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ALBERTO TRENTINI STAVA PER ESSERE LIBERATO A OTTOBRE, MELONI FECE SALTARE TUTTO: IL DITTATORE VENEZUELANO CHIEDEVA ALL’ITALIA DI PRENDERE LE DISTANZE DA TRUMP E DISCONOSCERE LA POSIZIONE AMERICANA SU CARACAS, COME FECE MACRON

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA LIBERAZIONE È POI ANCORA SLITTATA PER UNA SERIE DI “SCIATTERIE” E SCIVOLONI. L’ULTIMO È LA TELEFONATA DI MELONI A MARIA CORINA MACHADO, PRIMA C’ERA STATA LA DICHIARAZIONE CON CUI SI DEFINIVA “LEGITTIMO” L’INTERVENTO USA … DAL VATICANO A ZAPATERO, LULA E PERFINO BOBO CRAXI: TUTTI I “MEDIATORI”

All’inizio la moneta di scambio pretesa da Nicolás Maduro era l’ex ministro chavista Rafael Dario Ramirez, già responsabile dell’Economia e del Petrolio tra il 2002 e il 2014 e presidente della compagnia statale per l’estrazione del greggio, poi ministro
degli Esteri e rappresentante del suo Paese presso l’Onu. Battaglia persa in partenza. Dopo essere diventato un oppositore del successore di Chavez, infatti, Ramirez è riparato in Italia: nel 2020 il Venezuela ne ha chiesto l’estradizione, ma nel 2021 lui ha ottenuto lo status di rifugiato politico. Niente rimpatrio, quindi.
A quel punto Caracas ha avviato una partita giudiziaria italiana, tramettendo alla Procura di Roma carte che hanno fatto aprire un procedimento penale a suo carico con l’accusa di peculato e riciclaggio per presunti investimenti con denaro di provenienza illecita, ma a maggio 2024 i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione. Accordata dal giudice a settembre.
Nel frattempo, a luglio Maduro era stato rieletto presidente per la terza volta, con elezioni contestate dall’opposizione e non riconosciute da gran parte dei Paesi occidentali, e a novembre 2024 — due mesi dopo il mancato processo a Ramirez — in Venezuela sono stati arrestati Mario Burlò e Alberto Trentini. A tre giorni di distanza l’uno dall’altro, senza accuse formali.
Di fatto un doppio sequestro come ritorsione per la protezione concessa all’ex ministro divenuto nemico del regime.
Il lavoro diplomatico e di intelligence sulla sorte dei due detenuti-ostaggi ha reso subito chiaro che cosa voleva in cambio il governo venezuelano, ma c’era l’ostacolo insormontabile di una magistratura indipendente che aveva già preso le sue decisioni. Non più revocabili o aggirabili.
Così le richieste mediate dai servizi di sicurezza si sono spostate sul piano politico: il riconoscimento italiano del governo Maduro.
L’informazione decisiva arriva nella serata di venerdì 9 gennaio. Dal Venezuela fanno sapere che lo spazio aereo può essere aperto, che un aereo italiano può atterrare a Caracas per riportare a casa i prigionieri.
È il segnale che a Roma aspettavano da mesi. Non una promessa, ma qualcosa che le assomiglia abbastanza da far capire che stavolta potrebbe essere davvero quella buona.
Poche ore prima si era consumato il passaggio più delicato. Tra le 9.30 e le 10.30 di venerdì, a Palazzo Chigi arriva una valutazione chiara: la presidentessa Delcy Rodríguez non ha preso bene la telefonata di Giorgia Meloni a María Corina Machado. A Caracas è stata letta come un atto ostile.
La tensione è risalita, il dossier Trentini rischia di bloccarsi ancora una volta. È a quel punto che la presidente del Consiglio, d’accordo con il sottosegretario Alfredo Mantovano decide di cambiare passo. Viene scritta una nota che, nei fatti, offre il riconoscimento al governo venezuelano. È ciò che dall’inizio Caracas chiedeva. Ed è quello che di fatto dà il via all’operazione «Trentini libero».
Non basta subito a sciogliere tutto. Anche perché una situazione molto simile si era già verificata a fine ottobre. Repubblica è in grado di raccontare che, dopo il patteggiamento di Alex Saab — l’ex ministro venezuelano imputato in Italia per riciclaggio, reato per il quale ha patteggiato una pena insieme con la moglie — tutto sembrava pronto per la liberazione di Alberto Trentini.
I venezuelani avevano predisposto i passaggi operativi. Poi, all’ultimo momento, era intervenuto Nicolás Maduro in persona, bloccando tutto. Aveva avanzato richieste, con tanto di bozza di comunicati, che in quel frangente erano giudicate impossibili da accettare: si chiedeva all’Italia di prendere le distanze da Donald Trump, che in quei giorni aveva cominciato ad attaccare duramente il Venezuela
Si chiedeva all’Italia di disconoscere la posizione degli Stati Uniti, come in parte aveva fatto la Francia di Macron, che non a caso ottenne in quelle ore la liberazione di un prigioniero. Meloni, invece, resta sulla linea degli Usa.
Dopo la caduta di Maduro, Antonio Tajani — che con Maduro aveva avuto in passato rapporti difficili e che dal regime venezuelano aveva ricevuto anche minacce personali — chiede che vengano riaperti tutti i canali. Si rivolge al segretario di Stato americano Marco Rubio. È in quel contesto che il nome di Trentini viene inserito nella lista dei prigionieri da «liberare».
Nel frattempo si muovono altri livelli. Ha un ruolo importante l’ex ambasciatore venezuelano Rafael Lacava, oggi governatore dello stato di Carabobo, che in passato aveva lavorato come mediatore con Maduro e che vanta un rapporto diretto con Rodríguez.
Si cercano tutti coloro che hanno sponde in Venezuela. Bobo Craxi, per esempio, forte di vecchi rapporti con gli uomini di Maduro dai tempi dell’Expo. Si aprono i canali dell’intelligence: l’Italia si rivolge a servizi stranieri in buoni rapporti con Caracas per creare un ponte che viene costruito.
Capiscono che, caduto Maduro, è venuto meno il veto. Ci sono abboccamenti con José Luis Rodríguez Zapatero. Il presidente brasiliano Lula si muove in autonomia e spiega agli amici venezuelani che Trentini è ormai «un prigioniero globale», che
la sua liberazione può rappresentare un cambio di credibilità del Venezuela nello scenario internazionale. Si attiva anche la diplomazia ecclesiastica: in tanti si occupano del dossier senza passaggi risolutivi ma con una presenza costante.
In mezzo a questo groviglio di fatti va registrata una lista di «sciatterie», come le definiscono fonti vicine al dossier, o forse meglio veri e propri scivoloni che hanno causato non pochi intoppi in questa vicenda.
La telefonata di Meloni a Machado è solo l’ultimo. C’è stata la dichiarazione con cui si definiva «legittimo» l’intervento Usa, circostanza che tra l’altro ha causato anche mal di pancia nella maggioranza, con la Lega assai perplessa.
Ma andando indietro nel tempo, prima c’erano state dichiarazioni durissime contro il Venezuela, alle quali poi si è cercato di porre rimedio con altri interventi riparatori — per esempio dei sottosegretari agli Esteri Cirielli e Silli — ma tardivi. Nel percorso che ha portato alla liberazione di Alberto Trentini tutto viene registrato, tutto ha pesato. E l’aereo che ieri notte è partito da Caracas ne è il più felice finale.
(da Corriere della Sera e Repubblica)

