Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
TRE ORE DI SPOCCHIA E MENZOGNE: IN FUGA DALLE RESPONSIBILITA’ SUL CASO PARAGON, CITA DATI VOLUTAMENTE SBAGLIATI O PARZIALI SULL’OCCUPAZIONE, SULLE PENSIONI E SULL’IMMIGRAZIONE, SPACCIANDO ERRORI PER SUCCESSI
La conferenza stampa di inizio anno, uno dei pochissimi appuntamenti che Meloni concede ai giornalisti, è stata l’occasione per tracciare le priorità del governo per il 2026 e per fare un bilancio dell’anno che si è appena chiuso. Come spesso accade, anche in questo caso abbiamo rintracciato nelle risposte che Meloni ha fornito alla stampa alcune imprecisioni, errori che non sembrano dettati da sciatteria e superficialità, ma piuttosto dalla volontà di fare propaganda, spesso distorcendo i dati e presentando i fatti in modo edulcorato.
A proposito di pensioni, immigrazione, lavoro, e anche del caso Paragon, in diversi passaggi della conferenza stampa, durata più di tre ore, si possono rintracciare bufale, fake news che la premier ha sapientemente disseminato qua e là, nel tentativo di offrire agli elettori un’immagine del governo e del Paese di gran
Sull’occupazione Meloni presenta i dati a metà
Cominciamo dal capitolo lavoro. La presidente del Consiglio già ieri in un post aveva rilanciato i dati Istat sull’occupazione, freschi di uscita. Anche oggi Meloni seleziona i numeri che più le fanno comodo, quelli che più sostengono la narrazione di un mercato del lavoro florido. “Il dato più significativo per me è l’occupazione, incoraggiante come quello sul potere d’acquisto, e come quello sulla crescita, che per me è uno dei focus principali di questo anno”, ha detto oggi in conferenza stampa.
Il dato a cui si aggrappa Meloni è quello che mostra una riduzione della disoccupazione: a novembre 2025 il tasso di disoccupazione è sceso in effetti al 5,7%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche dell’Istituto partite nel 2004. Un record sicuramente importante, ma che bisogna leggere accanto ad altri due elementi che completano il quadro: il dato mensile sugli occupati (in totale a 24 milioni e 188mila persone) che diminuisce rispetto al mese precedente di 34mila unità; e la quota di inattivi, persone, in gran parte giovani e donne, che non lavorano e che non sono nemmeno in cerca, è arrivata al 33,5% popolazione in età lavorativa, pari a 12,4 milioni di persone.
Il calo di occupati riguarda principalmente donne, dipendenti a termine, lavoratori autonomi e fasce giovanili e intermedie d’età (15-24 e 35-49 anni), mentre cresce l’occupazione per i 25-34enni e resta sostanzialmente stabile per gli uomini, i dipendenti permanenti e chi ha almeno 50 anni. Di conseguenza il tasso di occupazione scende a 62,6% (-0,1 punti). Non proprio un successo.Le deboli giustificazioni sull’aumento dell’età pensionabile
“Sento questo dibattito sull’aumento dell’età pensionabile, però le cose non stanno così. Noi abbiamo fatto esattamente il contrario”. Ha esordito così, Giorgia Meloni, quando le hanno chiesto perché il suo governo abbia abbandonato l’idea di “superare” la legge Fornero sulle pensioni.
Dal 2027, l’età pensionabile crescerà di un mese. Nel 2028, altri due mesi in più. Questa è stata la giustificazione di Meloni: “In Italia esiste una legge che impone ogni tre anni di adeguare l’età pensionabile all’aspettativa di vita. In forza di quella legge, che esiste da prima della Fornero, se noi non fossimo intervenuti in legge di bilancio l’età pensionabile nel 2027 sarebbe aumentata di tre mesi. Noi abbiamo limitato questa previsione automatica, portando quei tre mesi a un mese. Abbiamo evitato un aumento dell’età pensionabile molto più consistente”.
Andando in ordine: sì, c’è una legge che prevede di adeguare l’età pensionabile all’aspettativa di vita. È del 2010, varata dal governo Berlusconi, prima della riforma Fornero. E sì, stando alle norme attualmente in vigore nel 2027 l’età pensionabile avrebbe dovuto salire di tre mesi, invece salirà di un mese.
Detto questo, il governo non ha “evitato” l’aumento di tre mesi. L’ha solo rimandato al 2028. Dopo aver detto più volte che, invece, l’avrebbe cancellato. In generale, la promessa elettorale di “superare” la riforma Fornero è caduta completamente nel vuoto. Meloni si è difesa dicendo che “c’è una legge” che impone questo aumento: forse, dopo tre anni di governo e quattro leggi di bilancio, con una maggioranza che Meloni ha descritto come “una delle più solide in Europa”, il centrodestra quella legge avrebbe potuto cambiarla, volendo. Come aveva
promesso di fare.
