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LA STRATEGIA MELONIANA MENTRE IL MONDO VA IN PEZZI? FARE LO STRUZZO, IN CAMPO INTERNAZIONALE C’È UNA MAGGIORANZA DIVISA SU TUTTO, DALL’UCRAINA ALLA GROENLANDIA

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

MANDIAMO ARMI A KIEV, MA NON DICIAMO CHE SONO AIUTI MILITARI. DIFENDIAMO A PAROLE L’INTEGRITÀ DELLA DANIMARCA, MA NON MANDIAMO NEPPURE UNA FORZA SIMBOLICA. ABBRACCIAMO TRUMP, MA CI BECCHIAMO LE SUE SANZIONI… MELONI CONTRABBANDA PER SUCCESSI POLITICI I SORRISI CHE I LEADER DEGLI ALTRI PAESI LE DISPENSANO VOLENTIERI. MA CHI NEGHEREBBE UN SORRISO AD UN INTERLOCUTORE CHE NON CONTA NULLA?

Soldati italiani in Groenlandia? No, è una barzelletta. Anzi, sì. Però, forse. Trump sbaglia con le nuove sanzioni agli europei? Magari un po’, ma è solo un malinteso. I balbettii della diplomazia italiana nascono dallo strabismo della sua classe politica: ci vede doppio.
Quella al governo è anche peggio: ci vede triplo. In un momento in cui il mondo sta cambiando velocissimo, stabilendo nuovi equilibri e nuovi assetti, i nostri partiti continuano a fare gli
struzzi, come se le vicende internazionali fossero una delle tante variabili della politica e non, invece, l’unica variante che determinerà il nostro futuro. Siamo di fronte all’ennesima “eccezione italiana” che, ancora una volta, ci costerà cara.
Ucraina, Afghanistan, Gaza, Iran, Venezuela, Groenlandia, embarghi energetici, guerra dei dazi, contesa sulla regolazione del web: sono quattro anni ormai, da quando i carri armati di Putin hanno cercato di entrare a Kiev, che la politica internazionale prevale, ovunque, sulle beghe di politica interna.
L’arrivo di Trump ha fatto precipitare questa situazione rompendo la coesione dell’Occidente, ribaltando il tavolo multilaterale, adeguandosi alla politica di potenza del suo amico Putin, mettendo sotto attacco le democrazie liberali e l’Europa.
Nascondere la testa sotto la sabbia non è inutile. È dannoso, perché l’Italia e l’Europa sono l’epicentro del terremoto. In questo quadro a dir poco angosciante, il nostro Paese è il solo in Occidente ad avere al potere forze politiche che divergono tra loro praticamente su tutte le principali questioni internazionali. Nel mondo ci sono governi alleati dei russi o alleati dell’Ucraina, che stanno con Trump o che stanno con l’Europa. Quello italiano è l’unico al mondo che vede sedere insieme amici di Mosca e amici di Kiev, ammiratori di Trump e convinti europeisti.
E, purtroppo, dobbiamo riconoscere che le forze di opposizione
non sarebbero molto più omogenee, se mai dovessero vincere le elezioni.
Nonostante gli equilibrismi di Giorgia Meloni, il risultato è imbarazzante. Mandiamo armi a Kiev, ma non diciamo che sono aiuti militari. Aderiamo al gruppo dei volonterosi, ma non siamo pronti a spedire soldati per tutelare un eventuale cessate il fuoco. Condanniamo il genocidio di Gaza, ma non prendiamo una sola misura per fermare Israele. Definiamo “legittimo” il sequestro di Maduro, ma intensifichiamo le relazioni con i suoi eredi al potere.
Difendiamo a parole l’integrità territoriale della Danimarca, ma non mandiamo neppure una forza simbolica, come hanno fatto i nostri alleati europei. Abbracciamo Trump, ma ci becchiamo le sue sanzioni, inasprite su prodotti tipici come la pasta. Ci professiamo europeisti, ma Washington ci considera una pedina per scardinare l’Ue.
Facciamo la guerra all’accordo commerciale col Sudamerica, e poi lo sottoscriviamo all’ultimo momento. Neppure sull’Iran il Parlamento è riuscito a varare una mozione unitaria, né i partiti ad organizzare una manifestazione congiunta.
Lo spettacolo che il governo italiano offre al mondo è abbastanza desolante. Giorgia Meloni contrabbanda per successi politici i sorrisi che i leader degli altri Paesi le dispensano
volentieri. Ma chi negherebbe un sorriso ad un interlocutore che non conta nulla? Sorridere è una cosa, fidarsi è un’altra.
Costruire con gli alleati una alternativa politica al disfacimento dell’Occidente, un’altra ancora. In questo momento Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, perfino il Canada, stanno cercando di costruire una nuova solidarietà politica. Un pezzo significativo di Europa è consapevole di rappresentare il nucleo duro delle democrazie liberali sotto attacco e si coordina per difenderne i valori, ben al di là dei limiti impliciti nelle istituzioni Ue
Qual è la posizione del governo italiano in tutto questo? Le altre cancellerie hanno smesso di chiederselo. Il nostro Parlamento non ha mai neppure cominciato a farlo. Ancora una volta la nostra classe politica, con una parte della nostra opinione pubblica, sembra vivere fuori dal mondo.
È già successo. Ai tempi della grande crisi finanziaria, quando la questione dei conti pubblici era diventata cruciale in tutta Europa, l’Italia discuteva d’altro. I governi avevano al loro interno fautori dell’austerità (pochi), e spensierati amici della spesa pubblica.
La vacanza della nostra classe politica dalla realtà ci costò cara, costringendoci a ricorrere a “tecnici” esterni, come Monti e Draghi per salvare il Paese. Adesso la situazione è, se possibile,
ancora più critica. Ma, in politica estera, non ci possono essere “tecnici” per dirci che fare.
(da La Repubblica)