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IRAN, LA DENUNCIA DELL’OPPOSIZIONE: “12.000 MANIFESTANTI UCCISI”. PER IL REGIME SONO 2.000, ONU: “INORRIDITI”

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA CONDANNA DELLA UE

“Almeno 12mila persone, molte under 30, sono state uccise” nelle proteste in Iran. A riportarlo è Iran International, in quello che la testata di opposizione basata a Londra definisce “il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, avvenuto in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio”.
La stima del comitato editoriale di Iran International si basa “su un’analisi esclusiva di fonti e dati medici” e la sua diffusione è stata “ritardata fino alla convergenza delle prove”: è stata fatta su un’analisi in più fasi di notizie da più fonti, “tra cui una vicina al Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale”.
Le vittime secondo il regime
Un funzionario iraniano ha riferito invece alla Reuters che sarebbero circa 2mila le persone uccise nelle proteste, precisando che nel bilancio sono compresi anche membri delle forze di sicurezza e attribuendo le morti all’azione di “terroristi”. Le ultime stime dell’ong statunitense Human Rights Activists News Agency riferivano di almeno 646 vittime, ma il blackout di internet che da giorni colpisce il Paese rende difficile ottenere dati completi e verificare in modo indipendente le informazioni.
Le reazioni internazionali
La repressione provoca la dura condanna internazionale. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha detto di essere “inorridito”: “L’uccisione di manifestanti pacifici deve cessare ed è inaccettabile etichettare i manifestanti come ‘terroristi’ per giustificare la violenza contro di loro”, ha affermato in una dichiarazione.
E il cancelliere tedesco Friedrich Merz dichiara: “Quando un regime si mantiene al potere soltanto con la violenza è di fatto alla fine. Io ritengo che stiamo assistendo alle ultime giornate e alle ultime settimane di questo regime”.
Dura anche la presa di posizione della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che su X scrive: “Il crescente numero di vittime in Iran è terrificante. Condanno inequivocabilmente l’uso eccessivo della forza e le continue restrizioni della libertà. L’Unione Europea ha già inserito l’intero Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica nel suo regime di sanzioni per violazione dei diritti umani. In stretta collaborazione con l’Alta rappresentante Kaja Kallas saranno rapidamente proposte ulteriori sanzioni ai responsabili della repressione. Siamo al fianco del popolo iraniano che sta coraggiosamente marciando per la propria libertà”.
(da agenzie)

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INIZIA A PARIGI IL PROCESSO D’APPELLO NEI CONFRONTI DI MARINE LE PEN, CHE SI GIOCA LA POSSIBILITA’ DI CANDIDARSI ALLE PRESIDENZIALI DEL 2027: I GIUDICI DEVONO DECIDERE SE CONFERMARLE LA CONDANNA A CINQUE ANNI DI INELEGGIBILITA’ (E QUATTRO DI CARCERE) PER APPROPRIAZIONE INDEBITA DI FONDI PUBBLICI

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IN PRIMO GRADO, IL TRIBUNALE HA RITENUTO LE PEN RESPONSABILE DI AVER ARCHITETTATO UN SISTEMA PER METTERE LE MANI SUGLI STIPENDI VERSATI DAL PARLAMENTO EUROPEO AI SUOI EURODEPUTATI – LA NUOVA SENTENZA E’ PREVISTA PER QUEST’ESTATE… MA BARDELLA RACCOGLIE MAGGIORI CONSENSI DI LEI

