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LA SPRECOPOLI DEL “MODELLO ALBANIA” NON SI FERMA, ANZI: È PASSATO POCO PIÙ DI UN ANNO DALL’APERTURA DELLE STRUTTURE PER I MIGRANTI DI SHENGJIN E GJADER, CHE SONO DESERTE. MA È PRONTO UN ALTRO RICCO APPALTO CHE SARÀ AFFIDATO SENZA GARA: 5,7 MILIONI DI EURO PER LA MANUTENZIONE DEI CENTRI PER IL RIMPATRIO

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI È DISPOSTA A BUTTARE UNA VALANGATA DI SOLDI PUBBLICI PUR DI NON AMMETTERE CHE LO SCONSIDERATO PROTOCOLLO CON L’ALBANIA È STATO UN FLOP

C’è qualcosa che ha funzionato nel protocollo per la /gestione dei flussi migratori siglato due anni fa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal suo omologo e alleato albanese Edi Rama: l’uso smodato di procedure senza gara, con cui sono stati assegnati appalti milionari per la costruzione e la gestione dei centri di oltre Adriatico, e l’enorme esborso di risorse pubbliche.
Il governo deve provare a tutti i costi a mantenere in vita le strutture, anche con il minimo delle presenze, almeno in attesa dell’entrata in vigore del nuovo Patto Ue per le migrazioni e l’asilo, attesa per giugno. È una scommessa politica su cui l’esecutivo di Giorgia Meloni con il suo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha puntato tutto. A partire dalla sua credibilità.
Mantenere in piedi il progetto è quindi una priorità: impianti e moduli – costati oltre 80 milioni di euro – per cui è stato fatto il conguaglio poco più di un anno fa hanno bisogno di una manutenzione continua per un valore stimato, al netto dell’Iva, di 5,7 milioni di euro.
Cifra che, appunto, si somma alle risorse già spese, per la gestione, il distaccamento degli agenti delle forze dell’ordine, il presidio, gli spostamenti.
Dunque, per «garantire il normale funzionamento – evitandone il deterioramento – dei centri di Shëngjin e Gjadër», la prefettura di Roma ha pubblicato un nuovo avviso di manifestazione di interesse. In altre parole, si chiede agli operatori economici interessati di palesarsi per assicurare i servizi di «manutenzione ordinaria, straordinaria, presidio e full risk degli impianti tecnologici e delle infrastrutture dei centri
L’avviso è datato 30 dicembre, trasmesso il 31 e pubblicato il 5 gennaio. Su oltre 82 milioni di gare bandite, aveva rilevato ActionAid nella sua ricerca a inizio dicembre, oltre 74 erano state affidate direttamente.
Se all’inizio la giustificazione data per evitare la gara pubblica, le relative tempistiche e garanzie, era l’estrema urgenza, l’esecutivo non si smentisce e richiama ancora una volta non meglio specificate «esigenze di celerità».
Sembra che tutto ciò che riguarda il protocollo Italia-Albania, e più in generale il tema migratorio, sia motivato da «estrema urgenza». E l’estrema urgenza porta con sé eccezione, deroga e discrezionalità.
La scadenza è fissata il 2 febbraio, per la richiesta di informazioni supplementari. L’appalto riguarda servizi specifici: oltre alla manutenzione ordinaria, e quindi un «controllo periodico di tutte le funzioni principali dei sistemi», si chiede «qualsiasi manutenzione straordinaria», il presidio di sei tecnici – tra cui elettricisti, fabbri, termoidraulici – il presidio notturno e festivo di un tecnico, la reperibilità di due ulteriori tecnici
E, infine, full risk, cioè il servizio che copre tutti i guasti, fino alla «sostituzione dell’intera macchina», anche se l’intervento è richiesto a causa di «eventi atmosferici, atti vandalici o altro non esplicitamente indicato».
Qui l’amministrazione potrebbe volersi proteggere da tutti quegli episodi che coinvolgono le strutture dei Cpr: l’unico modo di far sentire la propria voce contro le condizioni di trattenimento o contro la detenzione amministrativa è colpire il proprio corpo o l’ambiente dentro cui si è costretti.
Questo per un totale di 1,9 milioni all’anno, Iva esclusa, per due anni prorogabili per ulteriori 12 mesi. Un valore che si abbassa a 540mila euro, Iva esclusa, qualora non ci siano più di 80 persone nel Cpr e 80 nel centro di trattenimento, oggi non in funzione.
Già dai primi sopralluoghi gli ufficiali del Genio dell’Aeronautica militare, a inizio 2024, avevano evidenziato le troppe incognite che avvolgevano i territori individuati, soprattutto il sedime militare abbandonato di Gjadër. Un luogo «da dismettere», avevano scritto.
Chissà se sono quelle stesse criticità ad aver portato la prefettura a richiedere un servizio da quasi sei milioni di euro, se la precarietà delle strutture o semplicemente un progetto estremamente costoso sotto tutti i punti di vista che ha bisogno di essere alimentato da continui fondi pubblici.
Tutto ciò mentre nei centri da mesi sono presenti poche decine di persone. Numeri così bassi che hanno portato l’ente gestore – secondo una fonte informata sui fatti sentita da Domani – a ridurre non solo lo staff ma anche l’orario di lavoro, che è passato da circa 40 ore in alcuni casi a 32 in altri a 24 a settimana.
Nonostante le strutture siano da tempo semivuote, il governo rimane positivo e si aspetta un «rinnovato slancio» a giugno, quando entreranno in vigore i nuovi regolamenti europei, ha assicurato Piantedosi in un’intervista all’Adnkronos.
Di certo, le norme Ue apriranno un nuovo capitolo delle politiche sull’immigrazione, estendendo ampiamente le procedure accelerate e riducendo ancor di più le garanzie, fino a svuotare di fatto il diritto di asilo
Ma occorrerà vedere che forma prenderà questo progetto, usato fino ad oggi come sperimentazione del diritto sulla pelle delle persone. Nel frattempo, il governo si è portato avanti e ha inserito nella bozza del nuovo decreto sicurezza, annunciato dal ministro, l’eventualità che i naufraghi soccorsi da navi delle ong colpite da «interdizione temporanea» dalle acque territoriali siano condotti anche in paesi terzi con cui l’Italia ha stipulato intese. Come l’Albania.
(da Domani)

