Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE WITKOFF STRINGE LA MANO A “MAD VLAD”, ZELENSKY CANCELLA LA SUA PARTECIPAZIONE A DAVOS, DOVE AVREBBE DOVUTO INCONTRARE TRUMP, E SI CHIAMA FUORI DAL BOARD OF PEACE, DOVE INVECE ENTRERANNO PUTIN E IL DITTATORE BIELORUSSO LUKASHENKO
La Groenlandia, gli inviti compulsivi ai leader internazionali per entrare nel Consiglio della
pace che dovrebbe essere il motore del futuro della Striscia di Gaza, le minacce di dazi agli europei, soprattutto al presidente francese, Emmanuel Macron, hanno allontanato da Davos l’attenzione su due questioni fondamentali: la repressione degli iraniani perpetrata dalla Repubblica islamica e la guerra della Russia contro l’Ucraina.
La mancanza di attenzione spesso non è indice del fatto che i due temi non verranno affrontati a Davos, anzi, ci sono dettagli che indicano come sull’Ucraina ci saranno degli incontri, ma non del tipo che Kyiv e gli europei speravano.
Lo scorso lunedì mattina, un vertice fra i presidenti Donald Trump e Volodymyr Zelensky sembrava certo. Lunedì sera già la certezza si era rarefatta fino a tramutarsi nella sicurezza di segno opposto che l’incontro non ci sarebbe stato.
Nella notte, mentre Trump mostrava al mondo i messaggi ricevuti su Signal da Macron e dal segretario generale della Nato Mark Rutte, la Russia ha lanciato un forte attacco contro l’Ucraina usando missili e droni, colpendo tutto il territorio e condannando, di nuovo, alcune zone della capitale Kyiv a rimanere senza elettricità, acqua e riscaldamento.
In seguito all’attacco, Zelensky ha cancellato la sua partecipazione al forum economico di Davos, anche perché, secondo l’intelligence ucraina, i russi stanno ammassando forze per un attacco ancora più forte, senza precedenti, e il presidente ucraino non crede sia il momento di lasciare il paese. Sarebbe disposto a farlo per un incontro con Trump, che però è scomparso dall’agenda.
Zelensky sente che l’attenzione di Trump si allontana dall’Ucraina, ma soprattutto per Kyiv è costante il timore che invece, sottobanco, sia in preparazione un’operazione simile a quella di fine novembre, quando i russi dettarono all’inviato speciale americano Steve Witkoff una bozza di piano che, se attuato, avrebbe portato alla resa dell’Ucraina.
Kirill Dmitriev, il capo del Fondo sovrano russo, l’economista che il Cremlino manda a parlare con gli americani e che ha stabilito un rapporto di complicità con Witkoff, sarà a Davos e lo ha annunciato con un manifesto pubblicato su X.
Come se fosse la locandina di un film intitolato “Davos”, Dmitriev propone come sottotitolo: “Dove i globalisti discutono del collasso del globalismo”. L’economista russo, nato a Kyiv, ha il compito di tenere impegnati gli americani, fare offerte di investimenti e di affari e continuare a raccontare che i russi vogliono la fine della guerra, ma prima devono essere eliminate le cause profonde che l’hanno scatenata.
E’ il mantra con cui Dmitriev intrattiene Witkoff da un anno, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca e, per quanto sia sempre uguale, per il momento non sembra che gli americani si siano convinti che se la guerra non finisce la colpa è del Cremlino.
L’Amministrazione Trump ha regalato tempo prezioso a Putin per continuare la sua aggressione, non ha dato peso ai bombardamenti che stanno congelando le città ucraine, mentre il fronte non si sposta di molto.
I russi hanno convinto il presidente americano che se gli ucraini non cederanno i territori con la diplomazia, allora Mosca li prenderà con la forza, ma non è vero: non avanza, rosicchia territori
Invece di aumentare la pressione sul Cremlino, Trump ha trasformato Davos in uno show della rottura transatlantica, dando a Putin un buon motivo per rallegrarsi, tanto che il Cremlino, anziché temere l’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, l’ha definita un’operazione che entrerà “non soltanto nella storia degli Stati Uniti, ma del mondo intero, indipendentemente dal fatto che sia legale o meno”.
Dmitriev ha iniziato a godersi lo spettacolo prima dell’arrivo, riprendendo le parole dette da Trump a Zelensky durante l’assalto nello Studio ovale lo scorso anno e ha scritto, sempre su X: “Ue, Gran Bretagna, non avete le carte”.
