Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
DUE, IN PARTICOLARE, LE MOSSE DELLA PREMIER CHE NON SONO PIACIUTE: LA PRIMA È STATA QUELLA DI APPROVARE L’INTERVENTO DI TRUMP NEL PAESE (FRANCIA E SPAGNA HANNO SOTTOLINEATO LA VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE). LA SECONDA È STATA LA CHIAMATA DELLA MELONI A MARIA CORINA MACHADO, PRINCIPALE OPPOSITRICE AL REGIME SOCIALISTA VENEZUELANA
Giovedì otto gennaio il presidente dell’Assemblea nazionale del Venezuela, Jorge
Rodriguez, ha infatti annunciato il rilascio di un «numero significativo» di prigionieri. Poche ore dopo sono stati liberati cinque cittadini spagnoli e due italiani, l’imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico italo-venezuelano Biagio Pilieri.
Perché la stessa sorte non è ancora toccata a Trentini?
Secondo autorevoli fonti italiane e venezuelane a conoscenza del dossier, la risposta a questa domanda ha un nome e un cognome: Giorgia Meloni. Le scelte prese negli ultimi giorni della premier italiana avrebbero infatti ritardato (anche se di poco, ci si augura) la liberazione del cooperante veneziano da parte del regime di Caracas.
Due, in particolare, le mosse di Meloni che non sono piaciute a Caracas. La prima è stata quella di approvare l’intervento degli Stati Uniti di Donald Trump nel Paese. Nella notte fra il 2 e il 3 gennaio le forze militari americane hanno bombardato il Venezuela e sequestrato Nicolas Maduro insieme alla moglie, Cilia Flores, trasferendoli a New York con l’accusa di essere dei narcotrafficanti.
Il 3 gennaio la premier italiana, che due giorni prima aveva parlato al telefono con Trump, ha definito «legittimo» l’intervento. Una scelta molto diversa rispetto a quella di altri governi europei come quelli di Francia e Spagna, che hanno invece sottolineato la violazione del diritto internazionale da parte degli Usa.
L’altra decisione di Meloni non apprezzata dal regime di Caracas è avvenuta il 4 gennaio ed è stata quella di telefonare a Maria Corina Machado, principale oppositrice al regime socialista venezuelano. Come riporta il sito di Palazzo Chigi, infatti, quel giorno «il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto una conversazione telefonica con Maria Corina Machado sulle prospettive di una transizione pacifica e democratica in Venezuela».
Un passo falso peraltro aggravato dal fatto che persino Trump il giorno prima si era espresso sulla Nobel venezuelana in questi termini: «Non ha il sostegno di tutto il Paese». Machado non demorde: volerà alla Casa Bianca settimana prossima per far cambiare idea al tycoon.
Secondo le fonti consultate da Domani, queste due mosse di Meloni non sono ovviamente piaciute all’attuale presidente venezuelana Delcy Rodriguez, fino a pochi giorni fa vice di Maduro e dunque storica esponente di spicco del regime socialista. Per questo, non appena capito che Meloni puntava a presentarsi alla consueta conferenza stampa di inizio anno davanti ai giornalisti italiani con la notizia della liberazione di Trentini in tasca, Rodriguez ha cinicamente deciso di deludere Meloni e tenere in carcere Trentini per qualche altra ora.
Non sembra dunque casuale la dichiarazione fatta dalla premier italiana proprio ieri mattina, a pochi minuti dall’inizio della conferenza stampa. [Chi segue da tempo la vicenda fa notare un particolare: il Paese che ha ottenuto finora il maggior numero di rilasci è la Spagna. Merito degli sforzi diplomatici dell’ex premier Zapatero, come riconosciuto pubblicamente dallo stesso regime venezuelano, e delle dichiarazioni del governo Sanchez che, come detto, ha criticato duramente l’intervento americano. Ma c’è anche un’altra scelta fatta da Madrid e passata quasi inosservata. Ieri il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha detto che Bruxelles dovrebbe revocare le sanzioni contro Rodriguez.