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“DIFENDERE LA GROENLANDIA SIGNIFICA DIFENDERE IL FONDAMENTO POLITICO DELL’EUROPA COME SPAZIO DI DIRITTO”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

ETTORE SEQUI: “L’UE E’ DI FRONTE A UN DILEMMA: SUBIRE LA COERCIZIONE PER PRESERVARE LA SICUREZZA O ACCETTARE IL COSTO DELLA RISPOSTA PER NON PERDERE LA SOVRANITÀ” … “IL PARALLELO CON L’UCRAINA NON È TEORICO. IN ENTRAMBI I CASI È IN GIOCO LO STESSO PRINCIPIO CHE CONFINI E SOVRANITÀ NON SI MODIFICANO

La crisi tra Europa e Usa sulla Groenlandia segna la fine dell’ingenuità atlantica europea. L’idea che Washington sia un garante disinteressato e che la sovranità europea sia implicitamente rispettata è in crisi.
Le pretese americane sulla Groenlandia rivelano infatti il mutamento nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono sicurezza, alleanze e scambi.
La scelta di Trump di legare esplicitamente la pressione economica a un obiettivo territoriale come l'”acquisto completo e totale” della Groenlandia non è tattica.
Per la prima volta Washington utilizza, in modo così esplicito, strumenti economici contro gli alleati per ottenere una concessione sovrana.
Il messaggio è inequivocabile: la sicurezza non è più una garanzia condivisa, ma una leva negoziale; e i dazi non sono politica commerciale, ma strumento geopolitico. Non riequilibrano flussi, ma puniscono e forzano decisioni.
Il commercio è una leva selettiva poiché la sicurezza diventa transazione, protezione in cambio di allineamento, risorse, territorio. E la sovranità altrui diviene una variabile subordinata all’utilità strategica americana.
Il nucleo di questa dottrina è che per Trump sicurezza equivale a possesso. Ciò che non è direttamente controllato non è davvero sicuro.
Dunque, la Groenlandia non può essere semplicemente “alleata”: deve essere posseduta o sottratta a ogni autonomia decisionale che non passi per Washington.
Quindi, la Groenlandia non è più danese, ma diviene una variabile della sicurezza americana. Si tratta della applicazione della “Dottrina Donroe” in base alla quale viene esclusa dal perimetro strategico americano ogni influenza esterna, compresa quella degli alleati europei.
La reazione europea parte da qui. Per mesi l’Europa ha scelto la cautela, non per ingenuità, ma per dipendenza dall’ombrello strategico americano. La Groenlandia cambia la natura del problema.
Se l’ombrello diventa leva di pressione contro gli alleati, il rischio non è più perdere l’America come garante, ma subirla come coercitore.
È qui che prende forma, per la prima volta in modo esplicito, un embrione di “derisking” europeo dagli Usa, non ideologico né antiamericano, ma funzionale alla sopravvivenza della sovranità europea.
L’Europa si trova, infatti, di fronte a un dilemma strutturale: subire la coercizione per preservare la sicurezza o accettare il costo della risposta per non perdere la sovranità
È proprio in questo contesto che si svolge il dibattito sulla reazione europea ai dazi annunciati da Trump, e in particolare sullo strumento anti-coercizione.
Il cosiddetto “bazooka” può essere attivato dalla Commissione, previa approvazione del Consiglio a maggioranza qualificata (55% degli Stati membri, 65% della popolazione). È una soglia alta, pensata per garantire legittimità politica, ma che apre il rischio di fratture interne
Per Washington, l’impatto sarebbe concentrato soprattutto su servizi e grandi piattaforme digitali, il segmento più sensibile e politicamente esposto del potere economico americano. Anche questo è un test: un’Europa incapace di difendere la propria sovranità quando viene colpita duramente, difficilmente potrà rivendicarla altrove.
È per questo che anche la Nato va compresa per ciò che è realmente: non solo un’alleanza politico-militare, ma una comunità fondata sulla fiducia tra partner.
La deterrenza vive nella credibilità dell’impegno. Quando quella fiducia viene incrinata, l’Alleanza può sopravvivere formalmente ma cessare di funzionare. È questo il rischio maggiore della crisi.
Il parallelo con l’Ucraina è strutturale e non teorico. In entrambi i casi è in gioco lo stesso principio che confini e sovranità non si modificano sotto pressione. Se il principio cade all’interno
dell’Occidente, non può essere affermato al di fuori. Difendere la Groenlandia non significa difendere un’isola remota, ma il fondamento politico dell’Europa come spazio di diritto.
La dimensione globale è immediata. Mosca osserva la coesione occidentale, pronta a testarne le crepe; Pechino osserva il metodo. Se la coercizione funziona tra alleati, la sovranità diventa negoziabile ovunque. E diventa anche più chiaro che la sicurezza europea si sta separando da quella americana.
Per l’Europa tenere la linea significa tre cose: unità reale, capacità di reazione e accelerazione non retorica dell’autonomia strategica. La Groenlandia può essere non un incidente, ma un precedente.
E in geopolitica i precedenti contano più delle intenzioni.
Ettore Sequi
per “la Stampa”