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IL GOVERNO MELONI PREPARA LA LEGGE “SALVA ALMASRI” CHE PERMETTE DI NON ARRESTARE PERSONE IL CUI FERMO “POTREBBE COMPROMETTERE LE RELAZIONI INTERNAZIONALI”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE SE COLPITI DA MANDATO DI ARRESTO, TUTTI I CRIMINALI DI ALTO LIVELLO RICERCATI POSSONO TRANSITARE IN ITALIA : E’ LA CERTIFICAZIONE DELL’ITALIA DEI VILI

È atteso nelle prossime settimane il via libera del governo Meloni al nuovo decreto Sicurezza, un dl che raccoglie molte norme contro chi manifesta e contro le Ong che soccorrono migranti in mare. Un articolo in particolare della bozza, però, ha
attirato l’attenzione. È un provvedimento che ricorda in modo sospetto il caso di Almasri.
Il generale libico, accusato di crimini contro l’umanità, fu arrestato in Italia circa un anno fa ma venne poi liberato in pochissimi giorni, con l’intervento del governo, e inviato in Libia su un volo di Stato. Questo impedì di processarlo alla Corte penale internazionale (Cpi), nonostante il mandato d’arresto che pendeva su di lui. Il nuovo decreto prevederebbe, proprio in casi simili, la possibilità per il governo di rimpatriare persone “pericolose” per la sicurezza o per le relazioni diplomatiche.
Cosa dice la nuova norma e perché ricorda il generale Almasri
Nella bozza del decreto l’articolo 16 prevede la “possibilità di disporre la consegna allo Stato di appartenenza” di una persona, se questa con la sua presenza in Italia può “compromettere la sicurezza della Repubblica” oppure “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. O, ancora, se questa consegna è resa obbligatoria da generici “accordi internazionali di sicurezza”.
C’è un motivo se alcuni critici, tra cui il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli, hanno definito questo articolo una “norma salva Almasri”. Secondo il parlamentare è “costruita ad hoc per sanare politicamente e giuridicamente una scelta gravissima del governo Meloni: la liberazione del criminale Almasri, sottratto alla giustizia internazionale e riconsegnato alle autorità libiche, in palese violazione degli obblighi assunti dall’Italia con il Trattato istitutivo della Corte penale internazionale”
Infatti, sul generale c’era un mandato d’arresto internazionale e quindi l’Italia, che ha aderito alla Cpi, avrebbe dovuto inviarlo all’Aja dopo averlo catturato. Sul perché il governo Meloni non lo fece ci sono state diverse versioni, anche incomplete o contraddittorie, nell’ultimo anno.
I ministri coinvolti, quello della Giustizia Nordio e quello dell’Interno Piantedosi, hanno detto di aver agito nell’interesse dello Stato. In particolare, Piantedosi ha sottolineato più volte che Almasri venne rimpatriato perché era “pericoloso”. Ed è noto che fu una decisione presa anche per mantenere i rapporti con la Libia. Ovvero proprio le due motivazioni (sicurezza e diplomazia) che ora il governo vorrebbe rendere legge.
Le indagini della Corte penale internazionale
In Italia le indagini sul caso non sono andate da nessuna parte perché il Parlamento ha evitato il processo agli esponenti dell’esecutivo. Restano delle indagini in corso sulla capo gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, per presunte false dichiarazioni ai pm. È sul piano internazionale che l’Italia ha già subito le ripercussioni. La stessa Corte penale internazionale, infatti, ha aperto una procedura nei confronti di Roma.
Prima la procura della Cpi, in estate, poi la Camera preliminare (all’unanimità) a ottobre, hanno stabilito che l’Italia violò i suoi obblighi internazionali. Nella decisione arrivata in autunno, che non è ancora una condanna definitiva ma è già stata approvata, i giudici hanno smontato tutte le giustificazioni portate avanti dal governo Meloni. Per esempio: se davvero si riteneva Almasri pericoloso, perché riportarlo – su un volo di Stato, in libertà – proprio in Libia dove è accusato di aver commesso svariati crimini internazionali
Il governo italiano sembra intenzionato a evitare che fatti simili si ripetano. Già a novembre aveva avanzato l’idea di cambiare la legge che detta le regole sulla cooperazione dell’Italia con la Cpi.
Ora arriva la norma contenuta nel nuovo decreto Sicurezza. Che, se fosse stata in vigore un anno fa, avrebbe dato almeno una specie di ‘copertura’ legale alle intenzioni del governo. “Siamo di fronte a un uso personale della legislazione sulla sicurezza per proteggere responsabilità politiche e amministrative, piegando lo Stato di diritto alle esigenze di impunità del governo di fronte alle sue responsabilità”, ha commentato Bonelli.
(da agenzie)

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GROENLANDIA, LO PSICOPATICO LANCIA NUOVI DAZI CONTRO I PAESI EUROPEI “FINO A QUANDO NON CI VENDETE L’ISOLA”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

