Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DA 10.000 A 100.000 DOLLARI AI GROENLANDESI
Comprarla o conquistarla con la forza? Il governo di Donald Trump continua a
mantenersi ambiguo sulla strategia da seguire per far sua la Groenlandia. Ma stando a quanto riporta Reuters, ci sarebbe anche un altro piano allo studio degli Usa. Che passerebbe per la seduzione (economica) degli abitanti dell’isola dell’Artico. Funzionari statunitensi starebbero, infatti, valutando l’ipotesi di offrire pagamenti una tantum ai groenlandesi per incentivare una separazione dalla Danimarca e una possibile annessione agli Stati Uniti. Le cifre discusse, sebbene ancora poco chiare, oscillerebbero tra i 10 mila e i 100 mila dollari a persona, per un costo complessivo che potrebbe arrivare a circa 6 miliardi.
Le ipotesi valutate dalla Casa Bianca
L’ipotesi si inserisce in un quadro più ampio di scenari valutati dalla Casa Bianca, che comprendono anche mosse diplomatiche, come la stipula di un accordo di Libera Associazione (Compact of Free Association), e nella peggior delle ipotesi, l’intervento militare, per ottenere il controllo dell’isola. La Groenlandia è considerata strategica – secondo Donald Trump – per la sicurezza nazionale. Giustificazione che sottintende anche l’interesse del presidente statunitense per le ingenti risorse minerarie del territorio, nonostante il loro sfruttamento risulti complesso a causa della carenza di manodopera e di infrastrutture.
Cosa pensano Danimarca e Groenlandia
Le autorità di Danimarca e Groenlandia hanno respinto con fermezza ogni ipotesi di annessione. «Ora basta… Niente più fantasie sull’annessione», ha scritto domenica su Facebook il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen. I leader europei hanno ribadito che qualsiasi decisione sul futuro
dell’isola spetta esclusivamente a Copenhagen e Nuuk, membri della Nato. E anche se la maggioranza dei groenlandesi, in totale 57 mila, si dichiara favorevole all’indipendenza, i sondaggi indicano una netta contrarietà all’ingresso negli Stati Uniti. Anzi, le pressioni e le minacce di Trump potrebbero aver prodotto l’effetto opposto, rinsaldando il legame con il Paese scandinavo.
(da agenzie
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SONDAGGIO: GLI ELETTORI USA RITENGONO CHE IL BLITZ SIA STATO ILLEGALE
Donald Trump finisce sotto al Congresso Usa dopo il blitz militare con cui ha fatto arrestare il dittatore venezuelano Nicolas Maduro. Oggi il Senato Usa ha votato per portare in aula una risoluzione per impedire al presidente di assumere qualsiasi altra iniziativa militare contro il Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso. Il voto procedurale sulla risoluzione è passato con 52 voti contro 47, segno che cinque Repubblicani si sono allineati ai Democratici contro la Casa Bianca. Si tratta di Rand Paul, Todd Young, Lisa Murkowski e Josh Hawley. Un segnale di disapprovazione chiaro verso i modi spicci di Trump, che comunque secondo Bloomberg intende mettere il veto alla risoluzione se sarà approvata. «Il Congresso deve far valere la sua autorità in materia di guerra anche quando un’operazione militare ha successo, altrimenti si rischia che il paese sia governato in stato di emergenza», ha detto il senatore conservatore Rand Paul, che nei mesi scorsi aveva votato a favore anche di altre risoluzioni per limitare i poteri di guerra di Trump dopo i raid contro le navi per il trasporto di droga.
L’elettorato Usa spaccato sull’operazione Maduro
Ma che ne pensano invece gli americani del blitz militare con cui le forze speciali Usa hanno catturato Maduro, facendo secondo Caracas un centinaio di morti? Dopo le prime ore di incredulità e giorni di dubbi, arrivano le prime risposte. L’opinione pubblica statunitense è nel complesso spaccata. In tutti i sensi. In media, secondo un sondaggio YouGov appena pubblicato, solo il 39% dei cittadini adulti approva l’operazione militare condotta in Venezuela, mentre il 46% la boccia (il restante 16% non ha le idee chiare). Ma a ben vedere il giudizio è diametralmente opposto a seconda dell’appartenenza politica. A sostenere l’azione ad alto rischio condotta dalla Cia sono tre quarti degli elettori Repubblicani (74%). Tra gli altri elettori solo il 14% dei Democratici ed il 22% degli indipendenti sostiene l’operazione condotta.