La premier ha concluso dicendo che non ci sono “altri provvedimenti particolari” in programma, al momento. Non ha aperto la porta alla possibilità di eliminare del tutto, entro il 2027, l’aumento dell’età pensionabile – come invece hanno fatto la Lega e il ministro dell’Economia Giorgetti. Resta da vedere se, nella prossima legge di bilancio (l’ultima prima delle elezioni), arriverà una mossa elettorale su questo tema.
Le giravolte e il vittimismo su Paragon
Uno dei temi su cui la premier Meloni si è scaldata di più, nel corso delle tre ore di conferenza stampa, è stato il caso Paragon. In apertura la presidente ha citato la questione, dicendo che una relazione del Copasir “ha escluso che Graphite, cioè il sistema fornito da Paragon, sia stato adoperato nei confronti di giornalisti”. Iniziamo subito: è vero, ma quella relazione è di sei mesi fa. Appena una settimana dopo la sua pubblicazione, un’analisi forense ha stabilito che Graphite è stato usato eccome per spiare giornalisti. In particolare Ciro Pellegrino, caporedattore di Fanpage.it.
È stata l’ultima domanda, fatta dal direttore di Fanpage Francesco Cancellato, a suscitare la reazione più forte in Meloni. Invece di spiegare con chiarezza cosa intende fare il governo per chiarire l’accaduto – a quasi un anno dall’inizio della vicenda – la presidente del Consiglio italiano si è lamentata che i suoi “fatti personali” siano finiti “su tutti i giornali”.
“Io non ho trovato la vita di altri scandagliata e buttata sui giornali – o i conti in banca spiati, o i fatti sul padre morto undici anni prima, o sulla situazione patrimoniale della madre, o le
inchieste che ci sono sulle Sos. Ci ho visto le mie. Per cui si figuri se non capisco di cosa sta parlando”, ha detto. E ancora: “I fatti personali non di Cancellato, ma di Giorgia Meloni, sono finiti su tutti i giornali, quindi figuratevi se non sono solidale”.
È quasi inutile sottolineare che lo spionaggio ai danni di un giornalista, effettuato con uno strumento che può essere usato solo da governi e agenzie di intelligence, non è come un’inchiesta giornalistica sulla figura politica più potente del Paese. E che mescolare il tutto, ponendosi come la vittima della faccenda, è stato solo un altro modo per evitare di rispondere davvero alla domanda.
Meloni e il trucco delle percentuali sull’immigrazione illegale
La presidente del Consiglio ha raccontato un’altra bugia parlando del tema sicurezza, citando in particolare un dato sbagliato sull’immigrazione illegale. “Abbiamo diminuito di oltre il 60% gli arrivi degli immigrati illegali, che impattano sulla sicurezza in maniera significativa”, sono state le sue parole. Ma da dove viene esattamente questa percentuale? La presidente del Consiglio sembra averla presa in prestito dal video pubblicato dal ministro dell’Interno Piantedosi, che qualche giorno fa, il 31 dicembre, ha snocciolato i dati correlati al contrasto dell’immigrazione illegale. Così come aveva fatto il titolare del Viminale, la capa del governo cita quella percentuale, come se fosse la dimostrazione del fatto che le politiche sul contenimento dell’immigrazione stanno portando risultati sostanziali.
Per capire quanto queste affermazioni di discostino dalla verità basta leggere le dichiarazioni di Piantedosi: “Gli sbarchi sono diminuiti in modo netto: -58% nel 2024 rispetto all’anno
precedente, e lo stesso andamento si registra anche quest’anno. Un cambio di passo evidente rispetto agli anni degli arrivi incontrollati”.
Dunque, dove sta il trucco, l’artificio retorico? Il ministro ha cercato di far passare la riduzione del 58% come un “andamento”, come una tendenza, lasciando intendere che lo stesso calo avvenuto nel 2024 si può osservare nel 2025. Ma non è così: ci sono stati 66.296 i migranti irregolari approdati via mare sulle coste italiane nel 2025, ma la riduzione rispetto al dato dell’anno precedente è appena dello 0,48%, non certo del 58%, come sembrano voler dire Piantedosi e Meloni.
Nel 2024 infatti di arrivi di migranti se ne sono registrati 66.617, con un calo rispetto al 2023 del 57,95% (allora gli approdi furono 157.651). A ben guardare quindi non c’è nessun “andamento”, e se Meloni voleva sottolineare quel traguardo del 58% avrebbe dovuto per completezza specificare che si trattava di un dato vecchio, del 2024. Nell’ultimo anno invece il numero degli sbarchi si è mantenuto pressoché identico a quello dell’anno precedente, con una lievissima flessione. La premier se ne sarà accorta, oppure ha volutamente omesso di indicare la finestra temporale di riferimento di quel 60% di cui si è vantata oggi?
Dopo Crans-Montana Meloni vuole vietare le scintille nei locali al chiuso, ma si dimentica dei ministri del suo governo…
E per chiudere, Meloni si è doverosamente soffermata sulla tragedia di Capodanno di Crans-Montana, su cui l’avvocatura dello Stato “su mandato della presidenza del Consiglio si è messa in contatto per seguire le indagini con la procura elvetica e
con la procura di Roma, che ha aperto a sua volta un fascicolo”, ha spiegato la premier. In questo caso il peccato veniale di Meloni non è una vera e propria bugia, ma una piccola omissione.