OGGI MIGLIAIA IN PIAZZA A COPENAGHEN PER PROTESTARE CONTRO LE MINACCE DI TRUMP

Nuovi dazi del 10% contro Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, a partire dal 1° febbraio. E da giugno saliranno al 25%. È l’annuncio fatto da Donald Trump sul suo social network, Truth: “Le tariffe saranno dovute fino a quando non si raggiungerà un accordo per il completo e totale acquisto della Groenlandia”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti. In Danimarca, già da alcune ore prima dell’annuncio, si è svolta una grande manifestazione di protesta contro Trump e le sue mire imperialistiche.
Negli scorsi giorni, l’incontro tra il vicepresidente JD Vance e i ministri degli Esteri danese e groenlandese si era concluso in un nulla di fatto. I diversi Paesi avevano mantenuto le loro
reciproche posizioni rinnovando l’invito al dialogo per stemperare i toni. Cosa che, evidentemente, Trump ha deciso di non fare.
La punizione ai Paesi che hanno inviato soldati in Groenlandia
“Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione europea per molti anni, non imponendogli dazi. Ora, dopo secoli, è il momento che la Danimarca restituisca ciò che ha avuto”. Così Trump ha spiegato il ragionamento dietro le nuove tariffe, come sempre decise senza passare dal Congresso. “Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è niente che la Danimarca possa fare a riguardo. Al momento hanno due slitte trainate da cani come protezione, di cui una aggiunta di recente”.
I dazi sono una ‘punizione’ nei confronti dei Paesi che hanno inviato alcuni soldati in Groenlandia, nell’ambito di una missione per potenziare la difesa della Nato nell’Artico. L’Italia non ha partecipato, anche se Giorgia Meloni non ha escluso la possibilità di inviare militari.
Gli Stati Uniti fanno parte della Nato, e sulla carta sono alleati di tutti questi Paesi, ma questo non ha fermato Trump, che nell’ultimo anno ha sempre trattato l’Europa come un’entità avversaria. Naturalmente, i nuovi dazi annunciati escono totalmente dagli accordi che in alcuni casi gli Usa avevano già stretto dopo la prima ondata di tariffe, come nel caso del Regno Unito.
Trump ha insistito che la Groenlandia serve perché agli Stati Uniti per operare il nuovo sistema di protezione missilistico Golden Dome, anche se la spiegazione sul perché è stata vaga e confusa: “Questo sistema fantastico, ma altamente complesso, Mpuò funzionare al massimo del suo potenziale e della sua efficienza, a causa di angoli, metri e limiti, se questa terra è inclusa”.
Già alcune ore prima dell’annuncio, diverse migliaia di persone si sono radunate a Copenaghen per protestare contro le ambizioni imperialistiche di Donald Trump. I manifestanti, con bandiere groenlandesi e danesi, hanno formato una distesa rossa e bianca di fronte al Municipio, scandendo il nome dell’isola in groenlandese: “Kalaallit Nunaat!”.
Moltissimi i cartelloni contro gli Stati Uniti e il presidente. Tra le scritte si legge, “Make America Go Away”, parodia dello slogan Maga, o “Gli Stati Uniti hanno già abbastanza ghiaccio” (“Usa already has too much ice”). O ancora “Hands Off” cioè “Giù le mani (sottinteso, dalla Groenlandia)”.
Altre manifestazioni sono previste nel Paese scandinavo, ad Aarhus (centro), Aalborg (nord) e Odense (sud), su iniziativa di diverse organizzazioni groenlandesi. “Per me è importante partecipare, perché si tratta fondamentalmente del diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione. Non ci si può lasciare intimidire da uno Stato, da un alleato. È una questione di diritto internazionale”, ha dichiarato Kirsten Hjoernholm, 52 anni, dipendente dell’Ong Action Aid Danimarca, durante la protesta.§
Gli organizzatori di Uagut, il movimento cittadino “Non toccare la Groenlandia” e Inuit, un gruppo di associazioni locali groenlandesi, hanno scelto di indire la protesta proprio durante le giornate in cui è presente una delegazione del Congresso statunitense a Copenaghen.
La delegazione bipartisan infatti, si trova in missione nella capitale danese per rassicurare governo e la Groenlandia. La maggioranza degli americani – è il messaggio che vogliono far passare – non sostengono le mire espansionistiche di Trump nell’Artico. “È importante sottolineare che quando chiedi agli americani se pensano che sia una buona idea che gli Stati Uniti acquisiscano la Groenlandia, la grande maggioranza di loro, il 75 per cento circa, dirà che non pensa sia una buona idea”, ha dichiarato la senatrice repubblicana Lisa Murkovsky in una conferenza stampa al Parlamento danese. “Anche il Congresso ha un ruolo”, ha aggiunto.
(da agenzie)

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PRESTO, PORTATE I SALI A VESPA: NELLA TABELLA DEI LIBRI PIÙ VENDUTI AL PRIMO POSTO COMPARE CAZZULLO CON “IL DIO DEI NOSTRI PADRI”. NELLE PRIME DIECI POSIZIONI NESSUNA TRACCIA DI VESPA A CUI NON SAREBBE ANDATA MEGLIO NEMMENO NEL 2025.

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

ORMAI CI SONO PIÙ PRESENTAZIONI E BATTAGE PUBBLICITARIO CHE LETTORI REALI

«Chissà quanto starà rosicando Bruno Vespa per i successi di Aldo Cazzullo», scherza un amico del giornalista del Corriere della Sera. Tutta colpa degli ottimi risultati editoriali dei libri di Cazzullo, che in tutte le classifiche ha stracciato Vespa.
Nel volume Minicifre della Cultura redatto dal ministero di Alessandro Giuli c’è una tabella con l’indicazione dei libri più venduti nel 2024, e al primo posto compare appunto Cazzullo con Il Dio dei nostri padri. Il grande romanzo della Bibbia, edito da HarperCollins. Di Vespa nessuna traccia, almeno nei primi 10.
L’appuntamento natalizio con i suoi libri è ormai uno stanco rito che si trascina da anni. Evidentemente ci sono più presentazioni e battage pubblicitario che lettori reali. Nemmeno nel 2025
appena concluso è andata meglio a Vespa. I numeri narrano di una sconfitta senza precedenti per il conduttore di Porta a Porta.
E poi Cazzullo ha superato Bruno pure per le presenze televisive dedicate a promuovere le sue fatiche editoriali. Senza contare che Aldo ha 22 anni in meno del collega: Cazzullo è nato nel 1966, mentre Vespa è del 1944. La battaglia ormai è persa?
(da Lettera43)