Dal 2017 l’attuale presidente ad interim del Venezuela è infatti soggetta a misure restrittive che le impediscono di entrare nel territorio dell’Ue. In un’intervista televisiva, Albares ha dichiarato venerdì che all’interno dell’Ue «abbiamo una regola non scritta, ma che applichiamo abitualmente, ovvero che il capo di Stato o di governo non venga mai incluso nelle liste delle persone sanzionate. Quindi – ha aggiunto – tutti noi europei dovremo riconsiderare questa situazione».
Venerdì, durante l’incontro con la stampa italiana, a una domanda su Trentini Meloni non ha fatto riferimento alle sanzioni nei confronti di Rodriguez.
E i tempi si sono allungati anche per errori di forma nelle ore successive la cattura di Maduro. La speranza è che, nonostante i pasticci dei politici, la nostra intelligence riesca prestissimo a portare a casa Trentini.
(da Domani)
–
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL “RICONOSCIMENTO” DEL GOVERNO RODRIGUEZ ( IN CONTINUITA’ CON MADURO) … ALLA FINE UNA AMNISTIA POTREBBE RISOLVERE IL PROBLEMA
Sono giorni che potrebbero rivelarsi decisivi per il futuro di Alberto Trentini, cooperante veneto di 46 anni incarcerato in Venezuela dal novembre del 2024. Nei suoi confronti non c’è nessuna accusa formale e circostanziata, eppure l’italiano si trova nel carcere di El Rodeo, a Caracas, da più di 400 giorni.
Ora che la situazione politica nel Paese è instabile, l’Italia ha fatto delle ulteriori mosse per arrivare alla liberazione di Trentini e di Mario Burlò, imprenditore torinese che si trova nella stessa prigione e secondo i familiari è detenuto senza motivo.
Si ritiene che siano circa mille le persone incarcerate in modo arbitrario, nel Paese. Di queste, poco meno di trenta sono italiane. In settimana il governo di Caracas ha approvato un provvedimento di scarcerazione che ha riguardato anche l’imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico italo-venezuelano Biagio Pilieri.
L’apertura diplomatica: governo Meloni riconosce Rodriguez come presidente venezuelana, tanto valeva farlo un anno fa.
Il timore era che, dopo gli attacchi militari degli Stati Uniti e la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, l’instabilità politica rendesse impossibile parlare della liberazione dei prigionieri. Invece la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, dopo aver giurato come presidente ad interim ha iniziato a cercare di rafforzare i rapporti internazionali.
Ieri è arrivata un’apertura che con Maduro non c’era mai stata: la presidente del Consiglio Meloni, in una nota, ha ringraziato la “presidente Delcy Rodriguez”. È un riconoscimento diretto, che sul piano diplomatico ha un peso importante.
L’Italia, insomma, guarda ufficialmente a Rodriguez come alla legittima leader venezuelana. Nonostante sia una storica alleata di Maduro ha il sostegno di Donald Trump, per il momento, e tanto basta.
La lista di prigionieri da liberare
Il nuovo, inatteso disgelo (almeno parziale e iniziale) nei rapporti italo-venezuelani, quindi, potrebbe essere il primo tassello per la liberazione di Trentini e Burlò. Sul come arrivarci concretamente ci sarebbe un piano in lavorazione, anche se nulla è ancora confermato.
In Venezuela sono detenuti anche diversi cittadini statunitensi. E Washington, dopo aver di fatto instaurato Rodriguez come presidente, ha intenzione di chiederne la liberazione in tempi rapidi. Ci sarebbe una lista di prigionieri da scarcerare, e l’Italia starebbe lavorando per farci rientrare anche Trentini e Burlò.
Anche perché la lista riguarderebbe i detenuti a El Rodeo, dove i due italiani si trovano.