Dopo aver promesso vicinanza e assistenza alla famiglie delle vittime, la premier ha assicurato che norme italiane sono più stringenti di quelle svizzere, per cui difficilmente potrebbe verificarsi nel nostro Paese una strage di portata simile a quella del locale Le Constellation. Nonostante questo la premier ha detto che il governo potrebbe decidere di vietare nei locali al chiuso “l’uso di scintillii sulle bottiglie che è un elemento che può essere pericoloso. Avendo imprenditori abilissimi io penso che possano trovare altri 1000 modi di festeggiare senza rischiare che un locale vada a fuoco. Ho letto qualche giorno fa di un piccolo incendio in un locale in Molise, quindi è una riflessione da fare insieme”.
Meloni si riferisce all’utilizzo di bottiglie con scintille e fontane luminose, che probabilmente hanno in questo caso provocato le fiamme. L’idea di vietarle era venuta già alla ministra del Turismo Daniela Santanchè, che ospite della trasmissione “Dritto e rovescio” su Retequattro ha lanciato un appello, invitando a “smettere di usare gli scintillii al chiuso e di usare quelli a led”.
“Lo dico a tutti coloro che in Italia si occupano di locali da ballo, di intrattenimento, di lounge bar: smettete di usare gli scintillii alle bottiglie al chiuso. Non c’è ancora una norma – aveva detto la ministra – però anche in segno di rispetto e di responsabilità, ci sono le bellissime scintille a led che non provocano incendi”. Ma quello che Santanchè e la presidente del Consiglio fanno
finta di non ricordare è che proprio al Twiga, locale di proprietà di Santanchè fino al 2022 (ha venduto la sua quota al compagno Dimitri Kunz e a Flavio Briatore per evitare conflitti di interesse) questo tipo di effetti pirotecnici si sono sempre utilizzati, anche nelle zone al chiuso.
Certo, nessuna legge lo impedisce e quelle bottiglie teoricamente sono consentite dalla legge, ma prima di richiamare gli imprenditori italiani, Santanchè dovrebbe rivolgere l’attenzione verso un locale che conosce molto bene, e che peraltro è stato frequentato in passato anche dalla stessa Meloni.
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
QUESTO IL BILANCIO ATTUALE… E ALBERTO TRENTINI E’ SEMPRE IN CARCERE
La denuncia dell’Ong venezuelana: «La mancanza di trasparenza di Caracas è un
ulteriore maltrattamento delle famiglie». Tra i primi liberati anche gli italiani Luigi Gasperin e Biagio Pilieri
Sono soltanto dieci, tra cittadini venezuelani e stranieri, i detenuti liberati dalla carceri del Paese caraibico dopo l’annuncio del governo.
La denuncia arriva dall’ong venezuelana Giustizia, Incontro e Perdono, che parla di circa mille prigionieri ancora in attesa di essere rilasciati. «La mancanza di trasparenza delle autorità, che non hanno pubblicato ufficialmente un elenco delle persone che saranno liberate, costituisce un ulteriore maltrattamento delle famiglie», spiega all’Ansa Marino Alvarado, avvocato e difensore dei diritti umani. Secondo gli attivisti, il processo di rilascio dei prigionieri sarà graduale e continuerà con ogni probabilità nel weeken
Biagio Pilieri è libero
Tra i primi detenuti liberati in Venezuela c’è anche il politico e giornalista italo-venezuelano Biagio Pilieri, che ha potuto riabbracciare i propri cari dopo oltre 16 mesi di detenzione a Caracas. Arrestato il 28 agosto del 2024, la sua uscita dalla prigione dell’Elicoide avviene nell’ambito di una serie di rilasci di prigionieri politici decisi dalle autorità venezuelane, che hanno anche visto la liberazione di altri detenuti stranieri. Tra questi l’imprenditore Luigi Gasperin, mentre si attendono buone notizie anche su Alberto Trentini. Pilieri aveva vissuto in carcere un lungo periodo di isolamento.