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IL “WALL STREET JOURNAL” RIVELA CHE IL PENTAGONO ERA PRONTO A COLPIRE L’IRAN MERCOLEDÌ SCORSO, MA L’ORDINE FINALE DALLA CASA BIANCA NON È ARRIVATO. PERCHÉ TRUMP HA DECISO DI FARE UN PASSO INDIETRO?

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

IN PRIMIS C’È IL TIMORE CHE UNO STRIKE NON CAMBIEREBBE LA SITUAZIONE: IL REGIME È ANCORA “FORTE” E L’OPPOSIZIONE È POCO ORGANIZZATA E DIVISA… IL RISCHIO È DI FINIRE TRASCINATI IN UN CONFLITTO LOGORANTE – C’È POI IL PROBLEMA DEL POSIZIONAMENTO MILITARE DEGLI AMERICANI NELL’AREA

Donald Trump era incline a ordinare un attacco contro l’Iran martedì e aveva chiesto al Pentagono di prepararsi. Gli ufficiali americani sono andati a dormire aspettandosi di ricevere l’ordine finale e colpire mercoledì.
Ma l’ordine – riporta il Wall Street Journal – non è mai arrivato: alle prese con punti di vista alternativi e divergenti all’interno dell’amministrazione sulla certezza della caduta del regime, Trump ha rinunciato al raid complice anche la mancanza di asset militari adeguati nell’area e il pressing di Israele e dei paesi arabi. A pesare anche il timore che un attacco avrebbe potuto prolungare il conflitto.
Donald Trump ha fermato, per ora, un’azione militare contro l’Iran ma i suoi collaboratori avvertono che tutte le opzioni restano aperte.
The Donald ha dovuto tener conto di molti fattori. Le intelligence, nei loro briefing, hanno sostenuto come il regime resti saldo e compatto. Uno strike non è destinato a cambiare le cose. Non ci sono certezze sul dopo in quanto l’opposizione è poco organizzata e divisa in mille correnti, con ulteriori divergenze. Trump ha detto di voler vincere. Bene, qui non esiste alcuna garanzia di vittoria ed è alto il rischio di finire trascinati in un conflitto logorante.
Il Pentagono ha, al momento, un dispositivo robusto in Medio Oriente. Migliaia di uomini, la rete di basi, le stazioni che spiano e tracciano vettori, una buona quota di caccia e unità navali in grado di lanciare dozzine di cruise. […] uno schieramento che può attuare raid […] ma non è sufficiente per una manovra più ampia. Inoltre, sarebbero poche le munizioni e le batterie antimissile necessarie a contrastare la rappresaglia dei pasdaran. Sono sistemi costosi e ne servono tanti per affrontare lo sciame di vettori
Adesso gli americani hanno ordinato lo spostamento della portaerei Lincoln dall’Asia verso l’Oceano Indiano, dove arriverà tra circa una settimana insieme ad altre navi lanciamissili. Possibile il trasferimento di altro materiale dagli Stati Uniti e dall’Europa.
Sulla Casa Bianca hanno poi pesato gli appelli, mescolati a tentativi di mediazione, degli alleati. Arabia Saudita, Oman, Qatar, Turchia hanno chiesto a Trump di evitare iniziative belliche suscettibili di accrescere l’instabilità in tutta la regione, timore determinato da esigenze nazionali e valutazione complessiva dello scacchiere. Interessante anche l’atteggiamento di Tel Aviv.
Almeno tre le tesi emerse sui media: 1) Lo Stato ebraico avrebbe evitato di incoraggiare gli Usa a colpire perché non vi sarebbero le condizioni favorevoli ed ha bisogno di tempo per migliorare le difese. 2) Gli israeliani, di solito interventisti, pur riconoscendo che la teocrazia vive un’epoca difficile, condividono lo scetticismo su effetti «politici» degli strike.
3) Il premier Netanyahu ha dialogato, attraverso i russi, con l’Iran per stabilire regole di ingaggio: se voi non ci colpite, noi non vi colpiamo. Ieri un nuovo contatto telefonico con Vladimir Putin e la notizia di una prossima missione del capo del Mossad negli Stati Uniti. Resta l’imprevedibilità di Tr
(da agenzie)

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GLI AMERICANI BOCCIANO “THE DONALD”: IL CONSENSO SULL’OPERATO DEL PRESIDENTE SULL’IMMIGRAZIONE È SCESO DAL 50% AL 40%