Si apre oggi alle 13:30 nel palazzo di Giustizia di Parigi il processo in appello nei confronti di Marine Le Pen, del Rassemblement National e di altri 11 accusati nel caso degli assistenti del partito all’Europarlamento, una vicenda nella quale la leader di estrema destra si gioca la possibilità di presentarsi alle presidenziali 2027 e il suo futuro politico. Il processo dovrebbe durare fino all’11 febbraio, la sentenza è attesa per la prossima estate, lasciando così, nel migliore dei casi per la Le Pen, una finestra molto breve per l’ipotesi di una candidatura all’Eliseo.
Tre volte sconfitta alle presidenziali, Marine Le Pen, 57 anni, è stata condannata per appropriazione indebita di fondi pubblici lo scorso 31 marzo dal tribunale di Parigi a 4 anni di carcere di cui due senza condizionale (con il braccialetto elettronico), 100.000 euro di ammenda e 5 anni di ineleggibilità con “esecuzione provvisoria”, cioè da scontare immediatamente, come nel caso dell’ex presidente Nicolas Sarkozy. Una condanna che Le impedirebbe di presentarsi alla corsa all’Eliseo, dove i sondaggi la danno al momento favorita qualunque sia il suo avversario.
I giudici di prima istanza hanno ritenuto Marine Le Pen colpevole di aver messo in piedi un “sistema”, fra il 2004 e il 2016, per mettere Le mani sugli stipendi versati dal Parlamento europeo ai suoi eurodeputati, somme destinate a remunerare gli assistenti del partito (allora Fn, Front National) nel quadro delle loro funzioni a Bruxelles e a Strasburgo. Secondo l’accusa, invece, gli assistenti lavoravano in realtà unicamente per il partito o addirittura per i loro dirigenti.
Il tribunale ha quantificato il danno arrecato alle casse delle istituzioni europee in 3,2 milioni di euro dopo aver sottratto 1,1 milioni già rimborsati da una parte dei 25 imputati. Dodici dei
quali hanno rinunciato a ricorrere in appello nonostante la condanna subita, e fra questi la sorella della leader del Rn, Yann Le Pen. Sul banco degli imputati, invece, accanto a Marine Le Pen, ci saranno, fra gli altri, il suo ex compagno Louis Aliot, sindaco di Perpignan, il deputato Julien Odoul, l’eurodeputato Nicolas Bay e il dirigente Bruno Gollnisch.
La sua difesa insiste sulla “non intenzionalità” di commettere i reati di cui è accusata, senza negare in blocco i fatti. Anche se la leader del Rn non ha abbandonato la speranza di essere assolta, esiste anche la possibilità che una condanna non Le impedisca di presentarsi candidata. Ma a condizione che sia inferiore a 2 anni e che non Le venga imposto il braccialetto elettronico, idealmente incompatibile con la campagna elettorale.
L’imputata ha comunque già dichiarato che la decisione della Corte d’appello stabilirà qual è il suo futuro, senza attendere l’eventuale decisione della Cassazione. Dopo la condanna in prima istanza, i suoi sondaggi di popolarità in vista delle presidenziali sono peggiorati, a favore del presidente del partito e suo “delfino”, Jordan Bardella.
Nell’ultima indagine, pubblicata domenica, il 49% dei francesi affermano che è proprio Bardella ad avere Le maggiori possibilità di vincere Le presidenziali, mentre soltanto il 16% pensa la stessa cosa della Le Pen. Bardella sarebbe anche “un miglior presidente della repubblica rispetto a lei” per il 30% degli interrogati nel sondaggio, contro il 22% che pensano il contrario.
(da agenzie)

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TI PAREVA CHE NON ARRIVASSERO LE STAMPELLE AL GOVERNO MELONI

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

DALL’EX PRESIDENTE RAI PETRUCCIOLI ALL’EX MINISTRO CESARE SALVI FINO ALLA RIFORMISTA DEM PINA PICIERNO E AL PROFESSOR CECCANTI, C’E’ UNA SINISTRA CHE VOTERA’ SI’ AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