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CARA MELONI, LA DOTTRINA “MONROE” LA PAGANO (ANCHE) I CONTRIBUENTI ITALIANI – TRUMP FA L’OLIGARCA IN VENEZUELA E, CON UN ORDINE ESECUTIVO, HA DICHIARATO “NULLO E INVALIDO” QUALUNQUE ATTO GIUDIZIARIO OTTENUTO DAI CREDITORI DEL VENEZUELA. TRA QUESTI, C’È ANCHE LA MULTINAZIONALE ITALIANA ENI, CHE HA UN CREDITO DA TRE MILIARDI CON CARACAS

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’AMMINISTRAZIONE AMERICANA SI TERRÀ QUEI SOLDI, CHE FINIRANNO PER ESSERE “COMPENSATI” DA CHI PAGA LE TASSE IN ITALIA, PER RIPIANARE LE PERDITE DELL’ENI

Sempre più spesso Donald Trump si muove ai confini della pirateria. Prendete la sequenza a partire dal sequestro di Nicolás Maduro a Caracas.
Questi era a capo di un regime criminale che falsificava i risultati elettorali per restare al potere. Ma Trump ha deciso di non restituire la sovranità ai venezuelani, bensì di procedere a una pura e semplice cattura di quello stesso regime ai propri fini: l’intera struttura di potere di Caracas al momento resta dov’è, con i metodi brutali di prima, solo che ora asseconda quelli che Trump considera gli interessi economici degli Stati Uniti.
Il primo petrolio già estratto è stato trasferito in America e venduto, per mezzo miliardo di dollari. A chi? Il maggiore acquirente è il gruppo dell’energia Vitol e la figura decisiva è un suo manager di nome John Addison il quale, guarda caso, ha versato sei milioni di dollari alla campagna elettorale di Trump
nel 2024.
Trump ha appena emesso un ordine esecutivo che dichiara «nullo e invalido» qualunque atto giudiziario ottenuto dai creditori del Venezuela, ovunque nel mondo, per farsi rimborsare attraverso i fondi generati dalle vendite di greggio.
Senonché il Venezuela ha debiti esteri per almeno 150 miliardi di dollari verso la Cina o verso grandi imprese come l’italiana Eni (tre miliardi), l’americana ConocoPhillips (dodici) o la spagnola Repsol.
In sostanza, l’amministrazione Trump ha deciso che si terrà i soldi e i creditori di Caracas devono starsene alla larga. Per mettere il suo primo mezzo miliardo al riparo dai tribunali, ha persino trasferito i fondi su un conto off-shore in Qatar. Così il governo della prima economia del mondo si comporta come un oligarca russo: ha messo le mani sul malloppo e lo fa sparire in un paradiso fiscale lontano, al riparo dalla legge.
Trump non sta offrendo una dimostrazione di potenza, né costruendo un nuovo impero; è solo disperatamente a caccia di un successo — qualunque tipo di «successo» — perché è ai minimi nei sondaggi e sa che una sconfitta nelle elezioni di midterm a novembre prossimo porterebbe alla sua messa in stato di accusa al Congresso per il tentato colpo di Stato del 6 gennaio 2021.
Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. Il caso venezuelano ovviamente finirà per costare qualcosa anche a chi paga le tasse in Italia, perché qualcuno dovrà pur compensare per le perdite dell’Eni e di conseguenza per i minori dividendi che l’azienda potrà versare allo Stato.
Federico Fubini
per il “Corriere della Sera”