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

E IL 46% VORREBBE L’ABOLIZIONE DELL’AGENZIA ANTI-IMMIGRATI

In Minnesota la tensione è sempre alle stelle. Nuovi filmati mostrano sempre più chiaramente che Renee Nicole Good cercava di scappare e non voleva investire l’agente che l’ha uccisa, ma Trump continua a sostenere che l’agente Jonathan Ross ha sparato per legittima difesa e ai manifestanti che chiedono il ritiro della polizia federale anti immigrati da Minneapolis risponde mandando nello Stato altri mille uomini dell’Immigration and Customs Enforcement.
Inoltre il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine sul governatore del Minnesota Tim Waltz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey per presunta ostruzione all’attività dell’Ice
Trump reagisce alle proteste inasprendo la repressione e l’Ice, diventato quasi un suo esercito personale, si sente onnipotente: continua a usare metodi brutali e anche veri e propri abusi, in alcuni casi denunciati dagli stessi ispettori di questo corpo paramilitare federale
In Minnesota, intanto, arresti e maltrattamenti anche per di nativi delle tribù Oglala Sioux e Ojibwe. Sotto tiro per il colore della loro pelle, denuncia il capo tribù, Frank Star: «Trattano come clandestini noi che siamo americanissimi, i primi americani».
La volontà di Trump di continuare col pugno di ferro è evidente e le minacciose parole di Miller confermano che si sta pensando anche a usare contro i manifestanti norme straordinarie come l’Insurrection Act. Durezza apprezzata da molti nella destra radicale.
Basti pensare che l’agente che ha ucciso la Good non solo non è stato fin qui messo sotto accusa, ma è diventato milionario: 21 mila cittadini gli hanno mandato soldi attraverso due siti,
GoFundMe e GiveSendGo, sui quali sono state lanciate (non da lui) sottoscrizioni a suo favore. Ieri le donazioni avevano già ampiamente superato il milione di dollari.
Ma se la linea dura contro gli immigrati è stata una delle chiavi della vittoria elettorale di Trump, l’eccessiva durezza e gli abusi dell’Ice, le deportazioni anche in carceri straniere senza processo, potrebbero costare caro al presidente e ai repubblicani nel voto di midterm a novembre.
I sondaggi dicono che gli americani che giudicano positivamente l’operato del presidente sull’immigrazione sono scesi in pochi mesi da numeri superiori al 50% all’attuale 40% (sull’economia, tallone d’Achille di Trump, i consensi sono al 36%), mentre i cittadini che vorrebbero addirittura la soppressione dell’Ice sono passati dal 27% del giugno scorso all’attuale 46%
(da agenzie)

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LA SOLITA GIORGIA: DA TOKYO MELONI APRE ALL’IPOTESI DI UNA PRESENZA MILITARE ITALIANA IN GROENLANDIA, MA SOLO ALL’INTERNO DELLA CORNICE NATO E “SENZA UNA VOLONTÀ DIVISIVA”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

UNA POSIZIONE PARACULA PERCHÉ IRREALIZZABILE, PER NON METTERSI CONTRO L’AMICO TRUMP… I SALTI MORTALI DELLA DUCETTA PER NON CONDANNARE LE MINACCE DEL COATTO DELLA CASA BIANCA SULL’ARTICO

A chiusura della sua visita in Giappone, a Tokyo, Giorgia Meloni apre all’ipotesi di una presenza italiana in Groenlandia, ma all’interno della cornice Nato e “senza una volontà divisiva”. La premier ha ribadito di ritenere improbabile un’invasione militare via terra da parte degli Stati Uniti e di essere convinta che il tema del predominio dell’isola verrà risolt0.
“Ritengo che la questione del rafforzamento della sicurezza e della presenza degli alleati in Groenlandia sia un tema serio, che però sta nell’ambito della del dialogo all’interno dell’Alleanza Atlantica, cioè la Groenlandia va considerato territorio di responsabilità della Nato”, ha dichiarato in un punto stampa all’ambasciata d’Italia a Tokyo.
“La questione che gli americani pongono è una questione seria, ovviamente, e credo che il ragionamento di rafforzare la nostra presenza sia un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza Atlantica. Credo che quello però sia l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza”.
Insomma la premier non chiude all’invio di soldati nell’Artico, ma sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica. “Penso non vada fatto l’errore di leggere quello che stanno facendo gli altri Paesi europei come una volontà divisiva. La Nato ha già scritto nei propri documenti che oggi l’Artico è strategico, quindi sta già
rispondendo a una domanda politica di un problema che esis
Quindi gli alleati stanno ragionando all’interno di questo contesto, e io ritengo che il dibattito vada fatto all’interno della Nato, anche per cercare di non muoversi in ordine sparso, cioè di dare un senso a quello che si sta facendo”, ha spiegato.
“Quindi ripeto, io non lo leggerei come divisivo nel rapporto con i nostri alleati americani, lo leggerei come una risposta rispetto a una preoccupazione che gli americani hanno e una capacità dei paesi dell’Unione Europea di assumersi le proprie responsabilità”.
Rispetto alle minacce di Donald Trump sulla Groenlandia “conosciamo i metodi assertivi del presidente americano. Credo sia un modo per segnalare con maggiore forza una problematica reale, perché al di là di quello che prevedono i trattati, siamo onesti, negli ultimi anni forse c‘è stata una sottovalutazione di un’area che con lo scioglimento dei ghiacci diventa particolarmente importante”, ha osservato.
(da agenzie)

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IL PIANO CASA DEL GOVERNO? SARA’ SOLO UNA SPECULAZIONE DEI PRIVATI

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

COORDINATO DA UN EX MANAGER DI UNA MULTINAZIONALE IMMOBILIARE SI BASA SU FONDI PRIVATI INTERNAZIONALI E I PRECEDENTI SONO UN DISASTRO