La liberazione
L’italo-venezuelano è stato rilasciato insieme a Enrique Marquez, l’ex candidato dell’opposizione venezuelana che si contrappose a Nicolàs Maduro nelle presidenziali del 2024. «È tutto finito ora», le parole di Marquez in un video realizzato da
un giornalista locale che mostra il politico e la moglie, insieme con Pilieri. Quest’ultimo, 60 anni, liberato dopo un anno e 4 mesi di detenzione in Venezuela, è figlio di siciliani emigrati in Sud America. Ha il doppio passaporto italo-venezuelano ed è un giornalista e politico. Si è battuto negli ultimi anni per denunciare la chiusura di organi di informazione, la censura e altri problemi dell’editoria locale. Pilieri è anche leader del partito Convergenza, fondato nel 1993. Arrestato a Caracas il 28 agosto 2024, da allora è stato rinchiuso nell’Helicoide, una tra le carceri più dure del Venezuela, senza la possibilità di comunicare con nessuno. L’accusa era di terrorismo e tradimento della patria.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SULLO SPIONAGGIO SUBITO DAI GIORNALISTI LIQUIDA IL TEMA E POI DICE CHE LA VERA VITTIMA E’ LEI
Giorgia Meloni ha parlato per due volte del caso Paragon, nel corso della sua
conferenza stampa di inizio anno. La prima, replicando al presidente dell’Ordine dei giornalisti, ha detto che il Parlamento avrebbe già “escluso che Graphite, cioè il sistema fornito da Paragon, sia stato adoperato nei confronti di giornalisti”. La seconda, rispondendo stavolta al direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato (uno dei giornalisti vittime di
spionaggio), ha alzato i toni e ha girato la questione su se stessa: “I fatti personali non di Cancellato, ma di Giorgia Meloni, sono finiti su tutti i giornali”.
Nel primo caso, si tratta di un’informazione fuorviante: la relazione parlamentare del Copasir è di giugno 2025 e da allora altre analisi hanno chiarito che sì, dei giornalisti sono stati spiati con Graphite. La seconda risposta, invece, è stato un attacco del tutto scollegato dalla questione. In nessuna delle due la premier ha detto davvero come si sta muovendo l’esecutivo.
La difesa dietro la relazione del Copasir, ormai superata
Il caso Paragon “è stato oggetto di un lungo lavoro del Copasir, che con la relazione del giugno 2025 ha escluso che Graphite, cioè il sistema fornito da Paragon, sia stato adoperato nei confronti di giornalisti”, ha detto Meloni all’inizio della conferenza. Si è preoccupata di sottolineare: “È una relazione che è stata votata all’unanimità”.
Dalla relazione del Copasir “non risulta” che il direttore Cancellato fosse stato “sottoposto ad alcun tipo di attenzione” da parte dei servizi segreti italiani con Graphite. In più non c’erano “richieste di autorizzazione” a sottoporlo a intercettazioni nella Procura generale della Corte d’appello di Roma. Questi sono i passaggi a cui fa riferimento Meloni.
Peccato che quella relazione sia stata pubblicata il 5 giugno del 2025. E che appena una settimana dopo siano emerse nuove informazioni che hanno cambiato le cose. Su tutte, un rapporto tecnico che dimostra che Ciro Pellegrino, giornalista di Fanpage.it, è stato spiato proprio con Graphite. Del caso di Pellegrino il Copasir non si è occupato, così come dei molti altri
spiati con strumenti Paragon che sono venuti fuori da allora.
Meloni ha scelto con molta attenzione le sue parole: sì, la relazione del Copasir di oltre sei mesi fa aveva detto che Graphite non era stato usato contro giornalisti. Ma poi quella relazione è stata superata dai fatti, più e più volte. Di questo presidente del Consiglio ha scelto di non parlare.
Meloni non risponde alle domande: “Miei fatti personali finiti sui giornali, non quelli di Cancellato”
Il tema di Paragon è tornato nell’ultima domanda della conferenza stampa, quando la giornalista dell’Espresso Susanna Turco ha ceduto parte del suo tempo al direttore Cancellato, che ha chiesto: “Cosa ha fatto e cosa intende fare il governo per venire a capo di questa situazione?”.
La premier ha iniziato ribadendo in modo vago: “Il governo sta offrendo tutta la sua disponibilità e tutte le risposte che può dare per aiutare ad arrivare alla verità su questo tema”. Poi, però, si è scaldata.
“Io non ho trovato la vita di altri scandagliata e buttata sui giornali – o i conti in banca spiati, o i fatti sul padre morto undici anni prima, o sulla situazione patrimoniale della madre, o le inchieste che ci sono sulle Sos. Ci ho visto le mie. Per cui si figuri se non capisco di cosa sta parlando. Si figuri se non capisco di cosa sta parlando”, ha detto con tono duro.
Meloni, insomma, ha paragonato lo spionaggio subito da giornalisti, attivisti, imprenditori e comunicatori politici a quelle che, in alcuni casi, sono solo inchieste giornalistiche effettuate sulla leader del governo. E ha insistito: “Mi pare chiaro che in Italia ci siano dei problemi da questo punto di vista. Escono
nell’inchiesta sui dossieraggi, in quella su Equalize, nella vicenda di Paragon. C’è un problema”.
Ha poi aggiunto un attacco a Cancellato: “O voi state sostenendo la tesi che io mi sono messa a spiare anche i miei conti in banca…oppure forse bisogna fare attenzione alle accuse. Lo dico anche al direttore Cancellato, che da mesi accusa implicitamente il governo”.
E ha concluso tornando a sostenere di essere la vittima principale della vicenda: “Qui se c’è un fatto che conosciamo è che i fatti personali non di Cancellato, ma di Giorgia Meloni, sono finiti su tutti i giornali, quindi figuratevi se non sono solidale e non capisco di cosa state parlando”. Anche questa volta, perciò, non è arrivata nessuna risposta concreta su cosa intenda fare il governo per chiarire le ombre del caso Paragon.
