Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
GASPARRI, MESSO NEL MIRINO DAI FIGLI DI SILVIO IN QUANTO “CACICCO”. QUANDO I FIGLI DI SILVIO PARLANO DI “RINNOVAMENTO” E “FACCE NUOVE” È LUI UNO DEI PRINCIPALI INDIZIATI PER ANDARE A CASA (IN TAXI?)
Lo sciopero dei tassisti, in scena ieri in tutta Italia, si chiude con una vittoria e una chiara
sconfitta. Le 18 sigle sindacali, artefici della muscolare agitazione, giurano di aver ottenuto un’altissima adesione complicando gli spostamenti degli italiani da Torino a Palermo. Eppure, a fronte di questa forte mobilitazione, i tassisti accusano anche una vistosa battuta d’arresto sul fronte politico.
Si sgretola il consenso intorno alla loro turbolenta categoria nella maggioranza di centrodestra che li ha sempre difesi.
Dentro Forza Italia, la crepa si è fatta voragine. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori forzisti, continua ad appoggiare i tassisti: «Troppe volte dimentichiamo – dice l’ex ministro – che questa categoria svolge un servizio pubblico, tra tariffe, vincoli di turno e tutta un’altra serie di oneri. Sono gravati, ad esempio, da impegni fiscali che invece le grandi multinazionali possono eludere».
Su posizione opposte si colloca la corrente liberale di Forza Italia, che fa capo al vicesegretario nazionale del partito e presidente della Calabria. Lui, Roberto Occhiuto, bolla come «anacronistica» la protesta dei tassisti «non solo perché la categoria si chiude a riccio, con l’unico obiettivo di tutelare una corporazione, ma soprattutto perché nega l’evidenza. Questo servizio di trasporto pubblico non funziona più. Basta fare un giro nelle grandi città, alle stazioni o agli aeroporti per rendersene conto».
Non aiuta i tassisti in sciopero l’atteggiamento aggressivo di alcuni tra loro. La manifestazione davanti alla Camera dei deputati, ieri pomeriggio a Roma, viene “vivacizzata” dal lancio di fumogeni e bombe carta.
In questo clima surriscaldato, Matteo Hallissey, presidente di +Europa, si presenta al corteo insieme al blogger Ivan Grieco. Ha un cartello con la scritta “basta lobby” e un pos per i pagamenti, ad alludere alle presunte elusioni fiscali delle macchine bianche. Racconta Hallissey di aver ricevuto minacce verbali e una copiosa pioggia di sputi, mentre alcuni tassisti cercavano di superare il cordone delle forze dell’ordine per picchiarlo. Autisti Ncc avrebbero subito lanci di uova e danneggiamenti alle vetture, per mano di tassisti milanesi.
Le 18 sigle sindacali dei tassisti protestano contro i troppi abusivi e i privilegi di cui godrebbero le aziende internazionali del trasporto come Uber. Soprattutto la categoria, che minaccia di scioperare nuovamente nei prossimi giorni, si sente ormai priva di solidi paracadute.
Il ministro Matteo Salvini ha provato ad aiutare i tassisti, in particolare con il decreto interministeriale 226 del 2024 che ha imbrigliato l’attività concorrente dei Noleggi con conducente (Ncc). Ma a novembre 2025 la Corte costituzionale ha demolito tre pilastri del decreto (su ricorso proprio della Regione Calabria a guida Occhiuto). È lo stesso decreto già affondato dalla sentenza del Tar del Lazio di agosto 2025 perché contrario alla concorrenza e alla libertà economica.
Spetterà proprio a Matteo Salvini placare la rabbia dei tassisti, nell’incontro di oggi al ministero. Lo salutano con sarcasmo le opposizioni.