(da Il Foglio)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
O’LEARY: “MUSK NON SA NIENTE DI COME SI GESTISCE UNA COMPAGNIA AEREA. FORSE HA BISOGNO DI PAUSA? CON NOI PUO’ VOLARE A 16,99 EURO, SOLA ANDATA…”
Lo scontro tra Elon Musk e il ceo di Ryanair, Michael O’Leary, ormai è una saga. Tutto è nato dal rifiuto della compagnia di installare Starlink, il servizio di internet satellitare a banda larga creato da SpaceX. Nei giorni scorsi i due avevano avuto un botta e risposta e Musk aveva minacciato apertamente la possibilità di acquisire la low cost e «licenziare» l’ad.
Poi il patron di Tesla era tornato all’attacco, con un riferimento al «vero Ryan», forse Tony Ryan, fondatore della compagnia aerea, deceduto nel 2007. Poi la ciliegina sulla torta al veleno: un sondaggio su X per capire dai suoi follower se avrebbe dovuto comprare Ryanair.
La replica del ceo di Ryanair non si è fatta attendere ed è diventata una campagna pubblicitaria. «Musk sa anche meno della proprietà di una compagnia aerea di quanta ne sappia di aerodinamica degli aerei», ha detto O’Leary, mentre in un tweet la compagnia pubblica una locandina con uno sconto a Musk e agli altri big idiots.
«Forse Musk ha bisogna di una pausa? Ryanair sta lanciando un’offerta di posti per grandi idioti per Musk e altri idioti su X. Centomila posti per soli 16,99 euro, sola andata. Compra ora prima che Musk ne prenda uno».
(da La Stampa)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
DIETRO LE DEPORTAZIONI UNA SEDICENTE ONG, AL MAJD EUROPE, IN REALTA’ SI CELA IL GOVERNO CRIMINALE DI NETANYAHU
Due voli, più di 300 persone, una destinazione: Johannesburg. Sono partiti da Israele carichi
di gazawi e atterrati uno lo scorso 28 ottobre e l’altro il 13 novembre in Sudafrica. Si tratta di evacuazioni organizzate da una Ong chiamata Al Majd Europe, che come ricostruito da Al Jazeera, in cambio di ingenti somme di denaro avrebbe fatto uscire 329 gazawi dalla Striscia verso “un paese europeo più sicuro”.
Nel paese europeo però i gazawi non sono mai arrivati, perché quei due voli sono atterrati a Johannesburg.
Nessuna delle persone deportate, come hanno raccontato alle autorità una volta atterrati in Sudafrica, sapeva dove stava andando ne aveva con sé documenti di viaggio. Secondo alcune inchieste, tra qui di nuovo quella di Al Jazeera, questi voli potrebbero essere parte di un piano di sfollamento forzato dei gazawi, organizzato direttamente dal governo israeliano.
Fanpage.it ha cercato di ricostruire quanto avvenuto su quei due voli e cosa c’è dietro Al Majd Europe.
“Un volo è arrivato il 28 ottobre, con circa 176 persone all’aeroporto OR Tambo di Johannesburg, ma nessuno ne sapeva niente. Il secondo è arrivato il 13 novembre, con 153 passeggeri. Di quest’ultimo siamo venuti a conoscenza solo poche ore prima dell’atterraggio, grazie ad alcuni familiari delle persone del primo volo”, racconta a Fanpage.it il dottor Imtiaz Sooliman, presidente e fondatore dell’Ong sudafricana Gift of the Givers.
Sono loro, infatti, ad essersi presi cura dei gazawi che quando sono usciti dalla Striscia non sapevano neanche dove fossero diretti. Sono stati spinti in Israele, condotti all’aeroporto internazionale Ramon e, a quel punto, non erano sicuri se fossero diretti in Indonesia o in Malesia. Solo quando sono arrivati in Kenya e hanno ricevuto le carte d’imbarco hanno capito che stavano andando a Johannesburg.
“Quando hanno attraversato il confine tra Gaza e Israele non è stato permesso loro di portare né vestiti né alcun oggetto personale”, continua l’operatore umanitario.
Da lì avrebbero volato su un aereo di una compagnia rumena che li ha portati dall’aeroporto Ramon, su un volo charter, fino al Kenya e dal Kenya sono arrivati in
Sudafrica con un aereo della Global Aviation, comunemente nota come Lyft Airlines.