Sul palco ci sono tanti esponenti storici di una sinistra un po’ âgée , rigorosamente a filiera corta Pci-Pds-Ds, che però, all’unanimità, rivendicano «coerenza». Il Pd dice di votare No al referendum sulla Giustizia? «Questa riforma appartiene a un patrimonio del centrosinistra: è il completamento ineludibile della riforma Vassalli», va subito al punto Augusto Barbera.
Il presidente emerito della Corte costituzionale, già 4 volte deputato con Pci e Pds, è il profilo più alto tra le decine di persone arrivate a Firenze per «La Sinistra che dice sì», l’iniziativa lanciata dal costituzionalista Stefano Ceccanti e da Enrico Morando, il tandem che guida i riformisti di Libertà eguale, con il professor Carlo Fusaro.
Barbera pesa ogni parola, ma è deciso: «A marzo non si vota né a favore del governo Meloni né contro — avverte —. Ci saranno altre occasioni per poter giudicare questo governo, a partire dalle elezioni politiche del prossimo anno».
Parole che fotografano meglio di altre il conflitto irrisolto all’interno della sinistra e del Pd, la cui anima garantista fatica ancora a prevalere rispetto a quella più giustizialista. «La riforma della corte disciplinare per i magistrati era nel programma del
2022 del Pd», incalza infatti Ceccanti, ex senatore dem riformista. In sala arriva anche Cesare Salvi, ex ministro che dopo una storia a sinistra rifiutò di confluire nel Pd: «Chi dice di votare No per mandare a casa Meloni ha un atteggiamento sbagliato. E lo dice uno che è nettamente all’opposizione di questo governo — riflette —. Io dico no al derby della premier contro i magistrati. Oggi dobbiamo assumere il punto di vista del cittadino, il suo diritto alla difesa, che con questa riforma sarà ancora più garantito».
Sferzanti le parole di Claudio Petruccioli, altro volto storico del Pci ed ex presidente della Rai, che la mette così: «È vero che chi vota Sì rischia di confondersi con Meloni, ma chi vota No oggi rischia di mettere il timbro sulla sinistra che si organizza sull’asse Landini-Conte». Applausi.
Pina Picierno, prima linea dei riformisti dem, i conti con il suo partito dovrà farli nel 2029 e da Bruxelles va ancora una volta controcorrente rispetto alla sua segretaria Elly Schlein: «Occorre uscire dalla tenaglia ideologica che soffoca il dibattito italiano, quella fra garantismo e giustizialismo — incalza la vicepresidente del Parlamento Ue —. La stagione delle riforme del processo penale è stata una battaglia della sinistra riformista da sempre. Perché senza giustizia credibile non c’è coesione sociale e non c’è democrazia».
A sposare le ragioni del “sì”, infatti, ci sono anche Più Europa (a Firenze ci sarà Benedetto Della Vedova), il Partito socialista di Enzo Maraio e un bel pezzo di Italia Viva: Matteo Renzi ufficialmente lascia libertà di voto per non indispettire gli alleati, ma oggi all’iniziativa fiorentina arriverà la sua capogruppo al Senato, Raffaella Paita, che dice di sentirsi «coerente con quello che ho sempre sostenuto e che la sinistra ha sempre sostenuto». Parole che lasciano pochi dubbi sull’orientamento dei renziani e certificano, dunque, la divisione della coalizione che ha stravinto, ad esempio, le ultime elezioni regionali in Campania: Pd, M5s e Avs da una parte, IV, Più Europa e Psi dall’altra.
(da agenzie)

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“NON È UNA PRIORITÀ”. L’ALTOLÀ DELLA LEGA E DI FORZA ITALIA SULLA LEGGE ELETTORALE RISCHIA DI SCOMBINARE I PIANI DI GIORGIA MELONI

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

L’ACCELERAZIONE IMPRESSA DA FRATELLI D’ITALIA PER INTRODURRE IL SISTEMA PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA SI È INFRANTA CONTRO IL MURO DEGLI ALLEATI CHE TEMONO DI FINIRE CANNIBALIZZATI DAL PARTITO DELLA PREMIER… TEMONO CHE, UNA VOLTA APPROVATA LA RIFORMA, LA DUCETTA CEDA ALLA TENTAZIONE DI ANDARE A ELEZIONI ANTICIPATE

«Non è una priorità». L’altolà della Lega sulla legge elettorale rischia di scombinare i piani di Giorgia Meloni. L’accelerazione impressa dai Fratelli per introdurre il sistema proporzionale con premio di maggioranza si è subito infranta contro il muro degli alleati. Impegnati in una dura trattativa interna per evitare di finire cannibalizzati dal partito della premier, che con l’abolizione dei collegi uninominali punta a fare il pieno dei seggi a scapito loro, Matteo Salvini e Antonio Tajani si son messi di traverso.
Spinti anche dal timore che, una volta approvata la riforma, la capa del governo ceda alla tentazione di anticipare le politiche.
Da giorni Giovanni Donzelli, numero due di FdI, è in pressing per depositare il testo entro febbraio e chiudere la partita prima dell’estate. Un colpo di freno addirittura più brusco di quello preannunciato dalle opposizioni, che Meloni ha comunque in animo di consultare, dopo aver sciolto tutti i nodi che però a destra faticano ancora a districare.
È in questo quadro di forti tensioni che si inscrive l’avvertimento lanciato ieri da Stefano Candiani, deputato fra i più vicini al segretario federale: «Per noi la legge elettorale non è una priorità, man mano che ci si avvicinerà alla scadenza della legislatura diventerà un tema», rallenta ai microfoni di Start.
«Se verrà affrontato con le minoranze sarà una cosa auspicabile e che chiediamo anche noi al governo», aggiunge, «a patto che la prospettiva non sia di mettere l’Italia ancora in stallo per i giochi di palazzo e far eleggere un presidente di sinistra», attacca per dissimulare la zeppa leghista. Ragionamento speculare a quello fatto da Tajani ai suoi: «In cima all’elenco delle nostre priorità c’è il referendum», spiega ai forzisti riuniti in vista della consultazione del 22 e 23 marzo: «Se serve più tempo per la legge elettorale prendiamocelo, l’importante è non litigare durante la campagna per il sì alla separazione delle carriere». La madre di tutte le battaglie per i berlusconiani.
(da Repubblica)

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LA STORIA DEGLI STUDENTI DI MEDICINA ASSEGNATI IN ALBANIA CON 9.650 EURO DI TASSE DA PAGARE, L’ENNESIMO SCONCIO ITALIANO

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

220 STUDENTI DI MEDICINA AMMESSI CON L’UNIVERSITA’ TOR VERGATA DI ROMA SONO STATI ”ASSEGNATI” ALLA SEDE DI TIRANA E COSTRETTI A PAGARE RETTE ALTISSIME… MA LA NOSTRA E’ PUBBLICA, QUELLA ALBANESE E’ PRIVATA: CHI HA AVUTO LA FOLLE IDEA DI UNA SEDE DISTACCATA A PAGAMENTO?