(da La Repubblica)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
SI VOTA IL 12 APRILE E I SONDAGGI VEDONO IL PARTITO GUIDATO DA PETER MAGYAR (EX DELFINO DI ORBAN CHE MEDITA VENDETTA) IN VANTAGGIO DI 12 PUNTI
Giorgia Meloni parla in inglese, Matteo Salvini «con il cuore» in italiano, salvo lo slancio nel finale, in cui azzarda un incitamento ungherese: «Fel, gyozelemre!». Avanti fino alla vittoria. Il destinatario dell’esortazione è Viktor Orbán, primo ministro magiaro a tempo quasi indeterminato, oggi un po’ meno eterno del solito.
I sondaggi ballano, e non è un valzer. Così il capo di Fidesz, in vista delle elezioni del 12 aprile, ha pensato di chiedere una mano agli amici stranieri. Alla chiamata, Meloni e Salvini hanno risposto presente. Hanno girato il loro filmino nei giorni scorsi: il leghista al ministero dei Trasporti, la premier fuori dall’ufficio.
La compagnia di sovranisti assemblata dal capo di Fidesz per la carrellata di endorsement internazionali è però un acquario in cui Meloni, molto più di Salvini, naviga con qualche imbarazzo. Nello spot di due minuti, la premier compare insieme ad Alice Weidel, gran capa dell’Afd tacciata di neo-nazismo, che Meloni non ha mai voluto imbarcare nei suoi Conservatori europei che preferiscono dialogare con il Ppe.
Non solo: la leader dell’ultradestra tedesca nel video ringrazia Orbán per l’impegno «per la pace in Ucraina», sforzo che nel grosso delle cancellerie del continente traducono come comprensione per Putin. Nel filmato c’è pure il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu
Più comodi altri compagni di clip: il presidente argentino Javier Milei il capo di Vox, lo spagnolo Santiago Abascal, con cui Meloni ha condiviso vacanze madrilene e la celebre Mini rossa, e la francese Marine Le Pen, gemellata con la Lega
I sondaggi per Orbán non sono però buoni come in passato. Secondo Politico, il partito di centrodestra Tisza guidato da Péter Magyar sarebbe in vantaggio di 12 punti (49 a 37%) su Fidesz di Orbán. L’endorsement di Meloni in compagnia dell’ultradestra
globale è una scommessa che non paga sicuro.
Nel filmato la premier sostiene che sia per lei «un grande piacere portare i saluti» agli elettori orbaniani, prospettando una battaglia assieme «per un’Europa che rispetta la sovranità nazionale e che è fiera della sua cultura e della sua religione». Salvini appare più a suo agio. Con Orbán è in sintonia anche sulla Russia. Facile, per il segretario lumbard, chiosare così: «Se vuoi la pace, vota Fidesz». Se il premier magiaro riuscisse ad acciuffare un nuovo mandato a Budapest, a via Bellerio è pronto l’invito per la manifestazione dei Patrioti il 18 aprile.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO SULLA RIFORMA VOLUTA FORTEMENTE DA MELONI: “IL CRITERIO È SEMPRE LO STESSO: LA CONVENIENZA PERSONALE E DI PARTITO. CHE CREDIBILITÀ HA UNA DEMOCRAZIA COSÌ? ABBIAMO IL DIRITTO DI STUPIRCI SE I CITTADINI PARTECIPANO SEMPRE MENO ALLA VITA PUBBLICA E AL VOTO?”
L’Italia è l’unica democrazia al mondo in cui a ogni elezione si discute come cambiare la legge
elettorale, a seconda delle convenienze di chi ha la maggioranza in quel momento. Cominciò Berlusconi nel 2006, con una legge definita «una porcata» dal suo stesso autore Calderoli, e nessuno ha mai smesso.
La formula è la stessa che era in vigore fino al 1992. Fu cancellata da un referendum in cui l’abolizione delle preferenze multiple vinse a valanga.