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NON È VERO CHE L’UE NON HA I MEZZI PER RISPONDERE AGLI USA, SEMMAI NON C’È L’UNITÀ POLITICA PER FARLO: “INVESTITORI E RISPARMIATORI EUROPEI SONO I PRINCIPALI CREDITORI ESTERI DEL DEBITO PUBBLICO AMERICANO; LO STRUMENTO ‘ANTI-COERCIZIONE’ PUÒ ESCLUDERE LE IMPRESE AMERICANE DAGLI APPALTI E COMUNQUE L’UNIONE PUÒ SEMPRE ATTIVARE TARIFFE PER 93 MILIARDI DI EURO”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

“BASTA GIUSTO CHE GLI EUROPEI LASCINO FILTRARE ALCUNE DI QUESTE OPZIONI. E VEDRETE CHE GIÀ IN SETTIMANA TRUMP SOSPENDERÀ LE MINACCE SUI DAZI SPIEGANDO CHE IL CONFRONTO SULLA GROENLANDIA PROCEDE ‘BENE’. TRUMP È UN BULLO. VA TRATTATO DI CONSEGUENZA

Germania, Francia, Olanda, Svezia, Finlandia e gli altri Paesi sono oggi presi di miraper aver inviato delle truppe a garanzia di un alleato (nel caso della Danimarca, per averle mandate sul proprio stesso territori.
Ma questa è una mina posta sotto l’Unione europea stessa. Se i dazi differenziali contro alcuni Paesi scattassero davvero — o se l’America catturasse davvero la Groenlandia contro la volontà di tutti — l’esistenza stessa dell’Unione europea nella sua forma attuale sarebbe in pericolo.
Se entrassero in vigore dazi imposti per esempio contro la Francia o l’Olanda, ma non contro l’Italia o la Grecia, ad andare in pezzi sarebbe prima di tutto il mercato unico europeo.
Le condizioni economiche e commerciali al suo interno sarebbero improvvisamente molto diverse. A quel punto gli esportatori francesi verso gli Stati Uniti potrebbero cercare di triangolare attraverso l’Italia? E Trump potrebbe allora mettere nuovi dazi anche contro di noi, per proteggersi dai prodotti francesi?
La sola lezione chiara di questi mesi è che l’assenza di una risposta europea sarebbe una prova di debolezza destinata ad attirare altre forme di aggressione.
L’accordo commerciale di luglio su un campo da golf era iniquo, ma ci è stato detto che andava subìto perché garantiva la pace transatlantica sui dazi e l’impegno di Trump sull’Ucraina al nostro fianco.
Subito dopo Trump ha steso un tappeto rosso a Vladimir Putin in Alaska, mentre oggi tutti devono aprire gli occhi su ciò che era
chiaro da mesi: la minaccia di nuovi dazi è sempre dietro l’angolo.
La sola ricetta che funziona, invece, è la fermezza. La Cina non si è lasciata intimidire da Trump, ha risposto colpo su colpo fin dai «dazi reciproci» di aprile scorso, e adesso è il solo Paese che lui evita in ogni modo di provocare
Più di recente Jay Powell, presidente della Federal Reserve, ha risposto alla persecuzione penale del Dipartimento di Giustizia in modo così limpido e duro che ora la Casa Bianca, alla chetichella, sta già cercando di far morire il caso.
Né è vero che l’Unione europea non abbia i mezzi per farsi valere di fronte agli Stati Uniti. Ne ha molti: investitori e risparmiatori europei sono i principali creditori esteri del debito pubblico americano; l’incredibile tolleranza di Bruxelles verso l’Irlanda consente al Big Tech e al Big Pharma degli Stati Uniti di pagare tasse assurdamente basse sulle quote enormi di profitti che quelli registrano in Europa, Medio Oriente ed Africa; lo strumento europeo «anti-coercizione» può escludere le imprese americane dagli appalti nei nostri Paesi (se non vogliamo mettere dei dazi) e comunque l’Unione può sempre attivare le tariffe su prodotti americani per 93 miliardi di euro già individuate.
L’Europarlamento tra l’altro non ha ancora approvato l’accordo commerciale di luglio. Soprattutto, una seria emissione di
eurobond per la difesa europea non farebbe che allargare i dubbi che già serpeggiano nei mercati sul futuro del dollaro come egemone unico del sistema finanziario internazionale.
Basta giusto che gli europei lascino filtrare alcune di queste opzioni. E vedrete che già in settimana, da Davos, Trump sospenderà le minacce sui dazi spiegando che il confronto sulla Groenlandia procede «bene».
Trump è un bullo: va trattato di conseguenza.
Viviamo in un sistema internazionale in cui la proiezione di potenza conta sempre di più ed essa presuppone che i Paesi siano pronti ad accettarne anche i rischi e i costi. Non si tratta di dare l’assalto ai McDonald’s. Ma i costi dell’«appeasement» di Trump, sempre e comunque, sono più alti.
Federico Fubini
per il “Corriere della Sera”