Il Piano Casa del governo Meloni non è ancora partito e già spuntano le prime polemiche. A scatenarle è la figura di un ex manager di una multinazionale del settore immobiliare, Mario Abbadessa, che dovrebbe prendere la guida del progetto. Il suo ruolo ha sollevato domande e critiche sul coinvolgimento nel Piano di fondi di investimento privati. Il loro è “un modello che si fonda sulla speculazione”, ha detto Benedetta Scuderi, eurodeputata dei Verdi, a Fanpage.it. “I grandi fondi privati in questo momento sono il cancro del diritto all’abitare. Utilizzano una casa come un asset, quello che cercano è l’aumento dei prezzi”.
Da mesi il governo annuncia e poi rinvia un prossimo intervento contro la crisi abitativa. Giorgia Meloni a inizio anno ha fissato un obiettivo concreto: 100mila abitazioni a prezzi calmierati da
costruire nei prossimi dieci anni. Il problema è che mancano i soldi. Finora c’è poco meno di un miliardo di euro, diviso su cinque anni da qui al 2030. Quasi nulla. L’economista Carlo Cottarelli ha addirittura ipotizzato, sul Foglio, che servirebbero 25 miliardi di euro per i progetti previsti.
Se c’è bisogno di soldi, ma lo Stato non è disposto a metterli, può chiederli ai privati. Sembra andare in questa direzione l’ultima ‘mossa’ del governo. Mario Abbadessa, da un decennio a capo del settore italiano della multinazionale immobiliare Hines, ha lasciato l’azienda a inizio 2026. Secondo retroscena ancora non confermati ufficialmente, sarà incaricato di coordinare i progetti del Piano Casa, anche per attirare più finanziamenti privati.
Scuderi: “Lo Stato dà soldi ai privati, loro fanno profitti e le case restano inaccessibili”
Abbadessa ha già gestito con Hines progetti come la rigenerazione dell’ex Trotto a Milano, o i futuri studentati nell’area degli ex Mercati generali a Roma. Ha contatti di alto livello nel mondo dei fondi di investimento privati italiani e stranieri. Proprio quelli da cui si potrebbe bussare per chiedere di compensare la mancanza di fondi sul Piano Casa. Ma quali sono i rischi?
“La partnership pubblico-privata, per come sta andando finora soprattutto in Italia, è fallimentare”, ha sottolineato Scuderi. “Il caso più eclatante è quello degli studentati. Si danno finanziamenti e agevolazioni fiscali ai grandi fondi, e poi gli stessi grandi fondi fanno profitti, non mettendo gli alloggi a prezzi effettivamente calmierati”.
Il problema è che i prezzi dovrebbero essere più bassi della media, ma “di quale media stiamo parlando? Se io costruisco un appartamento di lusso, come spesso avviene, poi posso anche mettere un prezzo più basso di quello medio, ma sarà comunque inaccessibile a chi ne avrebbe bisogno.” Insomma, “lo Stato dà soldi a chi quegli appartamenti li costruirebbe comunque, e poi ci va a vivere chi un appartamento di lusso potrebbe permetterselo”, ha attaccato l’eurodeputata.
L’attivista: “Cosa fa chi non si può permettere una doppia a 700 euro al mese?”
“Ciò che bisogna chiedersi è: chi ci guadagna di più da questa scelta sul Piano Casa? I privati, che costruiranno a due soldi migliaia di alloggi e ne guadagneranno miliardi, o le persone che una casa non riescono a permettersela?”, ha dichiarato a Fanpage.it Mattia Santarelli, presidente dell’associazione Ma quale casa, attiva nel settore dell’abitare e dell’edilizia sostenibile.
Santarelli ha fatto esempi citando proprio Abbadessa: “Con Hines ha costruito in Italia migliaia e migliaia di alloggi etichettati come edilizia ‘sociale,’ ‘convenzionata’ o ‘riqualificazione’. E lo ha fatto, in molti casi, gestendo rapporti con capitali anche internazionali, dal Kuwait per esempio”. Ma ne sono venuti fuori “alberghi di lusso in cui una stanza singola ‘convenzionata’ costa 600 euro (in Via Giovenale a Milano), una doppia 700 euro e un monolocale 1300 euro (nei futuri spazi agli ex Mercati Generali a Roma)”.
È un modello che “piace a qualcuno, ai pochi che se lo potrebbero permettere sicuramente, o ai qatarioti che guadagneranno con esso. È lecito. Ma a noi, a chi non riesce a
pagare 700 euro per un posto in doppia, tutto questo non piace e anzi fa arrabbiare”.
Le alternative: regole più stringenti e più fondi pubblici
Non è certo un approccio inventato dal governo Meloni, quello dei progetti edilizi in cui coinvolgere grandi fondi di investimento privati in cerca di profitti. È una tendenza in atto da anni. Per Santarelli, servirebbe il “coraggio” di “investire più in politiche abitative pubbliche che in armi”, e di “dire ai privati che se vogliono partecipare a finanziare case pubbliche sono i benvenuti, ma che da quelle opere pubbliche devono accettare di non guadagnare i miliardi che sognano”.
Servono “case pubbliche, che rimangano pubbliche e che siano gestite dal pubblico, con prezzi bassi, accessibili per chi non ce la fa. Imponiamo ai finanziatori privati di minimizzare il proprio margine di profitto. Grideranno al sacrilegio, ma non sarebbe altro che una sacrosanta forma di redistribuzione”, ha concluso Santarelli.
Scuderi ha insistito: “Dobbiamo mettere norme stringenti su cosa vuol dire affitto ‘calmierato’, cosa vuol dire ‘prezzo di mercato’, e quali tipi di alloggi stiamo andando a costruire. Non ci può essere, come avviene con gli studentati, una parte che resta a prezzo calmierato per dieci o dodici anni e poi finisce del tutto in mano ai privati”.
Cosa può e deve fare l’Europa
Qui torna la questione dei soldi. Finché servono quelli dei grandi fondi, è difficile uscire dal sistema che Scuderi e Santarelli denunciano. Si è già detto che ci saranno anche dei fondi europei, che secondo l’europarlamentare andrebbero usati
soprattutto per la “ristrutturazione e il recupero dell’edilizia abbandonata, molta di cui è pubblica”. C’è spazio per la collaborazione pubblico-privato, ma “a precise condizioni: con una parte che resta totalmente pubblica, e un affitto che non superi il 25% del reddito di una famiglia di ceto medio-basso”.
Certo, se in Italia bisogna fare passi avanti, anche l’Europa non può tirarsi indietro. Il piano del governo Meloni è “il nulla. Centomila posti in dieci anni? Sono forse quelli che servirebbero solo a Roma, e nei prossimi tre anni, non dieci”. Ma anche a Bruxelles e Strasburgo serve più attenzione sul tema della casa.
“Il piano casa proposto dal commissario europeo Jørgensen non si occupa abbastanza della lotta alla speculazione, e di cosa vuol dire davvero rendere una casa accessibile. Abbiamo fatto più proposte sul tema. Ad esempio, che il costo della casa – bollette, affitto e tutte le spese – non superi il 30% del reddito. Ma sono state respinte”.
(da Fanpage)

