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VENDESI PALAZZO DI VETRO

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

I PAESI EUROPEI HANNO RIFIUTATO DI FAR PARTE DEL CIRCO BARNUM DI TRUMP COMPOSTO DA CAPI AUTORITARI, MONARCHI ASSOLUTI E DIVERSI CRIMINALI

Lo strambo comitatone “per la pace” escogitato da Trump, teoricamente incaricato di ridare un assetto accettabile a Gaza e altri luoghi precedentemente devastati o brutalizzati dagli stessi che ora si propongono di rimetterli in piedi, sembra la materializzazione del celebre aforisma di Groucho Marx: “Non vorrei mai fare parte di un club che accetti tra i suoi membri uno come me”.
Indipendentemente dalla risposta di Russia e Cina, già adesso è un cartello di soli capi autoritari e monarchi assoluti. I paesi europei hanno rifiutato di farne parte ma si sa che su di loro grava lo stigma imperdonabile della democrazia: un bell’impedimento, in un momento storico come questo.
In compenso c’è Orbán, forse in quanto erede di Attila. Di quale etica e quale estetica sia capace un pool di “ricostruttori” capitanato da Trump, è una domanda che sarebbe meglio non farsi. Metaforicamente parlando, e immaginando il radioso futuro neo-immobiliare di Gaza, credo che l’obiettivo assomigli a: mettere la cravatta a un cadavere e poi vedere che effetto fa.
Siamo nel pieno di una nuova epoca della storia umana, l’Evo post-reale, e dunque è impossibile fare previsioni su quanto accadrà. La sola certezza è che potrebbe accadere di tutto, dal momento che le Nazioni Unite hanno già approvato la costituzione di questo nuovo club privé il cui scopo, non recondito, è prenderne il posto. Nel caso che Trump proponesse all’Onu l’autoscioglimento, non è escluso che la proposta venga ritenuta sensata e opportuna dalla maggioranza dei Paesi membri. Specie se il Palazzo di vetro avesse un valore immobiliare appetibile.

(da Repubblica)

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LA RESISTENZA A TRUMP PASSA DA MINNEAPOLIS. GLI ABITANTI DELLA CITTÀ, CHE DA TRE SETTIMANE SCENDONO IN STRADA CONTRO LE RONDE ANTI-MIGRANTI DELL’ICE, SI ORGANIZZANO CONTRO L’”INVASIONE” DEGLI SCAGNOZZI CRIMINALI DI TRUMP

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

C’È CHI FA PATTUGLIAMENTI IN MACCHINA, SEGNALANDO PERICOLI SULLE CHAT, CHI SI APPOSTA DAVANTI AGLI ALBERGHI DOVE ALLOGGIANO GLI AGENTI, SUONANDO E CANTANDO TUTTA LA NOTTE PER IMPEDIRE LORO DI DORMIRE, E CHI HA “CONVERTITO” IL PROPRIO NEGOZIO PER AIUTARE GLI IMMIGRATI CHE NON ESCONO DI CASA PERCHÉ TEMONO DI ESSERE PORTATI VIA