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TRUMP SCATENA IL DISORDINE GEOPOLITCO PER NASCONDERE I PROBLEMI DELL’ECONOMIA AMERICANA, I SONDAGGI DICONO CHE SOLO IL 36% DEGLI STATUNITENSI PROMUOVE LA GESTIONE DELLE RISORSE DEL TYCOON

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

ALTRO CHE “ETÀ DELL’ORO” PROMESSA A INIZIO MANDATO: L’INFLAZIONE RIMANE SOPRA L’OBIETTIVO DEL 2%, I SALARI CRESCONO MENO DEI PREZZI E LA DISOCCUPAZIONE È RISALITA DAL 4,2 DELL’ERA BIDEN AL 4,7% – IL COATTO DELLA CASA BIANCA STA TRASCINANDO IL PAESE VERSO UN MODELLO DI CAPITALISMO DI STATO CINESE

Attoniti davanti a un presidente autoritario che prende ogni giorno a picconate le regole della democrazia americana e che sta disintegrando l’ordine internazionale del quale proprio gli Usa sono stati i principali architetti, abbiamo fatto poco caso a quanto realizzato da Donald Trump in campo economico.
Nonostante un buon andamento della Borsa, è diffusa la percezione di un generale peggioramento delle condizioni di vita per gran parte della popolazione: un malessere che emerge da tutti i sondaggi. I numeri in sé sono allarmanti ma non disastrosi: l’inflazione rimane sopra l’obiettivo del 2%, ma è comunque scesa al 2,7. Il Pil, poi, cresce più delle previsioni, ma la disoccupazione è in aumento. Il punto vero è che The Donald in campagna elettorale aveva giudicato disastrosa l’economia di Biden e aveva promesso agli americani una «nuova età dell’oro».
Un anno dopo, di oro non c’è traccia mentre l’inflazione rimane più o meno ai livelli dell’ultima fase della presidenza di Joe Biden che ha lasciato al suo successore una disoccupazione al minimo storico del 4,2%, ora salita al 4,7.
Ma c’è qualcosa di peggio del semplice dato statistico: secondo gli analisti, compresi quelli conservatori del Wall Street Journal , l’incertezza economica, creata da Trump con mille annunci e il gioco dei dazi che salgono e scendono seguendo solo logiche politiche e di potere, ha indotto molte imprese a offrire quasi solo impieghi part time.
Meno sicurezza del lavoro e maggiore difficoltà a far bastare lo stipendio fino a fine mese: i salari, infatti, crescono meno dei prezzi. E quelli che contano di più per la gente — casa, cibo, bollette — aumentano molto di più di un’inflazione tenuta statisticamente bassa dal calo del petrolio che fa costare meno la benzina.
Il presidente esorcizza i dati negativi con la solita tecnica: nega la realtà dei fatti. Ma la crisi da affordability , per Trump solo uno slogan dei democratici, in realtà preoccupa molto il suo team, soprattutto per l’impatto che può avere sulle elezioni di
novembre.
La crescita in atto non sta dando lavoro. E gli incentivi pompati nel sistema rischiano di provocare altre fiammate dei prezzi (soprattutto se Trump riuscirà a imporre alla Federal Reserve tagli drastici del costo del denaro). Una regola della politica dice che chi promette molto e realizza poco viene punito dagli elettori.
Trump è stato fin qui l’eccezione: seguito fideisticamente da gente che vedeva in lui il paladino degli sconfitti. Per un po’ ha funzionato, anche senza risultati: bastava il messaggio. Ora i sondaggi dicono che non è più così: la maggioranza degli americani lo boccia (sull’economia solo il 36% lo approva).
Ma la congiuntura, importante ai fini del voto di midterm, è solo un aspetto: allargando l’orizzonte conta di più il modo nel quale Trump, ligio all’economia di mercato nel suo primo mandato, sta ora usando la sua svolta autoritaria anche per iniettare nel liberismo economico Usa, marchio di fabbrica dei conservatori, massicce dosi di dirigismo.
Trascinando il Paese verso un modello di capitalismo di Stato che ricorda quello della Cina di Xi Jinping: sottomissione della Federal Reserve ai voleri del presidente nella gestione dei tassi e del dollaro, uso delle authority di garanzia a fini politici (come quella per le comunicazioni che condiziona fusioni aziendali al
cambio di linea editoriale di grandi testate televisive nazionali).
E, poi, un’infinità di interventi diretti sulle imprese e sulle Borse, spesso abusando dei pur vasti poteri presidenziali: dall’annuncio di voler fissare un tetto per gli interessi percepiti dalle banche sulle carte di credito dei loro clienti (con conseguente crollo dei titoli bancari a Wall Street) alla pressione sulle imprese petrolifere perché investano 100 miliardi di dollari in Venezuela con la minaccia di punire la Exxon che non vuole operare in quel Paese.
Passando per l’intervento diretto in Intel portando lo Stato nel capitale del gigante elettronico, condizionando il via libera all’integrazione tra industrie giapponesi e americane dell’acciaio a un intervento diretto del governo in US Steel. E condizionando l’autorizzazione a esportare processori di Nvidia e Amd in Cina al versamento di una parte dei profitti nelle casse del Tesoro. E molto altro ancora, dalla distruzione dell’«industria del vento» dichiarando fuorilegge le pale eoliche offshore, alle porte aperte, senza limiti, alle criptovalute.
Così, in quella che anche gli economisti conservatori definisconrasformazione di un’economia liberista in capitalismo clientelare, le imprese imparano che per avere successo devono soddisfare i desideri del presidente, più che quelli del mercato.
(da Corriere della Sera)