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INTERVISTA AL MATEMATICO ODIFREDDI: “TRUMP COME HITLER, MELONI E’ ASSERVITA AGLI USA”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“VIVIAMO UNA NUOVA FASE DI NEOIMPERIALSMO: LA FORZA HA SOSTITUITO IL DIRITTO”… “TRUMP INCARNA UN POTERE CHE IGNORA REGOLE E DEMOCRAZIA”

“Trump sta instaurando un regime dittatoriale, il paragone con Hitler non è esagerato”. Piergiorgio Odifreddi non usa giri di parole e, in questa intervista a Fanpage.it, delinea un quadro geopolitico che definisce di “neoimperialismo esplicito”. Al centro della sua analisi c’è l’America di Donald Trump, un Paese che ha deciso mostrare il suo vero volto, quello della forza in spregio a ogni regola: dal tentato golpe in Venezuela alle mire coloniali sulla Groenlandia, passando per le minacce a Iran, Colombia, Cuba e Messico e soprattutto per la folle proposta di portare le spese militari da 1.000 a 1.500 miliardi di dollari all’anno.
Ma la riflessione del matematico si sposta rapidamente dai confini internazionali a quelli interni, dove vede profilarsi un’ombra inquietante. Odifreddi evoca senza mezzi termini il paragone con il nazismo, descrivendo quello di Trump come un tentativo di instaurare un regime basato su milizie – quelle dell’ICE – che agiscono impunemente come una moderna Gestapo. Gli Stati Uniti, secondo il saggista, stanno compiendo il passaggio verso una vera e propria dittatura oppressiva.
In questo terremoto planetario, Odifreddi riserva però le critiche più aspre alla politica di casa nostra, denunciando la “postura asservita” di Giorgia Meloni, una presidente “politicamente senza coraggio” che pur avendo costruito la sua immagine sulla forza, appare oggi “imbarazzante e inginocchiata” a Trump, incapace di una visione autonoma e in costante attesa del beneplacito di Washington su ogni dossier, dall’Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela all’Iran.
Professore, guardando alla situazione globale, dall’Iran al Venezuela fino alle mire sulla Groenlandia, che fase storica stiamo attraversando?
Credo che stiamo vivendo una fase di neocolonialismo o neoimperialismo. Ma c’è una differenza fondamentale rispetto al passato. Siamo usciti da decenni, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui azioni di questo genere si facevano in giro per il mondo, ma quasi sempre sotto traccia o con una parvenza di giustificazione legale. Oggi non è più così: siamo di fronte a un agire esplicitamente indifferente alle regole. Trump ha dimostrato chiaramente di fregarsene delle norme internazionali e persino di quelle del suo Paese; anzi, ne va fiero, lo considera un punto di forza. È l’uso della forza nuda e cruda: sa di essere armato fino ai denti e agisce di conseguenza.
A proposito di armi: l’entità della spesa militare statunitense è mostruosa. Ma a che scopo?
Esatto. Gli Stati Uniti spendono ormai una cifra folle: mille miliardi di dollari all’anno. Per intenderci, è circa metà dell’intero debito pubblico italiano. Agli inizi della guerra in Ucraina erano 800 miliardi; siamo passati a 1000, un aumento del 20%. Ma la proposta per quest’anno è di arrivare a 1.500 miliardi. Parliamo di un incremento del 50%. Perché accumulare così tante armi quando hai già una superiorità schiacciante? Se sommiamo i 1.500 miliardi degli USA ai 500 spesi dall’Europa, arriviamo a 2.000 miliardi su un totale mondiale di 2.700. La Russia spende circa 150 miliardi, un decimo della NATO. L’impressione è che l’Occidente stia chiudendo i ranghi e si prepari effettivamente a una guerra su vasta scala. L’obiettivo non è la difesa, è il dominio planetario attraverso la forza.
In questo scenario s’inserisce il caso del Venezuela, con il rapimento di Maduro in spregio a ogni norma di diritto
internazionale.
Rapire un capo di Stato è un’azione singolare, ma non inedita. Mi ricorda Bush padre negli anni ’90 con l’invasione di Panama: presero Noriega, lo portarono negli Stati Uniti e lo tennero in galera per vent’anni. Per Maduro il destino sembra lo stesso. Ma il problema è più ampio e va ben oltre il Venezuela: ora si parla della Colombia, dove persino un presidente democraticamente eletto come Petro viene bollato come “narcotrafficante” solo perché non si allinea a Trump. E poi c’è Cuba, con il cappio al collo dopo la fine dell’era Castro. Trump vuole la resa incondizionata e il controllo delle risorse, come il petrolio venezuelano. E chissà cosa accadrà anche con il Messico…
E poi c’è la Groenlandia, un caso in cui stanno emergendo tensioni molto, molto profonde.
La Groenlandia è un caso interessantissimo perché mette contro alleati NATO. L’Europa alza le barricate, ma nessuno nota il paradosso: l’approccio di Trump potrebbe essere il più “democratico”. Lui vuole scavalcare la Danimarca, che è una potenza coloniale in Groenlandia dal Cinquecento, per parlare direttamente con i 50.000 abitanti locali. Se passasse l’idea che si può trattare con i nativi aggirando la potenza occupante, crollerebbe il castello di carte delle ex colonie europee. Pensate alla Francia, che ha territori in tutti i continenti – Martinica, Guyana, Nuova Caledonia, eccetera – e li chiama “territori d’oltremare” per non dire colonie. Trump scardina la vulgata comune: da un lato usa la forza bruta, dall’altro mette in crisi il colonialismo d’ufficio dell’Europa.