Polemica sul caso dei 220 studenti del semestre-filtro a Medicina assegnati alla sede albanese dell’Università di Roma Tor Vergata e costretti a pagare rette altissime, che raggiungono i 9.650 euro. La ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha dichiarato di aver parlato con il rettore a cui ha chiesto di intervenire per risolvere la situazione.
Perché più di 200 studenti sono stati assegnati in Albania: cos’è successo
Ma partiamo dall’inizio. I 220 studenti in questione hanno superato il semestre-filtro e sono entrati nella graduatoria nazionale di Medicina, pubblicate nelle scorse settimane. Tuttavia, le sedi della facoltà dell’università Tor Vergata sono due: una a Roma e l’altra a Tirana.
Questa possibilità, spiegano dall’ateneo, è stata riconosciuta per l’anno accademico 2025-2026 grazie all’università di Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana, con cui è stato attivato un percorso congiunto (il cosiddetto Joint Degree) allo scopo di allargare il numero di posti disponibili per i futuri studenti.
Per i ragazzi e le ragazze assegnati alla sede albanese tuttavia, è arrivata una brutta sorpresa. Le rette da pagare per frequentare la facoltà albanese sono altissime: 9.650 euro l’anno. Questo perché si tratta di un’università privata, con costi più alti rispetto all’ateneo romano (che invece è pubblico).
La versione dell’ateneo romano
Da Tor Vergata si difendono sottolineando che le informazioni erano state chiarite al momento dell’iscrizione e quindi conoscibili dai futuri studenti. “Nella pagina web dedicata della facoltà di Medicina – affermano – sono evidenziati (addirittura in rosso per la sede di Tirana) i passaggi amministrativi successivi all’iscrizione in aggiunta a quelli già previsti dal MUR, per i candidati cittadini dei Paesi dell’Unione Europea, che hanno indicato tra le sedi scelte il Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia in joint degree con l’Università di Roma Tor Vergata presso la sede di Tirana – Università Cattolica Nsbc. il Joint degree prevede misure di accesso (i 3 esami del semestre filtro per questo anno accademico) proprie dell’ateneo romano, ma con le ulteriori formalità da espletare e soprattutto la retta da 9650 euro da pagare. Nella polemica di questi giorni sembrerebbe essere saltata da parte degli studenti la valutazione di questi passaggi amministrativi aggiuntivi legati alla sede di Tirana”.
L’intervento della ministra Bernini
Nel frattempo la ministra Bernini è intervenuta nella vicenda: “Considero sbagliata la scelta dell’università di Tor Vergata di applicare un livello di tassazione così elevato agli studenti assegnati alla sede di Tirana. Ho telefonato al rettore Nathan Levialdi Ghiron, che ho convocato per questa sera al ministero, e gli ho già evidenziato la necessità di un’immediata revisione di una richiesta che reputo incoerente con le finalità del semestre aperto e sproporzionata rispetto ai principi che devono guidare il sistema universitario pubblico”, ha dichiarato. “Un simile regime
di contribuzione è incompatibile con una piena ed effettiva attuazione del diritto allo studio, che deve essere garantito a tutte le studentesse e a tutti gli studenti, indipendentemente dalla sede di frequenza”.
Un primo compromesso sembra esser stato raggiunto. L’università infatti, ha annunciato di aver concordato con l’ateneo albanese la possibilità di una “rateizzazione in tre trance della retta annuale”.
L’appello degli studenti: “Aiutateci, rischiamo di perdere il posto”
Gli studenti però, chiedono aiuto. “Sono una studentessa del semestre filtro di medicina ,di Napoli e sono una dei 220 ragazzi che sono stati assegnati alla sede di Tirana dell’università Tor Vergata di Roma”. Il messaggio, condiviso dal deputato Francesco Emilio Borrelli su Facebook, è firmato da Gaia Gargiulo. “Ignara come tutti noi che quella sede universitaria fosse in realtà un campus privato che niente ha a che vedere con le politiche economiche universitarie italiane che devono seguire dei criteri di tassazione relativi alle possibilità finanziarie italiane, con una retta molto più onerosa che ammonta a 9.650 euro all’anno”, si legge.
La studentessa fornisce una versione differente da quella dell’ateneo. “Abbiamo avuto un brutto scherzo con Tirana perché era risaputo che l’università fosse privata, ma il nome è Nostra Signora del Buon Consiglio, mentre nella scelta delle sedi c’è scritto Tor Vergata – sede Tirana, che ha fatto pensare fosse una succursale dell’università di Tor Vergata. Tanto che nessuno dei miei colleghi era a conoscenza di queste tasse così alte. Non è stato capito il perché sia stata inserita così. Sembra una presa in giro perché adesso, personalmente, sono costretta a rinunciare al mio posto senza la possibilità di essere assegnata ad una sede italiana, venendo ingiustamente esclusa dalle liste nonostante l’idoneità raggiunta con fatica e studio”, scrive. Infine l’appello: “Vi chiedo se ci sarebbe la possibilità di intervenire a tutela di noi studenti per darci una mano a trovare una soluzione perché siamo stati privati del nostro diritto allo studio”.
Faraone (Iv): “Tor Vergata in Albania? È Medicina off-shore”
Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, ha commentato così l’accaduto: “Dopo i migranti in Albania adesso tocca agli studenti universitari, con una trovata geniale: ‘Roma Tor Vergata’ per alcuni significa ‘Tirana’. Pensavi di studiare a mezz’ora da casa, ti ritrovi oltre Adriatico. Una specie di ‘Medicina offshore’: non per scelta, per assegnazione”, ha scritto “I 220 finiti in Albania non sono figli del caso. Sono ragazzi e ragazze che occupano le posizioni più basse dell’elenco: sulle tre prove di Chimica, Fisica e Biologia hanno ottenuto la sufficienza in due materie o, nel 90% dei casi, in una sola”, ha aggiunto. “È la selezione che non dice di no, ma dice: ‘Vai piu’ lontano’. La ministra Anna Maria Bernini potrà dire che era tutto scritto, tutto pubblicato, tutto trasparente. Ed è vero. Il punto non è l’Albania, che non c’entra nulla e non ha colpe. Il punto è il riflesso automatico del governo: non costruire soluzioni, costruire spostamenti. Non fare capacità amministrativa, fare geografia. Così abbiamo inventato la nuova politica pubblica: la delocalizzazione dei problemi”, ha concluso.
(da Fanpage)