Troppo presto per capire se i due saranno inseriti nell’elenco, e nel caso quando potrebbe avvenire davvero la scarcerazione. Nel frattempo il governo venezuelano valuta come muoversi, sul piano formale, per la liberazione di persone che non hanno nemmeno un’accusa a loro carico: l’ipotesi è quella di un’amnistia generale, così da non dover riportare dettagli specifici
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
“INVECE DI RISPONDERE, HA DECISO DI INCALZARE LA COLLEGA (CHE NON AVEVA POSSIBILITA’ DI REPLICA):… BUGIE E AUTOCOMMISERAZIONE NON DEGNE DI UNA VERA LEADER
Anche all’inizio del 2026 Giorgia Meloni resta, ahinoi, Giorgia Meloni, e nonostante
tre anni e rotti di governo non riesce a (o non vuole) cambiare la sua postura populista e sovranista, in un mix di propaganda un tanto al chilo e solito, pericoloso, vittimismo. Uno stile di comando che ha confermato anche durante la conferenza stampa di inizio anno.
Lo spartito della premier è poi passato dal vittimismo all’aggressione alla stampa, altro tic che da presidente postfascista non riesce a guarire.
L’attacco è partito quando la nostra giornalista, Francesca De Benedetti, le ha posto una domanda sui suoi rapporti con Trump, e chiesto un commento sullo spionaggio effettuato dagli ex vertici dei servizi segreti – che lei stessa aveva promosso e da lei stessa dipendono – al suo capo di gabinetto Gaetano Caputi.
Invece di rispondere, ha preferito invertire i ruoli e deciso di incalzare la collega (che non aveva, naturalmente, possibilità di replicare a causa di un format codardo che protegge
l’intervistato): «Perché non mi ha chiesto del vostro “scoop” secondo cui io avrei brigato con l’Agenzia delle entrate per far accatastare casa mia in una classe catastale diversa? È una menzogna infamante».
Poi, sulla torbida vicenda Caputi (che ha appena perso la querela contro Domani), invece di chiarire ha nuovamente biasimato il giornale: «Le informazioni sensibili su Caputi sono state pubblicate da voi. Secondo lui non sono reperibili su fonti aperte: forse vuole dire lei a me qualcosa su questa vicenda?»
Ora, come spesso le capita, a mentire è solo la premier: non solo tutte le informazioni sugli affari e i conflitti di interessi del suo fedelissimo sono su fonti pubbliche (e pure se fossero segrete sarebbe stato nostro dovere pubblicarle: si chiama giornalismo), ma, sul merito della sua magione, Domani ha solo evidenziato che la casa è stata accatastata nella categoria A7 (semplice villino) e non A8 (villa di lusso con giardino e piscina). Evidenza grazie alla quale ha pagato circa 70mila euro di tasse in meno di quanto avrebbe dovuto se la sua casa fosse stata accatastata, come sarebbe stato giusto secondo esperti indipendenti, a un livello superiore.
Mai scritto e nemmeno pensato che Meloni «abbia brigato» con chicchessia: tanto che nell’articolo si segnalava come «i proprietari» dei villini non sono affatto «evasori fiscali. La colpa non è loro. Ma dei governi, che dovrebbero mettere mano alla riforma del catasto». Ovviamente la destra, amica dei ricchi, non ci pensa nemmeno: la storia di casa Meloni serviva solo a segnalare in maniera palese l’iniquità del sistema.
Il fastidio di Meloni verso la (poca) libera stampa rimasta in Italia si è palesato anche dopo alcune domande sullo scandalo Paragon. Invece di fare luce sullo spionaggio ad attivisti e cronisti, ha replicato che la sua «vita», e non quella dei giornalisti, sarebbe stata «scandagliata, i conti correnti spiati», e poi spiattellata sui media, comprese le vicende economiche e giudiziarie dei genitori.
Autocommiserazione non degna di una vera leader: Meloni finge di non sapere che per legge la privacy della figura più potente del paese non è uguale a quella di un giornalista intercettato, e che nelle democrazie sane è sacrosanto che la stampa racconti ai lettori (ed elettori) chi sono coloro che paghiamo per amministrare la nazione. Banalità, ma nell’Italia malata in cui viviamo è bene ricordarle.
