Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAPO DELLO STAFF DELLA CASA BIANCA, SUSIE WILES, HA AMMESSO CHE “THE DONALD” HA UNA “PERSONALITÀ DA ALCOLISTA E PENSA CHE NON CI SIA ASSOLUTAMENTE NULLA CHE NON POSSA FARE” – I RACCONTI CONFUSIONARI, GLI SCATTI D’IRA E IL MISTERO SULLA RISONANZA MAGNETICA A CUI SI È SOTTOPOSTO – GIÀ NEL 2017 UN GRUPPO DI PSICHIATRI AMERICANI DEFINI’ TRUMP “UN MÉLANGE TRA SOCIOPATICO, NARCISISTA, SADICO E PERICOLOSO…”
Nella scena finale di Viale del Tramonto, Norma Desmond, alias Gloria Swanson, ormai
delirante e immersa in una realtà parallela, scende maestosamente le scale, credendo che il mitico regista Cecil B. DeMille la stia filmando e sentendosi di nuovo l’attrice di un tempo: «Eccomi DeMille, sono pronta per il mio primo piano».
È difficile non pensare alla sequenza, di fronte alla cerimonia di pochi giorni fa alla Casa Bianca, quando Donald Trump ha accettato la medaglia del Nobel per la Pace da María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana, premiata in dicembre, come se si trattasse d’un vero premio destinato proprio a lui.
Il punto è la potenza del grottesco: «Trump vive in un mondo di sua costruzione – ha spiegato a Le Grand Continent la storica e psicologa francese Elisabeth Roudinesco, biografa di Sigmund Freud e Jacques Lacan – che vuole identico al suo desiderio di onnipotenza e godimento personale.
Non scherza quando organizza una cerimonia per farsi consegnare un Nobel immaginario: vive realmente la scena, ci crede. Il suo è un delirio di grandeur fondato sul culto dell’ego. Trump è un istrione narcisista, tanto più pericoloso in quanto il suo entourage si sottomette».
La lettera inviata al premier della Norvegia Jonas Gahr ripropone il tema dello stato mentale dell’inquilino della Casa Bianca: «Considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Nobel per la Pace per aver fermato più di 8 guerre — scrive Trump —, non mi sento più obbligato a pensare puramente alla pace».
Trump nega che la Danimarca abbia un «diritto di proprietà» sulla Groenlandia poiché «non ci sono documenti scritti, solo che una barca è approdata lì centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che sono approdate lì». Tacendo, o ignorando, il fatto che gli Stati Uniti hanno riconosciuto in diversi trattati la sovranità danese sull’isola.
È passato un anno dall’inizio del secondo mandato di Trump. E il suo comportamento spesso erratico e confuso, comunque imprevedibile, suscita crescente preoccupazione e allarme. Gli esempi si sono susseguiti.
In luglio raccontò in dettaglio una storia impossibile: suo zio, il professor John Trump, aveva avuto fra i suoi allievi al Mit Ted Kaczynski, alias Unabomber, il folle che con le sue lettere esplosive aveva provocato tre morti e 23 feriti in 18 anni. «Era un bravo studente», avrebbe detto lo zio a Donald. Peccato che John Trump sia morto nel 1985 e che l’Fbi identificò Unabomber solo nel 1996.
Quando in settembre convocò gli alti gradi militari in Virginia, per dire loro che il vero nemico è all’interno, Trump si lanciò in un violento attacco a Joe Biden, che «ruzzolava dalle scale», spiegando che lui invece le scende «molto piano» e raccomandando loro, i generali, «di essere molto cool quando scendete una scala».
Quanto a Barack Obama, «per cui ho zero rispetto come presidente», scendeva però le scale «saltellando»: «Grande. Potrei farlo anch’io, ma non voglio»
Poi c’è la storia della risonanza magnetica, cui Trump, parlando con i giornalisti sull’Air Force One, ha detto di essersi sottoposto: «Il dottore ha detto che nessun medico ha mai visto un risultato migliore». Nessun medico al mondo parla così.
Inoltre, né Trump, né la Casa Bianca hanno mai spiegato perché e per quale parte del corpo la risonanza venne ordinata. «Gliel’hanno fatta al cervello?», chiese un reporter, che non ottenne risposta ma un insulto: «You’re a bad person».
Secondo Robert Reich, che fu ministro del Lavoro sotto Bill Clinton, «se Trump prima era razionale, ora non lo è più». E cita la sua reazione all’assassinio del regista Rob Reiner e di sua moglie, che secondo Trump è successo perché avevano una «ossessione rabbiosa» contro di lui.
Intervistata di recente da Vanity Fair , la capa dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, fedelissima del presidente, ha detto che Trump ha una «personalità da alcolista», perché pensa «che non ci sia nulla, assolutamente nulla che lui non possa fare». «Nel 2017 — ricorda Elisabeth Roudinesco — i migliori psichiatri americani definirono Trump un mélange tra sociopatico, narcisista, sadico e pericoloso, incapace di governare il suo Paese».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
LE ELEZIONI DI MID TERM SONO UN VERO INCUBO PER TRUMP, PERDERE IL CONTROLLO DI UNA DELLE DUE CAMERE RENDEREBBE ZOPPO IL SUO MANDATO
Se pensavate di averle viste già tutte con Donald Trump, non avete idea di cosa saranno le elezioni di metà mandato negli Usa, quelle che decideranno se, nella seconda fase della presidenza Trump, il tycoon alla Casa Bianca avrà la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, come è stato sinora, oppure no.
Partiamo dalla fine: diversi analisti dicono che se dovesse perdere una delle due camere, per Trump sarebbe molto difficile continuare a fare quel che ha fatto sinora. Di fatto, in questi primi dodici mesi di presidenza, i parlamentari repubblicani hanno ceduto di fatto il loro potere al presidente, che ha governato mediante ordini esecutivi. Se anche solo una delle due camere finisse in mano democratica questo non sarebbe più possibile.
Non è solo un problema di ostruzionismo, però. Perché Donald Trump è convinto, e l’ha pure detto ai parlamentari repubblicani, giusto un paio di settimane fa, che se i democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato troverebbero il modo mettere sotto impeachment il presidente Usa, depotenziandolo ulteriormente.
A dieci mesi dal voto, i sondaggi non sono favorevolissimi a Trump. A oggi il suo tasso di approvazione è al 40% circa, una percentuale più bassa di quella di Biden e del primo Trump allo stesso momento del loro mandato. Una disapprovazione che si riflette sui sondaggi dei seggi da assegnare alla Camera e al Senato, dove numerosi collegi vinti quattro anni fa dai repubblicani sono ritenuti in bilico.
Questo non vuol dire che Trump è spacciato, ma che è molto nervoso. A un punto tale che sta facendo di tutto per fare in modo di non perdere: sta ridisegnando i collegi elettorali, abolendo il voto per corrispondenza, minacciando di sostituire le macchine del voto con scrutatori umani, anticipare il censimento del 2030, provando a escludere dal voto quante più persone nere o ispaniche. Qualcuno dice addirittura che potrebbe arrivare a rinviare o abolire le elezioni di metà mandato – cosa che non rientra nei suoi poteri, in teoria – che ha già attaccato in quanto a suo dire, destinate a far perdere il presidente in carica, comunque vada.
Quel che accadrà dopo, comunque andranno queste mid term, riguarda anche noi.
Un Trump vincente avrebbe il lasciapassare per fare qualunque cosa, da quel momento in poi. E quando diciamo qualunque, conoscendo il personaggio, intendiamo qualunque.
Un Trump perdente sarebbe come un pugile suonato da dentro e da fuori. O se preferite dai democratici e da Xi Jinping. Che approfitterebbe della debolezza di Trump per affermare ulteriormente il proprio potere geopolitico e geoeconomico su sempre più Paesi al mondo.
Ecco spiegata l’agitazione di Trump, dentro e fuori i confini americani, insomma. Perché il presidente ha bisogno di un successo da qualche parte, che sia sull’imimigrazione, in casa, che siain Ucraina, in Groenlandia, in Iran, o chissà dove altro dopo il Venezuela, all’estero. Nella sua testa, è l’unica cosa che potrebbe invertire un’inerzia che in questo momento lo vede perdente, o comunque con un consenso in costante declino.
Piccola profezia facile: Trump da qui a novembre, oserà e rilancerà sempre di più, con ogni probabilità, prendendosi rischi enormi, e forzando il più possibile la mano su quel che resta della democrazia americana. Accettando persino il rischio di scontri e “incidenti” pericolosi come quello costato la vita a Renee Nicole Good. Anzi, magari provocandoli per elevarsi a uomo della legge e dell’ordine, contro rivali facinorosi e sovversivi.
Allacciate le cinture, insomma. Perché più si avvicinano i seggi, più ci possiamo aspettare di tutto, dall’altra parte dell’Atlantico. La posta in gioco stavolta è davvero troppo alta.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
“NON SERVE UNA RISPOSTA EMOTIVA SE PRIVA DI STRATEGIA DI LUNGO PERIODO”
Dopo l’omicidio del diciottenne Aba Youssef, ucciso con una coltellata da un compagno di
scuola all’istituto tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia, il governo ha deciso di accelerare l’iter del cosiddetto “decreto sicurezza”. Il tragico episodio ha infatti riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza giovanile e dell’uso delle armi da taglio, spingendo l’esecutivo a rivendicare la necessità di interventi rapidi e immediati. Nel vertice di governo che si è tenuto a Palazzo Chigi, prima del Consiglio dei ministri, sarebbe emersa una “piena condivisione” sull’impianto del provvedimento. In particolare, si starebbe valutando di spostare le norme sui coltelli dal disegno di legge al decreto, così da renderle subito operative. Una scelta che andrebbe nella stessa direzione auspicata dalla Lega di Matteo Salvini, da settimane in pressing per una stretta più rapida proprio sull’uso delle lame, anche in ambito scolastico.
Il pacchetto sicurezza, non parla però solo di divieto di porto e vendita di coltelli ai minori: articolato tra un decreto e un disegno di legge che dovrà essere discusso in Parlamento, mette infatti insieme nuove misure molto diverse tra loro. Dagli ammonimenti rivolti a ragazzi sempre più giovani, alle sanzioni ai genitori, alle cosiddette “zone rosse”, fino all’ipotesi di introdurre metal detector nelle scuole e a nuove restrizioni in materia di immigrazione e ricongiungimenti familiari. Un insieme di interventi che il governo presenta come “risposta a un’emergenza”, ma che solleva non pochi interrogativi sul metodo e sull’efficacia di un approccio fondato solo su misure punitive.
Di questo Fanpage.it ne ha parlato con Filippo Sensi, senatore del Partito Democratico, che ha criticato l’impostazione del provvedimento, sottolineando come appaia più frutto di un’urgenza politica che di una reale strategia per la sicurezza e la prevenzione.
Dopo il caso di La Spezia, il governo torna sul decreto sicurezza parlando di “emergenza violenza giovanile” e vara nuove misure drastiche su coltelli e minori. C’è il rischio, secondo Lei, che si legiferi sull’emozione, trasformando il dolore in norme punitive senza una vera strategia di lungo periodo?
Mi pare che su questo tema il governo abbia dormito per 4 anni. Hanno fatto provvedimenti su provvedimenti bandiera che non hanno portato a un solo passo avanti sulla questione della sicurezza delle persone, non soltanto nelle grandi città. E da quello che si annuncia questo provvedimento mette tutto quanto insieme, in una maniera che secondo noi non promette niente di buono.
Penso che sulla sicurezza non ci sia destra e sinistra, credo anche che pensare che la sicurezza sia un concetto solo di destra sia profondamente sbagliato perché è una questione che riguarda tutti quanti i cittadini, in particolare le persone più esposte, le persone più fragili. Quindi credo che su questo punto ci dovrebbe essere convergenza e confronto. Se ci troviamo di fronte a una serie di norme manifesto fatte per fare la faccia feroce, per discriminare, per comprimere e non per risolvere un problema, come ad esempio quello delle troppe armi da taglio, dei troppi coltelli, delle troppe lame nelle tasche dei ragazzi e non solo, allora ovviamente il nostro atteggiamento sarà diverso. Abbiamo presentato una proposta di legge proprio su questo, lo scorso aprile, caduta nel vuoto da parte della maggioranza. Ora improvvisamente sull’onda dell’emozione e dei casi che si succedono giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, si sono svegliati e si muovono di gran carriera. Se l’esito di questa loro tardiva sollecitudine sarà lo stesso dei provvedimenti presi finora, 2022, 2023, 2024, 2025, insomma…. passi avanti per la sicurezza delle persone finora non ci sono stati.
Nel pacchetto sicurezza convivono repressione penale e misure simboliche: divieti, ammonimenti a 12 anni, multe ai genitori, zone rosse. C’è qualcosa che non torna, secondo lei, nell’idea che la violenza giovanile si governi principalmente con il codice penale? Perché in questi casi non si parla mai di educazione e quindi, di prevenzione?
Penso che la parte repressiva e la parte preventiva debbano stare assieme. Non mi rassegno all’idea che soltanto reprimendo si possa dare risposta alla richiesta di sicurezza che viene soprattutto alle persone più fragili. Non è così, e lo sappiamo. Penso altrettanto che non è soltanto però facendo sociologia e dicendo “ci vuole ben altro” che si danno delle risposte, perché poi le persone si sentono esposte, spesso sole letteralmente al buio. Penso, dunque, che le due cose debbano marciareinsieme e questo, secondo me, solleciterebbe un confronto tra chi a destra evidentemente ha più a cuore risposte di tipo penalistico o di tipo repressivo, e chi a sinistra invece auspica prevenzione, formazione, educazione, accompagnamento. Ci vuole un punto incontro ed è questo, credo, proprio quello che ci chiedono i cittadini.
A proposito di questo, parliamo del piano del ministro Valditara che prevede l’introduzione di metal detector (su richiesta) nelle scuole, proprio come misura di “prevenzione” della violenza. Secondo lei c’è il rischio di trasformare l’autonomia scolastica in una delega alla securizzazione, scaricando sulle scuole un problema culturale, sociale e politico più ampio?
Francamente pensare ai metal detector nelle scuole “più a rischio”…. ritorna la logica delle zone rosse e cioè della divisione dell’Italia nei buoni e nei cattivi, dove si rischia di più e dove si rischia di meno. Nel caso specifico, episodi relativi a coltelli a serramanico, a scatto, sono avvenuti e avvengono non solo davanti alle scuole o fuori dalle scuole ma anche davanti alle discoteche, in giro per strada, nelle piazze, vicino ai bar. Dunque, che cosa facciamo? Mettiamo metal detector dappertutto? Mi pare una risposta parziale, insufficiente per dire: “Abbiamo fatto qualcosa, abbiamo blindato le scuole”. Ma vuoi blindare le scuole quando poi questi scontri e questa violenza è a un passo dalla scuola. Costruiamo insieme delle risposte possibili invece di correre dietro a soluzioni sensazionalistiche e ridurci allo scontro del “metal detector sì, metal detector no”.
La Lega spinge poi per collegare violenza giovanile, immigrazione e ricongiungimenti familiari, arrivando a parlare di più rimpatri di minori stranieri. Qui siamo ancora nel terreno della sicurezza o siamo già dentro una costruzione etnica del problema?
È evidente che da parte della Lega ci sia una razzializzazione del problema. Il termine maranza vuol dire “non i nostri figli”. Vuol dire altre culture, gli altri. Lo sappiamo bene. Poi, se si vanno a guardare i singoli episodi, è vero che ce ne sono alcuni che hanno un certo segno, ma ce ne sono molti altri che ne hanno uno completamente diverso e che nulla hanno a che vedere con l’etnia, con la cittadinanza o con la nazionalità delle persone. Certo, dobbiamo porci delle domande e dobbiamo darci delle risposte. Ma le risposte giuste arrivano solo se ci poniamo le domande giuste. Se invece il problema della Lega è fare una gara a chi fa la faccia più cattiva con Fratelli d’Italia, e a dare un’altra stretta sui migranti perché così questo risuona con la loro base elettorale, francamente questa è una strada che non funziona. Non funziona perché quella stessa base è esposta, è fragile, è insicura. E non è con un ulteriore giro di vite contro i migranti che si costruisce sicurezza. Al contrario, si creano le condizioni per maggiore insicurezza nel nostro Paese.
Lei ha più volte detto che questi pacchetti sicurezza “si rivelano dei pacchi”, ma ha anche avvertito la sinistra: “non di sola sociologia sopravvivono i ragazzi”. Qual è, allora, il confine giusto tra prevenzione, responsabilità penale e risposta educativa che oggi la destra sta cancellando, e che la sinistra rischia invece di non saper più nominare?
Io penso che il giusto compromesso sia quello che ogni giorno sono chiamati a esercitare i sindaci. I sindaci delle grandi città sono per lo più di centrosinistra, ma non solo, e si confrontano quotidianamente con un’esigenza molto concreta: dare risposte alle persone. Perché il senso di sicurezza lo senti sulla pelle e ha a che fare non solo con la democrazia, ma anche con la libertà delle persone. Il lavoro che i sindaci fanno ogni giorno, certo, tra scacchi, arretramenti, enormi difficoltà, ma anche conquiste, consiste proprio nel riconquistare zone e territori all’incertezza e all’insicurezza, attraverso informazione e prevenzione. È un lavoro faticoso, ma reale. I sindaci delle grandi città stanno già sperimentando questo spazio di confronto, che va sottratto sia alle grida leghiste e della destra, quelle del “facciamo la faccia feroce”, sia a una certa rassegnazione della sinistra, che tende a dire: “Non possiamo dare risposte che non siano risposte di contesto di lungo orizzonte”. Risposte importanti, certo, ma questa complessità e questo lungo respiro devono poi tradursi nella vita quotidiana delle persone, qui e ora. Forse quindi anche noi dovremmo mettere da parte un eccesso di sociologia e di psicologia e capire che è necessario trovare un punto di incontro tra il dare risposte sulla sicurezza e l’andare alla radice di quella fragilità.
Le chiedo allora qual è, secondo lei, il discorso che oggi la sinistra dovrebbe fare al Paese, e quali sono le misure che dovrebbe proporre.
Penso che la sinistra dovrebbe fare un discorso di serietà e di chiarezza nei confronti dei cittadini e cioè: vogliamo impegnarci sul fronte della sicurezza, così come fanno da anni i nostri sindaci, tra successi e scacchi. Siamo pronti a confrontarci con la destra, se il confronto è serio, se non si vuole trasformare la sicurezza in una bandiera di parte, con uno sguardo corto ed elettorale. Se invece c’è la volontà di discutere davvero di come rendere più sicure le nostre città e il Paese nel suo insieme, noi ci siamo. Noi ci siamo per dare soluzioni concrete, pratiche, da discutere insieme e da condividere insieme. Questo, per noi, vuol dire “fare sicurezza”.
Se invece per sicurezza si intende una gara a chi fa la faccia più feroce tra la Lega di Vannacci e la destra di Fratelli d’Italia, allora francamente se la possono tenere per loro, senza scomodare il Parlamento e senza prendere in giro gli italiani.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
A SMENTIRE TRUMP E’ IL SITO DEL DIPARTIMENTO DI STATO AMERICANO CON UN DOCUMENTO DEL 1916
Il messaggio scritto da Donald Trump e indirizzato al primo ministro norvegese Jonas Gahr Store contiene tre grosse bufale. Le prime riguardano il Premio Nobel per la Pace e le fantomatiche guerre che avrebbe “fermato” (ne parliamo qui), mentre l’ultima riguarda la sovranità della Groenlandia. A smentire il Presidente americano, soprattutto sul territorio artico, non sono dichiarazioni di Oslo o Copenaghen, ma dai documenti ufficiali degli Stati Uniti.
Per chi ha fretta
Nel 1916 gli Stati Uniti riconobbero ufficialmente la sovranità danese sull’intera isola.
Trump sbaglia anche sul Premio Nobel per la Pace, che non viene assegnato o compromesso dal governo norvegese.
Le presunte “8 guerre fermate” non trovano riscontro nei fatti, come già verificato in un precedente fact-check.
Il messaggio
Nel testo, Trump accusa implicitamente la Norvegia di aver deciso di non assegnargli il Premio Nobel per la Pace, rivendicando di aver “fermato 8 guerre”. Una premessa che gli consente poi di spostare il discorso sulla Groenlandia, sostenendo che la Danimarca non avrebbe alcun reale “diritto di proprietà’” sull’isola perché, a suo dire, non esisterebbero documenti scritti a supporto della sovranità danese:
Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre IN PIU’, non mi sento piu’ in dovere di pensare esclusivamente alla pace, sebbene restera’ sempre predominante, ma ora posso pensare a cio’ che e’ bene e giusto per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non puo’ proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perche’ mai dovrebbero avere un “diritto di proprieta’”? Non esistono documenti scritti, e’ solo che una nave e’ sbarcata li’ centinaia di anni fa, ma anche noi abbiamo avuto navi che sono sbarcate li’. Ho fatto piu’ per la NATO di chiunque altro dalla sua fondazione e ora la NATO dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non e’ sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia. Grazie!
Presidente DJT
La grande bufala sulla Groenlandia
Trump aggiunge che la presenza storica danese si ridurrebbe allo sbarco di una singola nave “centinaia di anni fa”, rivendicando una legittimità americana analoga. Di fatto, si tratta di una ricostruzione smentita da un documento scritto e firmato nel 1916 proprio dagli Stati Uniti che riconosce alla Danimarca la sua espansione nell’artico.
Il 4 agosto 1916, come riportato dal sito del Dipartimento di Stato, l’allora Segretario di Stato americano Robert Lansing firmò una dichiarazione ufficiale in cui il governo degli Stati Uniti affermava di non opporsi all’estensione degli interessi politici ed economici della Danimarca “all’intera Groenlandia”. Il documento venne firmato a New York come appendice alla convenzione sulla cessione delle Indie Occidentali Danesi agli Stati Uniti.
Si tratta di un documento molto pesante dal punto di vista politico, oltre che giuridico. Con un atto formale, gli Stati Uniti riconobbero la sovranità danese sull’intera Groenlandia, nonostante la Dottrina Monroe che dal 1823 mirava a limitare l’espansione europea nell’emisfero occidentale. Una posizione che non è cambiata negli anni, mentre risulta piuttosto confermata proprio dagli accordi tra i due Paesi, come quello sulla sicurezza del 27 aprile 1951 (durante il mandato del democratico Truman)*, aggiornato nel 2004 (durante il mandato del repubblicano Bush), che garantisce proprio agli Stati Uniti un ampio accesso militare.
Nel documento si legge chiaramente un riconoscimento della Groenlandia come “parte del Regno di Danimarca”.
Le bufale sul Premio Nobel e le “guerre fermate”
Riguardo all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, Trump parla di una decisione presa dal “tuo Paese”, riferendosi alla Norvegia. In realtà, l’assegnazione del Nobel per la Pace non dipende dal governo norvegese né dal primo ministro, ma viene assegnato da un comitato indipendente che opera separatamente dalle istituzioni politiche del Paese.
Per quanto riguarda le presunte “guerre fermate” da Trump, la posizione del Presidente americano non trova riscontro nei fatti. Nella migliore delle ipotesi, si potrebbe parlare di tregue fragili o di dispute diplomatiche ancora aperte. In alcuni dei casi citati dal Tycoon, infine, non ci sarebbe mai stata una guerra da fermare.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
“I DAZI SONO INACCETTABILI, SOPRATTUTTO SE UTILIZZATI COME STRUMENTO DI PRESSIONE CONTRO LA SOVRANITA’ TERRITORIALE”
Emmanuel Macron va all’attacco. E il bersaglio è inevitabilmente Donald Trump, che lo ha
preso di mira ancora una volta nelle ultime ore. «Il mondo si sta avviando verso un’epoca senza regole, in cui il diritto internazionale viene calpestato e riaffiorano ambizioni imperiali», dichiara il presidente francese al World Economic Forum di Davos. Nella notte l’omologo americano ha respinto la decisione del leader francese di non aderire al Board of Peace per la ricostruzione di Gaza. «Beh, nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così», ha detto Trump ai giornalisti citato dalla Cnn. «Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà» al board per la Striscia, «ma non è obbligato a farlo», ha concluso.
I dazi e la Groenlandia
Macron ha definito «inaccettabili» i nuovi dazi, soprattutto se utilizzati come strumento di pressione contro la sovranità territoriale. Intervenendo al Forum economico mondiale in Svizzera, ha fatto riferimento alle tariffe del 10% imposte da Washington ai Paesi che hanno scelto di inviare truppe in Groenlandia. «La Francia e l’Europa attribuiscono grande valore alla sovranità e all’indipendenza»,
ha sottolineato Macron, richiamando anche il rispetto delle regole del diritto internazionale.
«È per questo che abbiamo deciso di dispiegare le nostre forze in Groenlandia». Per il presidente francese bisogna infine «escludere di accettare passivamente la legge del più forte che porta alla vassallizzazione» e alla «politica del sangue» e accettare «una nuova legge coloniale non ha senso».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
A BASE DI CACAO VENEZUELANO CON TANTA PANNA MONTATA (COME LUI)
Stuoli di psicologi, per non dire di psichiatri, stanno analizzando la lettera scritta di suo pugno da Donald Trump al primo ministro norvegese. Vale la pena di riportarne il passo saliente: «Poiché il tuo Paese ha deciso di non darmi il premio Nobel per la Pace, pur avendo io fermato oltre otto guerre, non mi sento più obbligato a pensare puramente alla pace».
Un bimbo capriccioso non avrebbe saputo dirlo meglio. Trumpino era stato tanto buono, ma quei cattivacci di Oslo non gli hanno voluto regalare il giocattolo che in cuor suo pensava di meritare. Così adesso, per ripicca, si sente autorizzato a papparsi la Groenlandia
I biografi avvalorano l’ipotesi degli psicanalisti: il piccolo Donald non ricevette gratificazioni dal padre e da allora ne è costantemente alla ricerca, tanto da aver finito per attribuire un’importanza esagerata a qualsiasi riconoscimento.
Mentre Putin se ne infischia degli applausi e fa il duro per conservare il potere, Trump lo fa per reagire al bisogno insoddisfatto di essere approvato. Odia chi non lo ama, cioè chi non gli si sottomette, perché la sua concezione turbonarcisistica dell’amore coincide con la devozione assoluta e il compiacimento continuo.
Se fossi nel premier norvegese, al feroce bambino della Casa Bianca spedirei un Nobel per la pace di cioccolato. Un diploma a base di cacao venezuelano, coperto da una montagna di panna. Montata, quindi somigliantissima a lui.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
MEGALOMANIA AL POTERE E INSTABILITA’ PSICHICA
La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe stata concepibile nemmeno dal
più geniale sceneggiatore di film comici di tutti i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di nonsense, una
parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai dittatori.
Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa Bianca perché il proprio film non ha vinto l’Oscar. La Norvegia in quanto Stato c’entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale, che assegna i Nobel. Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per la pace — dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata — allora non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. Alla stessa stregua, gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e vi dico che l’atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane.
Viene perfino il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell’attuale presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c’entra sicuramente.
So bene che cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c’è da ridere? Che una persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo, dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone.
(da repubblica.it)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
DISASTRO SOCIALE ALLE PORTE
Diceva Marx che quando il capitalismo sarebbe arrivato al massimo della contraddizione, il sistema sarebbe collassato. L’aumento del saggio di profitto e il crollo dei salari avrebbe generato un divario intollerabile tra ricchi e poveri. E le condizioni per una rivoluzione del proletariato innescata dai livelli intollerabili di miseria cui la classe operaia era stata ridotta.
La previsione si rivelò giusta, anche se la ricetta del comunismo, sfociato nella sua applicazione pratica in dittature repressive e spesso sanguinarie, si dimostrò fallimentare. Ma non vedere oggi che il sistema neo-liberista sta producendo le stesse contraddizioni del capitalismo avversato da Marx, sarebbe come ignorare i corsi e i ricorsi storici sui quali Giambattista Vico ci mise in guardia. Ora, non si può pretendere che la premier Giorgia Meloni conosca le basi della filosofia, ma per il ruolo che riveste è lecito esigere che padroneggi almeno i fondamentali dell’economia. Anche se alcune recenti affermazioni – tipo quelle sullo spread che rende i titoli italiani più sicuri di quelli tedeschi o sulla pressione fiscale che cresce perché c’è più gente che lavora – qualche dubbio lo lasciano.
Di certo comprenderà la gravità dei numeri diffusi ieri dall’Oxfam all’apertura del World Economic Forum di Davos: nel 2025 la ricchezza dei miliardari italiani è cresciuta di 54,6 miliardi di euro, cioè 150 milioni di euro al giorno. Allo stesso tempo, il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre otto volte la ricchezza della metà più povera. Non rischieremo forse un’altra rivoluzione bolscevica, ma il disastro sociale è alle porte. E continuare ad ignorarlo non risolve i problemi. Li aggrava.
(da lanotiziagiornale.it)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
I COSTI SONO AUMENTATI DEL 127% E ORA SI PARLA DEL 2033 COME DATA FINALE
Un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali e un ritardo cumulato di diciotto
anni nella consegna dell’opera: sono questi i dati impietosi con cui la Corte dei Conti europea ha bollato il progetto della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.
L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, disegna un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), continuano a salire, mentre la data di inaugurazione slitta ormai al 2033, ben oltre la scadenza del 2030 fissata per il completamento della rete centrale europea.
La relazione dei revisori di Lussemburgo inserisce la Torino-Lione nel novero delle opere strategiche che hanno riscontrato le maggiori difficoltà. Rispetto all’ultimo aggiornamento del 2020, i costi sono cresciuti di un ulteriore 23% negli ultimi sei anni. Il confronto con il progetto originario degli anni ’90 è ancora più spietato: da una stima iniziale di 5,2 miliardi si è passati agli attuali 11,1 miliardi, con un incremento, appunto, del 127%. Un percorso di rincari che accomuna la TAV ad altri colossi infrastrutturali: tra i casi più emblematici, la Rail Baltica, che ha visto i costi quadruplicare (+291%), e il canale Senna-Nord Europa, che fa segnare un +225%.
Le cause di questo deterioramento finanziario e temporale sono molteplici. La Corte riconosce che i cantieri strategici “hanno dovuto affrontare ulteriori sfide legate alla pandemia di COVID-19 e alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, a cui si sono aggiunti nuovi requisiti normativi e alcuni problemi tecnici imprevisti”.
Tuttavia, il giudizio complessivo rimane severo. «Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto», si legge nel report. Per la Torino-Lione, la data di completamento è ora il 2033, «contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020».
La società pubblica italo-francese Telt, responsabile della costruzione, ha replicato alle critiche, sostenendo che il paragone con le stime degli anni ’90 non sia corretto. In una nota afferma: «La Corte confronta tempi e costi attuali con quelli dell’ipotesi originaria che non è stata concretizzata. Una comparazione che non riflette la realtà». La società sottolinea come il progetto sia radicalmente mutato, passando dall’idea di una «singola galleria» a un «tunnel a doppia canna», e ricorda l’impegno formale di Italia, Francia e Commissione Ue a completare i lavori, siglato nel 2025.
Il rapporto della Corte non si limita alla Torino-Lione, ma delinea un panorama generale di ritardi e costi fuori controllo per l’intera rete transeuropea dei trasporti (TEN-T). Per i cinque megaprogetti di cui si hanno dati completi, il ritardo medio è salito a 17 anni, rispetto agli 11 stimati nel 2020. Anche il tunnel di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40%, non aprirà prima del 2032, con 16 anni di ritardo. Nel complesso, gli otto progetti esaminati hanno visto l’aumento reale dei costi passare dal +47% del 2020 all’attuale +82%.Un aspetto che la Corte dei Conti europea contesta all’Esecutivo Ue è la scarsa assertività nel far rispettare le scadenze. Il rapporto rileva come la Commissione «si è avvalsa solo una volta, «e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi». Nonostante le criticità, i progetti hanno continuato a ricevere finanziamenti comunitari consistenti, con ulteriori 7,9 miliardi stanziati dal 2020, per un totale di 15,3 miliardi di euro di fondi Ue.
Nel frattempo, in Val di Susa hanno avuto inizio gli sfratti forzati per fare spazio ai cantieri. Dallo scorso 19 novembre, le forze dell’ordine hanno infatti eseguito gli ordini di rilascio per tre abitazioni a San Giuliano, dove sorgerà la stazione internazionale. L’area, oggetto di un decreto di esproprio del 2023, servirà alla logistica dello scavo e poi alla stazione stessa. Un capitolo doloroso per una comunità che da tre decenni si oppone all’opera, e che vive questi atti come una violenza. «Perdere una casa non è solo una questione economica: significa vedere cancellata una parte della propria vita», ha denunciato il Movimento No Tav. L’estensione complessiva dei terreni espropriati è di circa quattromila metri quadrati, per un totale di oltre un migliaio di proprietari. Tanti erano stati, infatti, gli attivisti che nel 2012 avevano comprato una porzione di territorio a testa, al fine di rendere più difficoltosa per le aziende l’appropriazione dei terreni.
(da lindipendente.online)
argomento: Politica | Commenta »