“Tutti loro non avevano documenti, non avevano biglietti di ritorno né una sistemazione confermata nel Paese. Tuttavia, era stato detto loro da una sedicente Ong, che tutto sarebbe stato predisposto in un paese straniero non specificato e che avrebbero avuto una nuova vita, un alloggio per quattro mesi, che sarebbero stati assistiti e accompagnati alle loro abitazioni”, continua il dottor Sooliman. “Le persone del primo aereo non sapevano dove andare, a quanto pare sono state portate solo per una notte o due in alloggi scadenti, alcuni persino in bordelli, da dove hanno cercato di scappare. Il secondo aereo lo abbiamo aspettato in aeroporto, la gente è rimasta bloccata all’interno dell’aeromobile per molte ore. Le autorità non sapevano cosa fare, io ho avviato le trattative con il governo sudafricano che ha deciso di farli sbarcare dandogli il visto turistico per tre mesi”.
La partenza da Gaza
Ma riavvolgiamo il nastro: per capire cosa è successo prima della partenza di quei due voli abbiamo parlato con il giornalista di Al Jazeera Ibrahim Refaat, di Gaza. “I viaggi sono avvenuti attraverso il valico di Kerem Shalom, per poi proseguire verso l’aeroporto Ramon in Israele, con uno scalo di transito a Nairobi, in Kenya. I passeggeri hanno pagato somme di denaro comprese tra i 1.500 e i 5.000 dollari a persona”, rivela il giornalista.
Al-Majd Europe, l’Ong che organizza i viaggi
Dietro queste “evacuazioni” ci sarebbe l’Ong Al-Majd Europe. “L’organizzazione promuove sui social media la propria attività di facilitazione alla partenza dei gazawi. Crea account e post utilizzando l’intelligenza artificiale e incoraggia la migrazione attraverso attivisti sui social media (i cui profili sono adesso scomparsi), per lo più residenti fuori Gaza. Questi attivisti spesso descrivono deliberatamente Gaza come un luogo di morte, senza futuro né vita, dipingendo la migrazione come l’unica prospettiva possibile”, spiega il giornalista, “ci sono individui che collaborano con Al Majd o agiscono come suoi rappresentanti all’interno della Striscia di Gaza. Il ruolo principale della società però viene svolto dall’esterno e attraverso internet Nella pagina web dell’Ong si legge: “Ci impegniamo a fornire aiuti umanitari essenziali, opportunità educative e progetti di sviluppo sostenibile alle comunità palestinesi. La nostra missione è alleviare le sofferenze, promuovere la dignità e gettare le basi per un futuro migliore”.
Come indica la localizzazione nel sito web, Al Majd Europe sarebbe basata a Sheik Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est parzialmente occupato da coloni israeliani. Ma noi siamo andati all’indirizzo indicato, senza trovare nessuna sede dell’Ong. Nel luogo puntato su Google Maps, infatti, ci sarebbe un complesso residenziale, tra una scuola e il consolato britannico.
Non un’indicazione dell’Ong, non un nome nel citofono, ma solo un dispositivo per il riconoscimento facciale. Inoltre l’indirizzo segnalato sul sito è solo “Sheikh Jarrah, Gerusalemme”, ovvero il nome del quartiere non di una via. Diversi residenti nello stesso quartiere hanno dichiarato a Fanpage.it di non aver mai sentito parlare di questa Ong. Al Majd, inoltre, non ha mai risposto alla nostra richiesta di intervista, mandata via mail.
Stando alle recenti inchieste di Al Jazeera e Haaretz, non si tratterebbe di una vera Ong, ma di un’entità di facciata creata per facilitare l’espulsione dei gazawi. Oltre a non esistere fisicamente, il sito web dell’organizzazione, pur dichiarando di operare dal 2010, è stato registrato solo nel febbraio 2025 e utilizza immagini di dirigenti generate dall’intelligenza artificiale. Al-Majd dichiara di essere registrata in Germania anche se le autorità tedesche non hanno trovato traccia di una Ong registrata con quel nome con scopi caritatevoli attivi. Tuttavia, utilizza la facciata di Sheikh Jarrah per attingere a reti di donatori privati pro-insediamenti che finanziano la “soluzione demografica” ovvero l’allontanamento dei palestinesi da Gaza.