Emiliano Fittipaldi
per Domani
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
‘GUARDI… NEL SENSO… ALLORA…’, DICE LA PREMIER. C’È IL PANICO, NON SA COME RISPONDERE, MELONI STA AUMENTANDO TUTTO, LE TASSE, LE SIGARETTE, IL GASOLIO, LE ACCISE, L’RC AUTO. METTONO LE TASSE PERSINO SUI PACCHI DI AMAZON. CON QUESTO GOVERNO GLI ITALIANI STANNO PEGGIO, SONO MENO SICURI E PIÙ POVERI
“Guardate come Giorgia Meloni va in difficoltà quando le chiedono di parlare dei problemi dell’Italia.
‘Guardi… Nel senso… Allora…’, dice la premier. C’è il panico, non sa come rispondere alla domanda”. Lo dice il leader di Italia viva, Matteo Renzi, in un reel su Instagram in cui mostra la presidente del Consiglio dopo una domanda sull’aumento delle tasse durante la conferenza stampa di questa mattina.
“La verità è che con Giorgia Meloni sta aumentando tutto – prosegue – aumentano le tasse, le sigarette, il gasolio, le accise, l’rc auto. Mettono le tasse persino sui pacchi di Amazon. Se la pressione fiscale è al 42,8%, può dire che è un giochetto chi sta chiuso a palazzo, lontano dalle esigenze degli italiani. Meloni si metta nei panni di chi deve andare a fare la spesa o il pieno e si renderà conto che l’aumento della pressione fiscale è un disastro. Bisogna avere il coraggio di dirlo forte e chiaro: con questo governo gli italiani stanno peggio, sono meno sicuri e più poveri, però su questo Giorgia Meloni fa finta di niente”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
UN’OCCASIONE ISTITUZIONALE CHE LEI IMPROPRIAMENTE CONSIDERA POCO MENO DI UN EVENTO GLADIATORIO, COME HANNO EVIDENZIATO L’ARIA TRA IL TORVO, L’INFASTIDITO E LO SCONSOLATO… UNA CAMPAGNA ELETTORALE PERMANENTE E POLARIZZAZIONE AFFETTIVA: O CON ME, O CONTRO DI ME
Dopo avere confidato a Donald Trump I never want to speak with my press («io non
voglio mai parlare con la mia stampa»), le è toccata. Anzi, «e daje, che me tocca fa’» per rimanere in sintonia con l’accento romanesco che la presidente del Consiglio Meloni ha masticato a più non posso durante la conferenza di fine, convertita in inizio, anno.
D’altronde, proprio la veracità dell’accento lascia trapelare tutta la sicurezza – meglio, sicumera – del possesso del potere, come i
suoi atteggiamenti in conferenza stampa hanno rappresentato in maniera plastica e inequivocabile.
Tre ore, quaranta domande, una sfilza di “disciamo” e “dopodiché”, e un look da gemelle diverse condiviso con l’inseparabile segretaria particolare Patrizia Scurti (tailleur beige e camicia bianca).
Una gestualità appena più controllata e misurata del solito per un’occasione istituzionale, che la premier impropriamente considera poco meno di una corrida e di un evento gladiatorio, come hanno evidenziato l’aria tra il torvo, l’infastidito e lo sconsolato (sottotitolo: ma che ci faccio qui…), la postura e le spalle protese in avanti – perché, non c’è niente da fare, il lombrosismo naturalmente non era una scienza “esatta”, ma la psicologia e la somatica politiche regalano segnali visivi e indizi decisamente utili sui leader.
Nell’alternanza di vittimismo (la «campagna falsa» sulla riforma della giustizia) e asprezza sulla legge elettorale, con l’aggiunta di qualche spigolatura (come l’idea del divieto degli «scintillii delle bottiglie per festeggiare»), sono balenati due momenti verità: i «risultati non sufficienti» in materia di sicurezza e la divergenza di vedute con il presidente Mattarella.