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SIGNIFICA CHE QUALCUNO HA PERSO IL POSTO
Il tasso di disoccupazione, sceso a novembre al minimo storico in Italia del 5,7%, fa esultare il governo. «Dato senza precedenti, al di sotto della media Ue e dell’area euro. Cala anche la disoccupazione giovanile. Un grande risultato del Paese».
Così commenta Marina Calderone, ministra del Lavoro. Trascurando però di aggiungere che nello stesso mese calano gli occupati e salgono gli inattivi che il lavoro non ce l’hanno e non lo cercano.
Una specie di travaso, visto che i 72mila inattivi in più equivalgono più o meno ai 34mila occupati e ai 30mila disoccupati in meno.
Significa che qualcuno ha perso il posto e qualcun altro è troppo scoraggiato per trovarne uno nuovo. Non un bel risultato. Gli inattivi in Italia sono in totale 12 milioni e 440mila, pari al 33,5% della forza lavoro. Un milione e mezzo tra 25 e 34 anni, ben due milioni tra 35 e 49 anni, altri 4 milioni e 200mila tra 50 e 64 anni.
Avere oltre un terzo di inattivi è un altro record dell’Italia in Europa. Di cui però nessuno sembra occuparsi. Vero è che in tre anni di governo Meloni, tra novembre 2022 e novembre 2025, gli inattivi sono calati di 289mila, un punto percentuale in meno. Mentre gli occupati sono cresciuti di quasi un milione (952mila per l’esattezza).
Ma dov’è cresciuta questa occupazione? E dove sono calati gli inattivi? Tutto e solo in un’unica fascia di età. Gli over 50 contano un milione e 166mila occupati in più, di cui 250mila addirittura over 65. Gli inattivi tra gli over 50 sono scesi di 286mila, coprendo quasi tutto il calo di questa categoria. Le altre fasce di età, soprattutto giovani e intermedie, invece soffrono.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“NON C’È STATO NEANCHE UN TENTATIVO DI FAR NASCERE UNA CLASSE DIRIGENTE ADEGUATA. HANNO AVUTO COME UNICO ORIZZONTE QUELLO ELETTORALE. DOPO TRE ANNI NON POSSO DIRE DI ESSERE DELUSO PERCHE’ NON MI ERO MAI ILLUSO”
“Non sono deluso, e lo posso dimostrare. Già prima del voto avevo dato
un’indicazione favorevole a questa coalizione, ma avevo detto di non farsi illusioni. Quando la destra arriverà al governo farà esattamente ciò che si faceva prima, perché non ha il potere per cambiare davvero. Sarebbe licenziata in un attimo se provasse una reale discontinuità con alcuni poteri internazionali e interni. Di conseguenza, non aspettatevi nulla”.
Lo dice, nel corso della sua partecipazione alla terza puntata del podcast “Diario di cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane” promosso dalla Svimez, il giornalista e scrittore Marcello Veneziani, tornando ad esprimere una valutazione sulla classe dirigente della destra italiana e sulle aspettative legate al suo arrivo al governo guidato da Giorgia Meloni.
Proprio per questa consapevolezza iniziale “dopo tre anni posso dire di non essere deluso semplicemente perché non mi ero illuso” afferma Veneziani che rivolge però una critica al versante politico di riferimento, sottolineando la mancanza di un progetto di rinnovamento interno.
“Non c’è stato neanche un tentativo di far nascere una classe dirigente adeguata. La classe dirigente è scarsa, veramente scarsa, e ha avuto come unico orizzonte quello elettorale”. E questo vale anche per il Sud. “Se guardo al ceto politico,
sindacale o a quei gruppi che un tempo componevano la leadership del Sud, trovo il silenzio assoluto. Oggi una classe dirigente del Sud non la vedo più”.
Infine, tra consigliare a un ragazzo del Sud se partire o restare, Marcello Veneziani propone ai giovani una terza via: la “tornanza”, partire per fare esperienza, ma con l’idea di tornare o mantenere una doppia presenza tra dentro e fuori, in modo fluido. Sottolinea poi il valore dell’eredità culturale del Sud, in particolare della formazione umanistica, che dovrebbe integrarsi con competenze tecniche, economiche e scientifiche. Per il futuro del Mezzogiorno, immagina figure “centauro”, capaci di unire visione filosofica e capacità manageriali, considerandole l’unica vera strada di rilancio per il territorio.