Vent’anni fa si parlava di “esportare la democrazia”. Oggi quel velo sembra caduto e Trump parla esplicitamente di controllo delle risorse.
Non si fa più nemmeno finta. Della democrazia non importa nulla a nessuno. Se il sistema rimane uguale ma il leader si inginocchia agli Stati Uniti, a Washington va bene: è quello che potrebbe accadere in Venezuela dove, in fondo, non c’è stato alcune regime change. I cinesi auguravano ai nemici di “vivere in tempi interessanti”, alludendo ai tempi in cui succedevano disastri. Ci siamo dentro. E trovo inconcepibile che l’Europa non proponga una soluzione diversa. La Meloni crede di essere una statista dicendo che la questione Groenlandia si risolve con la NATO o l’UE, ma è solo un modo per fare la voce più grossa. La vera soluzione democratica sarebbe l’ONU, il Consiglio di Sicurezza, il superamento del colonialismo dei singoli Stati.
In questo quadro l’Ucraina sembra sparita dai radar, per non parlare di Gaza. Trump sosteneva di poter chiudere la guerra tra Mosca e Kiev in 24 ore, ma evidentemente è stato smentito dai fatti. Cosa crede accadrà su quel fronte?
Trump è un ignorante, non conosce la storia, né quella remota né quella recente. Pensa che i trattati di pace si risolvano con un affare o una minaccia di dazi, come se dovesse vendere un grattacielo. Si gloria di aver risolto guerre che in realtà proseguono o rispetto alle quali non ha mai “toccato palla”, come tra India e Pakistan. Ricordiamoci il Vietnam: Nixon fu eletto nel ’68 per fare la pace, ma ci vollero cinque anni di trattative segrete a Ginevra per arrivare a un accordo nel ’73, con bombardamenti feroci nel mezzo. Trump è scemo o finge, perché
sa che mostrare i muscoli funziona con il suo elettorato. La questione ucraina è nata per il pericolo delle truppe NATO ai confini russi, o almeno questa è la versione che Mosca sostiene da anni e della quale dovremmo in qualche modo tener conto; Putin non firmerà mai un accordo che permetta a francesi e inglesi di stabilirsi lì militarmente. Servirebbero i Caschi Blu, truppe internazionali neutrali, non questi affaristi che giocano a fare gli statisti.
Passiamo alla politica interna americana. Le milizie per il controllo dell’immigrazione ICE stanno agendo con una violenza che molti definiscono “orwelliana”. Lei vede un pericolo reale per la tenuta democratica degli USA
È una situazione estremamente pericolosa. Accusare ogni piccolo dittatore di essere come Hitler è spesso una sciocchezza, ma nel caso di Trump il paragone regge. Sta instaurando un regime. Queste truppe per il controllo dell’immigrazione sono, nei fatti, una sorta di Gestapo. Gli Stati Uniti sono un Paese spezzato in due: da una parte l’America profonda, agricola, meno istruita che lo vota; dall’altra le coste colte e progressiste, New York e la California. Trump vuole controllare le città democratiche con l’esercito.
Siamo passati dalla “dittatura soft” di Aldous Huxley ne Il mondo nuovo – dove il controllo avviene tramite televisione, distrazione e droghe – alla “dittatura hard” di Orwell in 1984. Mi dicono che negli aeroporti controllano i telefoni e i social media per vedere se hai scritto qualcosa contro il Presidente. È un clima di terrore poliziesco. Ho vissuto e insegnato in America per 25 anni e ho sempre avuto timore della polizia locale, ma oggi
siamo alla militarizzazione totale.
Crede che una nuova guerra civile negli Stati Uniti sia fantascienza?
È difficile, perché l’esercito è centralizzato e federale. Tuttavia, le tensioni sono ai massimi. Vedere il sindaco di New York, un socialista vero, giurare in una stazione della metropolitana dismessa in segno di sfida è un segnale forte. Ma quando lo Stato centrale manda truppe federali contro il volere dei sindaci e si inizia a sparare sui manifestanti, come già accaduto, il clima diventa quello degli anni ’60 e ’70, quelli dei quattro morti in Ohio cantati da Neil Young. Gli USA di oggi rischiano di somigliare all’Iran grazie a Trump, un uomo che chiamava Biden “Sleepy Joe”; ma onestamente, meglio uno che dorme che uno fin troppo sveglio con il dito sul bottone nucleare.
Un’ultima riflessione sull’Italia. Come giudica il silenzio di Giorgia Meloni rispetto alle manovre di Trump? Sembra più trumpiana di Trump stesso…
Usando un linguaggio caro alla destra, direi che la Meloni non ha le “pa***”. Si è sempre presentata come il leader carismatico, la donna forte, ma davanti a Trump è diventata imbarazzante, totalmente supina ai suoi voleri. Aspetta di sapere cosa pensa lui prima di esprimersi su questioni cruciali come l’Ucraina. Forse è ostaggio di una coalizione divisa, con Salvini che ha posizioni diverse, e deve fare i salti mortali per restare in sella. Però, per chi fa dell’orgoglio nazionale una bandiera, vedersi così inginocchiati davanti al potente di turno è davvero umiliante. Se fossi un uomo di destra, non sarei affatto soddisfatto di come viene servito e onorato il Paese in questo momento dalla
Presidente del Consiglio.
(da Fanpage)

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