Maestra nello svicolare dalle domande sgradite ieri Meloni ha mostrato soprattutto il suo volto cattivista e la versione da dura, quelli della campagna elettorale permanente e della polarizzazione affettiva: o con me, o contro di me insieme a «una sinistra che sta sempre dalla parte sbagliata della storia
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
È UN COMPENDIO DI OMISSIONI, IMPRECISIONI, IMPROVVISA IMPENNATA DI RISENTIMENTO E VITTIMISMO: LA PERSEGUITATA SONO IO. ECCO IL RIBALTAMENTO
Ultima domanda. Avete spiato giornalisti, attivisti, preti? Voi, governo: lo avete fatto, sapevate che strutture dello Stato (i servizi segreti, che da voi dipendono) lo stessero facendo, state lavorando per chiarire quello che è successo?
Perché è passato un anno da quando è emerso che il sistema di spionaggio Graphite, fornito al governo italiano dalla società israeliana Paragon per esclusive attività di sicurezza nazionale, era usato in realtà anche per controllare i telefoni di cittadini italiani la cui attività non vi è gradita. Bella domanda. La rivolge alla premier Susanna Turco (L’Espresso) che cede le ultime battute del suo tempo al collega Francesco Cancellato direttore di Fanpage. Uno degli spiat
La domanda che avrebbe dovuto fare Cancellato, nella conferenza stampa, si era difatti perduta — un disguido, che coincidenza — dunque Turco gli ha ceduto la parola. Quesito: la società Paragon ha detto che avrebbe fornito tutti gli elementi per sapere chi avesse usato il suo software impropriamente ma a distanza di un anno ancora non lo sappiamo. Come mai?
La risposta di Giorgia Meloni è un compendio di omissioni, imprecisioni (la menzogna non vogliamo considerarla, non in una occasione pubblica e formale) improvvisa impennata di risentimento e vittimismo: la perseguitata sono io. Dice, la premier, che il comitato di controllo sui servizi con la relazione del 5 giugno 25 ha detto che nessun giornalista è stato spiato con Graphite.
«Peccato che appena una settimana dopo siano emersi documenti nuovi, tra cui un rapporto tecnico che dimostra che io sia stato spiato proprio con quel software», scrive Ciro Pellegrino di Fanpage, anche lui vittima di controllo illegale. Ma ecco il ribaltamento: anche io sono finita sui giornali con dati relativi alla mia famiglia, ai miei conti, ai miei beni. Figuratevi se non vi capisco, dice Meloni. Non si sa più come spiegarlo. La premier, un cittadino. Spiare, verificare. È diverso. Sono funzioni diverse. Troppo complesso?
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
È APPARSA IN DIFFICOLTÀ, QUANDO LE DOMANDE L’HANNO INCALZATA SULLO STATO DELL’ECONOMIA, SULLE CRISI INDUSTRIALI CHE MARCISCONO, SUI SALARI PIÙ BASSI DELL’UNIONE EUROPEA, SU UNA CRESCITA CHE NON C’È NONOSTANTE L’ENORME BOOST DEL PNRR
Sembrava un conduttore di “Ore 14” o “Quarto grado”, con l’elenco dei casi di cronaca
nera, invece era la presidente del Consiglio. Tornata per un giorno in versione Bibbiano, Giorgia Meloni ha impresso alla sua fluviale conferenza stampa — tre ore, quasi alla Fidel Castro — un’improvvisa svolta cattivista quando si è messa a parlare della magistratura.
Si capisce, da tempo è in campagna elettorale e ogni volta che ha un microfono di fronte, almeno quando parla entro i confini della “Nazione”, sono randellate in testa a giudici e pm. Lo avevamo visto già ai giardini di Atreju poche settimane fa. Il referendum incombe e, benché anche ieri abbia ripetuto che non ci saranno scossoni alla «maggioranza più solida di sempre», tutti sanno che una sconfitta il 22 e 23 marzo avrebbe l’effetto di una bomba sotto palazzo Chigi.
Per cui bisogna delegittimare la magistratura, non importa apparire come una agit-prop, è necessario presentare decisioni complesse e articolate come attacchi al buon senso degli italiani, alla famiglia (a cui i giudici cattivi vogliono strappare i figli), alla sicurezza personale e a quella delle città, fino alla richiesta più sconclusionata e irrituale, quella di «lavorare tutti nella stessa direzione» — pm, giudici e governo — per proteggere i cittadini.