Sheikh Jarrah, il quartiere delle Ong “di facciata”
Sheikh Jarrah, infatti, è un quartiere utilizzano spesso come “base” formale o operativa per scopi politici, spesso legati alla colonizzazione israeliana della Palestina. Qui hanno sede legale l’Amana Association, che presentandosi come ente per lo sviluppo abitativo, è il motore principale dell’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est; Nahalat Shimo, che si presenta come una società immobiliare registrata all’estero ma opera a Sheikh Jarrah per acquistare proprietà palestinesi; o ancora Al Majd Europe, che secondo l’inchiesta di Haaretz sarebbe legato al “Voluntary Emigration Bureau”, un ufficio interno al Ministero della Difesa israeliano istituito all’inizio del 2025 per “facilitare e coordinare” la partenza dei residenti di Gaza che desiderano trasferirsi in paesi terzi. L’Ufficio governativo passerebbe le liste dei gazawi ad Al-Majd, che poi organizza i voli e riscuote i pagamenti, permettendo così allo Stato di Israele di dire: “Non siamo noi a portarli, è un’iniziativa privata di un’organizzazione internazionale”.
Registrare un’organizzazione (anche solo formalmente) in un quartiere come Sheikh Jarrah permette la legittimità apparente, perché fornisce un’aura di “presenza sul territorio” palestinese, ingannando i gazawi che vedono un indirizzo a Gerusalemme est e si sentono più sicuri nel pagare; ma anche la copertura politica. Operare in un’area sotto totale controllo israeliano ma rivendicata dai palestinesi permette, infatti, a queste entità di godere della protezione delle autorità israeliane pur mantenendo un profilo ambiguo.
Al-Majd Europe utilizza un sistema ibrido di donazioni istituzionali e pagamenti diretti dei Gazawi: queste non sono “donazioni”, ma tariffe per l’evacuazione. Spesso vengono pagate in Tether (USDT) o altre criptovalute a intermediari (ufficidi cambio a Gaza o Gerusalemme), rendendo il flusso di denaro invisibile al sistema bancario internazionale e ai controlli fiscali.
Un’indagine di France24 e Haaretz ha, inoltre, collegato la figura chiave dietro Al-Majd, l’israeliano-estone Tomer Janar Lind, a cerchie di potere molto alte. Lind è stato descritto come vicino a figure legate ad Alexander Mashkevitch, un oligarca ebreo-kazako con cittadinanza israeliana, noto per essere un grande sostenitore finanziario delle politiche di Benjamin Netanyahu. Mashkevitch ha enormi interessi nel settore minerario e ha spesso finanziato progetti volti a rafforzare la presenza israeliana in Palestina.
Deportazioni senza ritornoMa perché Israele permetterebbe questi viaggi mentre impedisce l’evacuazione di pazienti palestinesi, feriti e studenti ammessi nelle università straniere? “Israele facilita questa forma di migrazione perché avviene senza procedure ufficiali: chi parte non riceve timbri di uscita sul passaporto, il che rende difficile un futuro ritorno. Al contrario, studenti e pazienti richiedono procedure di viaggio ufficiali e intendono tornare dopo aver completato gli studi o le cure, cosa che Israele non desidera. Gli studenti, inoltre, portano la voce della Palestina e di Gaza all’estero e svolgono un ruolo accademico e sociale; per questo motivo Israele ne ostacola la partenza. Israele continua anche a impedire l’apertura del valico di Rafah, perché il passare da lì renderebbe l’evacuazione ufficiale, con timbri di uscita e di entrata, il che significherebbe affermare la presenza dei palestinesi sulla loro terra e rifiutare i piani di sfollamento forzato”, spiega ancora il giornalista di Gaza. “Per Israele c’è un solo obiettivo politico: svuotare la Striscia di Gaza della sua popolazione”.
Il limbo del Sudafrica
Adesso i gazawi deportati in Sudafrica si trovano in uno stato di limbo: senza visti per poter stare lì e senza timbri per poter tornare indietro. “Siamo appena riusciti a organizzare un’estensione per il visto temporaneo di asilo per tutti coloro che hanno fatto domanda, abbiamo un team legale che se ne sta prendendo cura. Inizialmente il visto era stato concesso solo per 14 giorni, ma ora è stato esteso a 30, il che significa che fino al 21 gennaio non avranno problemi, ed entro quella data dovrebbero ottenere il permesso di asilo permanente”, continua l’operatore dell’Ong sudafricana Gift of the Givers, “tuttavia, abbiamo comunicato loro che la nostra assistenza durerà solo per questi 90 giorni, dopodiché dovranno cavarsela da soli”.
Resta da chiedersi se quello di Al-Majd Europe sia, quindi, un caso isolato o un piano israeliano per spopolare la Striscia di Gaza un aereo alla volta.