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IO SO’ IL GARANTE, E VOI NON SIETE UN CAZZO – L’EX SEGRETARIO GENERALE DELL’AUTHORITY PER LA PRIVACY, ANGELO FANIZZA, È STATO SENTITO DAI PM CHE INDAGANO L’INTERO COLLEGIO PER PECULATO E CORRUZIONE. E HA RILEVATO DETTAGLI SULLE “SPESE PAZZE”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

LA PRETESA DI VIAGGIARE SEMPRE IN BUSINEES IN AEREO, I SOGGIORNI IN HOTEL DI LUSSO, I SEIMILA EURO SPESI DA STANZIONE IN MACELLERIA IN TRE ANNI (“SPESE DUBBIE”) E L’AFFITTO PER IL SUO ALLOGGIO AL CENTRO DI ROMA PASSATO DA 2.900 EURO A 3.900 AL MESE

È stato l’uomo dello scandalo, quello a cui era stato commissionato di “spiare” i dipendenti del Garante della privacy per rintracciare la fonte di Report e individuare chi aveva raccontato ai giornalisti le spese sfacciate del Collegio dell’Ente.
Ora Angelo Fanizza, segretario generale travolto dalle polemiche, scaricato dai “suoi” e costretto alle dimissioni, diventa testimone chiave per i magistrati. La procura di Roma ha indagato l’intero Collegio del Garante per peculato e corruzione e gli investigatori della Guardia di finanza stanno scandagliando ogni cosa: soggiorni in hotel di lusso, viaggi in taxi e auto blu, voli in business class, cene, fiori, sanzioni annullate o ridotte in maniera «opaca».
Fanizza, audito in procura a inizio mese, parte da un dato: nel 2024, i costi di rappresentanza superano i 400mila euro. E se il tetto di spesa autorizzato dal Collegio nel 2012 era di 3.500 euro mensili per ciascuno, «nel 2020 credo sia salito a 5mila».
Certe dinamiche l’ex segretario generale le conosce bene e davanti ai magistrati non esita ad avanzare dubbi e perplessità. Ad iniziare dall’affitto stipulato dal presidente Pasquale Stanzione per un immobile a Roma, proprio accanto al b&b gestito dalle figlie, prima di 2.900 euro poi rinegoziato a 3.900. «Un aumento considerevole», osserva Fanizza, che aveva esortato a temporeggiare prima di procedere con i rimborsi.
I seimila euro spesi da Stanzione in macelleria in tre anni? «Spese dubbie». Sulla missione in Giappone, per il G7 di Tokyo 2023, l’ex segretario generale spiega come i membri del Collegio Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni abbiano voluto viaggiare in business class, pare anche senza averne diritto: «Ghiglia aveva riferito che loro non viaggiavano mai in economica».
Gli inquirenti, negli atti, parlano di «condotte disinvolte» tenute in «numerose occasioni», di atteggiamenti «inopportuni» e di «ipotesi di reato». Ci sarebbe stato anche l’abuso d’ufficio, scrivono, ma è stato abrogato.
Parallelamente alla procura di Roma, poi, sono in corso gli accertamenti della Corte dei Conti chiamata a valutare un eventuale danno erariale. Con le nuove norme, però, il risarcimento del danno in caso di colpa non potrà superare il 30%.
In molti raccontano che le spese dell’Autorità fossero «chiacchierate» da tempo e alcune segnalazioni tramite whistleblowing, ovvero riservate e in anonimo, sono arrivate anche all’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. Report trasmette l’inchiesta in prima serata e negli uffici di piazza Venezia si scatena il caos.
L’allora segretario generale viene incaricato di controllare le email dei dipendenti, farne copia, di violare la privacy pur di
trovare “la talpa”. La faccenda viene resa nota durante l’assemblea dello scorso 23 novembre ed è una prima resa dei conti. I dipendenti chiedono spiegazioni, Fanizza spiega di non essersi mosso da solo, dice: «Non sono un battitore libero».
Ieri con un comunicato congiunto Il presidente Pasquale Stanzione, la vice presidente Ginevra Cerrina Feroni ed il componente Agostino Ghiglia hanno espresso «la loro ferma volontà di proseguire nello svolgimento delle loro funzioni istituzionali» convinti di «aver sempre agito in piena trasparenza e correttezza».
(da agenzie)