Pretesa curiosa, visto che la magistratura è chiamata, oltre che a perseguire i reati obbedendo alle leggi emanate dal Parlamento, anche a tutelare i diritti di tutti, anche quando il governo non è d’accordo. Perché così impone la Costituzione e la separazione dei poteri, a meno che Meloni non si sia portata avanti e abbia inteso anticipare la prossima stagione di riforme, quelle che imporrano alla magistratura cosa fare e cosa no, logica conseguenza del Sì alla separazione delle carriere e al doppio Csm
Se sulla giustizia la premier è andata all’attacco, è invece apparsa molto sulla difensiva, persino in difficoltà, quando le domande l’hanno incalzata sullo stato dell’economia, sulle crisi industriali che marciscono, sui giovani che lasciano il Paese, sui salari più bassi dell’Unione europea. «Abbiamo fatto il nostro meglio, a risorse date», ha detto dopo aver portato a casa una legge di bilancio che non resterà negli annali. La crescita «sarà il grande focus dell’anno», ha promesso e non poteva che limitarsi a declinare la promessa al futuro visto che l’Istat a dicembre ha inchiodato il Pil italiano allo 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. Sempre zero virgola qualcosa, la metà della media dell’area euro, nonostante l’enorme boost del Pnrr, peraltro giunto agli sgoccioli.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
GIORGIA MELONI NON PUÒ NEGARE L’EVIDENZA E GIOCARE CON I NUMERI: LA STIMA DEL PIL PER IL 2025 NON VA OLTRE UN +0,5 PER CENTO, LA METÀ RISPETTO ALL’UN PER CENTO DEL 2023 E MENO DELLO 0,7 PER CENTO DEL 2024 … SALARI E POTERE D’ACQUISTO RESTANO BASSI RISPETTO AGLI ALTRI PAESI EUROPEI
L’economia italiana viaggia al rallentatore e perde terreno nei confronti dell’Europa? Giorgia Meloni non può negare l’evidenza, ma prova a giocare con i numeri. «L’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del Pil nel 2023 e questo potrebbe avvenire anche per il 2024 e il 2025», ha detto la presidente del Consiglio in conferenza stampa. Insomma, in mancanza di risultati positivi, Meloni spera, non si sa bene su quali basi, nella revisione dei dati, una sorta di vittoria a tavolino.
Crescita Intanto, la stima del Pil per il 2025 non va oltre un +0,5 per cento, la metà rispetto all’un per cento del 2023 e meno dello 0,7 per cento del 2024, i primi due anni di governo del centrodestra. Ma la frenata è anche l’effetto «del rallentamento della Germania», ha aggiunto la premier, che però ha omesso di ricordare che, senza le risorse del Pnrr, l’Italia sarebbe in recessione o quantomeno ferma
I salari però restano bassi rispetto agli altri paesi europei e rispetto al 2021 fanno segnare una diminuzione dell’8 per cento. Anche in questo caso la presidente del Consiglio ha preferito buttare la palla in tribuna. I dati dell’Istat riguardano le retribuzioni lorde, ma i nostri interventi hanno fatto crescere gli stipendi netti, ha replicato Meloni alla domanda sul tema, ricordando che il problema dell’erosione dei salari «è molto
antico» e intestando al suo governo il merito di aver fatto aumentare di 20 miliardi il potere d’acquisto degli italiani.
Un dato, quest’ultimo, che riguarda il periodo ottobre 2024-settembre 2025 a confronto con ottobre 2023-settembre 2025. Lo dice l’Istat, ma la stessa Istat ha anche più volte segnalato che i consumi degli italiani ristagnano o crescono pochissimo. Significa che le famiglie, temendo per il futuro, preferiscono accantonare denaro piuttosto che spenderlo.
