Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
CRESCE AL 62% LA FIDUCIA IN ZELENSKY
Sotto la pioggia letale di missili e droni russi nelle prime settimane dell’anno, gli
ucraini “vogliono più bene” al loro presidente. Il 62% ha fiducia in Volodymyr Zelenskyy, rileva un sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kyiv (KIIS) visto in anteprima da Fanpage.it. Tre mesi fa, era al 60 per cento. Meglio di Zelenskyy, Kyrylo Budanov: 70 per cento di consenso per il nuovo capo dell’Amministrazione presidenziale.
Fino a poche settimane fa direttore del GUR, il servizio segreto militare, il giovane e imperturbabile generale “senza sorriso” – più volte ferito in battaglia e obiettivo di diversi attentati – si è costruito una reputazione leggendaria con temerarie operazioni contro la Russia.
Pare proprio che quando le cose vanno male gli ucraini non voltino le spalle ai loro leader. Anzi, premiano chi è maggiormente associato allo sforzo bellico contro l’invasione russa. L’obiettivo del Cremlino di creare instabilità nelle istituzioni del nemico, più volte esplicitato a Fanpage.it dai
politologi di Vladimir Putin, sembra lontano. Come anche la possibilità che Kyiv accetti condizioni massimaliste per porre fine alla guerra. La pace è vista come una priorità, ma non a ogni costo.
“Il gradimento per Budanov è cresciuto parecchio, si avvicina a quello dell’ex capo di Stato maggiore delle forze armate Zaluzhnyi (intorno al 73 per cento)”, commenta a Fanpage.it il direttore del KIIS Anton Hrushetskyi. “Per Zelensky, è interessante notare come sia apprezzato per la sua politica estera, e meno per la politica interna”. Pesa lo scandalo della corruzione, che ha coinvolto anche l’ex braccio destro del presidente, Andriy Yermak.
“Ma la corruzione non è una sorpresa: sapevamo che è un problema grave nel Paese”. Ai dati sulla fiducia non corrispondono necessariamente le intenzioni di voto. Anche queste sono aumentate per il capo dello Stato. Il dato “supera il 25 per cento di settembre”. La percentuale esatta sarà resa nota dal KIIS nelle prossime ore. “Gli ucraini comunque non vogliono votare adesso”, precisa il sociologo. “Vogliono poter scegliere. E ora alcuni potenziali candidati non potrebbero partecipare: sono al fronte. Si presenterebbero solo i soliti dell’attuale establishment. Meglio fare le elezioni a guerra finita, dice la gente. Adesso va bene questo governo, ma poi ci
vorranno nuovi leader”. Zelensky sta contattando i rivali. Ha parlato con Valeriy Zaluzhny, ora ambasciatore nel Regno Unito, e con l’attivista critico Serhiy Sternenko. Gli incontri servono a rafforzare la sua posizione postbellica.
Nessun cedimento sul Donbass
Chi conta che l’Ucraina si rassegni a sottoscrivere gli obiettivi del Cremlino pur di far finire la carneficina, rischia di sbagliarsi. Il KIIS, in un sondaggio pubblicato venerdì, registra che il 54 per cento dei cittadini rifiuta categoricamente la proposta di trasferire l’intero Donbass sotto il controllo russo. Per il 39% andrebbe bene, ma solo con forti garanzie di sicurezza. Le garanzie di cui una delegazione di Kyiv ha appena discusso con gli americani a Miami.
“Il problema è che gli ucraini non ritengono credibile un sistema di sicurezza che non preveda la presenza di truppe europee o statunitensi a garantirla”, spiega Hrushetskyi. “Il caso dell’Italia, che è per le garanzie ma non per l’invio di soldati, nel nostro Paese viene visto con ironia amara”. Mosca ha sempre detto che non tollererà stivali sul terreno, nelle aree contese. Anche per questo il 57 per cento degli intervistati ritiene che dopo un armistizio la Russia cercherà di attaccare di nuovo. Il 69 per cento non crede che i negoziati in corso porteranno a una pace durevole. La stessa percentuale reputa che la Russia voglia
distruggere la nazione ucraina o commettere un genocidio. Più in generale, l’83% crede che gli obiettivi russi vadano oltre il semplice controllo del Donbass. “Per molti queste trattative servono soprattutto a guadagnare tempo: ottenere informazioni, ricevere sostegno dagli alleati, fino a quando avremo più capacità industriali e la Russia subirà ancora maggiori sul campo di battaglia”.
”Un conflitto esistenziale”
“Quasi tutti gli ucraini parlano russo. Leggono e ascoltano le notizie dei media russi. Conoscono la narrativa guerrafondaia e gli obiettivi massimalisti del Cremlino. Sanno che a quegli obiettivi non intende rinunciare. Capiscono che questo conflitto è esistenziale”, nota il direttore del KIIS.
Le sue parole si confondono con le grida di bimbi che giocano. Gli chiediamo com’è la situazione a Kyiv. “Al momento, siamo al buio. Elettricità quasi sempre assente, oggi”, racconta. “Non è proprio il massimo eh”, scherza. “Ma non è poi così terribile: ho due figli piccoli, gli asili funzionano, gli insegnanti sono sempre presenti e disponibili oltre i loro orari. E siccome i russi hanno bombardato i nostri impianti elettrici fin dal primo anno di guerra, abbiamo comprato generatori e power bank. Ne abbiamo tantissimi. Per questo riusciamo a parlare al telefono. Anche con questo freddo e senza luce, si può continuare a vivere”.