L’anno dopo si affermò altrettanto nettamente un referendum che aboliva il proporzionale. Venne fatta una legge maggioritaria, basata sui collegi uninominali, con cui si votò per tre volte: sempre si ebbe una maggioranza definita, e se la coalizione di centrodestra del 1994 si sfasciò subito, seguirono due legislature in cui governarono per cinque anni prima il centrosinistra dal 1996 al 2001, poi il centrodestra dal 2001 al 2006.
Collegi piccoli, da circa centomila elettori consentivano ai rappresentati di conoscere il loro rappresentante, e decidere se confermarlo o mandarlo a casa. Si fece anche un referendum per
abolire la quota proporzionale: stravinse il Sì, ma mancò il quorum per un soffio. Oggi al Senato ci sono collegi da un milione di abitanti: assurdo. Li si vorrebbe abolire, per introdurre un premio di maggioranza, su cui però non tutti sono d’accordo. E il criterio è sempre lo stesso: la convenienza personale e di partito. Che credibilità ha una democrazia così? Abbiamo il diritto di stupirci se i cittadini partecipano sempre meno alla vita pubblica e al voto?
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
TRA POCO TRUMP GLI UNICI VOTI LI RACIMOLERA’ TRA I REDUCI DA UN TSO
“Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale”. Così Donald Trump su Thruth affermando che “la Nato diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Usa. Qualunque cosa al di sotto di questo è inaccettabile”.
L’isola artica “è fondamentale per il Golden Dome che stiamo costruendo. La Nato dovrebbe aprirci la strada per ottenerla. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia o la Cina, e questo non può accadere! Dal punto di vista militare, senza il vasto potere degli Stati Uniti, la Nato non sarebbe una forza efficace o un
deterrente, neanche lontanamente!”.
Solo il 17% degli americani approva i tentativi di Donald Trump di annettere la Groenlandia, e la maggior parte dei democratici e dei repubblicani si oppone all’uso della forza militare per farlo. Lo rivela un sondaggio Reuters/Ipsos.
Circa il 47% degli intervistati ha espresso disapprovazione perle mire espansionistiche del presidente nei confronti dell’isola, mentre il 35% si è dichiarato incerto.
Un intervistato su cinque ha dichiarato di non essere a conoscenza dei piani per l’acquisizione della Groenlandia. Solo il 4% degli americani, tra cui appena un repubblicano su dieci e quasi nessun democratico, ha affermato che sarebbe una “buona idea” per gli Stati Uniti usare la forza militare.
Circa il 71% ha ritenuto che sarebbe una cattiva idea, tra cui nove democratici su dieci e sei repubblicani su dieci. Il 66% degli intervistati, tra cui il 91% dei democratici e il 40% dei repubblicani, ha dichiarato di essere preoccupato che i tentativi degli Stati Uniti di acquisire la Groenlandia possano danneggiare la Nato e le relazioni con l’Europa.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IN CAMBIO DELL’ARRUOLAMENTO AL SERVIZIO DI MOSCA, LA DONNA PROMETTEVA (FALSAMENTE) SOLDI E LA CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA RUSSA. MA CHI LE AVEVA CHIESTO DI FARLO?… LA 40ENNE ADESCAVA I SOLDATI UTILIZZANDO I TELEGRAM, FACENDO LEVA SULLE CONDIZIONI DI POVERTA’ DEGLI UOMINI
Un’ex insegnante russa di 40 anni, Polina Azarnykh, è riuscita a reclutare diversi giovani
stranieri, provenienti soprattutto da Siria ed Egitto, per combattere fra le truppe di Mosca in Ucraina con la falsa promessa di denaro e della concessione della cittadinanza.
È quanto emerge da un’inchiesta giornalistica della Bbc, che ha ricostruito l’attività della donna, condotta soprattutto tramite un canale Telegram usato per attirare uomini provenienti da contesti poveri, e raccolto le testimonianze di alcuni che sono caduti nella sua rete. Una volta giunti in Russia, gli arruolati sono stati indotti a firmare contratti scritti esclusivamente in cirillico.