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GLI ITALIANI NON SANNO NEANCHE DOVE SI TROVA L’UCRAINA . IL SONDAGGIO “YOUTREND”: SOLO UN NOSTRO CONCITTADINO SU TRE, (IL 34% DELLA POPOLAZIONE), È IN GRADO DI INDICARE CORRETTAMENTE SULLA MAPPA DOVE SI TROVA L’UCRAINA

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL 39% DEGLI INTERVISTATI SBAGLIA DI GROSSO E COLLOCA IL PAESE A UNA DISTANZA SUPERIORE AI 500 KM DALLA SUA REALE POSIZIONE … SECONDO QUALCUNO, KIEV SI TROVA IN CALABRIA. C’E’ CHI SI SBAGLIA CON LA FRANCIA O CON LA SPAGNA

A fine febbraio saranno quattro anni dall’inizio dell’“operazione speciale” di Vladimir Putin in Ucraina con l’invasione su larga scala della Russia. Eppure nonostante la centralità del conflitto ucraino nel dibattito pubblico e mediatico internazionale, solo un italiano su tre, pari al 34%, è in grado di collocare correttamente la posizione del Paese guidato da Volodymir Zelensky su una mappa geografica. Lo rileva una analisi di Youtrend.
Colpisce come, al cospetto di un planisfero ‘muto’, ben il 39% degli intervistati commetta errori gravi, collocando l’Ucraina a una distanza superiore ai 500 km dalla sua reale posizione. Osservando la distribuzione spaziale delle risposte, – continua Youtrend – si nota una dispersione significativa che porta a confondere il territorio ucraino con quello delle nazioni limitrofe (in particolare Polonia, Russia, Bielorussia, Romania e altre nazioni dell’Europa centro-orientale). Un altro 20% del campione commette invece errori definiti ‘medi’, cioè tra i 100 e i 500 km, e il 7% errori ‘lievi’, cioè entro i 100 chilometri.
(da agenzie)

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IL PARADOSSO NATO: SAREBBE UN AMERICANO A DIFENDERE LA GROENLANDIA IN CASO DI ATTACCO USA