Anche sull’occupazione, tradizionale cavallo di battaglia della propaganda di governo, Meloni si è intestata i risultati in crescita, che però, come dimostrano le statistiche più recenti, si riferiscono nella quasi totalità agli ultracinquantenni.
Il dato sui giovani resta al palo mentre aumentano gli inattivi, cioè chi rinuncia a cercare un’occupazione. Del resto, la produttività in Italia resta su livelli molto modesti rispetto ai grandi paesi europei («ma è un problema storico», si è giustificata Meloni) e sul fronte industriale restano aperte gravi situazioni di crisi. Ilva e Stellantis Prima tra tutte l’Ilva, e qui la presidente del Consiglio ha dato l’impressione di prendere le distanze rispetto all’offerta del miliardario inglese Michael Flacks, emersa nei giorni scorsi e confermata dal diretto interessato a mezzo stampa.
Il messaggio però è chiaro: il governo non c’entra, le responsabilità vanno cercate altrove. E del resto, stando a quanto detto in conferenza stampa, Palazzo Chigi avrebbe fatto da spettatore anche sulla partita delle scalate bancarie. «La procura ha detto che nelle azioni del governo non c’è niente di illegittimo», ha voluto sottolineare Meloni ha proposito
dell’inchiesta penale sulla scalata di Mps a Mediobanca.
Sorvolando, però, sull’uso del golden power che è servito a bloccare l’offerta di Unicredit a Banco Bpm. Un uso così disinvolto che dopo i rilievi critici della Commissione europea, la maggioranza di governo non ha potuto fare a meno di cambiare la legge in materia. La presidente del Consiglio ha addirittura affermato che «noi non abbiamo voce in capitolo sul terzo polo bancario». Davvero? Provate a chiedere un’opinione sul tema ad Andrea Orcel, l’amministratore delegato di Unicredit.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
CINQUE COSE CHE NON AVETE NOTATO NELLA CONFERENZA STAMPA DI MELONI: I MESSAGGI IN BOTTIGLIA DELLA PREMIER
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è sottoposta a quaranta domande, per
la conferenza stampa di inizio anno.
Un’occasione rara – considerata l’allergia della premier agli incontri con i giornalisti – in cui sono stati affrontati i grandi temi della politica internazionale e interna. Oltre alle risposte su Trump e sulla Groenlandia, sul referendum e sui rapporti con gli alleati di governo, Meloni ha detto (e non detto) anche altro. Per chi l’ha vista e per chi non c’era, ecco cinque passaggi della conferenza stampa, di cui forse non vi eravate accorti.
Il Quirinale. “I miei rapporti con il Quirinale… con il presidente della Repubblica sono ottimi” ha detto Meloni, rispondendo a una domanda nel corso della conferenza stampa. La correzione tra il primo termine usato “Il Quirinale” e il secondo “Il presidente della Repubblica” potrebbe essere solo una questione di forma. Ma potrebbe anche nascondere qualcosa di più. Meloni infatti ha tenuto a rimarcare la “l’ottima collaborazione” con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche se “non siamo sempre d’accordo”.
Altra cosa invece è la relazione con “il Quirinale”, cioè l’insieme di consiglieri e dirigenti che siedono al Colle, negli ultimi mesi spesso oggetto di attacchi, sospetti e teorie del complotto – dal caso Garofani in giù – da parte di esponenti del governo e di Fratelli d’Italia. Ecco, forse, quel correggersi di Meloni significa che con gli alti papaveri del Quirinale i rapporti proprio ottimi non sono. Sullo sfondo di tutto c’è la corsa per la successione a Mattarella. In risposta a un’altra domanda, durante il confronto con i cronisti, la premier ha detto che l’ipotesi di provare a diventare presidente della Repubblica nel 2029 “attualmente” non è nei suoi radar. Attualmente, il diavolo a volte si nasconde negli avverbi.
Vannacci. A nostra memoria, Giorgia Meloni non aveva mai citato Roberto Vannacci in un’occasione pubblica. Nel 2024, sempre nel corso della conferenza stampa di inizio anno, a chi le chiedeva un parere sul libro “Il Mondo al Contrario” dell’ex generale, lei rispose di non averlo letto. Poi più niente. Meloni ha sempre scelto di ignorare le sparate di Vannacci, nel frattempo diventato eurodeputato e vicesegretario della Lega.