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“MI TIRAVANO SU PER LE MANETTE E MI BUTTAVANO A TERRA”: IL GIOVANE RESO DISABILE DALLE TORTURE NELLE CARCERI ISRAELIANE

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

24 ANNI, 22 MESI DI PRIGIONIA, I CRIMINALI ISRAELIANI LO HANNO PICCHIATO FINO A ROMPERGLI LA SPINA DORSALE… DEDICATO A QUELLA FOGNA SOVRANISTA CHE VA A STRINGERE LA MANO A UN ASSASSINO A CAPO DI UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Ha un sorriso fragile, testimone della tenerezza di vivere o forse dall’essere ancora in vita. Il corpo di Mohammed Nasim Abulaz, 24 anni, viene trasportato dalla madre sulla sua sedia a rotelle nella stanza. Entra in soggiorno, dove un cartellone di buon compleanno colorato spezza la rigorosa eleganza dei divani.
Mohammed sorride, di nuovo, e con delicatezza inizia a raccontare. “Sedici, due, duemilaventiquattro. Era venerdì il giorno in cui mi hanno preso”, dice, tirando su con fatica la
mano sinistra di cui ha perso quasi completamente il controllo, “stavo tornando da Nablus e mi hanno fermato al posto di blocco. Mi hanno fatto scendere dalla macchina. C’erano altri tre ragazzi con me, li hanno lasciati andare e hanno preso me”.
Iniziano spesso così le storie dei prigionieri palestinesi: rubati alla loro stessa vita in un giorno qualunque, in un momento qualunque, con una ragione qualunque. Spesso senza alcuna ragione. È il caso di Mohammed che resterà per 22 mesi in detenzione amministrativa, senza accusa né processo, all’interno delle carceri israeliane.
“Mi hanno portato per un mese al centro di detenzione militare di Asyon. Poi mi hanno trasferito a Ofer per l’interrogatorio. Da Ofer mi hanno portato nel Negev e nel Negev mi è successa questa cosa”, continua indicando quel corpo non più suo, completamente paralizzato dal busto in giù. “Stavo tornando dalla visita con l’avvocato e mentre mi trasferivano mi hanno colpito sulla schiena. Ero bendato, con le mani legate dietro e i piedi incatenati. Mi facevano camminare con la schiena piegata. Uno ha usato dei guanti con del metallo dentro. Mi ha dato un colpo solo, ma io ero debole, non avevo difese. Il colpo è arrivato al midollo spinale, spaccandomi la colonna vertebrale e lesionando per sempre il midollo”.
I militari israeliani lo riportano in cella, così com’è, con il corpo rannicchiato e la schiena spezzata. Dentro quella cella Mohammed rimane per un mese, senza avere neanche un antidolorifico. “Sono stato lì dentro un mese intero senza che facessero nulla, nonostante il dolore. Piano piano ho iniziato a perdere la sensibilità, non riuscivo più a camminare. Loro
dicevano che stavo scherzando, che facevo finta. Dopo quel mese, per due settimane mi hanno fatto scendere ogni mattina in clinica sulla sedia a rotelle. A volte mi picchiavano, a volte no. Mi facevano l’esame del sangue e delle urine e dicevano: ‘Non hai niente’, e mi riportavano indietro. Mi alzavano dalle manette, con mani e piedi legati, e mi buttavano a terra o dalle scale”.
Nel Negev Mohammed resta detenuto per undici mesi. Da agosto 2024 a fine giugno 2025. “Una mattina mi sono svegliato e non sentivo più la mano sinistra. Si apriva e si chiudeva in modo involontario. In clinica dicevano che non era niente. Due giorni dopo, mi sono svegliato e non sentivo più nulla dalla vita in giù. Nessuna sensazione, nessun movimento delle gambe. Dato che non riuscivo a urinare, mi hanno messo un catetere interno, e solo il giorno dopo mi hanno trasferito d’urgenza in ospedale”.
Dopo undici mesi Mohammed non ha altra scelta che fidarsi dei suoi carnefici: “Mi hanno detto: ‘O fai l’operazione o muori o rimani paralizzato'”. Intanto Mira, la madre, è a casa sua, a Ramallah, e non sa niente. Ha scoperto per caso dove fosse stato portato il figlio grazie a un altro prigioniero che era stato rilasciato e le ha detto dove si trovava Mohammed.
“Hanno fatto l’operazione senza chiedere il permesso a nessuno. Non potevamo comunicare con la famiglia, nessuno sapeva niente. Poi mi hanno spostato a Ramla. Ramla è un ospedale e un carcere insieme. Nessun altro carcere accetta uno sulla sedia a rotelle, per questo mi hanno portato lì. Ci sono rimasto quattro mesi. Mi davano solo antidolorifici, le medicine erano così di bassa qualità che i detenuti le scioglievano e le usavano come