La voce di Anton Hrushetskyi è allegra. La situazione però è grave. Centinaia di migliaia di persone sono senza riscaldamento e senza elettricità, nel cuore di un inverno ancora più rigido del solito. Zelenskyy ha dichiarato lo stato di emergenza.
Mentre Donald Trump era distratto, o meglio mentre spostava l’attenzione dai Caraibi alla Groenlandia fino all’Iran, Vladimir Putin ha intensificato i bombardamenti sulle città e le infrastrutture civili dell’Ucraina. Spesso con la tattica del “double tap”: un primo colpo, una pausa e poi un secondo colpo, sui soccorritori. Al fronte, i russi sperimentano tattiche nuove, ma difficili da applicare su larga scala, osserva l’Institute for the Study of War (IWR). E rivendicano guadagni territoriali contestati dai loro stessi blogger militari. Gli USA hanno criticato l’aumento degli attacchi, senza definirli ripugnanti di per sé. Sono stati considerati uno sgarbo, una mancanza di rispetto nei confronti del “grande pacificatore”.
Trump -cosa rara- tace. O quasi. Ha detto solo che chi ostacola la pace è Zelensky, mica Putin. In sintesi: un nemico potente e con risorse umane sovrastanti aumenta la pressione; il tuo maggiore alleato si distrae, lascia fare e dice che la colpa è la tua perché non vuoi la pace; i negoziati in cui ti sei impegnato non si sbloccano perché il tuo nemico è restio a compromessi seri. Potrebbe esser troppo anche per la forza d’animo, la tenacia e il
coraggio dimostrati negli ultimi quattro anni dagli ucraini
Voglia d’Europa
“La resilienza degli ucraini si è sviluppata durante questa guerra”, commenta il sociologo Hrushetskyi. Prima dell’invasione su larga scala, molti ucraini pensavano che non saremmo stati in grado di resistere all’aggressione russa. Poi abbiamo visto che eravamo in grado di fermarli. E che per conquistare territori devastati dai loro bombardamenti hanno perdite immani”. E il cosiddetto “tradimento” di Trump? “Stessa cosa, da sociologo che ha studiato come è cambiato l’umore della popolazione, posso affermare che allo scetticismo sulla possibilità di resistere ai russi precedente all’inizio del mandato del presidente americano è seguita la consapevolezza che per tutto il 2025 abbiamo tenuto”. Nonostante Trump.
Un fattore che contribuisce a questo cauto ottimismo della popolazione si chiama Europa. In questi giorni, proprio quando i sistemi di difesa aerea erano rimasti senza munizioni – lo ha detto Zelenskyy – è arrivato un pacchetto di aiuti militari cruciale. Ma non c’è solo l’assistenza pratica. Il 90% della popolazione vuole l’UE. Ci sono critiche: alcuni dicono che l’Europa non è abbastanza coraggiosa. Ma resta l’obiettivo principale.
“Sì, siamo una democrazia ancora immatura, ma stiamo cercando di cambiare e stiamo cambiando davvero. È un processo lungo ma pensiamo di meritare, a questo punto, di diventare una nazione migliore. E magari di poter ispirare gli Europei. Sulla libertà e sulla capacità di migliorare”, dice Hrushetskyi. Gli ucraini sono certi che nell’UE sarà il futuro. “L’Europa è per noi un pilastro di ottimismo: rappresenta sicurezza, prospettive sociali e un futuro migliore. È una prospettiva di vita migliore per le generazioni future, una vera garanzia di pace”. E pensare che prima che Trump tornasse al potere, la maggior parte degli ucraini considerava vitale l’alleanza con Washington, e molto meno importante l’adesione all’Unione Europea.
(da Fanpage)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
GLI AGRICOLTORI EUROPEI DENUNCIANO LA CONCORRENZA SLEALE PER I CEREALI E LA CARNE IN ARRIVO DAL SUDAMERICA MA L’ACCORDO PROTEGGERÀ 350 PRODOTTI EUROPEI A INDICAZIONE GEOGRAFICA, TRA CUI 58 ITALIANI, VIETANDO IL COMMERCIO DI IMITAZIONI … I CONTROLLI E GLI OBBLIGHI DI TRASPARENZA: COME FUNZIONA IL TRATTATO
I trattori di mezza Europa stanno scaldando i motori: domani, 20 gennaio, saranno tutti a Strasburgo davanti al Parlamento europeo. Gli agricoltori proprio non digeriscono l’accordo Mercosur appena firmato in Paraguay da Ursula von der Leyen.
Eppure, è la prima reazione forte dell’Unione ai dazi di Trump. L’intesa raggiunta con Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay crea la più grande area di libero scambio al mondo: 718 milioni
di persone e un Pil complessivo di 22,4 trilioni di euro.
Il trattato prevede l’eliminazione graduale delle tariffe su oltre il 90% delle merci scambiate e farà risparmiare 4 miliardi di euro all’anno in dazi doganali alle 60 mila imprese Ue coinvolte.
L’accordo proteggerà 350 prodotti europei a indicazione geografica tra cui 58 italiani vietando il commercio di imitazioni. Oggi la fattoria del Vermont può tranquillamente produrre mozzarella italian sounding e venderla ai ristoranti di New York, e noi non abbiamo nessuno strumento per intervenire. In questo caso invece l’esportatore italiano potrà bloccare l’azienda argentina o brasiliana che copia le nostre eccellenze
E poi c’è un obiettivo strategico: facilitare l’accesso a materie prime e minerali critici, come rame, litio, grafite, nichel e terre rare, riducendo così la dipendenza Ue dalla Cina. Ma come funziona l’interscambio tra Ue e Mercosur?
Uno scambio da 111 miliardi
Oggi esportiamo verso il Mercosur macchinari industriali, prodotti chimici e farmaceutici, auto soggetti a dazi compresi tra il 15 e il 35% per un valore complessivo di 55,2 miliardi. Importiamo minerali, idrocarburi e soprattutto prodotti agroalimentari per un totale di 56 miliardi. Il travagliato accordo è stato approvato il 9 gennaio a maggioranza qualificata, con il Belgio astenuto mentre Francia, Ungheria, Irlanda, Polonia e
Austria hanno votato contro.
Anche l’Italia, dove l’agricoltura rappresenta un pilastro dell’economia, in un primo tempo aveva bloccato l’intesa, ma dopo aver ottenuto una serie di garanzie a tutela del settore, ha cambiato posizione, diventando decisiva. Il governo italiano ha imposto un limite all’import e la sospensione temporanea della carbon tax sui fertilizzanti a base di ammoniaca, urea e altre sostanze.
E ora, mentre si attende il via libera definitivo del Parlamento europeo, gli agricoltori tornano sul piede di guerra. Temono l’arrivo massiccio di carne bovina, pollame, zucchero, cereali, riso e ortofrutta a basso costo, e la concorrenza sleale. Vediamo.
Carne, cereali, ortofrutta
Nel caso della carne bovina i dazi scenderanno dal 20 al 7,5%, ma su una quantità che non supera l’1,6% del consumo totale nella Ue (fonte Uniceb). Tutte le importazioni eccedenti questa soglia saranno invece soggette a tariffe tra il 40 e il 45%. Per il pollame sono previsti zero dazi, ma anche qui su un import limitato all’1,4% del consumo europeo. Per ogni tonnellata di petto di pollo in più bisognerà aggiungere un dazio di 1.024 euro (fonte Assoavi).
L’assenza di tariffe è garantita anche su 190 mila tonnellate di zucchero (1,2% del consumo Ue), 45 mila tonnellate di miele e
60 mila tonnellate di riso. Non ci sono quote invece per l’ortofrutta perché essendo prodotti deperibili legati alla stagionalità, avrebbero poco impattoInoltre l’accordo prevede clausole di salvaguardia: qualora le importazioni di un determinato prodotto aumentassero oltre il 5% o i prezzi subissero una riduzione superiore al 5%, la Commissione europea potrà sospendere le agevolazioni tariffarie o limitare l’ingresso delle merci.
Per compensare i danni da possibili perturbazioni di mercato, la Commissione ha anticipato sul prossimo bilancio dell’Unione (2028-2034) 45 miliardi di euro che potranno essere usati dagli Stati membri come sussidi per gli agricoltori attraverso la Politica agricola comune (Pac). Fitofarmaci, antibiotici e ormoni Gli agricoltori sollevano però anche il tema della concorrenza sleale.
I nostri standard sanitari e le regole di produzione incidono sui costi e, di conseguenza, sui prezzi degli alimenti immessi sul mercato, penalizzando i produttori europei. L’Unione applica norme vincolanti sul benessere animale, come l’alimentazione, le cure veterinarie e il divieto delle gabbie convenzionali per le galline ovaiole e l’obbligo di garantire condizioni minime di spazio.
Nei Paesi del Mercosur, invece, gli standard sono spesso molto più bassi, e negli allevamenti intensivi rimangono diffuse pratiche crudeli. Stesso discorso vale per fitofarmaci, antibiotici e ormoni.
Secondo uno studio della geografa Larissa Bombardi, molti pesticidi proibiti nella Ue sono invece impiegati in Sudamerica: in Brasile, ad esempio, il 27% dei principi attivi utilizzati sono proibiti dall’Unione Europea.
L’elenco comprende l’erbicida amicarbazone mai autorizzato in Europa, il fungicida clorotalonil vietato dal 2019 e l’insetticida novaluron escluso dal 2012. Un problema ancora più delicato riguarda gli ormoni della crescita. Nell’ottobre 2024 un audit ufficiale della Commissione europea sul sistema di controlli brasiliano ha concluso che non è possibile garantire con certezza che la carne bovina esportata verso la Ue non sia stata trattata con ormoni vietati, in particolare con l’estradiolo-17.
Trasparenza e controlli
L’accordo, però, specifica che tutto quello che entra dal Sudamerica deve essere conforme alle norme Ue, e dunque si applicheranno due vincoli: 1) il principio di precauzione, ovvero ogni alimento può essere immesso sul mercato solo se non presenta rischi per la salute; 2) l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine per ortofrutta, miele, uova, carne bovina, suina, ovina, caprina e pollame.
Una trasparenza che consente ai consumatori di scegliere consapevolmente se acquistare o meno una bistecca argentina o il miele brasiliano. Attenzione però, se la carne (a esclusione di quella bovina) viene poi lavorata, la storia cambia.
Per esempio, se il petto di pollo importato viene poi panato o trasformato in crocchette in Italia, sull’etichetta ci sarà scritto «Prodotto in Italia». Molto si giocherà sui controlli doganali, e anche qui la Commissione ha annunciato un pacchetto di misure per aumentare del 33% le ispezioni sulle merci in entrata.
Calcolando che gran parte dei prodotti in arrivo dal Sudamerica sbarcano al porto di Rotterdam, dove oggi i controlli sono sotto il 3%, l’aumento proposto li porterebbe al 4%. Davvero poco… ma tant’è.
In sostanza, abbiamo capito che l’apertura impone vincoli di lungo periodo che limitano la capacità europea di sostenere standard elevati. Sappiamo anche che non esistono accordi senza compromessi.
Al momento la Commissione stima che il trattato con il Mercosur porterà a un aumento delle esportazioni europee del 39% e a un incremento complessivo del Pil pari a 77,6 miliardi di euro entro il 2040. Va ribadito che la Ue, non avendo materie prime, è orientata all’export, e se tutti mettono dazi si crea un regime di economia stagnante dove gli Stati incassano meno, ealla fine a soffrire saranno pure gli agricoltori, perché i sussidi chi glieli dà?
Inoltre, la nuova alleanza strategica tra due aree del mondo che condividono una crescente pressione geopolitica e commerciale da parte degli Stati Uniti potrebbe andare oltre il piano economico.
Francesco Tortora e Milena Gabanelli
per il “Corriere della Sera”
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“NESSUNO TI HA SPIATO, ABBIAMO SOLO LETTO I BILANCI PUBBLICI DEL TUO TEATRO”
La settimana scorsa Luca Barbareschi aveva aperto Allegro ma non troppo
lamentandosi che Sigfrido Ranucci non gli passava mai la linea e minacciando querela per la vicenda Bellavia. Nella puntata di Report del 18 gennaio, è arrivata la risposta. E non è stata una risposta qualsiasi: Ranucci ha chiuso il programma con un’inchiesta sui finanziamenti pubblici al Teatro Eliseo, proprietà dello stesso Barbareschi, concludendo con una frase durissima: “Dovrebbe restituire otto milioni di euro. Ora Allegro ma non troppo può cominciare”
La smentita punto per punto: “Nessuno ha spiato Barbareschi”
Ranucci ha iniziato affrontando direttamente le accuse mosse da Barbareschi domenica 11 gennaio, quando il conduttore aveva dichiarato che il consulente di Report, Gian Gaetano Bellavia, lo stava “spiando da due anni”. Una ricostruzione che secondo Ranucci nasce da un errore in buona fede, alimentato però da una precisa campagna di stampa.
“Barbareschi si è documentato sui giornali sbagliati, quelli del gruppo Angelucci: Il Giornale, Libero, Il Tempo. Hanno orchestrato una campagna di fango nei confronti di Report e del sottoscritto, strumentalizzando un’avventura che è capitata al nostro Bellavia”, ha spiegato il conduttore.
I bilanci pubblici del Teatro Eliseo: 13 milioni in 5 anni
Ma il punto centrale del discorso di Ranucci non riguarda lo spionaggio — che nega categoricamente — ma i numeri del
Teatro Eliseo. “In quelle carte non c’è nulla di eversivo, se non la lettura dei bilanci dell’Eliseo, teatro tra i più importanti d’Italia di cui lui è proprietario”, ha detto il conduttore.
Report si era già occupato della vicenda nel 2022, quando aveva scoperto che Barbareschi, che era stato parlamentare dal 2008 al 2013 con varie casacche di centrodestra, aveva nel frattempo ottenuto come proprietario del Teatro Eliseo 13 milioni di euro di finanziamenti pubblici in cinque anni.
“Dovrebbe restituire otto milioni di euro”, ha concluso Ranucci, lasciando cadere la frase con la stessa naturalezza con cui si chiude un servizio qualsiasi. Solo che qui non si tratta di un servizio qualsiasi: si parla di fondi pubblici, di un parlamentare che diventa anche beneficiario di quei fondi, e di una cifra — otto milioni — che secondo l’inchiesta di Report dovrebbe tornare nelle casse dello Stato. E poi Ranucci ha aggiunto: “Ora Allegro ma non troppo può cominciare”. Proprio il porgramma di Luca Barbareschi.
(da Fanpage)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
UN MILIARDO PER ENTRARE NEL BOARD DI TRUMP
Un anno fa, proprio in queste ore, si raggiungeva quel primo cessate il fuoco tra Hamas e Israele che – nelle promesse – avrebbe dovuto reggere a lungo. Eravamo a poche ore dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca e questo doveva essere l’inizio della “Fase 1”, il preludio necessario a una stabilizzazione che non è mai arrivata, perché la “Fase 2” non è mai nata per volontà di Israele, che ha ripreso i bombardamenti senza guardarsi indietro.
A distanza di un anno a che punto siamo? Non molto lontano da quel punto morto, anzi. A ottobre c’è stata la firma di Sharm el-Sheikh, una parata di nazioni garanti di una tregua che è carta straccia fin dal giorno dopo, violata centinaia di volte dall’esercito israeliano che oggi continua a occupare militarmente oltre il 50% della Striscia di Gaza.
Cos’è il Board of Peace: la fine delle Nazioni Unite
Ma se a Gaza la fase due è un miraggio, altrove sta iniziando davvero. È la “Fase 2” di Trump. Mentre il mondo guarda altrove, si sta insediando il Board of Peace. Non è solo un nome
altisonante, è l’istituzione che nei piani del tycoon va a sostituire integralmente la diplomazia internazionale per come l’abbiamo conosciuta sotto l’egida delle Nazioni Unite. La diplomazia smette di essere un luogo di confronto e diventa un club esclusivo, un privé dove si entra solo su invito del fondatore e previo versamento di un miliardo di dollari.
Lo statuto svelato da Haaretz e l’Emirato di Trump
Le rivelazioni delle ultime ore del quotidiano israeliano Haaretz, che ha avuto accesso allo statuto del Board, sono agghiaccianti. In un passaggio chiave emerge la natura reale del progetto: il presidente e capo assoluto non è Donald Trump in quanto Presidente degli Stati Uniti, ma Donald Trump come persona fisica. È quello che su Scanner abbiamo definito più volte “l’Emirato di Trump nel Mediterraneo”: un territorio sotto la sua giurisdizione personale.
Ha invitato 60 paesi per un triennio. Chi vuole restare in questo cerchio magico deve pagare il biglietto d’ingresso: un miliardo per l’iscrizione a tempo indeterminato. O almeno finché il capo non decide di cacciarti. Perché il Board of Peace non è una democrazia, è una monarchia assoluta dove il Re Sole contemporaneo ha potere di vita e di morte. Può decidere di comprare un territorio, di sequestrare un presidente straniero o di mandare le squadracce – come l’ICE a Minneapolis – a seminare
il terrore nelle città americane.
L’impotenza dell’Europa e i rischi di un conflitto globale
Siamo entrati nel tempo della post-verità, ma quella vera, quella cruda. Un’occupazione internazionale gestita da una singola persona viene chiamata “Tavolo della Pace”. Un presidente che sta letteralmente incendiando il mondo si autodefinisce uomo di pace e riceve persino la medaglia del Nobel dalle mani di Machado. È il ribaltamento totale del senso.
E l’Europa? L’Europa osserva, timida, quasi paralizzata. La risposta sulla questione della Groenlandia è l’emblema della nostra irrilevanza. Trump ha imposto dazi a otto paesi che hanno osato inviare una spedizione militare lassù e nelle capitali europee si balbetta, si prende tempo, mentre la realtà ci passa sopra.
In questi tempi complicati, dove la narrazione divora i fatti e tutto può cambiare di segno in poche ore, forse l’unica cosa che ci resta è aggrapparci alla letteratura, a quel pensiero magico – ma terribilmente lucido – di Gabriel García Márquez. Diceva che è molto più facile iniziare una guerra che chiuderla. Oggi ne stiamo aprendo troppe, di guerre, fronti interni ed esterni che si moltiplicano a vista d’occhio. E la sensazione, guardando le macerie di Gaza e i nuovi statuti di Trump, è che sarà dannatamente difficile chiuderli.
(da Fanpage)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’AFFLUENZA ALLE URNE È STATA DEL 52%, LA PIÙ ALTA DEGLI ULTIMI 15 ANNI IN UN’ELEZIONE PRESIDENZIALE. IL BALLOTTAGGIO SARÀ IL PROSSIMO 8 FEBBRAIO
Completato lo scrutinio del 99% delle schede elettorali, si è concluso il primo turno
delle elezioni presidenziali in Portogallo. Il vincitore è il socialista António José Seguro, con il 31,1%; al secondo posto arriva il leader dell’ultradestra sovranista, André Ventura, con il 23,5%.
L’affluenza alle urne è stata del 52%, la più alta degli ultimi 15 anni in un’elezione presidenziale. Il ballottaggio sarà il prossimo 8 febbraio. Già verso la mezzanotte, a giochi fatti, i due candidati più votati hanno parlato dalle sedi dei propri comitati elettorali. “I portoghesi hanno dato a noi la leadership della destra nazionale”, ha detto André Ventura nel suo discorso.
“La lotta comincia fra mezz’ora e sarà una lotta dello spazio non socialista contro lo spazio socialista in Portogallo”. António José Seguro, nel ringraziare tutto l’elettorato portoghese e i candidati che non sono passati al secondo turno, ha poi voluto salutare il Portogallo “plurale” e sottolineare la natura indipendente della sua candidatura: “Sono libero e senza lacci. Invito tutte le persone democratiche e umanitarie a unirsi a noi per sconfiggere tutti insieme coloro che seminano odio”
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“CHIEDO SCUSA AI GENOVESI PER I DISSERVIZI, ORA I CITTADINI CONOSCONO LA VERITA’, CI HANNO LASCIATO 200 MILIONI DI DEBITI CERTIFICATO DALLA MAGISTRATURA. STIAMO FACENDO SACRIFICI ENORMI PER SALVARE IL TRASPORTO PUBBLICO”
“Lo voglio dire molto chiaramente, se non avessimo chiesto e ottenuto la composizione negoziata della crisi, oggi, Amt, sarebbe fallita, Genova avrebbe il trasporto pubblico fallito”. A parlare, a caldo dopo la notizia dell’istanza della procura per una richiesta di fallimento nei confronti di Amt, è la sindaca di Genova, Silvia Salis, ospite stamani dell’emittente Telenord.
Salis non sminuisce l’allarme che arriva dai pm genovesi, anzi: “Dopo mesi di battutine, commentini, sondagetti, come se fossimo noi a voler amplificare un problema, adesso emerge la verità, e la situazione di un’azienda che ci è stata venduta come un gioiellino è anche peggiore di quella che avevamo presentato noi, non lo dico solo ai genovesi ma anche ai lavoratori di Amt che per mesi sono stati presi dalla giacchetta dal centrodestra che
cercava di minimizzare i problemi”.
“Non mi aspetto delle scuse da parte di chi per mesi ha negato un problema di bilancio e che per anni ha portato avanti una gestione che non si può non definire sconsiderata – continua Salis – ma mi aspetto un’assunzione di responsabilità, adesso ognuno deve fare la sua parte, noi ci siamo presi l’impegno di presentare un piano di ristrutturazione, di avere scelto professionisti di primissimo livello per farlo, e sono ottimista, fiduciosa, ma ognuno deve fare la propria parte”.
La sindaca è consapevole dei disagi cui ogni giorno si trovano di fronte utenti e lavoratori, tra corse saltate, turni scoperti, mezzi fermi in rimessa per mancanza di pezzi di ricambio, e così via: “Chiedo scusa alla città per i disservizi, ma devo chiedere ai genovesi di comprendere il sacrificio che si sta facendo per salvare un’azienda che dà lavoro a migliaia di persone, noi la nostra parte la facciamo, utilizzando 20 milioni di parte corrente dal bilancio, ma poi auspichiamo che la Regione Liguria si assuma le sue responsabilità, e c’è un altro tema, la finanziaria in Italia prevede 700 milioni in meno di quello che servirebbe come base per il funzionamento delle varie aziende di tpl nel Paese, andare avanti così non è pensabile”.
La sindaca Salis rassicura sul fatto che, al momento, l’istanza di fallimento chiesta dalla procura non avrà effetto: “La richiesta della procura è precedente all’accettazione della composizione negoziata della crisi da parte del tribunale – spiega – quindi quel provvedimento che abbiamo tanto voluto, per il quale abbiamo combattuto con tutto il cda e col presidente di Amt è un provvedimento che congela la richiesta di fallimento, per cui è un provvedimento che permette di proteggere l’azienda, di fare un piano di ristrutturazione e quindi di andare avanti”.
(da Genova24)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’AZIENDA E’ STATA SALVATA GRAZIE A SILVIA SALIS CHE E’ RIUSCITA A OTTENERE LA COMPOSIZIONE NEGOZIATA DELLA CRISI
La procura di Genova ha chiesto il fallimento – o liquidazione giudiziale – dell’azienda
di trasporto pubblico Amt a causa di oltre 200 milioni di debiti accumulati nei confronti dei fornitori, delle banche e del fisco.
La notizia, riportata dal SecoloXIX, è arrivata come un terremoto, in questo lunedì 19 gennaio, in settimane già tese per il tpl del capoluogo ligure alle prese con corse tagliate e tanti mezzi fermi in rimessa in attesa di manutenzioni.
L’istanza della procura risale al 9 dicembre scorso (ma solo oggi se ne ha notizia), prima della decisione del giudice Chiara Monteleone di dare il via libera alla composizione negoziata della crisi, una procedura che di fatto mette Amt al riparo delle
istanze dei creditori. L’azione dei pm genovesi, però, è legata a un’istanza di fallimento precedente, avanzata a ottobre da Menarini – un’azienda che produce autobus – e che aspetta da Amt circa 3 milioni di pagamenti.
La richiesta di fallimento della procura è basata su documenti raccolti dai pm negli uffici del Comune di Genova e dell’azienda di trasporto pubblico – nei mesi scorsi c’erano stati anche diversi incontri sia con i vertici della pubblica amministrazione sia con il nuovo management di Amt – e fa emergere un quadro forse anche peggiore di quanto ricostruito fino a oggi: a inizio 2025 si registrano 101 milioni di debiti verso fornitori e comuni azionisti, 56 milioni nei confronti delle banche, 28 milioni di Tfr dipendenti, 9 milioni di debiti verso il fisco e 4 milioni verso le assicurazioni.
Il SecoloXIX parla di un’udienza legata all’istanza di Menarini e quindi della procura fissata per il 12 febbraio, anche se il Comune di Genova e Amt non ne hanno ancora avuto notifica. La giudice fallimentare sarà sempre Chiara Monteleone. La protezione legata alla composizione negoziata della crisi dovrebbe “reggere” ma non avrà durata infinita: lo scudo può durare al massimo quattro + quattro mesi.
Dopodiché dovranno essere messe in atto, e dare i primi frutti, alcune strategie per recuperare liquidità e capitale: dai pre-pensionamenti all’ingresso di nuovi soci. La partita più grossa, naturalmente, è quella che potrà giocare la Regione Liguria.
Commenti e reazioni
Il consigliere regionale Pd Simone D’Angelo attacca: “Per mesi l’ex vicesindaco Piciocchi e la destra, salvo qualche ammissione a intermittenza seguita da rapide ritrattazioni, hanno negato l’evidenza, liquidando come allarmismo ogni tentativo di risanamento e arrivando ad accusare la sindaca Salis di manovre politiche per aver messo in discussione chi ha guidato Amt in questi anni. Oggi è evidente che non si tratta di un imprevisto, ma del conto finale di una gestione che ha rimosso i problemi invece di affrontarli. Va sostenuto il rigore con cui la sindaca Salis sta affrontando una situazione ereditata durissima e quanto sta mettendo in campo per salvare Amt, garantire il trasporto pubblico e difendere i lavoratori. Tutte le istituzioni, Regione inclusa, devono fare la propria parte per sostenere questo lavoro, senza far ricadere sui cittadini la gestione disastrosa degli anni passati. Da Piciocchi e dalla destra, però, continuano a non arrivare risposte. E ora che la Procura è intervenuta, questo silenzio appare ancora più assordante. Le favole sono arrivate al capolinea”, conclude D’Angelo.
(da Genova24)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’ASSASSINIO DI ABANOUB YOUSSEF E IL TEMA DEI GIOVANI STRANIERI DI SECONDA GENERAZIONE
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Chissà perché nessuno o quasi ricorda che pure la vittima Abanoub Youssef era figlio di stranieri, ma non aveva coltelli con sé. L’“emergenza maranza” è stata pianificata con attenzione e cura.
Annunciata dai palchi della politica, dagli editorialisti sui quotidiani, dai talk show di Retequattro e dintorni, dalle bestioline sui social e da sondaggi che certificano – bontà loro – una paura costruita ad arte. Mancava solamente l’episodio di cronaca, che puntualmente è arrivato a La Spezia, dove un giovane particolarmente problematico prima che marocchino -. “aveva l’abisso dentro”, ha raccontato una sua ex insegnante – è diventato l’archetipo del nuovo allarme sociale: il giovane di origine straniera – il maranza, per l’appunto – col coltello in mano che presto o tardi ucciderà i nostri figli, per soldi o per gelosia, se non facciamo qualcosa.
Sono sempre le stesse storie, sempre gli stessi pregiudizi: quelli che da piccolo, nella mia piccola città di provincia del nord, sentivo sui figli delle persone di origine meridionale, poi albenese, rumena, ora nord africana. Del resto, per dirla con le parole del sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini, “l’uso del coltello è solo di certe etnie”. Et voilà, ecco che un problema di ordine giovanile, o tutt’a più di ordine sociale, diventa un problema etnico. O, se preferite, razziale.
Nulla che non abbiamo già visto in altre epoche, con altri attori, dicevamo. Di nuovo, rispetto al passato, ci sono due cose.
La prima: che è un’idea che non si sussurra più a bassa voce, premessa dal sempiterno “non sono razzista, ma”. E un’idea che,
ora come ora, è puro senso comune per buona parte della popolazione italiana: gli stranieri delinquono di più perché sono stranieri. E vagli a spiegare che le persone di origine straniera che delinquono in Italia sono lo 0,4% di tutta la popolazione di origine straniera che risiede in Italia, 4 ogni mille. Ti diranno che ci sono 996 eccezioni che confermano la regola. La loro regola.
La seconda: questo non vuol dire che non abbiamo problemi di integrazione dei giovani stranieri, sia chiaro. Ma mi ricordate chi voleva far frequentare loro classi separate perché disturbavano le lezioni? Chi voleva escluderli dalle mense scolastiche e farli mangiare in classe chiedendo loro documenti di difficile reperimento per “dimostrare” che non fossero famiglie nullatenenti o quasi? Chi da sempre prova a sabotare ogni progetto di educazione all’affettività nelle classi e ora se la prende con un giovane che aveva idee distorte (e patriarcali) legala all’affettività? E chi è che fino a ieri spingeva per una legislazione sempre più lasca a proposito di possesso delle armi?
Dura pensarci, se sono loro stessi a urlare fortissimo per la repressione brutale di un’emergenza che – anche ammesso che sia tale – hanno contribuito in larga parte a creare.
Ancora di più se, ovviamente, incolpano la parte avversa, la non destra, con le solite desuete accuse di lassismo e buonismo, come se un buon processo di integrazione peggiori le cose rispetto a una cattiva (o mancata) integrazione.
Per dire: le proposte anti-maranza della Lega – basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici
dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti – peggioreranno o miglioreranno la situazione, secondo voi? Aumenteranno o diminuiranno il disagio sociale dei giovani di origine straniera?
Acuiranno o mitigheranno in loro la sensazione di sentirsi cittadini di serie b? Sono un modo per prevenire i problemi o per moltiplicarli, per poi poter puntare il dito e urlare ancora più forte?
La realtà è che ciclicamente serve un capro espiatorio, un nemico – possibilmente non votante – su cui scatenare rabbia e ansia sociale che altrimenti, nelle condizioni economiche in cui ci ritroviamo finirebbero per piovere addosso al governo.
E i ragazzini di origine straniera sono il capro espiatorio perfetto per il 2026.
Riusciranno i nostri eroi a cascarci anche questa volta? Le scommesse sono aperte.
(da Fanpage)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“ANCHE A GENOVA C’E’ UNA EMERGENZA SPACCIO, DA TEMPO HO CHIESTO UN INCONTRO CON IL MINISTRO PIANTEDOSI, MAI RICEVUTA RISPOSTA”… “MELONI SBANDIERA 35.000 NUOVE ASSUNZIONI TRA LE FORZE DELL’ORDINE MA NON DICE CHE E’ NON COPRONO NEANCHE IL TURNOVER DI QUELLI ANDATI IN PENSIONE E IL SALDO E’ NEGATIVO”… “A QUALCUNO LA PICCOLA CRIMINALITA’ SERVE PER POTER ATTACCARE I SINDACI DELLE GRANDI CITTA’ CHE CASO STRANO SONO DI CENTROSINISTRA”
“Noi viviamo un dramma di sicurezza e un dramma socio-sanitario”. A parlare è la
sindaca di Genova Silvia Salis dopo aver visto i video di Fanpage.it che documentano lo spaccio di droga nei vicoli del centro storico e l’arrivo della droga dall’America Latina nel porto della città ligure. La sindaca (della coalizione di centro-sinistra) racconta la sua città
A Genova sindaca abbiamo visto girare un po’ di droga…
Purtroppo questi sono temi che in una città con un porto così grande e in una regione di confine non stupiscono e ovviamente risalta molto bene nel vostro reportage. Siamo orgogliosi del lavoro delle forze dell’ordine e anche delle nostre dogane, che hanno dei laboratori all’avanguardia e fanno un lavoro preziosissimo. Certo è che il totale disinvestimento a partire dalla finanziaria che sta facendo questo Paese sulla sicurezza e sulle forze dell’ordine, produce dei terribili effetti.
Il comune cosa può fare?
Mettere a disposizione la Polizia Locale che fa un lavoro molto prezioso e che non più tardi di qualche settimana fa ha fatto un paio di operazioni veramente importanti su quello che riguarda lo spaccio del centro storico. Però dobbiamo fare i conti con la difficoltà di un Paese che non espelle: molto spesso chi vende la droga (sono spesso stranieri) viene fermato, viene portato in Questura e poi non viene espulso. Quindi questa è un’ulteriore difficoltà che si aggiunge a quelle che già abbiamo. Infine c’è tutto un tema relativo alla sicurezza legato soprattutto
all’immigrazione irregolare: su questa si nutrono tutte le organizzazioni di spaccio internazionale, vanno ad appesantire la situazione della città e vanno ad aggravare profondamente quella che è ormai l’emergenza della tossicodipendenza. Noi viviamo un dramma di sicurezza e un dramma socio-sanitario: lo spaccio produce chiaramente tossicodipendenti che hanno tutta una serie di tematiche che poi ricadono sulla politica amministrativa
E non dimentichiamo una cosa: il disinvestimento totale mette la polizia locale, che fa un lavoro incredibile ma che avrebbero anche altre funzioni, in condizioni di lavorare male perché non hanno le risorse. Negli ultimi 13 anni in Italia sono scomparse 12.000 unità di Polizia Locale, mentre la Polizia di Stato vive un organico che è in carenza cronica con 11.000 unità sotto quella che è la dotazione di legge. Quindi è inutile che il governo si sgoli dicendo che hanno fatto 35.000 assunzioni, sono abbondantemente sotto il turnover.
Quindi il modo in cui sulla sicurezza vengono lasciati soli i Comuni è sconcertante. Ma se mi permette, bisogna chiedersi come i Comuni possono affrontare questa grande emergenza contando che lo spaccio internazionale impatta profondamente su una città fatta di vicoli e fatta di porto come Genova.
Che risposta si è data?
Io da tempo ho chiesto l’incontro col ministro Piantedosi. Ancora non l’ho incontrato. Si crea però in questo modo un crash comunicativo: l’80-90 per cento delle grandi città in Italia sono amministrate dal centrosinistra. La sicurezza è di competenza del governo. Ma se succede un fatto legato alla sicurezza in una grande città, il governo manda avanti la batteria di destra di tutti i deputati, di tutte le personalità, i comunicatori, i giornalisti che attaccano le amministrazioni di centro-sinistra dicendo che siamo noi che favoriamo questo tipo di fatti. Ricordandosi che sono da 3 anni al governo e i reati di strada sono aumentati.
Credo che ci voglia una presa di coscienza da parte dell’elettorato di destra: nelle pesanti campagne elettorali che hanno fatto per anni sulla sicurezza dicevano che quando sarebbero stati loro al governo le cose sarebbero cambiate drasticamente. Non solo non sono cambiate, ma sono peggiorate. E tutto cade sulla città.
Cosa si fa a Genova per i giovani o non giovani che sono dipendenti dalle sostanze stupefacenti?
Stiamo riorganizzando il sistema socio-sanitario con dei progetti di comunità che innanzitutto servono a intercettare i giovani e a dargli un’altra opportunità. In questo modo permettiamo ai giovani di essere inclusi in un gruppo e così facendo si tolgono dalla strada. Spesso questi ragazzi sono lì perché sentono di non avere un’alternativa. Poi, come detto prima, c’è tutto il problema
legato all’immigrazione clandestina e i minori non accompagnati.
Come arrivano a Genova i minori non accompagnati?
Arrivano in tanti modi. Sono responsabilità diretta del sindaco e spesso sono dei ragazzini di 16-17 anni che non hanno voglia di stare in una comunità. Quindi è tutto veramente complesso. Noi aspettiamo ancora milioni, abbiamo dei buchi in bilancio che dobbiamo coprire. I soldi ci arrivano anni dopo a rate. Siamo in credito – così come tutti i comuni – con il governo.
A Genova le problematiche stanno nella zona centralissima della città, non quindi nelle periferie più abbandonate. Come la spieghiamo questa dinamica?
È una città che si è sviluppata intorno al suo porto. Il centro storico, storicamente, è uno dei più grandi e più antichi d’Europa: è nato vicino al porto perché è il cuore pulsante non solo dell’economia, ma anche degli scambi nazionali e internazionali della città. Quindi è una città che ha la sua parte più complessa in centro e anche questo è un grosso problema.Sto studiando una serie di piani per un’urbanistica diversa per far sì che il centro storico sia abitato, sia vissuto, sia ripopolato da gioventù. Così migliora anche il tema sicurezza. E comunque non c’è solo il centro storico, ci sono tante altre aree di Genova che sono in grande difficoltà. Sono aree periferiche, come Sanpierdarena e tutti i quartieri popolari. Abbiamo chiesto a Piantedosi di
vederci, ma ancora nulla.
Nei vicoli di Genova (oltre alla droga) ci sono commercianti, abitanti e turisti, come il Comune garantisce loro sicurezza?
Con la polizia locale, con l’illuminazione e creare le condizioni perché il turismo si diffonda uniformemente. Le politiche di sicurezza dello Stato non permette che questo lavoro venga fatto in modo efficiente. Avevano promesso il contrario di quello che sta succedendo. L’operazione più disonesta politicamente è far credere che l’effetto negativo sia frutto delle politiche dei sindaci (spesso di sinistra) che ogni mattina si svegliano e hanno la responsabilità penale. Quello che possiamo fare noi è fare delle politiche di ampio respiro, sociali e per il futuro. Come ripopolare le zone più disagiate del centro storico con studentati e con famiglie giovani.
(da Fanpage)
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