“Siamo stati ingannati, questa donna è una truffatrice e una bugiarda”, ha detto uno di loro, un 26enne siriano identificato come Omar, in un messaggio vocale inviato dal fronte ucraino all’emittente pubblica britannica. Il giovane ha detto che in un primo momento Azarnykh gli aveva promesso di tenerlo lontano dal fronte, dietro il pagamento di tremila dollari. Ma dopo soli dieci giorni di addestramento è stato spedito in prima linea e per questo si è rifiutato di sborsare quanto chiesto dalla donna.
Poco dopo gli è arrivato un video, pubblicato sul sito della Bbc, in cui Azarnykh brucia il suo passaporto siriano. L’ex insegnante di solito ricorre a sorridenti videomessaggi e a post in cui propone “contratti di un anno” per il “servizio militare”, promettendo una generosa paga e la concessione della cittadinanza russa.
L’emittente pubblica britannica ha identificato quasi 500 casi in cui la donna ha fornito documenti, definiti “inviti”, che consentono al destinatario di entrare in Russia per arruolarsi nell’esercito. Questi documenti riguardavano uomini provenienti principalmente da Siria, Egitto e Yemen, che avevano in precedenza inviato ad Azarnykh i dettagli dei propri passaporti per potersi arruolare.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IN BALLO C’È L’INDIPENDENZA DELLA PIÙ GRANDE AUTORITÀ MONETARIA DEL MONDO, CHE POTREBBERO CAUSARE UN’ONDA D’URTO CAPACE DI FAR TRABALLARE L’INTERO SISTEMA FINANZIARIO GLOBALE
Una difesa su tutta la linea. Le principali banche centrali mondiali hanno rotto gli indugi e si sono schierate apertamente a difesa dell’indipendenza della Federal Reserve e del suo presidente, Jerome Powell, dopo le mosse del Dipartimento di Giustizia statunitense che negli ultimi giorni hanno agitato (ma non troppo) i mercati e riacceso le preoccupazioni degli analisti sulla tenuta istituzionale della politica monetaria americana.
In una nota congiunta, i vertici di alcune delle più importanti autorità monetarie globali hanno espresso «piena solidarietà» alla Fed, definendo l’indipendenza delle banche centrali un pilastro essenziale della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica, nell’interesse diretto dei cittadini.
Una iniziativa che è il preludio a uno scontro aperto contro l’attivismo dell’amministrazione Trump verso la politica monetaria globale
Il testo a protezione di Powell, firmato dalla presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde a nome del Consiglio direttivo, dai governatori di Bank of England, Bank of Canada, Reserve Bank of Australia, Banco Central do Brasil e Bank of Korea, oltre ai vertici delle istituzioni monetarie di Svezia,
Danimarca, Norvegia, Svizzera e Sudafrica, nonché della Banca dei regolamenti internazionali, sottolinea che questa indipendenza deve essere preservata «nel pieno rispetto dello Stato di diritto e della responsabilità democratica».
Powell viene descritto come un banchiere centrale che ha servito con integrità, concentrato sul proprio mandato e guidato da un impegno costante verso l’interesse pubblico. Un linguaggio misurato, ma che riflette una preoccupazione reale e condivisa. Specie perché – a pochi giorni dal World Economic Forum di Davos – le turbolenze intorno all’autonomia strategica della Federal Reserve stanno aumentando.
Dietro la presa di posizione formale, spiegano fonti interne ai principali istituti monetari, c’è la consapevolezza che quanto sta accadendo negli Stati Uniti non è una questione confinata a Washington. A Francoforte, in particolare, il dossier viene letto anche come un potenziale fattore di rischio sistemico, capace di produrre ripercussioni globali se dovesse incrinare la credibilità o la libertà della Fed.
Dentro la Bce si continua a ribadire che lo scenario migliore per l’economia mondiale è quello in cui ogni banca centrale resta rigorosamente ancorata al proprio mandato, senza interferenze politiche né opportunismi.
Una Fed focalizzata sul ritorno dell’inflazione Usa verso il 2% e sul rispetto del suo doppio mandato – stabilità dei prezzi e occupazione – viene considerata a Francoforte un elemento di stabilità anche per l’area euro. Non perché l’Europa segua in modo automatico Washington, ma perché un sistema monetario globale ordinato richiede istituzioni prevedibili.
«Non c’è timore per una dollarizzazione dell’Ue, ma c’è una vigile attenzione su quello che sta accadendo», è la formula che ricorre nell’Eurosistema, a ribadire che le decisioni della Bce restano fondate sui fondamentali europei. Ma allo stesso tempo nessuno sottovaluta il peso della politica monetaria americana sull’equilibrio finanziario globale.
I tassi Usa incidono sulla parte lunga delle curve dei rendimenti, influenzano i premi a termine, orientano i flussi di capitale e si riflettono sul cambio dell’euro. È su questo terreno che la divergenza tra Fed e Bce, pur fisiologica, può diventare sensibile.
A Francoforte si spiega che il vero problema non è una differenza di tempi o di intensità nella restrizione o nell’allentamento monetario, bensì il rischio che i mercati inizino a dubitare della capacità della Fed di perseguire il proprio mandato in modo indipendente.
Scenari come un’inflazione statunitense che fatica a rientrare verso l’obiettivo, un improvviso irrigidimento delle condizioni finanziarie Usa con un aumento dei premi a termine, o una rivalutazione disordinata del ruolo futuro del dollaro sono considerati potenziali shock esterni per l’Eurozona.
Non ipotesi centrali, ma nemmeno remote, che potrebbero ripercuotersi sui mercati obbligazionari europei, sul costo del credito e sul tasso di cambio, restringendo lo spazio di manovra del Consiglio direttivo della Bce. Da qui la difesa compatta dell’indipendenza delle banche centrali, che va oltre il singolo caso Powell.
A Francoforte, come a Londra e Basilea passando per Seoul, Tokyo e Ottawa, prevale la convinzione l’esperienza storica metta in luce come la politica monetaria funzioni meglio quando è condotta su basi tecniche e accademiche, protetta dalle pressioni politiche di breve periodo. Le stesse che hanno indotto alla campagna denigratoria dell’amministrazione Usa verso Powell negli ultimi anni.
Finché questo equilibrio regge, spiegano fonti dell’Eurosistema, anche una divergenza marcata tra le politiche monetarie delle due sponde dell’Atlantico resta gestibile. Se invece l’indipendenza dovesse essere messa in discussione, l’onda d’urto attraverserebbe l’intero sistema finanziario globale, costringendo anche l’Europa a muoversi in un contesto più instabile. Uno scenario che sembrava impossibile fino a pochi mesi fa ma che sta guadagnando sempre più concretezza.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
PECCATO CHE IL BAGAGLINO ABBIA CHIUSO, AL SALONE MARGHERITA I COMICI HANNO SEMPRE AVUTO SUCCESSO
La notizia del giorno sono i prossimi spettacoli a pagamento di Roberto Vannacci: chi lo
desideri, su Ticketone può acquistare i biglietti per «Il mondo al contrario atto II – Remigrazione» in scena al teatro Verdi di Montecatini il 15 marzo: poltronissima 21 euro, poltronissima vip 25 euro. Più i diritti della piattaforma. Ma l’attenzione dei leghisti è concentrata più sulla notizia che potrebbe arrivare domani, con la relazione del ministro della Difesa Guido Crosetto sull’Ucraina. Subito dopo, saranno infatti messe ai voti le mozioni dei partiti. Per la maggioranza circola già una bozza, in corso di cesellatura in queste ore.
Ma c’è chi non esclude che i parlamentari più vicini al generale, nonché vice segretario della Lega, possano presentare una diversa mozione. I bookmaker, nel partito, danno le quote a favore del fatto che la mozione non arrivi. Anche perché in realtà, sono già chiare alcune posizioni: il più vannacciano dei deputati leghisti, Domenico Ziello, ha già fatto sapere che lui voterà contro. Lo stesso, Claudio Borghi. Di solito non viene incluso tra i vannacciani, ma sabato 7 febbraio parteciperà a un evento a Lucca (con simboli della Lega e del «Mondo al contrario») sulla «gestione pandemica in Italia». Mentre Domenico Furgiuele sarà assente dalla Camera per tutta la settimana. E probabilmente voterà no Domenico Pozzolo, già deputato FdI e oggi nel gruppo misto: si parla di lui ogni volta che si sente l’ipotesi che i vannacciani lascino il gruppo della Lega . Certo, i loro numeri non sono nemmeno vicini a quelli necessari a formare un gruppo. Anche aggiungendoci gli altri deputati dati per sensibili al generale: il pugliese Rossano Sasso, il veneto Erik Pretto, il siciliano Anastasio Carrà e i toscani Elisa Montemagno e Andrea Barabotti.
Peraltro, seppure spesso indicati come vannacciani, non è detto siano pronti a seguirlo. Spiega un leghista d’alto rango: «Noi probabilmente perderemo deputati. E chi sa che non potrà essere rieletto ragiona così: se Vannacci resta nella Lega, chiederà una quota di eletti suoi. Se il generale invece facesse liste a suo nome, loro sarebbero candidati naturali». Soprattutto, pare che la strategia di Roberto Vannacci ormai sia un’altra: farsi cacciare dalla Lega. C’è da pensarlo, visto il post pubblicato ieri sui social. L’immagine è quella del presidente ucraino Zelensky con gli occhi coperti da una banconota da cento dollari. Il lungo post sostiene che «oggi serve un decreto Italia non l’ennesimo decreto Ucraina. Io non cambio idea e, in coerenza con quanto fatto e votato finora a Bruxelles e con ciò che ho sempre sostenuto, dico no alla conversione in legge del decreto sulle armi all’Ucraina». Insomma, il vice segretario di un partito, mentre sono in corso le trattative sulla mozione di maggioranza, invita a votare diversamente dal partito. Con inequivocabile appello finale: «A tutti i parlamentari dico che il vostro voto favorevole prolungherà il conflitto e la sofferenza. Occorre fermare tutto questo con coraggio e coerenza». Salvini dovrebbe incontrare il generale nelle prossime ore.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
QUANTO VARREBBE UNA FORZA POLITICA GUIDATA DAL GENERALISSIMO? NON PIÙ DEL 2%. UNA CIFRA RESIDUALE, MA CHE PESEREBBE MOLTO PER UN CARROCCIO CHE ORMAI GALLEGGIA INTORNO ALL’8% …ECCO PERCHÉ SALVINI PERDONA TUTTO ALL’EX GENERALE. E PER TENDERGLI LA MANO, SALVINI VORREBBE FAR USCIRE DALL’AULA UNA DECINA DI PARLAMENTARI LEGHISTI DOMANI, DURANTE LA RELAZIONE DI CROSETTO SU KIEV
Roberto Vannacci imbraccia la baionetta e va all’assalto sul decreto aiuti per l’Ucraina. Ma a cosa punta davvero il generalissimo? Con un post social in cui compare Zelensky con gli occhi coperti da una banconota da cento dollari, ha invitato i parlamentari leghisti a “votare no alla conversione in legge del decreto sulle armi all’Ucraina”. Ovvero ad andare contro il governo e quindi il suo stesso partito.
Un modo plateale per minacciare lo strappo con il Carroccio, dopo mesi di allusioni neanche troppo nascoste sulla voglia di creare una sua forza politica partendo dai comitati “Il mondo al contrario”.Ma quanto varrebbe oggi il partito dell’ex generale della Folgore? Difficile immaginare che possa raggranellare più del due per cento.
Un dato residuale, che rappresenterebbe comunque un colpo durissimo per la Lega, che ormai galleggia intorno all’8 per cento, e si troverebbe “scoperta” a destra senza i consensi dei nostalgici della X Mas.
Per questo, nonostante le continue sparate, Matteo Salvini sta provando in ogni modo a trattenere Vannacci nel Carroccio. E, per lanciare un segnale al suo vice, potrebbe invitare una decina in parlamentari a uscire dall’aula domani, durante la relazione del ministro della Difesa Guido Crosetto sull’Ucraina.
Basterà questo espediente a rasserenare l’animo inquieto del generale? Di certo il Capitone si sta arrampicando sugli specchi per tenere insieme la baracca leghista.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
CROSETTO INTERVIENE SULLO SCAZZO: “MI HANNO DELUSO LE POLEMICHE INUTILI, INVENTATE AD ARTE”… DOMANI ALLA CAMERA ARRIVA LA RISOLUZIONE LEGHISTA PER PORTARE I MILITARI A PRESIDIO DELLE CITTÀ DA 6.800 A 10 MILA
Se la Lega insiste sull’aumento dei soldati nelle stazioni, FdI è pronta a una controproposta, che
sa di provocazione: benissimo, allora aumentiamo i fondi alla Difesa del meloniano Guido Crosetto e tagliamoli al Viminale di Matteo Piantedosi (in quota Carroccio). Perché la coperta, dicono i Fratelli, è corta e da qualche parte bisogna pur tirarla.
A destra si continua a battagliare sull’operazione “Strade sicure”. Lo scontro approda a Montecitorio: domani in commissione Difesa si inizia a discutere la risoluzione leghista, a prima firma Zoffili, per portare i militari a presidio delle città da 6.800 a 8mila almeno, fino a 10mila.
Ieri è tornato sull’argomento, due volte, Salvini. La prima per punzecchiare Crosetto. «Sbagliato tagliare i soldati, anzi c’è bisogno di più divise». Per una volta pure il grosso di Forza Italia (ma non tutti) converge: i soldati possono «dare un contributo straordinario di supporto», dice Antonio Tajani.
I Fratelli vogliono assumere più poliziotti, che «possono procedere ad arresti diretti, cosa che l’Esercito non può fare». Dopo giorni passati a sopportare le scorrerie lumbard, Crosetto si fa sentire: «Mi hanno deluso le polemiche inutili, inventate ad arte». Il ministro della Difesa rivendica di parlare per «atti concreti».
La missione Strade sicure, spiega via X, è stata potenziata nel 2025 ed è finanziata fino al ‘27. Il suo ragionamento è sul futuro, ricorda Crosetto agli alleati irrequieti: non per diminuire i presidi, ma per rafforzarli, sostituendo però i soldati con i carabinieri (anche ausiliari). «Tocca al Parlamento decidere».
Applaude Ignazio La Russa, favorevole a “Strade Sicure”: « All’amico Guido suggerisco di reintrodurre anche i pattugliamenti a piedi». La Lega comunque non molla. Riecco Salvini: «Crosetto? Benissimo, il mio obiettivo è confermare le attuali divise e aggiungerne altre»
Sempre domani Crosetto sarà in Parlamento per illustrare il decreto Ucraina. Nella bozza di risoluzione condivisa con i leghisti (a trattare è sempre Claudio Borghi) è scomparso dal titolo l’aggettivo «militari», si parla solo di «equipaggiamenti». Come per il decreto licenziato il 29 dicembre, in cui la parola «militari» è tornata al fotofinish.
Nel testo, ancora da limare, l’esecutivo si impegna a «valorizzare» gli aiuti civili, a rispettare le «sensibilità del
Parlamento» informando periodicamente le Camere (anche se gli invii di armi restano secretati). Così il centrodestra prova a evitare spaccature, anche se qualche forfait leghista in FdI se lo aspettano.
(da Repubblica)
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