L’intera puntata si può vedere e ascoltare sul sito della Svimez e sulle principali piattaforme streaming. Il podcast Diario di Cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane, è curato da Stefano Di Traglia, Antonio Fraschilla e Patty Torchia.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’ICE È CONSIDERATA LA NUOVA MILIZIA TRUMPIANA, FORMATA DA PERSONE DAL DUBBIO PASSATO E INSURREZIONISTI CHE PARTECIPARONO ALLA RIVOLTA DEL 6 GENNAIO GRAZIATI DA TRUMP. SPESSO SONO ADDESTRATI IN MANIERA SOMMARIA E HANNO PIENI POTERI”,,, “GLI AGENTI SONO DIVENTATI I PRETORIANI DEL PRESIDENTE, ARMATI FINO AI DENTI E DISPOSTI A TUTTO PUR DI SEGUIRLO”
L’Ice era nata come risposta al terrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, ma con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca gli agenti federali dell’immigrazione sono diventati i pretoriani del presidente, armati fino ai denti e ben pagati, disposta a tutto pur di seguirlo.
L’Ice, acronimo di Immigration and Customs Enforcement, è considerata la nuova milizia trumpiana, formata da persone anche dal dubbio passato, spesso con scarsi titoli di studio, addestrate in maniera sommaria, ma pagate più di un insegnante. E con pieni poteri.
Nonostante le immagini video dell’omicidio della donna di Minneapolis raccontino tutt’altro, Trump ha difeso l’agente sostenendo che la vittima avesse «cercato violentemente e brutalmente» di colpirlo e che lui era stato costretto a difendersi. «Sembra davvero un miracolo che sia ancora vivo, ma si sta riprendendo in ospedale», aveva aggiunto. In realtà un video girato subito dopo l’omicidio ha mostrato l’agente attraversare la strada dando indicazioni ai colleghi di sgomberare l’area.
Grazie al livello di impunità che il governo gli ha garantito, l’Ice negli ultimi mesi si è trasformato in una squadra di pretoriani senza confini: l’organico ha superato i 22 mila uomini, non si occupa più di indagini penali, ma di arrestare e deportare chi viene ritenuto immigrato illegale. Chi protesta, anche cittadini americani, viene aggredito con violenza. E nessuno ne paga le conseguenze. Al punto che ormai, sui social, gli agenti vengono
regolarmente paragonati alle camicie brune naziste.
Nel frattempo l’agenzia è diventata, tra le forze dell’ordine federali, quella con i finanziamenti più elevanti: il bilancio annuale è triplicato, arrivando a 30 miliardi di dollari. Pochi mesi fa il sito governativo per le assunzioni, Usa Jobs, ha offerto posti ben retribuiti per addetti alle deportazioni a Phoenix, Los Angeles, San Diego e San Francisco.
Non è chiaro, però, quanto tutte queste condizioni stiano attraendo candidati a entrare in un copro sempre più impopolare. Conoscerne nomi e storie è difficile. Gli agenti girano con il volto coperto e non dichiarano la propria identità. Il dipartimento spiega che è per motivi di sicurezza. Secondo i critici, è perché tra loro ci sarebbero anche persone con precedenti, o insurrezionisti che parteciparono alla rivolta del 6 gennaio graziati da Donald Trump.
(da La Repubblica)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“LA SUA STRUTTURA SFORNA I DOCUMENTI CHE I PARLAMENTARI CONSULTANO PRIMA DI METTERE PIEDE NEGLI STUDI TELEVISIVI. RESTA NELL’OMBRA E DA’ POCA CONFIDENZA AI GIORNALISTI (BLANDISCE SOLO QUELLI CHE POSSONO SERVIRGLI). COMUNICARE AL PAESE È LA SUA MISSIONE. NON FACILE, IN ASSENZA D’UN ADEGUATO ESTABLISHMENT CULTURALE. E INFATTI SONO COSTRETTI A RACCONTARCI CHE PASOLINI ERA DI DESTRA… E ANCHE DANTE. E PURE TEX E PATTY PRAVO. PICCOLE FURBIZIE NECESSARIE A COPRIRE UN VUOTO”
Questa volta parliamo di Filini, ma non del mitico ragionier Filini, il collega di Ugo
Fantozzi […] ma di Francesco Filini, il deputato che coordina la macchina della propaganda di Fratelli d’Italia. Un uomo g
La sua struttura, ogni giorno, sforna i documenti che parlamentari e dirigenti consultano prima di mettere piede in Transatlantico o negli studi televisivi. I dossier contengono lo schema strategico per costruire il racconto politico del nascente partito della nazione.
Stiamo realizzando cose belle. Anzi, meglio: cose giuste. Anche se sembra vada maluccio, va invece tutto benissimo. Inutile dire che la narrazione trionfale dei Fratelli è sovrapponibile, quasi sempre, con quella del governo. Per questo, l’ufficio studi al comando di Filini, che s’occupa anche di “nomine” nelle partecipate, è sotto la supervisione di Giovambattista Fazzolari.