Fino a oggi, quando rispondendo a una domanda sulla contrarietà di Vannacci e altri esponenti del Carroccio riguardo al rinnovo del decreto per l’invio di armi all’Ucraina, la premier ha attaccato frontalmente il vicesegretario leghista dicendo: “Mi stupisce che lo dica un generale, i soldati dovrebbero essere i primi a capire perché le forze armate sono fondamentali per costruire pace”.
Interessante anche il fatto che nella stessa risposta, la premier abbia invece aperto alla richiesta di Matteo Salvini di riallacciare i canali di dialogo con la Russia. Un modo forse per tenere vicino a sé l’alleato nel governo, marcando la distanza con il vicesegretario, che ne insidia la leadership. O forse per buttare sale sulle ferite della Lega.
I giornalisti. Nell’incipit della sua domanda, il giornalista della Stampa Ilario Lombardo ha auspicato per il 2026 un maggior numero di incontri della premier con i giornalisti. “Lo auspicava anche l’anno scorso, non ha portato bene”, ha replicato Meloni. La battuta è anche divertente, ma conferma quello che è un dato di fatto: negli ultimi 365 giorni, la presidente del Consiglio non si era mai seduta in una sala stampa, per rispondere alle domande dei giornalisti nel corso di una conferenza stampa
canonica.
Di fronte a contestazioni simili, negli scorsi mesi, Meloni si era difesa citando i punti stampa fatti con i cronisti, che la seguono in occasione di trasferte all’estero. Non proprio la stessa cosa delle conferenze stampa, aperte a tutti i media nazionali. Più una conferma di quanto confessato in un fuori onda con i leader mondiali alla Casa Bianca dell’agosto 2025: “Io non voglio mai parlare con la stampa”.
Le pensioni e i pannolini. Le pensioni sono un argomento criptonite per il governo. Un’ulteriore conferma si è avuta nella discussione durante l’ultima manovra, quando alcune proposte del ministero dell’Economia per restringere ulteriormente i requisiti per l’accesso al pensionamento anticipato hanno scatenato un putiferio in maggioranza. Così, quando durante la conferenza stampa di inizio anno, Federica Ionta di Radio Uno ha ricordato a Meloni la promessa tradita del programma del centrodestra di superare la Fornero, la premier è andata in crisi. Prima ha parlato di tutt’altro, portando il discorso sull’improbabile terreno dell’imposizione Iva sui pannolini per bambini.
Poi Meloni ha sostenuto che il governo ha bloccato l’aumento automatico dell’età per la pensione, legato all’aspettativa di vita. In realtà l’esecutivo si è limitato a spalmare su due anni l’incremento di tre mesi dell’età pensionabile E a questo ha aggiunto l’abolizione di Opzione Donna, di quota 103, il taglio ai fondi per i lavoratori precoci e usuranti. Altro che abolizione della Fornero.
Gli annunci già annunciati. Oltre a rivendicare i veri o presunti
risultati di questi tre anni, Giorgia Meloni in conferenza stampa ha annunciato i prossimi provvedimenti del governo. Tra questi, un decreto contro i rincari nelle bollette e il Piano Casa per l’emergenza abitativa. Tutto molto bello, non fosse che entrambe queste misure erano già attese da mesi e mai attuate.
Del decreto sui costi dell’energia infatti si parla già da luglio 2025 e a dicembre il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin lo aveva dato per imminente. Invece, di rinvio in rinvio, ancora le norme non sono arrivate. Ora Meloni assicura che si farà in uno dei prossimi Consigli dei ministri. Ancora più travagliatala storia del Piano Casa. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha convocato la prima riunione sulla questione già a dicembre 2023. Meloni ha rilanciato il tema al Meeting di Rimini dell’agosto 2025. Ma fino a oggi, tra risorse scarse e obiettivi incerti, non se ne è fatto nulla.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »