Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
PATRIOTI DISERTORI: IL DISIMPEGNO ITALIANO DALL’ARTICO, SULL’ONDA DI QUELLO IN UCRAINA
Per Giorgia Meloni, che ha scommesso da sempre sulla convinzione che in Groenlandia Donald Trump non andrà mai fino in fondo – fino a rompere l’architettura della Nato – è un dilemma non indifferente.
I soldati francesi, tedeschi, norvegesi e svedesi inviati sull’isola dei ghiacci a segnare una linea rossa che gli Stati Uniti non potranno oltrepassare, pongono l’Italia nella difficile posizione di dover decidere.
La risposta, da quanto è stato possibile ricostruire, è no: il governo Meloni non ha intenzione di integrare con militari italiani il contingente europeo presente in Groenlandia, territorio autonomo che è parte della Danimarca.
Per il momento è così, e la presidente del Consiglio ne spiegherà i motivi da Tokyo dove è atterrata oggi, giorno del suo quarantanovesimo compleanno. Domani incontrerà la premier Sanae Takaichi a Kantei, residenza ufficiale del capo del governo, per un bilaterale che è stato preparato per consolidare e far salire di grado il partnerariato strategico tra Giappone e Italia.
L’esercitazione “Arctic Endurance” è la prima risposta dell’Europa agli atteggiamenti da bullo di Trump: un’operazione aperta ad altri potenziali contributi degli Stati membri. Meloni, come continuamente le sta accadendo da un anno – da quando cioè Trump è tornato alla Casa Bianca – dovrà decidere come esporsi.
E individuare il punto che la fa rimanere in perfetto equilibrio tra Bruxelles e Washington. Come è successo per la missione internazionale in Ucraina da cui Meloni si è sfilata, conterà anche il peso della variabile leghista: il partito di Matteo Salvini è sempre più riluttante a impegnarsi militarmente all’estero. Un duello a destra che la premier vuole evitare di far esplodere nell’anno che porterà alle elezioni.
(da La Stampa)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
BILANCIO DI PREVISIONE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO LIEVITA DI 32MILA EURO L’ESBORSO PER TENDAGGI E PULIZIE STRAORDINARIE
Il governo di Giorgia Meloni migliora un altro record: quello delle spese per gli uffici dei
consulenti a palazzo Chigi. Nel 2026, secondo il bilancio di previsione, i costi per gli uffici di diretta collaborazione (la schiera di consulenti ed esperti, assunti su base fiduciaria da premier, vicepremier e ministri senza portafoglio) viene sfondato il tetto dei 23 milioni di euro.
Un aumento di 390mila euro rispetto ai 22,6 milioni di euro dello scorso anno destinati agli uffici dei fedelissimi legati al mandato governativo.
Il raffronto con il primo anno di legislatura è ancora più emblematico: la presidenza del Consiglio, sotto la guida di Meloni, aveva messo in conto un esborso di 20,9 milioni di euro
appena si era insediata, peraltro scaricando le responsabilità sui predecessori, un grande classico della propaganda meloniana. «Le previsioni sono state effettuate considerando la spesa teorica prevista per le strutture del governo Draghi», si leggeva in quella nota.
Dal 2023 al 2026 palazzo Chigi, a trazione Fratelli d’Italia, si è spinto oltre le colonne d’Ercole: la cifra è cresciuta di poco più di 2 milioni di euro. La spending review non si applica sulle consulenze. Altrettanto lampante è il rapporto con gli esecutivi della precedente legislatura. Proprio in merito a Mario Draghi: con 18,8 milioni di euro, il suo esecutivo aveva messo in programma una spesa di circa 4,2 milioni in meno rispetto a Meloni.
L’incremento di costi in confronto al secondo governo di Giuseppe Conte si aggira sui 6,5 milioni di euro, mentre rispetto alla compagine gialloverde la distanza è di 6,2 milioni di euro. Insomma, l’attenzione ai collaboratori della destra è davvero da record. Nel lungo periodo si nota ancora di più.
In dieci anni i costi per gli staff sono esplosi: i 23 milioni di euro stanziati per il 2026 sono quasi il doppio rispetto al governo presieduto da Matteo Renzi, che era arrivato a spendere 12 milioni di euro. Paolo Gentiloni, invece, aveva previsto una spesa complessiva di 15,9 milioni di euro.
Tagli spaziali
Nel bilancio di previsione, che vale in totale 5,7 miliardi di euro, c’è un diluvio di altri capitoli dedicato alle uscite. Come anticipato dal Fatto quotidiano, ci sono altre voci che saltano all’occhio: lo stanziamento per il noleggio di veicoli (tra cui le
cosiddette auto blu) resta di 100mila euro così come per lo scorso anno, mentre lievita di 32mila euro l’esborso per tendaggi e pulizie straordinarie.
Ci sono organismi che devono rinunciare a cospicui trasferimenti di risorse. Prosegue così la sforbiciata alle politiche aerospaziali, già “colpite” dai tagli dello scorso anno: la riduzione dei finanziamenti, come riporta la nota, «all’Agenzia spaziale italiana (Asi), all’Agenzia spaziale europea, al Fondo complementare Pnrr – Sviluppo delle tecnologie satellitari nonché alla partecipazione italiana al programma spaziale Artemis» ammonta a 29,8 milioni di euro.
Anche il Dipartimento per la disabilità subisce una riduzione dei fondi di oltre 30 milioni di euro, ma la somma più sostanziosa – oltre 28 milioni di euro – riguarda la spesa per la formazione prevista per il 2025. In due anni la riduzione è stata in totale di 400 milioni di euro, andando in controtendenza rispetto alle necessità.
Diminuiscono di 14,7 milioni di euro i finanziamenti anche per il sottosegretario all’Innovazione, il meloniano Alessio Butti. A pesare, tuttavia, è la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza che per l’anno scorso ha garantito fondi per 14,3 milioni di euro
Di sicuro perde 2,4 milioni di euro per l’innovazione tecnologica e digitale, pareggiato in parte dal finanziamento di 2 milioni di euro elargiti per la celebrazione del bicentenario della morte di Alessandro Volta, che è stata affidata al Dipartimento di Butti.
La scure si è abbattuta in parte sulle politiche per gli affari regionali di Roberto Calderoli, che devono rinunciare a poco meno di 2 milioni di euro. Soprattutto diminuiscono di 1,6 milioni di euro gli investimenti per la compensazione degli svantaggi dell’insularità
Nella partita di giro delle deleghe, 2,6 milioni delle politiche per la Coesione vengono trasferiti alle politiche per il Sud, affidate all’ex segretario della Cisl, Luigi Sbarra. A brindare è invece il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che vedrà aumentare di 47 milioni di euro la dotazione a disposizione, in virtù dei 50 milioni di euro destinati al Fondo per la realizzazione dell’Olimpiade invernale di Milano-Cortina.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
EFFICIENZA SOVRANISTA: IL 60ENNE HA RICEVUTO LE PRIME ATTENZIONI DOPO TRE ORE, CON L’INSERIMENTO DI UN CATETERE, E SOLO DOPO CINQUE ORE L’ECOGRAFIA … LA MOGLIE DELL’UOMO: “NON SONO ARRABIATA SOLO PER LUI MA ANCHE PER TUTTE LE PERSONE CHE STAVANO ASPETTANDO LÌ, QUALCUNO ANCHE DAL GIORNO PRIMA. C’È POCO PERSONALE E CHI LAVORA LO FA CORRENDO”
Costretto ad attendere oltre otto ore per una barella in pronto soccorso, nonostante un grave tumore che gli causa un dolore che gli impedisce di stare seduto a lungo. È quanto accaduto a Franco, un 60enne residente a Senigallia (Ancona), che lunedì scorso, dopo ore di attesa nel pronto soccorso della città marchigiana, è stato costretto a stendersi a terra nell’attesa di una barella su cui sdraiarsi.
Ad accompagnarlo in ospedale la moglie, Cecilia, 56 anni, che ha preferito andare autonomamente in pronto soccorso, senza fare ricorso all’ambulanza. “Franco soffre di un grave tumore e io non sono arrabbiata solo per lui, – ha detto all’ANSA la donna – Ma anche per tutte le persone che stavano aspettando lì, qualcuno anche dal giorno prima. C’è poco personale chi lavora lo fa correndo. I dirigenti dovrebbero fare qualcosa per evitare tutto ciò”.
Secondo il racconto della moglie del paziente, dopo l’accettazione avvenuta alle 8.20 in pronto soccorso, nonostante la grave cartella clinica presentata, Franco ha ricevuto le prime attenzioni dopo tre ore, con l’inserimento di un catetere, e solo dopo cinque ore l’ecografia. Costretto a stare seduto su una sedia e a sdraiarsi in terra su una coperta recuperata dalla moglie, con la flebo applicata, in attesa di una barella, consegnata da un’infermiera intorno alle 16.
Il caso è stato portato all’attenzione da Paolo Battisti, ex consigliere comunale di Senigallia dal 2010 al 2015 e capolista del Movimento 5 stelle per le elezioni comunali che si svolgeranno in primavera: “il personale dell’ospedale di Senigallia fa un grande lavoro – sottolinea Battisti – ma è sotto organico, mancano le Tac necessarie e deve essere ancora ù
indetto un concorso per il primario del Pronto soccorso”.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTE LE TAPPE DELLA VICENDA, DALLA VISITA DI GHIGLIA NELLA SEDE DI FDI, FINO ALLE DIMISSIONI DEL SEGRETARIO GENERALE DEL GARANTE, ANGELO FANIZZA
Le perquisizioni di oggi, con la notizia dell’indagine avviata del collegio del Garante della
Privacy, sono l’ultimo sviluppo di uno scontro tra Report e l’Autorità che ha accesso il dibattito negli ultimi mesi.
La miccia si è accesa il 23 ottobre scorso con la notifica di una sanzione di 150 mila euro alla Rai per la diffusione da parte di Report dell’audio tra Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, in merito alla vicenda con protagonista l’ex ministro e Maria Rosaria Boccia.
“Qualcuno sta armando il Garante della Privacy per punire Report e dare un segnale esemplare a altre trasmissioni”, ha attaccato il conduttore Sigfrido Ranucci, in collegamento con una conferenza stampa organizzata al Parlamento europeo di Strasburgo.
Da lì il livello dello scontro si è alzato. Report ha trasmesso immagini che immortalavano il membro dell’Autorità Garante per la privacy Agostino Ghiglia, indicato da Fratelli d’Italia, nella sede del partito il giorno prima della sanzione inflitta al programma di Rai 3. La trasmissione ha ipotizzato, in sostanza, che potesse aver preso ordini, ma lui ha negato, sostenendo di essersi recato lì per altre ragioni.
Poi Report ha rincarato la dose, sostenendo che nell’ottobre del 2024 “l’ex ministro Sangiuliano ha inoltrato per messaggio ad Agostino Ghiglia i ricorsi presentati da lui e dalla moglie sulla vicenda Boccia.
Ghiglia ha coinvolto d’urgenza un componente della sua segreteria, Cristiana Luciani, moglie di Luca Sbardella, deputato di FdI in commissione di Vigilanza Rai. I due reclami sono stati inseriti tra le attività urgenti da trattare”.
Ghiglia ha ammesso di aver ricevuto il messaggio da Sangiuliano, ma ha negato di aver esercitato pressioni. Quindi ha diffidato il programma dal mandare in onda il servizio e accusato la trasmissione di aver violato la sua corrispondenza.
Report non si è fermata e, in una puntata successiva, ha denunciato che nel 2021, in piena pandemia da Covid, il componente dell’Autorità contattò Giorgia Meloni per avvisarla dell’avvertimento all’esecutivo, allora guidato da Mario Draghi, sull’uso del green pass.
Poi sono arrivati i presunti conflitti di interesse dei componenti dell’Autorità, compreso il presidente Pasquale Stanzione, in particolare per i rapporti con la famiglia Sica dei legali di Sangiuliano, ma anche con la Link Campus University, coinvolta in un ricorso “per il quale votò per il semplice ammonimento: è
la prova – ha accusato Ranucci – che la mano del Garante è ‘dual use’, di piuma con gli amici, di piombo con i nemici degli amici e anche dei partiti di riferimento”.
Poi ancora il caso della sanzione meramente formale, nonostante le irregolarità riscontrate nella tenuta della comunicazione relativa al trattamento dei dati, irrogata alla Ita Airways, nella quale il responsabile della protezione dei dati era un avvocato membro dello studio legale fondato da Guido Scorza, altro componente del Collegio ora indagato, del quale tutt’ora risulta partner la moglie di quest’ultimo.
Nel mirino della trasmissione anche i costi dell’Autorità, gli stipendi, i viaggi in business, le spese, i rimborsi “anche per le spese fitness e lavanderia”. E il caso del sito sessista Phica.net: nonostante le segnalazioni di 17 donne, “il Garante – ha rilevato Ranucci – ha ritardato nel capire che si trattava di un sito sessista: non sono mai intervenuti né per bloccare né per segnalare il sito”. Spazio poi alla vicenda delle irregolarità riscontrate sugli smart glasses di Meta e all’incontro tra Ghiglia e il responsabile istituzionale di Meta in Italia.
“Una multa ipotizzata dagli stessi dipartimenti tecnici che era di 44 milioni – ha spiegato Ranucci -, diventò di 12,5 milioni, poi di 1 milione cadendo pure in prescrizione”. Ghiglia parlò ancora una volta di mistificazioni. Dopo il rifiuto di lasciare l’incarico da parte dei componenti del collegio a seguito delle richieste di dimissioni arrivate da più parti all’indomani dell’inchiesta di Report, a fare un passo indietro è stato poi, quasi due mesi fa, la figura al vertice della macchina amministrativa dell’Autorità, il segretario generale Angelo Fanizza.
E la motivazione risiedeva proprio in un tentativo di violazione della privacy, evidentemente finalizzata alla ricerca della talpa che permesso la diffusione delle informazioni e della corrispondenza interna. La prova in un documento riservato in cui Fanizza chiedeva al dirigente del dipartimento informatico di provvedere urgentemente all’estrazione della posta elettronica dei dipendenti.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
GIAN ANTONIO STELLA: “L’EX IENA, DECISA A DIMOSTRARE COME FUNZIONA LA FAMIGERATA ‘LEGGE MANCIA’ SICULA, COSÌ CHIAMATA PERCHÉ OGNI ANNO DISTRIBUISCE UN MUCCHIO DI SOLDI PER CONTO DEI DEPUTATI ISOLANI, HA SCELTO CON CURA LE PAROLE PIÙ BUROCRATICHE POSSIBILI PER RIUSCIRE A FAR ASSEGNARE SOLDI A MUNICIPI CHE ‘RISULTANO DOTATI DI “AMBITI DI COORDINAMENTO TERRITORIALE INTERSETTORIALE’. MA È SOLO UNA FAKE”
La «legge mancia» siciliana entrata nella leggenda per le decine di milioni di euro gettate a coriandoli sulla plebe clientelare, ha centrato un nuovo traguardo: lo stanziamento in Gazzetta Ufficiale di «1.000 migliaia di euro» (un milione, ma scritto così fa più effetto) a Comuni inesistenti. Che vuol dire inesistenti? Che non ci sono.
Certo, Ismaele La Vardera, l’ex incursore delle Iene oggi deputato all’Ars (nonostante anni fa avesse beffato Meloni, Salvini e Giorgetti facendosi da loro candidare a sindaco di Palermo per fare un film farsa sulla politica) non poteva infilare nella legge finanziaria il paese dei Panotii o Lilliput.
Ma deciso a dimostrare che la famigerata «legge mancia» sicula, così chiamata perché ogni anno distribuisce un mucchio di soldi per conto dei deputati isolani, ha scelto con cura le parole più burocratiche possibili (nella certezza che nessuno dei burocrati
avrebbe controllato) perché fossero assegnati, come spiega «l’Art. 56, comma 8, “Contributi agli enti locali” della “Legge di stabilità regionale per il triennio 2026-2028”» a favore dei municipi che «risultano dotati di “ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale”, istituiti nell’ambito dei piani comunali di assetto organizzativo».
Con la specifica che «le risorse sono ripartite per il 40% in parti uguali e per il 60% in proporzione all’estensione territoriale degli ambiti riconosciuti ai sensi del presente comma».
Cioè? Ricerca su Google: «Ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale». Risposta: Nessun risultato. Solo una fake.
Ma valeva bene di prendere per i fondelli, di questi tempi, una cosa seria come la finanziaria siciliana?
Sì, risponde Ismaele La Vardera, questa sera ospite a Piazzapulita di Corrado Formigli: «Dopo aver visto l’ennesimo tradimento della promessa di chiudere con le “leggi mancia” l’unica risposta era una “supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra”. Adesso è chiaro che i soldi vengono distribuiti senza controllo». E meno male che Renato Schifani l’anno scorso aveva detto che d’ora in poi la finanziaria sarebbe stata improntata a «principi di eguaglianza, imparzialità e continenza»
Gian Antonio Stella
per il “Corriere della Sera”
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL 90% NON CONDIVIDE LE MIRE ESPANSIONISTICHE DEGLI USA SULLA GROENLANDIA. PER L’84% DEGLI ITALIANI, TRUMP STA RENDENDO IL MONDO MENO SICURO … LA DEPOSIZIONE DEL DITTATORE VENEZUELANO MADURO L’OPINIONE PUBBLICA È DIVISA A METÀ: IL 50,6% D’ACCORDO, IL 49,4% CONTRARIO
La dottrina di Trump non convince gli italiani che sono preoccupati per la sicurezza mondiale e
la tenuta delle democrazie occidentali, e non condividono le mire degli Usa. Su Maduro però l’opinione pubblica è divisa esattamente a metà. È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Izi, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione l’Aria che Tira condotta da David Parenzo su La 7.
In generale la maggioranza degli italiani (58%) ritiene che sia diritto di uno Stato democratico intervenire militarmente contro un’altra nazione soltanto preventivamente per questioni di sicurezza nazionale , ma c’è un 42% degli intervistati che sostiene si possa intervenire per abbattere un Governo dittatoriale. Come è accaduto in Venezuela . Ed infatti l’opinione della popolazione italiana è del tutto spaccata sulle modalità di cattura e deposizione del Presidente venezuelano Maduro: il 50,6% è d’accordo con la linea del governo italiano che appoggia Trump mentre il 49,4% è contrario .
Plebiscitaria l’opinione riguardo alla vicenda della Groenlandia : più del 90 per cento degli intervistati da Izi ritiene che le mire espansionistiche degli Usa sulla regione non siano legittime e neppure condivisibili.
Altrettanto netto e negativo il giudizio sulla politica estera statunitense che per l’84% degli italiani sta rendendo il mondo meno sicuro. Per più del 73% infine gli Stati Uniti, alla luce dei recenti avvenimenti , non si possono più considerare come una piena democrazia.
(da “Izi” – “L’aria che Tira”)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONFINE TRA PUBBLICO E PRIVATO, COME NEL ‘700, SI ERODE, E I MONOPOLI VENGONO INCENTIVATI COME STRUMENTI DI POTENZA NAZIONALE… LE CONVERGENZE CON PUTIN
Mentre molti pensatori di sinistra sono ancora fermi alla critica del “neoliberismo”, il mondo che Trump sta costruendo è guidato dai principi del mercantilismo del XVII secolo.
Le scelte di Trump sono spesso ridicolizzate dagli economisti di professione, che lo descrivono alla stregua di un infante analfabeta. Eppure, queste scelte sono coerenti con la teoria mercantilista nata nell’Europa moderna e abbracciata, ad esempio, da Jean-Baptiste Colbert, ministro delle Finanze di Luigi XIV.
«Non vogliamo accordi commerciali, vogliamo acquisire beni strategici», ha dichiarato Trump. Nel capitalismo liberale, contratti, trattati e scambi commerciali sono il principale strumento per creare valore. Con Trump si passa dallo scambio al possesso. La Groenlandia e il Venezuela, come le colonie degli imperi europei ottocenteschi, sono territori da cui estrarre risorse. Anche le rotte marittime diventano contese, privatizzate e militarizzate. Chi non si adegua è un pirata.
I dazi sono un’aberrazione per il pensiero economico liberale perché distorcono il libero scambio. Nel mondo di Trump sono invece strumenti politici che servono a forzare comportamenti, disciplinare alleati e rivali, e riorganizzare la produzione nazionale per ridurre la dipendenza da altre nazioni. I disavanzi commerciali non sono il risultato del vantaggio comparato, ma la prova dello sfruttamento.