Molto più d’un sottosegretario alla presidenza: l’unico ad essere ammesso nella stanza dove siedono le due sorelle d’Italia (Giorgia: «Lui è lapersona più intelligente che abbia mai incontrato»). D’istinto, Filini – romano, 47 anni, gli ultimi 32 trascorsi afare politica, dal FdG fino a Montecitorio – è a Fazzolari che si ispira. Pure Filini è secchione, appassionato, meticoloso fino all’ossessione, leale con la capa
E furbissimo. Anche a restare nell’ombra (il grande pubblico ne ignora l’aspetto fisico). E a dare poca confidenza ai giornalisti (blandisce solo quelli che pensa possano servirgli). Filini è persino capogruppo in commissione di Vigilanza Rai: insomma, consideratelo la prima sentinella del melonismo sul servizio pubblico. Perché comunicare al Paese è la sua fatale missione. Non facile, va detto, in assenza d’un adeguato establishment culturale.
Ad Atreju, ogni anno, sono infatti costretti araccontarci che Pasolini era di destra. Eanche Dante. E pure Tex e Patty Pravo. Piccole furbizie necessarie a coprire un vuoto. Che a Filini, ogni volta che varca il portone di via della Scrofa, appare come un abisso da risalire.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IN UN’INTERVISTA AL “NEW YORK TIMES”, CON LA SPOCCHIA DEL GUAPPO, CALPESTA L’ORDINE GLOBALE DEGLI ULTIMI 80 ANNI: “NON HO BISOGNO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE. MI LIMITA LA MIA STESSA MORALITÀ” (E QUALE SAREBBE? E SOPRATTUTTO, DOVE: A CASA DI EPSTEIN?)
“Non ho bisogno del diritto internazionale. Non ho intenzione di fare male a nessuno”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista al New York Times, sottolineando che il suo potere di commander-in-chief è limitato solo dalla sua “stessa moralità”.
“Avere la proprietà” della Groenlandia è “molto importante”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista al New York Times. A chi gli chiedeva perché avesse bisogno di possedere l’isola, il presidente ha risposto: “Credo che sia psicologicamente necessario per il successo. Penso che la proprietà ti dà qualcosa che non si può ottenere con un semplice contratto di locazione. La proprietà offre elementi che non si possono avere semplicemente firmando un documento”.
“Quello che dico ai leader europei è: prendete quello che dice Donald Trump sul serio”. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance rispondendo a una domanda sulla Groenlandia. Vance ha ricordato che il segretario di Stato Marco Rubio dovrebbe incontrare la settimana prossima i leader di Danimarca e Groenlandia.
“La Groenlandia è molto importante non solo per la difesa missilistica americana, ma per la difesa missilistica mondiale. Sappiamo che ci sono avversari ostili che hanno mostrato molto interesse per quel particolare territorio, quella particolare fetta di mondo”, ha detto Vance. “Chiediamo ai nostri amici europei di prendere più seriamente la sicurezza di quella massa continentale, perché se non lo faranno, gli Stati Uniti dovranno fare qualcosa. Sul cosa sarà, lascio la decisione al presidente”, ha osservato Vance.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA A SHAINA LOW DEL CONSIGLIO NORVEGESE DEI RIFUGIATI
Nei giorni scorsi Israele ha revocato le licenze a 37 diverse Ong che operano a Gaza e
nella Cisgiordania Occupata. Tra loro anche Ong quali Medici Senza Frontiere e Oxfam. Per il governo di Tel Aviv queste Ong non hanno rispettato la scadenza per conformarsi agli “standard di sicurezza e trasparenza”, in particolare per la divulgazione di informazioni sul loro personale palestinese, e per questo ha applicato un divieto sulle loro attività. Le Ong dovranno cessare le loro attività entro il primo marzo, il che, secondo le Nazioni Unite, aggraverà la crisi umanitaria nella Striscia devastata da più di due anni di bombardamenti e carestia imposta
A Gerusalemme abbiamo intervistato Shaina Low, consulente per la comunicazione del Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC), anch’essa nella lista delle Ong bannate da Israele.
Cosa è successo nelle ultime settimane?
All’inizio dell’anno scorso, nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno emesso nuovi requisiti di registrazione per le ONG internazionali. In precedenza, una volta che un’ONG internazionale che operava nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) era registrata, lo era a tempo indeterminato. Israele ha invece introdotto nuove normative in base alle quali la nostra registrazione non sarebbe più stata gestita dal Ministero del Lavoro e dell’Assistenza Sociale, ma sarebbe stata valutata ogni tre anni da un comitato interministeriale guidato dal Ministero della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo. C’erano due problemi principali con questo nuovo sistema. Il primo riguardava i dati che ci chiedevano di inviare, tra cui le informazioni personali del nostro staff locale palestinese. Non
potevamo fornire queste informazioni per diverse ragioni, prima fra tutte la sicurezza, la protezione e il dovere di cura verso il nostro staff, dato che operiamo in un contesto in cui oltre 500 operatori umanitari sono stati uccisi in due anni a Gaza. Non consegneremmo questo tipo di informazioni a nessuna parte in conflitto. Anche quando Hamas ci chiese informazioni sensibili sul nostro staff e sulle operazioni nel 2016, ci rifiutammo. Ma inoltre violerebbe gli obblighi contrattuali, essendo noi beneficiari di fondi dell’UE che prevedono leggi molto rigide sulla protezione dei dati.