colla. Spesso le guardie carcerarie mi spezzavano le pillole e me ne lanciavano metà per terra. Io dovevo prenderla da li”.
Mohammed vede di nuovo la luce del sole il 23 ottobre 2025. Il momento in cui Mira è l’unica a riconoscere il corpo del figlio ridotto in quel modo, con 53 chili in meno rispetto all’ultima volta che lo aveva visto, 22 mesi prima, quel venerdì.
Ora Mohamed soffre di una paralisi della parte inferiore del corpo e ha una debolezza funzionale alla mano sinistra. Non può più fare niente da solo, e probabilmente non potrà mai più. Ha un catetere interno che la madre svuota con cura quattro volte al giorno.
Ma il calvario di Mohammed non è un episodio isolato, è il prodotto di un sistema carcerario che, pur essendo già durissimo prima del 7 ottobre 2023, da quel giorno ha subito una mutazione definitiva. Secondo il Public Committee Against Torture in Israel (PCATI), oltre 9.200 palestinesi vivono oggi in condizioni che ammontano sistematicamente alla tortura.
“Tutti i cosiddetti prigionieri di sicurezza soffrono di pessime politiche nutrizionali, celle sovraffollate e isolamento totale dal mondo esterno, inclusa l’impossibilità di ricevere visite della Croce Rossa”, spiega Noam Gelman Hofstadter del PCATI. In questo perimetro di oblio, la figura del medico militare si staglia tra le ombre più inquietanti. Se Mohammed è oggi bloccato dentro il suo corpo è anche a causa dei medici che lo visitavano in clinica. “È una complicità sistematica”, denuncia Hofstadter, “sappiamo che nei centri di detenzione i medici di solito non firmano mai con i loro nomi la documentazione. I reclami non vengono presi sul serio e c’è una politica che impedisce ai
prigionieri di essere visitati in strutture civili esterne”.
Ma se per i residenti della Cisgiordania come Mohammed lo strumento repressivo principale resta la detenzione amministrativa, per i palestinesi di Gaza il quadro è ancora più estremo. La Legge sulla carcerazione dei combattenti illegali, da poco estesa fino a fine marzo 2026, ha creato per i prigionieri gazawi una categoria di “non-persone”: né civili né combattenti, privati delle tutele del diritto internazionale umanitario. Questa legge stabilisce fondamentalmente uno status giuridico dei prigionieri, dei detenuti, che è diverso da quello di un civile o di un combattente, le due categorie riconosciute dal diritto internazionale. È stata istituita per permettere allo Stato di arrestare e detenere persone senza essere obbligato a rispettare i diritti previsti dal diritto internazionale umanitario o dalla normale procedura penale. Quindi da un lato non sono considerati civili, e dall’altro non sono considerati combattenti. Questa legge permette allo Stato di trattenere oggi oltre 1.200 persone in un limbo dove l’incontro con un avvocato può essere negato per settimane e il controllo giudiziario è quasi inesistente. “Le norme di deroga dei diritti e la detenzione amministrativa sembrano destinate a restare a tempo indeterminato”, avverte il Comitato.
Al vertice di questa piramide di violenza si colloca la discussione sulla pena di morte. Da mesi alla Knesset, il parlamento israeliano, si lavora per rendere la morte una politica ufficiale per i cosiddetti Mechabel “terroristi”, eliminando ogni discrezionalità per i giudici. Eppure, la morte è già una realtà nelle carceri israeliane: dal 7 ottobre, circa 100 prigionieri sono
deceduti sotto custodia israeliana. “La norma del disprezzo per la vita dei prigionieri palestinesi è già, in una certa misura, stabilita”, commenta Hofstadter.
Oggi il militare israeliano che ha tirato quel pugno non è stato individuato, né denunciato. Continua a marciare tra le celle, protetto da un sistema che – tra medici complici e leggi di emergenza bellica perenni – ha trasformato la tortura in una norma burocratica. Mohammed, invece, è qui, in questo soggiorno di Ramallah, prigioniero di una sedia a rotelle.
Sognava di diventare dottore, di sanare le ferite degli altri. Oggi, il suo corpo paralizzato è la cicatrice più profonda di una terra dove la giustizia non esiste. “Desidero solo tornare a camminare”, conclude mentre con la stessa delicatezza con cui aveva iniziato mostra una sua vecchia foto: sorride, in piedi, in un giorno qualunque, in un momento qualunque.
(da Fanpage)

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IL NORD DIMENTICATO NON AMA PIU’ SALVINI