Mentre il capitalismo liberale tollera gli squilibri perché presuppone un’espansione senza fine, “il capitalismo della finitudine”, descritto in modo mirabile in un libro recente dello storico francese Arnaud Orain, interpreta ogni squilibrio come una sconfitta esistenziale: «Per decenni il nostro Paese è stato saccheggiato, depredato, violentato e sfruttato», ci ha spiegato Trump. Gli indicatori macroeconomici diventano giudizi morali e politici. Il deficit è la prova che non ci sono risorse sufficienti per tutti e giustifica coercizione, protezionismo e monopolio.
Esiste una convergenza paradossale con il pensiero ecologico del Novecento, che metteva in guardia contro l’esaurimento del pianeta.
Trump rilegge quelle preoccupazioni in chiave di potenza.
Il capitalismo della finitudine nasce dall’ansia degli elettori di fronte a un mondo percepito come finito. In questo contesto, lo sviluppo economico non è più un processo cooperativo ma un gioco a somma zero: se qualcuno vince, qualcun altro perde.
La sintonia tra Trump e Vladimir Putin è più profonda di quanto molti commentatori abbiano riconosciuto. Per entrambi, il confine tra autorità pubblica e capitale privato si erode. Le imprese controllano territori, infrastrutture, dati e persino l’uso della violenza
Piuttosto che cercare di regolare o smantellare i monopoli, Trump li ha celebrati come strumenti di potenza nazionale.
Non è quindi ammissibile avere istituzioni che governano l’economia, come appunto la banca centrale guidata da Powell, separate dal potere politico. In Russia, lo Stato promuove gli interessi economici con ogni mezzo possibile, compresa la guerra, e gli industriali operano al servizio della politica di potenza.
Come Trump favorisce imprenditori a lui vicini quali Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, che diventano plenipotenziari dell’aspirante monarca, così Putin assegna ai suoi fedelissimi posizioni di monopolio in settori chiave dell’economia.
Storici come Marc Bloch, Frederic Lane e Arnaud Orain ci ricordano come il mercantilismo perse la sua battaglia intellettuale con la pubblicazione de La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. Il filosofo scozzese intendeva fondare il capitalismo sulla promessa dello scambio, del vantaggio competitivo e delle istituzioni indipendenti, eliminando così la violenza dall’economia internazionale.
Ufficialmente messo al bando dalla retorica liberale, il mercantilismo è però la dottrina che ha dominato lunghi periodi della storia europea, dal sedicesimo secolo al diciottesimo e poi dal 1880 al 1945. Studiosi insigni come Gustav Schmoller e Joseph Schumpeter lo hanno celebrato perché capace di schiacciare rivali, difendere la nazione e promuovere il progresso tecnologico.
Oggi questa dottrina è uscita dal cono d’ombra in cui era stata confinata dopo il 1945 per diventare protagonista del capitalismo del ventunesimo secolo. Lo spettro mercantilista, che è alla base dell’imperialismo e del colonialismo europei, ha oggi i volti di
Trump e di Putin. Il presidente della Fed, Powell, è solo uno dei suoi tanti bersagli.
(da La Stampa)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA A BRUNO SGARZINI, GIORNALISTA INTERNAZIONALE SPECIALIZZATO NEL VENEZUELA
Bruno Sgarzini, argentino di nascita, è un giornalista e un analista internazionale, specializzato
sul Venezuela, paese in cui ha vissuto otto anni. Nel suo lavoro si occupa di Latino America e Stati Uniti, collaborando con diversi mezzi d’informazione, attualmente con Diario Red America Latina. Ha vinto, in gruppo con altri giornalisti, il premio Simón Bolívar di giornalismo in Venezuela. Parliamo con lui degli effetti sul Venezuela e sulla regione latino-americana del sequestro di Nicolás Maduro da parte di Trump, della situazione che sta attraversando il chavismo guidato da Delcy Rodríguez, delle condizioni dell’opposizione venezolana, della strategia del presidente americano nella ridefinizione degli assetti di potere economico e politico nel mondo.
Trump bombarda il Venezuela e sequestra Maduro: che significa questa azione nella strategia del presidente americano?
Bisogna guardare alla questione come in continuità tra la prima amministrazione e la seconda amministrazione di Trump. Nella prima amministrazione, Trump, continuando nella linea di Obama che aveva dichiarato il Venezuela una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e che aveva attivato una serie di disposizioni legali per sanzionare gli alti funzionari venezolani, si propone l’obiettivo di favorire un cambio di regime, con l’appoggio deliberato dell’opposizione venezolana. Dopo le proteste del 2017 in Venezuela, Maduro cerca una via d’uscita nella Costituente che sostituisce nella pratica l’Assemblea Nazionale bloccata in quel momento dall’opposizione, che non voleva approvare nessuna nuova emissione di debito né alcun accordo petrolifero. Il Venezuela aveva un deficit fiscale molto forte e con questo blocco l’opposizione trova un modo per
distruggere la gestione economica del chavismo che veniva già da una situazione difficile, anche per il declino del prezzo del petrolio che era sceso da oltre 100 dollari il barile a 20 dollari. Quando Maduro tenta questa via d’uscita, Trump comincia con un ciclo di sanzioni che proibisce al Venezuela di emettere debito, colpendo la base dello Stato venezolano per potersi finanziare. È allora che nell’amministrazione Trump si comincia a parlare di cosa fare con Maduro e non si scarta la stessa opzione militare. Su cui poco dopo Trump consulta gli altri presidenti dell’America Latina – c’erano allora Iván Duque in Colombia, Bolsonaro in Brasile, Piñera in Cile – ma questi gli dicono che non è il caso di farvi ricorso. Nel 2019 comincia una fase di confronto molto più aspro tra le due amministrazioni col riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Juan Guaidó, allora leader dell’opposizione, come presidente ad interim del Venezuela e con l’embargo di gran parte dei conti esteri venezolani, che finisce col dare un colpo mortale alle finanze del paese. Il Venezuela comincia a commercializzare il grezzo con buques en la sombra, (navi fantasma che eludono le sanzioni, ndr), e se prima guadagnava 60-70 dollari al barile, ora comincia ad averne appena 50, perché lo vende scontato per paura delle sanzioni. Durante la pandemia comincia il collasso della produzione del petrolio, da un milione di barili l’anno a 300.000 barili annui. Guaidó nel 2019 chiama i militari a ribellarsi contro Maduro, nell’amministrazione americana credono di avere alcune alte cariche del regime chavista dalla loro parte, ma il tentativo di colpo di Stato fallisce completamente perché nessuno del chavismo risponde all’appello di Guaidó. Questo
determina in Trump una profonda frustrazione politica, perché forse questa vicenda rappresenta la sconfitta principale subita nel suo primo mandato.
Come reagisce allora Trump nel suo secondo mandato?
La controversa elezione presidenziale del 2024 con l’elezione di Maduro non riconosciuta dalla maggioranza dei paesi del mondo, finisce con l’essere una sconfitta politica per il chavismo, perché lo isola da una parte dei suoi alleati e riceve molte critiche da parte della sinistra e non realizza quel processo di legittimazione internazionale che Maduro ricercava e che avrebbe favorito l’apertura e l’avvicinamento con gli Stati Uniti per alleggerire le sanzioni e rinnovare il debito che il Venezuela ha in buoni di Stato statunitense. Nel governo di Trump c’erano inizialmente due posizioni nei confronti del Venezuela, poi prevale quella più bellicista di Marco Rubio che mette insieme i problemi dell’immigrazione, della droga e il tema del petrolio identificandoli col Venezuela e con Maduro e così si arriva al dispiegamento militare statunitense nei Caraibi per dimostrarne la forza nell’emisfero occidentale, intimidire il Venezuela e cominciare una campagna di bombardamento sulle imbarcazioni accusate di narcotraffico. Convertendo Maduro in un criminale profugo del sistema statunitense, si conclude il ciclo di criminalizzazione del Venezuela come uno Stato quasi fallito e si arriva al suo sequestro con un bombardamento sulla capitale. L’effetto è quello di intimidire i leader dell’America Latina e gli altri leader mondiali, come si sta vedendo nel caso della Groenlandia.
Dopo la cattura di Maduro, il chavismo rimane al suo posto almeno formalmente, ma non c’è una mobilitazione popolare importante a suo sostegno. Si può dire che il governo di Delcy Rodríguez sia sotto la tutela degli Stati Uniti?
Il chavismo si trova in una situazione un po’ complicata, perché Trump, come ci ha abituati, genera sempre una narrazione sui social in cui lui figura come quello che dirige tutti i processi che mette in moto, soprattutto all’estero. E rispetto al Venezuela lo fa con una strategia di relazioni pubbliche, dicendo “noi stiamo comprando al Venezuela tanto petrolio”, oppure “stiamo liberando molti prigionieri politici”. Nella realtà succedono cose che sono difficili da catalogare come un governo indiretto, perché per il momento c’è solo un accordo parziale col governo venezolano secondo cui i barili di petrolio che sono immagazzinati per effetto del blocco marittimo che è stato applicato al Venezuela saranno venduti agli Stati Uniti. Anche nel caso dei prigionieri politici, Trump ha detto che sarebbero stati liberati tutti e invece ne è stato liberato un numero ridotto, peraltro il governo venezolano ne aveva già liberati una parte prima, ossia che il governo venezolano continua a controllare la vita politica del paese, con uno stato di eccezione interno che gli permette il dispiegamento delle forze dell’ordine in tutte le strade venezolane. L’unità del blocco chavista si mantiene, i fratelli Rodríguez, Delcy e Jorge, sono alla guida rispettivamente del paese e del parlamento; Diosdado Cabello e Padrino López, che sono i due uomini forti del regime, sono al fianco della presidente. Sembra che ci sia un coordinamento per quanto riguarda il petrolio, che per l’embargo che soffre il Venezuela è un tema problematico, perché ormai nel paese entrava solo il
danaro delle navi fantasma…
Ossia che l’accordo con gli Stati Uniti di vendita del petrolio potrebbe risultare addirittura vantaggioso per il Venezuela?
Può essere vantaggioso se arrivano gli investimenti che stanno dicendo gli americani per riattivare le infrastrutture del settore petrolifero.
Ma le petroliere statunitensi non sembrano così convinte che si tratti di un business.
Ci sono due tipi di petroliere, quelle grandi e quelle più piccole. Le più grandi hanno cause giuridiche aperte col Venezuela e stanno chiedendo che ci sia un cambio completo di tutta la struttura commerciale, così che lo Stato venezolano non abbia tanta presenza nel settore. Poi ci sono quelle minori, che sono preparate per trattare il grezzo venezolano e che sarebbero interessate a una diversificazione del prodotto. Non dobbiamo pensare solo alla necessità di grandi infrastrutture per aumentare la produzione di grezzo venezolano, perché ci sono moltissimi pozzi che hanno bisogno di investimenti di breve e medio periodo che possono generare un guadagno per queste imprese. Quindi può essere un buon affare per molti settori, passando magari dalla produzione di un milione di barili annui di adesso a un milione e 500.000 barili l’anno. E per il governo venezolano sarebbe una boccata d’ossigeno importante, perché il Venezuela stava fermando la produzione di grezzo per non poterlo collocare sull’esportazione, con un effetto devastante sull’economia interna.
Perché Trump preferisce fare la transizione con Delcy Rodríguez piuttosto che con la leader dell’opposizione María Corina
Machado, perché una ha il potere e l’altra no?
Credo che ci sia una questione di potere, ma anche delle cattive relazioni che sono rimaste con Guaidó e che continuano a pesare sull’opposizione venezolana. Trump non vede l’opposizione venezolana come funzionale al raggiungimento della stabilità dello Stato venezolano nel breve e medio periodo. Perché l’opposizione venezolana non è nel paese, non ha alcun sostegno nell’ambito militare, l’opposizione venezolana si è in qualche modo auto-annullata per influire sulle questioni militari, nei fatti stava chiedendo un’invasione e un attacco alle basi militari del paese. Trump è interessato a trasmettere un’immagine di vittoria di breve e medio periodo, nel senso che ora può affermare: “Io mi sono proposto di finire col traffico di droga con gli Stati Uniti, che sappiamo essere appena dell’8%, di finire col flusso di migranti e di farla finita col capo di un cartello narco-terrorista come Nicolás Maduro, e tutto questo l’ho realizzato”. Quest’immagine si potrebbe rovinare se venisse fuori una Venezuela ingovernabile, che non gli fosse perciò funzionale per vendere l’entrata del petrolio venezolano nel mercato statunitense come il motore che abbassa il prezzo della benzina.
Trump ha bisogno della stabilità del Venezuela per potere fare il suo business sul petrolio.
Lui cerca sempre di rappresentare un’immagine di vittoria nel breve e medio periodo che gli permetta nell’arena interna statunitense di rivendicare il buon lavoro fatto.
Trump è andato al potere con lo slogan “America first”, dicendo che si sarebbe occupato dell’America senza intervenire o fomentare conflitti esterni e invece sta facendo il contrario. O la
sua è una strategia coerente?
Trump sostiene che lo slogan “America first” si fa con la forza. Ossia “Noi non siamo come Bush che va in un paese, lo invadiamo, portiamo i nostri soldati a morire e lo gettiamo in una crisi profonda. Noi invece andiamo, colpiamo e ce ne andiamo via, così che il resto dei paesi si faccia carico regionalmente di questa crisi. Quello che io voglio realizzare me lo porto via: del Venezuela mi porto via il petrolio, della Groenlandia mi prendo i minerali, dall’Europa prendo l’impegno a investire negli Stati Uniti a cambio di una riduzione dei dazi”. È la sostituzione dell’intervento militare classico con questo intervento “chirurgico”, che spaventi la società in modo che i suoi governanti facciano quello che lui vuole. Il problema è che, nel caso del Venezuela, Trump rischia di cadere in trappola nel lungo periodo. Come abbiamo visto, Maduro non c’è più in Venezuela ma rimane il regime chavista e bisognerà vedere cosa succederà con María Corina Machado, con la transizione alla democrazia. Perché il governo Trump continua a voler cambiare il governo chavista e continua con il dispiegamento militare fuori del Venezuela. Allora il fatto che possa perdere nel medio e lungo periodo il controllo del Venezuela simbolico e indiretto lo porterà a voler ammonire la leadership chavista con ulteriori minacce militari. Tenendo anche in conto che l’elemento agglutinante del chavismo ora è Cabello e che rappresenta l’ultimo chavista forte che rimane in Venezuela. Ossia che è una tentazione per Rubio e lo stesso Trump andare contro quest’ultimo rappresentante forte del chavismo, per poi, fatte le riforme che interessano agli Stati uniti, trovare uno spazio per il
trasferimento del potere all’opposizione venezolana.
Ossia, lei dice che a un certo punto Trump dovrà misurarsi col tema dell’opposizione venezolana e che questo possa preludere a un nuovo attacco militare?
Credo che siamo di fronte a una situazione di stabilità con conflitto, dopo l’attacco traumatico per la società venezolana, anche il chavismo sta ridefinendo la propria risposta, provando a ridurre il livello dello scontro con Trump così da dargli una scappatoia politica e farlo smettere di parlare del Venezuela. La situazione continua a essere conflittuale perché l’opposizione ha molto potere come lobby nell’apparato repubblicano e il chavismo continua a essere forte. È una situazione che può evolvere in vari modi e ricordiamoci che a novembre ci sono le elezioni di mezzo mandato per Trump e qualsiasi passo falso all’estero si ripercuote negativamente sul piano interno.
Trump recupera la dottrina Monroe: in che cosa l’aggiorna?
L’obiettivo di Trump è quello di un imperialismo di risorse, ossia di un imperialismo che va alla rapina di risorse naturali in spazi geografici importanti, strategici. Il modo utilizzato per realizzare questo obiettivo è un’assoluta novità. Perché Trump cerca di tenere assieme tutti gli strumenti del potere statunitense in una maniera più assertiva, ossia “ti minaccio con i dazi, ti minaccio pubblicamente o provo a intervenire nei processi elettorali, annuncio pubblicamente il dispiegamento militare”. Mentre prima si utilizzavano gli argomenti relativi alla democrazia o alla presenza di armi di distruzione di massa, ora invece Trump esplicita l’obiettivo, come per esempio quello di appropriarsi del petrolio. E utilizza tutti questi strumenti del
potere allo stesso tempo.
Che effetti ha l’attacco in Venezuela sul continente latino-americano? E perché questa regione è diventata così strategicamente importante nel mondo?
Perché secondo la Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump, secondo la dottrina Monroe, oggi rinominata Donroe, lo spazio latino americano e le sue risorse naturali sono ciò che permette agli Stati Uniti di competere contro le altre potenze globali, soprattutto la Cina. Non solo per assicurarsi le risorse naturali come Stati Uniti e le sue imprese, ma anche per negare le risorse naturali e il mercato di capitali alle imprese cinesi.
Che effetti produce l’attacco al Venezuela su quello che conoscevamo come ordine mondiale fondato su regole, diritto internazionale e multilateralismo?
Si dice spesso che c’è una sorta di ripartizione del mondo tra Cina, Russia e Stati Uniti che si muovono un po’ come vogliono, con gli altri paesi a fare da convitati di pietra. Il fatto però è che il mondo non è diviso solo in tre grandi potenze, ma sempre di più c’è l’emersione di Stati intermedi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, Israele, il Giappone, le Filippine, l’India, la Thailandia e che anche queste potenze regionali possono fare lo stesso, non rispettare il diritto internazionale senza soffrire alcun tipo di conseguenza per il fatto di essere alleati di una delle potenze mondiali. E questo porta a un mondo ogni volta più selvaggio, una giungla dove ognuno può fare quello che vuole e prendere il controllo dello spazio geografico che desidera, come in Sudan con la milizia sostenuta da Emirati Arabi o nel genocidio di Gaza operato da Israele. E quello che fanno gli Stati
Uniti è formalizzare la sua disponibilità a fare la stessa cosa e ad andare alle ultime conseguenze, attaccando le principali organizzazioni internazionali che potrebbero comminare pene anche simboliche, come la Corte Penale Internazionale. Ossia, rimaniamo nel mondo senza uno spazio che consenta agli Stati più deboli di difendersi ed esercitare la propria sovranità. Questo è molto pericoloso, perché ci porta a conflitti che possono essere sempre più lunghi, profondi e difficili da risolvere pacificamente. Oltretutto in uno dei momenti di maggiore proliferazione di armi nucleari della storia.
(da Fanpage)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
“TRUMP? PER LA POPOLAZIONE E’ UN PAZZO CRIMINALE”
“Come si vive in Groenlandia? In questo momento con la sensazione di essere al centro del mondo per le tensioni tra USA e Europa. C’è tensione, c’è paura”.
A parlare è Fabrizio Barzanti, musicista e fonico che vive da anni in Groenlandia e che ha raccontato come è vivere sull’Isola dell’Artico su cui si stanno concentrando le mire espansionistiche del presidente USA Donald Trump per “motivi di sicurezza nazionale”.
Proprio ieri si è tenuto a Washington un vertice tra Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti ma non c’è stata alcuna intesa sul futuro di Nuuk, mentre gli abitanti continuano a vivere giorni di incertezza.
“Indubbiamente tutta questa attenzione non è benvenuta. C’è tensione, c’è paura. Le sensazioni sono miste”, ha ribadito Barzanti in un video inviato a Scanner, il podcast daily di Fanpage.it condotto da Valerio Nicolosi, aggiungendo: “La maggioranza dei groenlandesi non è felice di tutta questa attenzione mediatica. Soprattutto, ci sono un sacco di giornalisti che vanno in giro, fermano la gente, chiedono interviste. Per cui c’è un po’ di subbuglio, indubbiamente”.
Gli abitanti sono spaventati dalle parole di Trump. “Anche perché è la nazione più grande del mondo che vuole prenderne il controllo, addirittura invadere un paese sovrano come la Groenlandia. Ricordo che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca, ma ha comunque una sua autonomia. Sono spaventati, la domanda che tutti si fanno è: cosa ne sarà del nostro futuro? E dei nostri figli?. Lo scorso anno è stato fatto un sondaggio, ed è emerso che l’85% della popolazione non vuole essere annessa agli Stati Uniti”.
Dell’ex tycoon invece sempre oltre l’80% dei groenlandesi pensa sia “un pazzoide criminale, narcisista. E però siede nella stanza dei bottoni, ha tutto questo potere. Cosa si può fare? Si può essere solo testimoni di quello che vuole fare lui e naturalmente si spera che la diplomazia possa prevalere”.
Intanto, da Parigi è arrivato in Groenlandia un contingente di militari per partecipare all’operazione Artic Endurance – “su richiesta della Danimarca” – raggiungendo così un gruppo di soldati svedesi, nell’ambito di esercitazioni in coordinamento con Copenaghen. E anche la Germania invierà i primi soldati della Bundeswehr già questa settimana.
(da Fanpage)
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