Il blitz illegale e la narrazione (vincente) di Trump
Vuoi per la riuscita del blitz, vuoi per la comunicazione battente sulla lotta al narcotraffico e l’accaparramento del petrolio venezuelano, Trump insomma sembrerebbe aver convinto al momento i suoi elettori di quanto fatto, vincendo l’isolazionismo di fondo del mondo MAGA che chiede ai governanti Usa di
concentrarsi in primis sulle questioni (economiche e culturali) interne. Come nota Axios, in autunno alle stesse domande appena tre elettori Repubblicani su dieci dicevano di sostenere un’eventuale azione militare Usa in Venezuela, e ancora la scorsa settimana, alla vigilia della segretissima operazione, quasi la metà di quel bacino elettorale non era affatto convinta fosse il caso di avventurarsi in tentativi del genere. Eppure a molti anche negli Usa non sfugge che quel blitz armato ai sensi del diritto internazionale sia ingiustificabile. Lo riconosce come illegale nel complesso il 46% dei cittadini Usa. Sarebbe legale invece per il 24%, mentre un 30% non ha le idee chiare in proposito. Tra i Democratici non ci sono dubbi: l’operazione era illegale per oltre tre quarti di loro. Ma anche tra i Repubblicani solo il 55% pensa fosse legale. Una buona fetta di elettori di Trump insomma pensa che la Casa Bianca abbia fatto bene a catturare Maduro in barba ad ogni trattato o norma internazionale.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DURANTE IL SOGGIORNO NEWYORKESE, IL POVERINO LE AVREBBE PROVATE TUTTE PUR DI AVERE INCONTRI CON QUALCHE TIRAPIEDI DELL’ENTOURAGE DELLA CASA BIANCA, INUTILMENTE
Massì, è bello sapere che, di questi tempi spietati, con un Trumpone che non ci dà
pace, almeno una cosa è rimasta salda al suo posto: Meloni da una parte, Salvini dall’altra. L’uno contro l’altro armati, pronti a girare nelle sale di Palazzo Chigi, “La Sora Cecioni contro Maciste”.
Non lasciatevi ingannare dalle apparenze, Salvini che abbaia ma non morde, che si è sempre accodato e ha votato tutti i decreti sulle armi a Kiev non facendo mai mancare il voto della Lega alla maggioranza di governo a Montecitorio: Giorgia e Matteo sono così amici che se fossero in una piscina con uno squalo, lo squalo avrebbe una crisi di identità.
Per avere un’idea a che velocità stanno girando i meloni a Salvini, basta dare una sbirciatina al video postato su Instagram durante le sue vacanze natalizie a New York. Addobbato come una maranza delle periferie, sotto l’effetto di un’overdose di hot-dog, il trucibaldo leader del Carroccio, nonché vicepremier, ci informa che “in questi ultimi giorni avrò preso due o tre chili mangiando”.
Nel pieno della crisi internazionale scatenata dal golpe di Trump in Venezuela, con la Melona dei Due Mondi che perde il controllo dei neuroni, farneticando di ‘’legittimo intervento di natura difensiva’’, il vicepremier in quota Lega ciancia di “food, profumi, sapori” e arrivando a farneticare che “molti qui mi dicono di fare il ponte sullo Stretto…”.
Ma dello sconcio blitz di Trump a Caracas, manco mezza parola. Altrimenti, sarebbe stata una parolaccia: durante il soggiorno newyorkese, il poverino le avrebbe provate tutte pur di avere incontri con qualche tirapiedi dell’entourage trumpiano, a partire da quel Maga del vicepresidente Jd Vance. Inutilmente. Porte
chiuse. A Washington basta il filo diretto che fa muovere come un burattino la Trumpetta de’ noantri (finché a Trump gli conviene, of course
Consapevole di essere ormai escluso da ogni “special relationship” con Trump, a Salvini ci sono volute infatti ben 36 ore di duro travaglio mentale per prendere le distanze dalla Meloni con l’elmetto in testa e moschetto in mano che blatera di “azione militare” e di “intervento legittimo”.
Il capoccione della Lega ha rilasciato una imbarazzante nota informale in cui ha farfugliato che ‘’nessuno avrà nostalgia di Maduro’’ e di aver “sempre espresso sostegno” all’Idiota in Chief della Casa Bianca, per trovare infine il coraggio di aggiungere che l’operazione in Venezuela ha fatto “emergere parecchie perplessità” e che ‘’la cosiddetta esportazione della democrazia non è una soluzione né prudente, né saggio
Quindi il più filo-putiniano del reame si è addirittura attaccato alle dure parole di condanna pronunciate da Papa Leone (“I popoli devono poter decidere del proprio futuro”) e travestito da paladino del diritto internazionale ha concluso: “Possa prevalere la diplomazia, in un momento internazionale delicato dove l’uso della forza va circoscritto il più possibile”. Amen.
Aveva ben detto Marcello Sorgi quando su “La Stampa” aveva sottolineato che la venezuelata americana ‘’paradossalmente, è destinata ad aprire più problemi nella maggioranza che all’opposizione”.
Infatti, al di là della geopolitica, prossimamente Salvini può mettere in seria difficoltà la Ducetta a livello domestico. Il più
bombastico campo di battaglia sarà la riforma della legge elettorale proposta da FdI, che mira al superamento dell’attuale sistema Rosatellum (misto di proporzionale e collegi uninominali) in favore di un sistema proporzionale puro con il premio di maggioranza oltre una certa soglia.
Se la proposta di Fratellini di Meloni di scrivere sulla scheda il nome del candidato premier è finita nel cestino davanti alla netta opposizione degli altri due partiti di maggioranza, che non hanno nessuna intenzione di farsi cannibalizzare dal melonismo senza limitismo, l’abolizione dei collegi uninominali penalizzerebbe la Lega (e Forza Italia) a favore del partito della Fiamma, che ha in tasca il 30% dei consensi
E qui vengono i dolori: Salvini, che sarà ingrassato ma non è ancora demente, per far passare la riforma elettorale in modalità proporzionale puro pretende un meccanismo di salvaguardia per i candidati leghisti da posizionare per la vittoria. Infatti, ad oggi, non c’è ancora una proposta della maggioranza.
Il fu Truce del Papeete non ci pensa proprio di portare acqua con la bocca alla gloria di Lady Giorgia: vuole un accordo scritto che venga deciso prima del voto in Parlamento della nuova legge elettorale. Insomma, “Vedere moneta, pagare cammello”. Come è già successo alle politiche del 2022, quando la Lega ottenne, attraverso il voto uninominale, un numero di seggi parlamentari superiore ai consensi ottenuti.
Succede che il duo Mantovano-Fazzolari ha una fretta del diavolo per far approvare a Montecitorio la riforma elettorale, dato che a fine marzo è in agenda il referendum sulla giustizia. Se il governo vince la battaglia sulla separazione delle carriere (e del Csm), come ha ben scritto oggi su “La Stampa”, Alessandro De Angelis, frulla l’ideona di andare al voto anticipato e fare bingo!
Ma anche stavolta la “Chica caliente” (copy Santiago Abascal) ha davvero paura di giocare a poker con lo sfrenatissimo Salvini. Alle sue smargiassate, infatti, non va mai a “vedere”. Sa benissimo che il “momento Papeete” potrebbe impadronirsi di nuovo dei fragili neuroni dell’erede di Bossi e fargli partire quell’embolo che già in passato ha fatto cadere un governo (per informazioni chiedere a Giuseppe Conte).
(da Dagoreport)
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