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

E’ UNA REALTA’ PRODUTTIVA CHE SI E’ ORMAI ACCORTA CHE SALVINI NON LA RAPPRESENTA… DA “PARTITO DEL FARE” A “PARTITO DEL CIANCIARE”

Il processo del Nord a Matteo Salvini è iniziato da un pezzo ma aspettiamoci che adesso, ai blocchi di partenza di una campagna elettorale decisiva, si faccia più esplicito, quotidiano, insistente. Negli ultimi tre anni il Capitano si è perso per strada tutti gli atout che inorgoglivano il suo vecchio mondo di riferimento: efficienza, connessioni europee, rilevanza nelle sedi di governo. Lo ha fatto un po’ per inseguire il consenso, un po’ per incapacità di ripensarsi, ma comunque non sembra intenzionato a tornare indietro o a trovare soluzioni creative per recuperare i tratti identitari che hanno fatto le fortune della Lega.
L’idea del Carroccio come “partito del fare”, innanzitutto. Era quel mood pragmatico, risolutore di problemi, che aveva reso il leghismo credibile interlocutore delle aree più produttive del Paese. È affondato insieme al crash del progetto per il ponte sullo Stretto, all’impantanamento dei cantieri per cui si invoca un super-commissario, al disastro sistematico dei treni. Non è cosa da poco. Il dinamismo operativo ha cementato per decenni l’idea di sé del Nord: più europea che italiana, più in sintonia con la Baviera o la Vallonia che con la Calabria o la Campania.
Richiede impegno all’altezza, duro lavoro, cose che si vedono assai poco nel quotidiano del Capitano.
Ma anche quel tipo di sentimento generale, quel “sentirsi Europa” delle regioni di confine, è stato tradito dal populismo sovranista che Salvini ha scelto come cifra. Il Nord lo ha perdonato finché voti e sondaggi sorridevano e consentivano di dire: è solo grancassa, serve a prendersi Palazzo Chigi. Oggi che quell’ambizione è seppellita dai fatti e tutt’al più Salvini può aspirare al Viminale, l’imprenditore veneto o lombardo medio si chiede: ma come saremmo finiti se avesse comandato lui, uno che per compiacere Donald Trump ha definito i dazi un’opportunità e preferisce Viktor Orban ai nostri storici alleati e soci in affari?
E poi, il vero nervo scoperto del Nord: la scarsa capacità del leader leghista di incidere nei processi di governo. Se Umberto Bossi, benché minoritario, benché provocatorio, benché altamente rivendicativo, sedeva con Silvio Berlusconi davanti al caminetto di Arcore ogni settimana, Salvini non è riuscito a innescare un analogo rapporto con Giorgia Meloni. Anzi, il suo istinto competitivo lo ha reso una sorta di opposizione interna alla premier, che cerca luce contestandone in ogni sede le scelte.
In Europa sull’immigrazione, sul patto di stabilità, sul sostegno a Ursula von der Leyen. In Italia sugli aiuti all’Ucraina, sulla difesa, sugli accordi commerciali del Mercosur, sul Sud del mondo, e persino sul pacchetto d’ordine pubblico, con uno stucchevole braccio di ferro per assicurarsi il titolo del pugno di ferro più duro del reame.
Le contestazioni del Nord a Matteo Salvini sono alquanto quiete, ovattate, costruite con educate prese di distanza, ma hanno radici profonde e avranno effetti perché il Nord non è una categoria di pensiero o un vago segmento sociologico.
È una realtà produttiva, con interessi concretissimi, che in questa legislatura si ritiene mortificata e vuole avere più voce e rappresentanza nella prossima: lavorerà per ottenerle, con Salvini o a prescindere da lui.
(da La Stampa)

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LE CONSEGUENZE DELL’URAGANO

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

ALLA FINE LASCIA SOLO MACERIE

Se il Cafone in Capo non avesse rapito e deposto Maduro, a quest’ora Alberto Trentini e gli altri prigionieri starebbero ancora marcendo nelle carceri venezuelane, scrive un lettore smanioso di ricordarci come la vita segua sentieri insondabili e anche la cattiveria possa produrre positivi effetti collaterali.
Senza dubbio Trump è un acceleratore di situazioni, l’interprete perfetto di questo nostro tempo consacrato al mito della velocità. Lui prima disfa e poi fa, prima maltratta e poi tratta. E, inseguendo senza scrupoli il suo interesse personale, talvolta finisce per fare, di rimbalzo, anche quello di persone di cui non gli importa assolutamente nulla.
Il suo blitz armato in Venezuela ha cambiato in meglio il destino di Trentini più di tanti appelli accorati e iniziative diplomatiche, al punto che qualcuno ne ha ricavato la conferma di quella linea di pensiero cinica e aggressiva, oggi particolarmente in voga, che esalta l’azione rispetto al dialogo e la spregiudicatezza rispetto alle lente fatiche del compromesso.
Ma la gratitudine che dobbiamo a quest’uomo per la liberazione del nostro connazionale non può farci dimenticare tutto il resto: il disprezzo delle regole, dei deboli, degli avversari e persino degli alleati.
Il fenomeno Trump va considerato alla stregua di un cataclisma. Un uragano che devasta l’ambiente, scoperchiando ogni cosa al suo passaggio: fogne e tesori. Anche se alla fine, di solito, gli uragani lasciano soprattutto macerie.
(da corriere.it)

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