/(da Fanpage)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
E QUEI COGLIONI CHE LI SEGUONO NEGANO PERSINO L’EVIDENZA, ANCHE CONTRO IL PROPRIO INTERESSE
“La più grande beffa che il diavolo abbia mai fatto al mondo è stata quella di convincere tutti che non esiste”, diceva Kaiser Sose ne “I Soliti Sospetti”.
Parafrasandolo, potremmo dire che la più grande beffa che i miliardari abbiano mai fatto al mondo è stata quella di convincerci che soldi per noi non ce ne siano, o che a rubarceli siano stati gli ultimi della Terra.
Il rapporto Oxfam presentato ieri a Davos, in occasione del World Economic Forum, una sorta di Coachella del capitalismo globale, svela questa beffa snocciolando numeri inequivocabili.
Ad esempio, dice che nel 2024, mentre Trump e compagnia ci dicevano che dovevamo tagliare la spesa per sanità e pensioni per armarci, la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 2.000 miliardi di dollari, a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente.
Ci dice che mentre in Europa le destre crescevano raccontandoci che i migranti ci rubano il lavoro, la casa, la sicurezza , la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 138 miliardi di euro nell’ultimo anno, pari a un aumento di 376 milioni di euro al giorno.
Ci dice, mentre ci raccontavano che questa ricchezza è giusta e meritata, conquistata da intelligenze superiori che hanno fatto tanta fatica per guadagnarsela, che il 60% della ricchezza dei miliardari deriva da eredità, potere monopolistico o legami clientelari. E che i miliardari europei hanno ereditato tre quarti della loro ricchezza.
Ci dice, mentre ci dicono che è giusto che questa ricchezza cresca a ritmi mai visti prima, perché sgocciola a terra e ci rende tutti felici, che dal 1990 a oggi il numero delle persone in povertà è rimasto invariato.
Ci dice che mentre ci azzuffiamo per un piatto di lenticchie in legge di bilancio i miliardari italiani guadagnano 150 milioni di euro al giorno e pagano le tasse di un insegnante.
Ci dice, in definitiva, che chissà come mai, quelli che ci convincono a suon di comizi, articoli, talk show che dobbiamo odiare o temere chi è più povero di noi sono casualmente miliardari come Donald Trump, o amici di miliardari come Elon Musk, l’uomo più ricco del pianeta.
E che ci hanno convinti talmente bene, che il diavolo non esista, e che Kaiser Sose sia inafferrabile, che la metà di voi, quando chiuderà questo articolo, penserà comunque che sono tutte bugie e che la soluzione non è tassare i ricchi ma chiudere le frontiere. Forse pure un po’ di più della metà.
(da Fanpage)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
RAPPORTO OXFAM: DUE TERZI DELLA RICCHEZZA IN ITALIA E’ FRUTTO DI EREDITA’
Il Rapporto Oxfam presentato ieri a Davos segnala che aumenta nel mondo la disuguaglianza
non solo nei redditi, ma soprattutto nella ricchezza, con effetti anche sulla tenuta delle democrazie, là dove esistono. Per due motivi. Il primo è che i più ricchi hanno sempre maggiore possibilità di influire sulle decisioni politiche e talvolta anche di entrare direttamente in politica. Gli Stati Uniti della presidenza Trump ne sono forse l’esempio più estremo, anche se non unico, tra le democrazie, inclusa la pretesa di formare un contro-ONU ad inviti con quota di ingresso. Il secondo è che diseguaglianze troppo ampie producono conflitti, estraniamento (non voto), o affidamento a sirene populiste. Entrambi questi fenomeni, a loro volta riducono la capacità di una società di migliorare le condizioni complessive, per tutti, valorizzando appieno le capacità che ci sarebbero.
L’Italia non fa eccezione. Accanto ai noti dati sulla persistenza della povertà assoluta a fronte dell’aumento della ricchezza dei più ricchi, della povertà nonostante il lavoro, della diffusione della povertà educativa, dell’ancora troppo basso tasso di occupazione giovanile e femminile, il Rapporto evidenzia due fenomeni che caratterizzano le diseguaglianze nel nostro Paese e che costituiscono un potenziale rischio per la democrazia: le disparità economiche, sociali e di opportunità tra luoghi e il peso crescente dell’eredità nella composizione della ricchezza. Per quanto riguarda le prime, accanto a quelle “tradizionali”, e irrisolte, tra Centro-Nord e Mezzogiorno, stanno divenendo sempre più importanti quelle tra grandi città ed aree periferiche. C’è un’Italia di mezzo, come la definisce Filippo Barbera intervistato nel Rapporto, che non comprende solo le aree interne tradizionalmente marginali rispetto ai circuiti dello sviluppo, ma anche città medie, aree pedemontane e collinari, e zone urbano-rurali, che negli ultimi anni hanno perso centralità economica e politica, sperimentando stagnazione economica, deindustrializzazione, perdita di popolazione e servizi. È in questi luoghi che si concentrerebbe anche il voto di protesta anti-sistema
Quanto al secondo fenomeno, il Rapporto evidenzia come quasi i due terzi della ricchezza dei miliardari italiani siano frutto di eredità. Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza – eredità, donazioni – è quasi raddoppiato tra il 1995 e il 2016, passando dall’8,5% al 15% del reddito nazionale e si è anche maggiormente concentrato. Inoltre, le eredità individuali di almeno 1 milione di euro sono cresciute dal 18,7% al 25% del valore totale dei lasciti nello stesso periodo. Ricordo che, dal 2017, fino a quella cifra si tratta di eredità esenti da ogni forma di tassazione, se l’erede è coniuge, figlio o nipote per via diretta, un trattamento tra i più generosi in Europa. A questa ricchezza ereditata si possono aggiungere le donazioni in vita e le assicurazioni sulla vita fatte a favore degli eredi dal defunto, pure esenti da tassazione. Come osserva il Rapporto Oxfam, l’aumento del peso delle eredità, e la sua ridotta tassazione, ha ridotto il dinamismo economico e sociale, limitando l’uguaglianza di opportunità e la mobilità intergenerazionale.
Unito alle disuguaglianze territoriali, accentua il peso disegualizzante dell’origine sociale e rafforza la trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza, in un modo sempre meno compatibile con il principio democratico dell’uguaglianza delle opportunità. Non solo le condizioni economiche e sociali della famiglia, ma anche quelle dei luoghi in cui si nasce e cresce sono sempre più un destino, poco, o per nulla, corretto, contrastato, da politiche che favoriscano un riequilibrio. Anzi, come osserva il Rapporto, le politiche dell’attuale governo sembrano piuttosto orientate a confermare, se non accentuare, i divari. È quanto si può osservare anche nella discussione sui livelli essenziali di prestazione, che dovrebbe essere preliminare all’eventuale realizzazione dell’autonomia differenziata. Come ha osservato anche Viesti in una audizione al Senato, invece di procedere ad una discussione su quali dovrebbero essere i Lep da garantire omogeneamente sul territorio nazionale, li si stanno definendo sulla base dell’esistente, che, come è noto, è fortemente disomogeneo a livello territoriale, cristallizzando così i divari, invece di ridurli.
(da lastampa.it)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
GLI ORRORI CHE HANNO COMMESSO PESERANNO SULLE LORO COSCIENZE PER SEMPRE
La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha portato a un’ondata senza precedenti di traumi psicologici e suicidi tra le truppe dell’IDF. Secondo il ministero della Difesa israeliano, dall’inizio del conflitto oltre 12.300 soldati sono stati inseriti nel programma di riabilitazione psicologica come post traumatic stress disorder (PTSD). Significa che sono colpiti da disturbi mentali, ansia, depressione.
Un numero molto più alto rispetto al passato: rappresenta «quasi il 40%» di tutti i militari mai trattati per traumi da guerra negli 80 anni di storia dell’IDF. Secondo un’indagine interna citata dai media, solo dall’inizio del 2025 sono stati registrati 21 suicidi tra i soldati — parte di un conteggio che, complessivamente, parla di «circa 54» suicidi dall’ottobre 2023. Un rapporto del parlamento israeliano — basato su dati ufficiali da gennaio 2024 a luglio 2025 — documenta 279 tentativi di suicidio tra i soldati. Inoltre, la maggior parte delle morti per suicidio recentiriguarda soldati combattenti: il 74–78% nel 2025, contro una media del 42–45% nel periodo 2017–2022.
I traumi che portano al suicidio
Questi numeri segnano un’impennata drammatica rispetto al passato: la media annuale di suicidi nell’IDF, nel decennio precedente la guerra, era di circa 13 suicidi l’anno. A dimostrazione del fatto che si può anche essere addestrati a fronteggiare qualunque ferocia, ma poi sotto la più formidabile ed equipaggiata divisa militare, non ci sono solo muscoli. Secondo un’inchiesta interna, la maggior parte dei suicidi è «direttamente collegata al trauma» vissuto durante la guerra: esposizione prolungata al combattimento, scene violente, perdita di compagni, stress psicologico cronico. I medici e terapeuti descrivono una forma di PTSD massiva: decine di migliaia di militari soffrono di disturbi psicologici, molti senza diagnosi, molti non curati.
Fenomeno fuori controllo
Un caso tipico riportato: un riservista, dopo aver prestato servizio a Gaza, rievocava costantemente odori di morte e riviveva flashback in momenti banali della vita quotidiana, perfino cambiando il pannolino al figlio. Le misure adottate includono l’invio di terapisti sul campo, linee telefoniche di emergenza, terapie di gruppo, ma gli esperti denunciano che il sistema è «in logoramento»: l’entità del fenomeno supera di molto la capacità di cura e riabilitazione.
In un rapporto divulgato alla fine del 2025, si legge che il Dipartimento di Riabilitazione del ministero della difesa israeliano ha ricevuto oltre 85 mila soldati dall’inizio della guerra, di cui circa 28 mila per problemi di salute mentale. Di questi 28 mila, circa 9.800‑10 mila sono segnalati come affetti da post traumatic stress Disorder. Il governo ha aumentato il budget per la riabilitazione: il dipartimento riceve oggi circa 4,6 miliardi di shekel (oltre 1,25 miliardi di dollari) all’anno, di cui una quota significativa è destinata proprio alla salute mentale.
La guerra finirà, il trauma no
Gli esperti dichiarano che la portata del problema rimane oltre la soglia critica: molti soldati psicologicamente feriti non cercano aiuto, e tanti fra coloro che invece chiedono sostegno, ricevono cure inadeguate o troppo in ritardo. Secondo i terapeuti e le autorità, il trauma non si esaurirà con la fine del conflitto: molti veterani — specialmente riservisti — rischiano di convivere per anni con PTSD, depressione, senso di colpa, difficoltà di reintegrazione. La pressione psicologica, secondo alcuni esperti, potrebbe trasformarsi in una crisi sociale e sanitaria interna, con conseguenze non solo individuali, ma anche collettive.
Resta invisibile lo choc dei gazawi
Se per i soldati dell’IDF — pur in ritardo — esistono dati, cure, statistiche, per la popolazione di Gaza la situazione è ben diversa. In una guerra che devasta città, case, vite umane, decine di migliaia di civili subiscono lutti, perdita di case, sfollamenti, bombardamenti continui. Ma non c’è un sistema reale — ancora meno uno pubblico — che permetta di misurare l’impatto psicologico su larga scala: le ferite psichiche causate dal terrore quotidiano restano invisibili, senza diagnosi, senza cure, senza memoria ufficiale. Secondo l’Oms e Save the Children, oggi circa 1,2 milioni di persone a Gaza hanno bisogno urgente di supporto psicologico e psicosociale, e oltre il 90% dei bambini mostra segni clinici di trauma severo. Ma il Board of Peace presieduto da Trump non è interessato a questo aspetto, e tantomeno lo sono i componenti del Board, da Tony Blair, all’ immobiliarista Steve Witkoff, ai leader che girano intorno all’operazione, da Al Sisi a Putin, da Erdogan a Giorgia Meloni.
Quando e se un giorno si proverà a fare i conti con questa guerra, si scoprirà che il numero di persone traumatizzate è molto più alto di quanto oggi evidenziano le statistiche militari o sanitarie. E non basteranno a sanarli i resort o i grattacieli che sorgeranno nel frattempo sulle macerie.
(da Repubblica)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
IN ITALIA SIAMO TUTTI SPIATI
Report è in grado dimostrare con documenti e testimonianze audio e video che, sui circa
40.000 computer dell’amministrazione giustizia – dai dipendenti non togati fino ai giudici e procuratori di ogni ordine e grado – è installato un programma informatico che può permettere di videosorvegliare i magistrati.
Si chiama ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager, System Center Configuration Manager), è un prodotto della Microsoft che serve per gestire in modo centralizzato dispositivi, adatto ad esempio alla gestione dei totem di stazioni e supermercati, non certo per le postazioni più sensibili dal punto di vista della sicurezza.Dal 2019 i tecnici del Dipartimento tecnologico del Ministero della Giustizia lo hanno installato su tutti i dispositivi presenti nelle Procure, Tribunali, uffici giudiziari d’Italia.
ECM può offrire la possibilità di accedere da remoto anche senza lasciare tracce: il controllo da remoto è disattivato nelle impostazioni di default previste dal Ministero, ma qualsiasi tecnico con permesso di amministratore può attivarlo all’insaputa dei magistrati senza lasciare traccia di eventuali passaggi.
Il caso è stato sollevato da una importante Procura italiana nel 2024 e messo a tacere dai dirigenti del Ministero su richiesta – secondo quanto raccontato da un dirigente ministeriale -, della Presidenza del Consiglio, fornendo rassicurazioni che però come dimostrerà Report con documenti e testimonianze esclusive non corrispondono a verità: “I procuratori, i magistrati, i giudici tutti non sanno che mentre pensano di essere da soli nella loro stanza a fare le loro inchieste, le loro indagini, provvedimenti, c’è sempre puntato un occhio vigile sui loro computer.
Cioè c’è sempre qualcuno che può videosorvegliare che cosa fanno in ogni momento della loro attività quotidiana, dal mattino in cui entrano in ufficio fino alla sera in cui spengono il computer”.
Sono le parole di un testimone chiave della vicenda. Tra poco Report anticiperà una clip. Report domenica su Rai3 alle 20.30
(Dal profilo Facebook di Sigfrido Ranucci)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
A BERLINO, PARIGI E BRUXELLES IL LIMITE DI VELOCITA’ NEI CENTRI STORICI HA FATTO CROLLARE IL NUMERO DI VITTIME E INCIDENTI… SOLO IN ITALIA C’E’ QUALCHE IMBECILLE CHE CONTESTA IL SALVARE VITE UMANE
Gli incidenti stradali a Bologna sono diminuiti per numero e per gravità; e per la prima volta in trentatré anni (da quando le rilevazioni di questo tipo sono complete e attendibili) non si registrano morti tra i pedoni. È la conseguenza, ovvia, dell’introduzione del limite dei 30 all’ora in molte zone della città, sulla scia di molte altre città europee: per esempio Berlino, Parigi e Bruxelles.
Questa non sarebbe una notizia — sarebbe semplicemente la presa d’atto di un rapporto di causa ed effetto — non fosse che contro l’introduzione del limite dei trenta all’ora nei centri storici delle città italiane è in atto una furibonda battaglia politica “di destra”, con comitati, referendum, campagne di mobilitazione. Ho scritto “di destra” tra virgolette perché, pur essendo io notoriamente un elettore di sinistra, fatico ad attribuire a cuor leggero una etichettatura politica a una così sciocca e irriflessiva battaglia in favore delle lamiere accartocciate e delle corse in ambulanza. In altre parole, mi rifiuto di pensare, per dirla alla Gaber, che “l’ingessatura è di destra, la prevenzione di sinistra”.
Eppure è questo che dicono, sull’argomento in questione, le cronache politiche d’Italia, con le piste ciclabili e i trenta all’ora diventati bersagli politici fissi di una specie di lobbismo dell’acceleratore che nel caso migliore è marinettiano fuori tempo, nel peggiore è menefreghismo organizzato.
Nell’ostinata attesa di una destra più decente, pregherei quella attiva di emendarsi, se possibile, di quest’aura mezzo ridicola mezzo detestabile di prepotenza stradale. Rallentare non è una sconfitta. Neppure un’offesa al tasso di virilità nazionale. È un punto a favore della gentilezza. È una conquista. Uguale per tutti.
(da Repubblica)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
“HANNO ASSOCIATO UN MIO VECCHIO INTERVENTO SULLE CORRENTI ALLE RAGIONI DEL SI’ AL REFERENDUM. NON HO AUTORIZZATO L’USO DI QUEL VIDEO ED E’ NOTO CHE VOTERO’ NO”
“La Costituzione e la democrazia sono prioritarie. Non si toccano. Provvederò a denunciare
nelle sedi opportune quanto accaduto per chiedere gli accertamenti del caso”. È quanto annuncia il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, in relazione al video pubblicato sul profilo Fb di Fratelli d’Italia in cui il magistrato parla della riforma del Csm.
“Con riferimento alla diffusione di un mio vecchio intervento sulle correnti, che un partito politico sta associando alle sue ragioni del sì al referendum, – spiega il magistrato – tengo a precisare due cose: nessun partito è stato da me autorizzato ad associare il mio nome a questa campagna referendaria; il testo proposto per questo referendum per il sorteggio del Csm, temperato per i politici e secco per i magistrati, è molto lontano da quella che era la mia idea”.
“Ma soprattutto a fronte della perdita di autonomia della magistratura e di un indebolimento dell’equilibrio democratico tra i poteri dello Stato, sancito dalla nostra costituzione, – conclude Gratteri – ribadisco che sono contrario a tutta la modifica proposta compreso il sorteggio proposto”.
(da agenzie)
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