimo diversivo per realizzare i suoi obiettivi espansionistici.
Netanyahu e Trump non vogliono un Iran libero-democratico-privo di sanzioni. Parliamo di un Paese che è secondo nel mondo per giacimenti di petrolio, e terzo per riserve di gas. Trump ha dichiarato che la differenza tra le guerre di Bush e le sue azioni militari sta nel fatto che “Bush non ha tenuto il petrolio, noi invece lo terremo”.
A Israele è stato permesso di commettere un genocidio a Gaza. Pensi che le future guerre avranno questa stessa impostazione?
Sono due anni che lanciamo l’allarme per scuotere la coscienza dei leader europei, che la distruzione del diritto internazionale, delle convenzioni e dei trattati internazionali in Palestina avrebbe scatenato il boomerang di un imperialismo, che affonda le sue radici nell’espansionismo di marca ottocentesca.
L’ordine mondiale basato sulle regole è morto a Gaza e la globalizzazione della dottrina barbarica israeliana ha trovato l’ennesima conferma nei Territori palestinesi occupati.
In cambio del Venezuela Trump potrebbe lasciare mano libera a Putin in Ucraina e Xi a Taiwan?
È la logica delle sfere di influenza. La legge della giungla sostituisce i tratti internazionali. Mosca e Pechino stanno segretamente “brindando” all’invasione del Venezuela. Trump ha messo in pratica un precedente pericolosissimo, Putin e Xi
useranno la stessa logica imperialista di Trump, per giustificare i loro attacchi all’Ucraina, considerata nella sfera di influenza russa, e a Taiwan, per consentire alla Cina di impadronirsi dei semiconduttori.
In questo contesto l’Europa appare come un vaso di cristallo in mezzo a vasi di ferro, come USA, Cina e Russia. Come pensi che uscirà l’Unione Europea da questa fase storica?
L’Europa ha solo “sognato” di portare avanti valori universali di civiltà, delegando la sua sicurezza agli USA e l’approvvigionamento energetico ai russi e agli americani: loro adesso stanno usando la dipendenza energetica come un’arma puntata alla testa dell’Europa. L’UE deve svegliarsi e deve scegliere, se diventare definitivamente vassalla degli USA, o portare avanti i propri valori e i propri interessi strategici. Siamo davanti a un bivio, ad un momento di crisi profonda di leadership e visione politica.
Un anno fa Trump ha sanzionato i giudici della Corte Penale Internazionale per aver emesso un mandato di cattura contro Netanyahu e ha messo sotto sanzioni un ex Commissario Europeo. Nonostante ciò, l’Unione Europea rimane il primo partner commerciale di Israele e sta violando la convenzione sul genocidio, l’articolo 2 dell’accordo di associazione UE – Israele e tutti gli ordini della Corte penale di giustizia. Queste politiche scellerate rappresentano un vero e proprio liberticidio e sono il regalo più grande a tutti gli avversari del Vecchio Continente. Insomma l’Europa è a un passo dal proprio suicidio: politico, storico, economico, culturale.
(da Fanpage)

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PATRIOTI? NO, DISERTORI: SOLO I VIGLIACCHI SI TIRANO INDIETRO DAL MANDARE TRUPPE IN UCRAINA DOPO GLI ACCORDI DI PACE

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO LA GUERRA IN UCRAINA FINIRA’ AL MASSIMO CI OFFRIRANNO DI ORGANIZZARE IL CATERING

«Noi crediamo negli Stati Uniti d’Europa. Per questo siamo per un’azione militare unitaria, sotto l’egida di un inviato speciale della Ue per l’Ucraina. Perché serve il primato della politica e delle istituzioni democratiche quando si parla di eserciti da muovere». Lo dice il vicepresidente di Italia Viva e componente del Copasir Enrico Borghi, in un’intervista a Repubblica, commentando la decisione del governo di non inviare truppe italiane in Ucraina.
Le truppe italiane in Ucraina
«C’è un’intima e profonda contraddizione tra invocare il modello dell’articolo 5 per la difesa dell’Ucraina, e poi tirarsi fuori dicendo che di questo se ne devono occupare altri», ha detto Borghi. Sottolineando che «non si può costruire una politica estera credibile sulla furbizia. Prima o poi i nodi arrivano
al pettine. Se Meloni proponesse un contributo militare italiano per l’Ucraina, come stanno facendo gli altri partner europei, il governo cadrebbe», ha poi aggiunto Borghi.
Sostenendo che «la Lega, in piena crisi di identità, non reggerebbe fino a quel punto». Quando la guerra in Ucraina finirà, ragiona il vicepresidente di Italia Viva, «il rischio è che ci offrano di organizzare il catering, mentre altri detteranno legge su infrastrutture, energia e difesa».
(da agenzie)

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CHI E’ MICHAEL FLACKS, IL MISTERIOSO COMPRATORE CHE VUOLE L’ILVA PER UN EURO

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

UN TRADER SENZA ESPERIENZA SIDERURGICA, TRA MILIARDI PROMESSI E DEBITI ANNUNCIATI: UN FINANZIERE SPECIALIZZATO IN AZIENDE A FINE CORSA

Chi è Michael Flacks, spuntato dal nulla e ormai pretendente privilegiato per comprare l’ex Ilva? Da dove spunta, da Montecarlo o da Miami dove opera o dalla periferia di Manchester dove è nato? Non sa nulla di siderurgia, è un mini miliardario, tra i ricconi britannici è il numero 100 e dice di volere la più grande acciaieria d’Europa per un euro. Accendiamo un lumicino sulla nuova puntata della triste saga di Taranto.
Non sappiamo chi lo ha tirato fuori dal cilindro, ma a quel che è dato sapere, non sembra l’uomo giusto al posto giusto. Ed è lecito chiedersi come mai a Taranto hanno fatto scappare Arcelor Mittal, primo gruppo siderurgico mondiale, e adesso ci si dovrebbe accontentare di un uomo d’affari poco noto e anche
poco affluente. La classifica del Times gli dà un patrimonio che in euro arriva appena a un paio di miliardi. I commissari liquidatori avevano stimato nel 2004 il suo valore tra 1,5 e 1,8 miliardi di euro. Adesso sono pronti a cederla per un euro?
È vero l’Ilva dieci anni fa produceva oltre sei milioni di tonnellate di acciaio l’anno, potrebbe arrivare fino a nove milioni, oggi sta attorno a tre milioni e perde fino a un milione di euro l’anno a causa della sotto-utilizzazione dei suoi impianti. Ma è davvero destinata alla chiusura?
Carlo Calenda non ha dubbi. Sentiamo cosa diceva il segretario di Azione a L’aria che tira su La7 nel luglio 2025
“La storia dell’Ilva di Taranto si è già chiusa. Io da ministro ho fatto una gara, l’ha vinta il più grande produttore mondiale di acciaio, con un contratto blindato che prevedeva quattro miliardi e dueentomila euro, tra prezzo e investimenti. La conservazione di tutti i posti di lavoro, la conservazione dei livelli salariali, persino la conservazione dell’articolo diciotto che era stato a quel tempo abolito. Arrivano i cinque Stelle. Dicono no, schifo tutto e confermano tutto. Dopodiché perdono alle elezioni europee e col governo Conte due disdicono lo scudo penale. Mittal se ne va. Poi loro ci fanno una società insieme fanno un casino che la metà basta. l’Ilva è chiusa, è una questione di quanti soldi ci metteremo sopra per chiuderla. La vogliono tutti chiusa. La vogliono chiusa i sindacati, la vogliono chiusa le autorità locali, la vuole chiusa la magistratura, la vuole chiusa anche il governo. Il gioco che stanno facendo è a chi rimane in mano il cerino.”
È vero, oggi come oggi nessuno è disposto a comprare il centro siderurgico così com’è, a cominciare dagli acciaieri italiani disposti a prendere chi un pezzo chi un altro. E lo stesso Flacks che opera con il suo fondo d’investimenti partito nell’Inghilterra centro-settentrionale, segue la stessa idea di fare i soldi con gli spezzatini. La sua filosofia è quella del junk, compra quello che tutti gli altri hanno rifiutato per metterlo a frutto nel modo più profittevole
Ma lasciamo da parte le polemiche e cerchiamo di capire chi è questo semi-sconosciuto salvatore.
Michael nasce nel 1967 da una famiglia ebraica a Manchester e ancor oggi parla inglese con un “ampio accento manchesteriano” come ha scritto il Times di Londra. Pallido, capelli scuri, fisico piuttosto massiccio, veste in modo modesto e non ha l’aria del tipico riccone del principato monegasco. Ha lasciato a soli 15 anni la scuola secondaria israelitica (la King David High School) e si è messo a vendere giacche di pelle e abiti, imitazioni di Ralph Lauren e Calvin Klein soprattutto a negozi irlandese. È là, nell’isola verde, che comincia a raccogliere un po’ di quattrini anche se si riempie di debiti con le banche.
Vive a lungo a Dublino dove fa affari in quel che chiama “il mercato paralello” all’ingrosso. L’attività da ambulante si trasforma in un un punto vendita. Nel primi anni ’80 gestisce una catena di outlet chiamata Jacket City mentre comincia a investire in Irlanda e nell’Inghilterra del nord ovest, dove le case sono più a buon mercato e la crisi scoppiata nella prima fase del tatcherismo ha fatto crollare i valori immobiliari. Si compra un vecchio terreno aeroportuale vicino a Manchester.
Nell’immobiliare ha esordito con le casette a schiera, poi a mano a mano è passato a qualcosa di più consistente come gli alberghi e appezzamenti immobiliari. Nel 1983 fonda la sua società di investimento, negli anni ’90 entra negli Stati Uniti.
Sbarcato a Miami nel 2005, va a vivere insieme alla moglie Deborah a Fisher Island – chiamata il codice postale più ricco del mondo, accessibile solo in traghetto, yacht privato o elicottero – dove ha stabilito la sua residenza americana. Nel 2023 si compra per 24 milioni di dollari l’intero condominio dove abita.
A questo punto, chi può più chiamarlo straccivendolo, come aveva fatto dieci anni prima il londinese Times con tutta la sua puzza sotto il naso?
Diventa anche un filantropo. Le sue donazioni più importanti sono state a organizzazioni ebraiche come Colel Chabad affiliata al movimento ortodosso Lubavitch, una importante ramificazione dell’ebraismo hassidico che risale al XVIII secolo e si è sviluppato tra gli ashkenaziti dell’Europa orientale.
Flacks si definisce “un trader: compro qualcosa arrivato a fine corsa e poi lo rivendo al suo valore”. La sua governance è sempre stata familiare, allargata tutt’al più ad amici. Ma quando parla di noi intende sempre io.
“Se comprassi il Taranto Calcio, sono sicuro che lo porterei in Serie A. Come? È facile: comprando i migliori giocatori. Lo stesso intendo fare per l’Ilva”, ha detto a Francesco Bertolino del Corriere della Sera che lo ha raggiunto telefonicamente a Miami. E ancora: “Per l’ex Ilva ho messo assieme un team di esperti di siderurgia: ci sono anche grandi ex manager dal gruppo US Steel. È la squadra che conta e io sono bravo a scegliere i
giocatori. Neanche Donald Trump governa l’America da solo: si è circondato di persone straordinarie”.
Intanto, ha preso casa anche nella Trump Tower, non si sa come mai. Come è scritto nell’ordine della giarrettiera, honi soit qui mal y pense, svergognato chi pensa male.
Anche perché quale alternativa c’è?
Attenti però, non è fatta, ci saranno quattro mesi di tira e molla. Flacks vuole pagare un euro e promette cinque miliardi di investimenti. “Sono soldi miei”, dice al Corsera. In realtà li prende a prestito dalle banche. Quindi si indebita. Altrimenti si sarebbe mangiato tutto il capitale del suo fondo.
Ecco le parole di Flacks. “Ne ho discusso con le banche e il governo ha visto il business plan affinato con i consulenti di Boston Consulting Group: cinque miliardi non sono una cifra enorme rispetto ai profitti che l’azienda potrà generare se riusciremo a portare la produzione di acciaio a quattro milioni di tonnellate e poi, in pochi anni, a sei milioni”.
Quel che non dice è che secondo il piano del governo italiano la decarbonizzazione dell’Ilva costerà circa 10 miliardi di euro. Chi li dovrà sborsare?
Non solo, Flacks vuole che il governo resti con il 40 per cento. Dunque, per una parte il peso finanziario resterà sul groppone del contribuente che di riffe o di raffe si è già sobbarcato 12 miliardi di euro tra costi diretti e indiretti.
Ecco quel che si conosce del piano ben raccontato da Marta Buonadonna del Tgr Liguria:
“L’offerta simbolica di un euro per acquistare acciaierie d’Italia e un investimento previsto di quattro miliardi da parte di Flex Group. Sono ore decisive per la vertenza ex Ilva, con il piano di rilancio oggetto di una trattativa tra i commissari straordinari e il fondo americano che si impegna ad ammodernare gli impianti e intraprendere il percorso verso la sostenibilità ambientale con il passaggio ai forni elettrici. Per farlo, però, chiede che, almeno inizialmente, rimanga forte la presenza dello Stato con una proporzione di sessanta per cento al privato e quaranta per cento al pubblico, che corrispondono a un impegno di spesa di circa due miliardi e sei. Flex non verserà la sua parte in un’unica soluzione, ma per fasi successive, legando ogni versamento al raggiungimento di precisi obiettivi che devono essere facilitati dalla parte pubblica autorizzazioni, costruzioni, infrastrutture. Una volta raggiunti i risultati desiderati, il Fondo si impegna a comprare quel quaranta percento di quota pubblica per un ulteriore miliardo di euro. L’obiettivo produttivo per lo stabilimento di Taranto è di quattro milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Resta la forte preoccupazione dei sindacati sul fronte dei posti di lavoro. Il piano finanziario prevede l’assunzione di ottomilacinquecento addetti che potrebbero anche salire a novemila. Un numero comunque inferiore ai circa diecimila dipendenti attuali, di cui quasi mille a Genova Cornigliano. Anche in questo caso si procederà per passaggi successivi, il che implicherà inizialmente il ricorso alla cassa integrazione, quindi sempre a carico dello Stato. L’obiettivo è concludere l’assegnazione entro aprile.
“Non mi dispiace rilevare aziende destinate a spegnersi in 15-20 anni”, ha dichiarato Flacks. Poi al Corsera ha precisato che non si riferiva all’Ilva e ha spiegato: “Comprerei per esempio un
produttore di motori a combustione: non sono ideali per l’ambiente, ma non avremo tutti un’auto elettrica domani. L’azienda può perciò operare per altri 10-15 anni, dando ai dipendenti tempo di andare in pensione o trovare un altro lavoro; può cioè morire con dignità. L’Ilva ha invece un grande futuro”.
Il modello Flacks non funziona sempre, anzi. Non è andata bene con la Kelly-Moore che ha chiuso nel 2024, dopo un vano tentativo di rilancio.
“Kelly-Moore Paint era un produttore di vernici in declino – si giustifica l’imprenditore – con enormi problemi con l’amianto. Siamo riusciti a smembrare il gruppo e a far riassumere tutte le persone in altre aziende di vernici. È stata una ristrutturazione di grande successo: nessuno ha perso il lavoro e i negozi sono stati rilevati dai concorrenti. Succede dappertutto così: le grandi aziende diventano sempre più grandi ed efficienti, le piccole muoiono”.
Il darwinismo economico di Flacks sarà smentito a Taranto? Oppure ha ragione Calenda, siamo solo davanti a un’altra puntata della tragica saga dell’acciaio di stato?
Da più parti, dai sindacati, dagli enti locali, dalla sinistra sale il grido “Nazionalizzate, nazionalizzate”. E io pago, direbbe Totò. Ma, a parte i costi per il contribuente, c’è un piccolo problema: lo stato oggi non ha chi sappia gestire un colosso dell’acciaio. Si potrebbe ricorrere a una seduta spiritica per evocare la buon’anima di Oscar Sinigaglia. Il grande uomo d’industria che fece rinascere la siderurgia italiana usando anche i fondi del piano Marshall. Ma forse anche lui oggi si metterebbe le mani nei capelli.
(da ilfoglio.it)

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SOLDI, FORTISSIMAMENTE SOLDI

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

L’AVIDITA’ ALLA BASE DELLE TRAGEDIE DI CRANS MONTANA E DELLE GESTE DEL PREDONE TRUMP

C’è un filo neanche troppo esile che tiene insieme Crans Montana e Trumpòn Bolivar, i due sconquassi con cui il nuovo anno si è presentato sulla scena.
Si tratta dell’avidità.
Siamo persone di mondo: il denaro non è lo sterco del demonio, ma la precondizione di una vita libera e dignitosa. Lo stesso però non può dirsi del suo eccesso.
Era per bramosia di guadagnare ancora di più che i proprietari del bar andato a fuoco avevano ampliato gli spazi adibiti al pubblico, riducendo quelli riservati alla sicurezza. Ed era per paura di perdere qualche briciola dei loro già sostanziosi incassi che avevano chiuso a chiave l’unica uscita di sicurezza, affinché nessuno potesse servirsene per darsela a gambe senza pagare.
Il Trump che utilizza metodi da predone in Venezuela e minaccia di replicarli in Groenlandia si ispira a una logica simile, ovviamente su vasta scala. L’enorme ricchezza che possiede come individuo e come nazione non gli basta. Vuole anche quella che giace sotto la terra altrui e va a prendersela senza più schermarsi dietro le paroline magiche «libertà» e «democrazia» con cui i prepotenti del passato si sforzavano di nobilitare le spoliazioni. Forse perché l’uditorio a cui si rivolgevano credeva ancora in certi valori o quantomeno desiderava illudersi. Trumpinvece è convinto che oggi per tutti – tranne una frangia di disadattati che lui chiama «perdenti» – il denaro sia l’unica cosa che conta. E, guardando i proprietari del bar di Crans Montana, verrebbe da dire che non si sbaglia.
(da Corriere della Sera)

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LA POLITICA CAFONA

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

SE IL CAPO DEL MONDO E’ UN SUPERCAFONE NON C’E’ DA STUPIRSI DEL SINDACO DI TRIESTE… IL CROLLO DI CREDIBILITA’ DELLA POLITICA

Io credo che se il sindaco di Trieste capisse quanto è cafone dare pubblicamente della befana a Schlein (così come a qualunque altra donna), non lo avrebbe fatto. Il problema è che non lo capisce, e anzi probabilmente è convinto di essere stato spiritoso; e si sarà chiesto come mai tanto baccano per quella che a lui deve sembrare solo un’allegra battuta; sarà mica per via del fatto
che “non si può più dire niente”, come sostengono i maleducati di ogni calibro (e con più trasporto i maleducati di destra), così abituati a prevaricare e insultare da non capacitarsi che qualcuno possa offendersi?
Il crollo di credibilità della politica dipende anche dal crollo della sua esemplarità. Il linguaggio facilone e arrogante non solo non “avvicina al popolo”, come credono i demagoghi, ma disgusta quella parte di popolo, non piccola, che vorrebbe una classe dirigente rispettabile, e autorevole proprio perché rispettabile.
Che il capo del mondo in questo momento sia un Supercafone è una circostanza che ha sicuramente ringalluzzito i cafoncelli locali. Ma non si rendono conto (proprio come il Supercafone) che alla fine del loro transito, della politica e dello spirito di comunità che la alimenta e la rende viva, rimarranno solo i cocci. E in mezzo ai cocci, pochi agonizzanti che si azzuffano.
A Trieste alle ultime elezioni comunali, nel 2021, ha votato il 41 per cento degli aventi diritto. Alle prossime, potete scommetterci, anche di meno. Non ho molta indulgenza per chi rimane a casa (e perde dunque ogni diritto di lamentarsi), ma è ovvio che figure come questo sindaco non siano un incentivo al voto. Vuoi vedere che, destra o sinistra che sia, la prima o il primo leader gentile, colto e rispettoso che compare sulla scena, conquista il Paese?
(da Repubblica)

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IL NEMICO AMERICANO

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

L’ABBORDAGGIO DELLE PETROLIERE IN ALTO MARE COINCIDE CON L’OFFENSIVA PER LA CONQUISTA DELLA GROENLANDIA

Marines americani che in pieno Atlantico del Nord assaltano una petroliera battente bandiera russa e la sequestrano con tutto l’equipaggio, russi compresi. Altri che bloccano nei Caraibi un’altra nave, parte di una “flotta oscura” dedita al trasporto di greggio venezuelano sotto embargo. Il segnale di Trump non potrebbe essere più chiaro: faccio quel che mi pare. Specialmente nell’emisfero occidentale, ovvero nel continente panamericano che la sua amministrazione intende sigillare contro la penetrazione cinese e russa. Ma anche contro l’abusiva pretesa “dell’alleato” danese di possedervi la Groenlandia.
Con le operazioni marittime gli Stati Uniti stanno dando seguito alla promessa di governare il Venezuela. A modo loro. Compresi atti di alta quanto efficiente pirateria come il rapimento di un
capo di Stato straniero perché narcotrafficante o il sequestro di navi che avrebbero rotto l’embargo sul petrolio venezuelano. Fino a rischiare una nuova crisi con Mosca, specie se i marinai russi fossero processati sul suolo americano. Con effetti imprevedibili sul già stagnante “processo di pace” per l’Ucraina.
C’era una volta l’America. Quella che si voleva in missione per redimere l’umanità e battezzava universali i propri interessi. Oggi gli Stati Uniti considerano e dividono il mondo a partire dalle proprie priorità. Quelle di una nazione depressa, impaurita, spaccata. Con la manifattura al collasso, un debito federale spaventoso, una sfiducia mai vista nelle istituzioni, un impressionante declino del tasso di fecondità. Sette statunitensi su dieci non credono più nell’American Dream. La quasi totalità non ricorda più una guerra vinta (era il 1945).
Il Numero Uno è un colosso ferito, sanguinante. Quindi disposto a tutto. E di tutto capace. Senza preoccuparsi di piacere a qualcuno. Salvo a sé stesso. Cominciamo ad accorgercene anche da questa parte dell’Atlantico. L’abbordaggio alle petroliere in alto mare coincide infatti con l’offensiva per la conquista della Groenlandia danese, con le buone o le cattive.
Il segretario di Stato Marco Rubio, annunciando che la prossima settimana incontrerà la controparte di Copenaghen, afferma che per qualsiasi presidente americano ogni minaccia alla sicurezza nazionale — nel caso la temuta penetrazione cinese e russa nell’isola artica — può essere trattata con la forza delle armi. “Alleati” avvertiti mezzo salvati.
Vale in specie per i leader europei, tra cui Giorgia Meloni, che hanno sottoscritto un documento di solidarietà con la
Groenlandia. E più direttamente per il primo ministro danese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, per cui un’aggressione americana contro il suo territorio artico segnerebbe «la fine della Nato». Ammesso che esista ancora.
Noi europei siamo avvertiti. L’America tratta il nostro continente come parte extracontinentale della sua sfera d’influenza. Quindi intende impedire con ogni mezzo che potenze avverse, a cominciare da Cina e Russia, vi mettano piede. Per decenni abbiamo voluto credere che gli americani fossero qui per proteggere noi, ora ci viene comunicato quello che potevamo già intuire prima: siamo qui per proteggere l’America. Chi non ci sta è nemico, anche se “alleato”. Visti da Washington gli euroatlantici si dividono tra affini dunque utili al nuovo regime americano e suoi incorreggibili avversari.
Per memoria: nella versione non pubblica della Strategia di sicurezza nazionale varata lo scorso novembre, l’Italia è menzionata con Austria, Ungheria e Polonia tra i “buoni”. In attesa che prossime elezioni in Gran Bretagna, Francia e Germania elevino al potere leader omogenei al trumpismo, quali Nigel Farage, Marine Le Pen e Alice Weidel (la leader dell’AfD che chiacchierando con Musk ha bollato Hitler «comunista»).In Italia quando le acque si agitano preferiamo mettere la testa nella sabbia e recitare il rosario del magico mondo di pace che fu. Per ottant’anni abbiamo goduto dei vantaggi — tutt’altro che gratuiti ma ben accetti — di appartenere alla sfera d’influenza americana. Quella rassicurante atmosfera apparterrà ai nostri migliori ricordi. Ma non ha nulla a che fare con lo scontro tra colossi di cui siamo oggi disarmati spettatori. Collisione epocale che impegna gli Stati Uniti nella furiosa guerra senza limiti per sopravvivere. Obiettivo per il quale tutti, dovunque, siamo sacrificabili.
In questa battaglia la priorità è accaparrarsi le enormi risorse energetiche, minerarie, tecnologiche necessarie a vincere la partita dell’intelligenza artificiale e del quantum computing. Chi volesse immaginare le prossime mosse americane, come anche cinesi, russe o di altri aspiranti imperi, dovrebbe consultare una carta dei Paesi meglio dotati di materie prime critiche. Finalmente una buona notizia: non ne abbiamo quasi. Anche se in Val d’Agri, nella Basilicata Saudita benedetta dal greggio, pare che qualcuno stia ammucchiando sacchetti di sabbia alla finestra.
(da repubblica.it)

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CLEMENTE MASTELLA_ “IO CHE FUI SALVATO DAI GIUDICI DICO CHE LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE C’E’ GIA’. QUESTA RIFORMA E’ PERICOLOSA”

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO: “LE CORRENTI NON LE SMONTI CON UN SORTEGGIO”

Clemente Mastella, ma veramente lei è contro la riforma Nordio sulla separazione delle carriere?
«E certo».
Proprio lei che si dimise da Guardasigilli e fece cadere il governo Prodi, dopo l’arresto di sua moglie, gridando alla persecuzione giudiziaria?
«E non era un atteggiamento persecutorio? I pm se la presero
prima con lei, poi con me, accusandomi di tutto per quasi 100 anni di galera, poi con i miei figli».
E non crede a chi presenta la riforma come antidoto a tutto ciò?
«No. Perché la separazione già c’è. Sennò mica stavo qui. A me chi mi ha salvato sono stati i giudici. Certo dopo dieci anni di inferno. E quello sarebbe da riformare, ma sui tempi la riforma non interviene. Invece va a toccare il pm: è una riforma pericolosa».
Chi l’ha approvata dice che rende più equilibrato il rapporto tra accusa e difesa.
«Ma non è così! È il contrario. Fa diventare il pm un superpoliziotto. È un’involuzione inquisitoria. Il cittadino malcapitato sarà schiacciato dal gigantismo del pm».
Il governo dice che la riforma aiuta il giudice… È così?
«Ma proprio per niente. Di fronte a un pm così forte, lo mette in difficoltà, lo rende debole. Il giudice separato già c’è: anche Matteo Salvini con Open Arms è stato prosciolto da un giudice. E lo stesso Berlusconi avrebbe avuto un esito di carriera diverso se molti giudici non avessero avuto opinioni diverse dai pm».
Il sorteggio non serve a eliminare le degenerazioni del sistema correntizio?
«Ma per carità! Le correnti non le smonti con il sorteggio. A parte che questa lotteria di giudici e pm, pescati alla cieca, non mi piace. Ma, lo lasci dire a me che, assieme a Casini, sono il più esperto d’Italia di correnti. Rinasceranno a livello locale».
Che intende?
«Mettiamo che venga eletto un magistrato di Benevento, subito lì si creerà una corrente che si legherà a quel carro».
Il doppio Csm e l’Alta corte non la convincono?
«Assolutamente no. Si creeranno due caste».
Caste?
«Certo. Adesso tra i togati del Csm i giudici sono più dei pm, quindi sono più forti. Dopo i pm staranno con i pm, i giudici con i giudici e il capo dello Stato presiederà tutti e due. Un caos incredibile».
I fautori del No denunciano che la riforma mette in pericolo l’indipendenza e autonomia dei magistrati e paventano la sottoposizione del pm all’esecutivo. Lei?
«Quella è una valutazione che faccio dopo. Non mi piace il giudice ossequioso con la politica che c’è in America. Ma l’indipendenza dei magistrati è già a rischio perché si indebolisce il giudice. Ma poi non si fa così…».
Cosa?
«La riforma della giustizia si fa tutti insieme. Si discute o è la fine di un Paese. Invece il governo ha fatto la riforma bypassando il Parlamento che ha detto sì. A tutto. Su questioni che non erano datteri! Sembra una sorta di rivalsa politica, che avrei dovuto fare io, non Giorgia Meloni».
Perché?
«Con tutto quello che ho subito. Per lei è più… un capriccio. Questo interesse continuo per i giudici viene più dai berlusconiani. Ma ora lei sembra più berlusconiana di chi è in Forza Italia».
Non è che lei sta sposando la causa del No perché ormai è nel Campo largo?
«Qual è? La maggioranza del Pd voterà Sì. Anzi, consiglierei a
Elly Schlein di non scendere in campo schierando il partito. Perché o si partiva con un’idea unitaria oppure, con pezzi grossi come Barbera o Bettini che hanno già annunciato di votare Sì, come la mettiamo?».
(da Corriere della Sera)

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