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

GORDON PERRY E’ IL VICEAMMIRAGLIO AMERICANO CHE DOVREBBE DIFENDERE IL PAESE DA UN ATTACCO DEGLI STATI UNITI

Il paradosso della Groenlandia ha il volto di un viceammiraglio di 58 anni, con una divisa piena di mostrine colorate, un curriculum cucito sulla divisa di un uomo che ha vissuto per anni sott’acqua, come comandante di sottomarini. Ma adesso per Douglas Gordon Perry potrebbe arrivare la missione più difficile: da americano dovrà difendere la Groenlandia da un potenziale attacco lanciato dagli Stati UnitiE Donald Trump si troverebbe come avversario un alto ufficiale che rientra nei canoni trumpiani del nuovo Pentagono antiwoke: maschio, bianco e pluridecorato.Se il presidente ordinasse un’operazione militare per la conquista dell’isola artica, la Nato si affiderebbe al viceammiraglio americano per difendersi dagli Stati Uniti. Secondo il quotidiano tedesco Welt, la situazione surreale è legata a un cambio della catena di comando descritto in un documento segreto del Comando supremo della Nato e datato fine novembre 2025.
Il comandante supremo delle forze Nato, Alexus Grynkewich, ha trasferito la responsabilità per la difesa dei Paesi nordici
Finlandia, Svezia e Danimarca, del cui regno fa parte la Groenlandia – dal Comando operativo delle forze congiunte, in inglese Joint Force Command, da Brunssum, nei Paesi Bassi, a Norfolk, Virginia, negli Stati Unit Considerato che Trump già dal 2019 aveva dichiarato di voler acquisire la Groenlandia, non è escluso che il cambio nella catena di comando sia stata fatto anche per disinnescare quell’ipotesi estrema.
Il presidente americano insiste: Cina e Russia vogliono mettere le mani sulla Groenlandia e quindi è necessario l’intervento degli Stati Uniti. Donald Trump ha anche detto che ci sono molte navi russe e cinesi al largo delle coste della grande Isola dell’Artico.
È così? Il Comandante delle forze danesi nell’Artico, il generale Soren Andersen, in un’intervista al gruppo di Axel Springer Global Reporters Network , smentisce in modo perentorio le affermazioni del leader degli Usa. «No, non vediamo alcuna minaccia oggi, né da parte della Russia, né da parte della Cina — sostiene il generale Andersen —. Noi teniamo d’occhio ogni potenziale e futura minaccia, ci stiamo addestrando per questo».
(da agenzie)

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REFERENDUM GIUSTIZIA, BARBERO: “IL CITTADINO NON E’ MAI SICURO SE GIUDICI E PM PRENDONO ORDINI DAL GOVERNO”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

“VOTERO’ NO PERCHE SI VUOLE INDEBOLIRE L’AUTONOMIA DELLA MAGISTRATURA”

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Così Alessandro Barbero, storico e scrittore italiano, apre il suo intervento in un video sui social, prendendo le distanze da uno scontro che, come dice lui stesso, è ormai diventato battaglia politica tra destra e sinistra. Proprio per questo, spiega, aveva evitato di esporsi: “Che io dica a tutti ‘anche io voterò no’, sai che novità”.
Studiando da vicino il contenuto della riforma, Barbero ha però sentito il bisogno di chiarire un punto che, a suo giudizio, nel
dibattito pubblico viene spesso semplificato o frainteso. Il referendum, ricorda, non riguarda davvero la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, perché quella separazione, nei fatti esiste già. Oggi un magistrato sceglie all’inizio se svolgere funzioni requirenti o giudicanti, può cambiare una sola volte nella vita e pochissimi lo fanno. Il cuore della riforma, sta altrove: “Al centro, c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistrature così come era stato voluto dall’Assemblea costituente”. Il Csm, spiega Barbero, non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, ma uno dei pilastri dell’equilibrio democratico costruito dopo il fascismo. È l’organo di autogoverno dei magistrati, con funzioni anche disciplinari: funzioni che prima erano esercitate direttamente dal ministro della Giustizia, cioè dal governo: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia”, ricorda Barbero, “il cittadino non è al sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo”. Per questo la Costituzione aveva previsto un Cdm composto in maggioranza da magistrati eletti dai loro colleghi, affiancati da una quota di membri laici nominati dal Parlamento. Era un equilibrio pensato per mantenere la magistratura in dialogo con la politica, ma non subordinata a essa, ricorda.
Cosa cambia con la riforma
La riforma approvata dal Parlamento cambierebbe radicalmente questo assetto. Il Csm verrebbe sdoppiato, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri, e perderebbe i poteri disciplinari, che verrebbero affidati a un nuovo organismo, l’Alta Corte disciplinare. Ma soprattutto cambierebbe il metodo di selezione dei membri togati: non verrebbero più eletti, ma estratti a sorte. Ed è qui che Barbero definisce il sorteggio una “misura pazzesca”, che non si usa in nessun organo di grande responsabilità. La giustificazione ufficiale è nota: evitare che la magistratura si organizzi in correnti e che le elezioni interne riflettano schieramenti politici. Ma per Barbero il rimedio rischia di essere peggiore del male: “A me sembra che un Csm, anzi due, anzi tre organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte, mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore”. Il risultato, dice ancora, è un ritorno a un sistema in cui il potere esecutivo può influenzare, indirizzare e sanzionare la magistratura: “mi sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”
Pur riconoscendo che chi sostiene la riforma può rivendicare apertamente questo modello in nome dell’efficienza e di uno Stato “moderno”, è proprio su questo punto che Barbero dice di no: “io la penso diversamente e per questo voterò no”. Non come gesto identitario, ma come presa di posizione coerente con una lezione che viene dalla storia: le democrazie non si indeboliscono tutte insieme, ma un equilibrio alla volta. E spesso, aggiunge, lo fanno in nome di riforme che sembrano tecniche, ragionevoli e persino necessarie.
(da agenzie)

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