Il secondo problema riguardava i criteri di valutazione, altamente politicizzati. L’obiettivo era fondamentalmente quello di colpire le organizzazioni che denunciano le violazioni che vedono, chiedendo responsabilità e protezione per i beneficiari. Potremmo essere accusati di ciò che è stato definito in modo vago come “delegittimazione”.
Tuttavia, non siamo nemmeno arrivati alla fase di valutazione perché, il 30 dicembre, le autorità israeliane ci hanno inviato un messaggio dicendo che la nostra registrazione preesistente sarebbe scaduta il 31 dicembre e che avremmo avuto 60 giorni per chiudere le nostre operazioni nei Territori Occupati, non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.
Quindi fondamentalmente vi hanno vietato di operare sia a Gaza che in Cisgiordania e a Gerusalemme Est?
Sì, ci hanno detto di cessare tutte le operazioni. La comunicazione che ci hanno inviato è andata oltre ciò che possono fare in base alla legge e alla nostra registrazione israeliana. Non dovrebbero avere autorità sulle operazioni umanitarie nelle aree controllate dall’Autorità Palestinese o nei territori occupati nel loro complesso. Capivamo che avrebbero cercato di chiudere il nostro ufficio a Gerusalemme Est, che Israele considera parte del suo territorio, ma il loro ban è andato oltre la giurisdizione che dovrebbero avere.
Quali erano le vostre operazioni principali in Cisgiordania e a Gaza?
Dal 7 ottobre 2023, abbiamo raggiunto più di un milione di persone a Gaza, circa metà della popolazione. Forniamo rifugi (tende e teloni), programmi idrici (consegnando acqua potabile a oltre 100.000 persone al giorno), installiamo latrine e lavoriamo sulla rimozione dei rifiuti e canali di drenaggio per mitigare il rischio di inondazioni.
Abbiamo un programma di assistenza legale per chi ha perso i documenti o deve registrare nuove nascite. Offriamo spazi temporanei di apprendimento con supporto psicosociale per i bambini che non vanno a scuola da due anni. Forniamo assistenza in denaro per permettere alle persone di acquistare ciò di cui hanno bisogno. Facciamo anche gestione dei siti di sfollamento informali per garantire l’accesso alle risorse e l’inclusione di persone con disabilità, giovani e donne. Infine, supportiamo i mezzi di sussistenza installando forni comuni e sovvenzionando i panifici per abbassare il costo del pane.
In Cisgiordania facciamo istruzione, programmi idrici, assistenza legale per prevenire lo sfollamento forzato e rispondiamo alla crisi degli sfollati nel nord (da Nablus, Tulkarem e Jenin). NRC guida anche lo “Shelter Cluster” per l’ONU e le ONG internazionali e coordina il consorzio di protezione della Cisgiordania.
Questo significa che oltre un milione di persone a Gaza rimarranno senza aiuti umanitari se non potrete più lavorare lì?
Sì, esatto. Non è ancora chiaro come procederemo, ma le nostre operazioni a Gaza sono eseguite quasi interamente da personale palestinese locale. La nostra intenzione è continuare a rispondere finché possibile. Il problema principale a Gaza ora sarà l’impossibilità di far entrare staff internazionale per supportare i team locali, che sono competenti ma esausti, sfollati e affamati. Lo staff internazionale porta capacità extra e un po’ di sollievo morale e protezione. Inoltre, non sappiamo se potremo ancora accedere al carburante distribuito dall’ONU per i nostri veicoli e per far funzionare le pompe d’acqua e i centri di desalinizzazione.
È una situazione critica che riguarda non solo noi, ma decine di organizzazioni. Settimana scorsa, 37 organizzazioni si sono trovate in una situazione simile alla nostra, ma ce ne sono altre già de-registrate. In totale sono più di 40 le organizzazioni colpite. Le ONG internazionali forniscono circa un miliardo di dollari di assistenza ogni anno nei territori occupati; perderle sarebbe un colpo enorme. La preoccupazione è: chi colmerà questo vuoto? Temiamo che se gli attori umanitari di principio vengono estromessi, lo spazio verrà riempito da chi non rispetta i principi umanitari, o semplicemente la gente rimarrà senza nulla.
Negli ultimi due anni abbiamo visto restrizioni crescenti per chi porta “occhi internazionali” a Gaza. Noi giornalisti non possiamo ancora entrare nella Striscia se non embedded con l’IDF, ed è sempre più complicato lavorare in Cisgiordania. Pensa che
questa nuova stretta sulle Ong serva anche ad allontanare gli occhi internazionali?
Esatto, noi siamo gli occhi e le orecchie della comunità internazionale, gli unici testimoni stranieri rimasti sul campo: operatori ONU e delle ONG internazionali. Bisogna riconoscere che tutto questo fa parte di un sforzo concertato, durato molti anni, per emarginare e delegittimare gli attori umanitari di principio, sia le organizzazioni non governative (ONG) che le agenzie delle Nazioni Unite, come abbiamo visto in precedenza con l’UNRWA.
(da Fanpage)
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