«Sono stato preso, ammanettato, fatto salire sulla loro macchina. Mi hanno rilasciato dopo un’ora dicendo: “Sei bianco, con te non ci divertiamo”. Quello che stanno facendo gli agenti dell’Ice alla comunità soprattutto nera è orribile». Kenny Callaghan, pastore della All God’s Children Minneapolis Community Church, non misura le parole.
La sua chiesa progressista, aperta soprattutto alla comunità Lgbtqia+, si trova all’angolo tra la 31esima strada e Park Avenue, a pochi isolati dal luogo in cui il 7 gennaio è morta Renee Good, la donna uccisa dall’agente Jonathan Ross con tre colpi di pistola. Nonostante la neve e una temperatura a -12 gradi Celsius, i cittadini di Minneapolis da tre settimane scendono in strada contro quella che loro chiamano l’invasione dell’Ice.
Ci sono quelli che fanno i pattugliamenti in macchina, segnalando possibili pericoli in chat su Signal. Ci sono i giovanissimi che di sera vanno davanti agli alberghi nei quali alloggiano gli agenti portandosi strumenti musicali e amplificatori, suonando e cantando tutta la notte per impedire loro di dormire.
C’è un gruppo che si è appostato sul tetto di un edificio di fronte al Whipple Building – il palazzo vicino all’aeroporto che funge da quartier generale dell’Ice – per contare quante persone vengono portate dentro, dal momento che le autorità non danno numeri ufficiali. Ci sono le mamme bianche che fanno sorveglianza davanti alle scuole per essere sicure che le mamme immigrate possano accompagnare i figli senza venire arrestate.
Ci sono i gruppi WhatsApp, c’è la distribuzione gratuita dei fischietti arancioni, ci sono i corsi via Zoom con più tremila partecipanti per diventare “consitutional observer” che è poi quello che stavano facendo Renee e Becca quella tragica mattina.
È la resistenza di una città che non vuole piegarsi «Ci sono immigrati spaventati che non escono neanche per fare la spesa perché hanno paura di essere portati via. Per questo abbiamo deciso di raccogliere tutto qui e poi distribuirlo a chi ne ha bisogno» dice Anna, social media manager del sexy shop Smitten Kitten.
La nuova guerra civile americana passa anche da queste suggestioni, da due visioni opposte dell’America: una autoritaria, l’altra accogliente. È stata di Anna l’idea di trasformare il sexy shop in quartier generale di aiuto.
«Raccogliamo e distribuiamo prodotti per la pulizia, pannolini per i bambini, ma anche le sigarette: la gente ha diritto ai vizi», racconta nel sottoscala del negozio, tra il via vai dei volontari e sotto il controllo di un omone grande e grosso messo lì a fare da sicurezza dopo le minacce ricevute online. Lungo Lake Street, in questa zona piena zeppa di murales e ristoranti etnici, i cartelli sulle porte dei negozi parlano chiaro: questo locale non dà permesso agli agenti dell’Ice di entrare senza un regolare mandato.
«Le infermiere che non vanno in ospedale, gli operai che non vanno nelle fabbriche, le scuole che sono tornate all’insegnamento online come ai tempi del Covid. La gente non va al ristorante, non va a fare la spesa, non va più a comprare»,
dice Julia Decker, direttore delle politiche dell’Immigrant Law Center of Minnesota, per spiegare come è cambiata la vita di tutti i giorni, mentre sui telefonini arrivano le immagini dell’ennesimo arresto, un anziano portato via da casa, al gelo, in canottiera e ciabatte e poi rilasciato perché regolare cittadino.
Nessuno pensa che gli agenti dell’Ice se ne andranno a breve, ma nessuno vuole smettere di protestare. Con la mente sono tutti alla prossima manifestazione, il 23 gennaio: una sorta di sciopero generale, scuole chiuse, attività sospese. Lo farà anche Lynette: la mattina in cui è stata uccisa Renee, lei era lì a due passi. Ha visto l’arrivo degli agenti, ha sentito gli spari. «Il pensiero che lei fosse ancora viva, che forse poteva essere salvata mi rende furiosa».
È anche per questo che continuerà a resistere pacificamente, usando i fischietti e le palle di neve come arma, come la fine toccata al provocatore di ultra destra Jack Lang e alla sua marcia contro gli immigrati: cercava lo scontro, è stato preso a gavettoni di acqua gelata.

(da La Stampa)

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LA “CROCE” DI TRUMP CONTINUA A ESSERE LA CHIESA CATTOLICA. L’ARCIVESCOVO AMERICANO TIMOTHY BROGLIO CHIEDE AI SOLDATI AMERICANI DI DISOBBEDIRE AGLI ORDINI DI TRUMP: “SAREBBE MORALMENTE ACCETTABILE”

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IL RELIGIOSO, CHE GUIDA L’ASSISTENZA SPIRITUALE DELLE TRUPPE USA, SI SCAGLIA CONTRO LA POLITICA DELLA CASA BIANCA: “OFFUSCA L’IMMAGINE DEGLI STATI UNITI” – NEI GIORNI SCORSI, TRE IMPORTANTI CARDINALI AMERICANI, VICINI ALLE POSIZIONI DI LEONE XIV, HANNO DIFFUSO UN DURO COMUNICATO CONTRO IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO

L’arcivescovo americano Timothy Broglio, Ordinario militare della Chiesa cattolica negli Usa, ha detto che per i soldati «sarebbe moralmente accettabile disobbedire agli ordini» se la loro coscienza li ritenesse ingiusti. Monsignor Broglio ne ha parlato alla rete britannica Bbc a proposito delle minacce di Trump alla Groenlandia che «offuscano l’immagine degli Stati Uniti nel nostro mondo».
Già tre cardinali di primo piano della Chiesa americana, gli arcivescovi di Chicago, Washington e Newark, tutti vicini alle posizioni di Leone XIV, avevano diffuso domenica un comunicato che criticava con durezza le «politiche distruttive» di Trump.
Le parole dell’Ordinario militare evocano l’obiezione di coscienza e sono tanto più significative perché Broglio, 74 anni, nato da genitori italiani e fino all’anno scorso presidente della conferenza episcopale, fa parte dell’ala conservatrice dei vescovi americani, spesso indulgente con il presidente Usa.
Del resto «abbiamo il diritto internazionale e abbiamo principi morali che dovrebbero guidare tutti noi», ha spiegato l’arcivescovo che guida i cappellani militari cattolici dell’esercito: «La Groenlandia è territorio della Danimarca, la Danimarca è un alleato e fa parte della Nato, non sembra ragionevole che gli Stati Uniti attacchino un Paese amico».
L’arcivescovo pensa in particolare ai militari cattolici sotto la sua responsabilità spirituale. Certo, «sarebbe molto difficile per un soldato, un marine o un marinaio disobbedire da solo a un ordine del genere».

(da agenzie)

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LA SURREALE DIFESA DI CLAUDIO SABELLI, 27ENNE ACCUSATO DI ESSERE IL LEADER DI “UNIONE FORZE IDENTITARIE” (PER I PM, “UN’ASSOCIAZIONE PARAMILITARE NAZI-FASCISTA”): “SIAMO SOLO UN GRUPPO DI GAMER. NELLE CHAT PARLIAMO DI ARMI E PIANI D’ASSALTO? ERANO RIFERIMENTI ALLA NOSTRA GILDA VIRTUALE”

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

PERO’, NEL LORO COVO SEGRETO NEL PARCO DELLA CAFFARELLA, A ROMA, LA DIGOS HA TROVATO MITRAGLIATRICI, PISTOLE, COLTELLI, SIMBOLI ESOTERICI E RIFERIMENTI AL TERZO REICH… NELLE CHAT, SABELLI SI FACEVA CHIAMARE “CESARE” E, INSIEME AI SUOI SODALI, DERIDEVA EBREI, OMOSESSUALI, E INNEGGIAVA A TERRORISTI COME ANDERS BREIVIK

“Non eravamo neonazisti. Ma un gruppo di gamer che si era conosciuto online sul gioco Wizard101. Le armi, le cellule sparse in Italia e i piani d’assalto erano solo riferimenti alla nostra gilda virtuale”.
Si è difeso così in corte d’Assise Claudio Sabelli, 27 anni e — per la procura — leader di Unione Forze Identitarie: “Un’associazione paramilitare — si legge negli atti — con finalità di terrorismo”, che mirava a cercare sul web adepti da indottrinare e a realizzare un sistema “basato su idee e principi del nazismo e del fascismo”, con cellule sparse in tutta Italia e una struttura piramidale.
Sabelli era al vertice. In chat si faceva chiamare ‘Cesare’. Ed era il capo, l’uomo che dava ordini. Fino a quando, nel 2024, la Digos ha smantellato il gruppo scoprendo anche il covo segreto, nel parco della Caffarella, all’interno del casale della “Vaccareccia”. All’interno, sono state trovate mitragliatrici, pistole, e un coltello con la svastica, si legge nell’ordinanza di misura cautelare.
Poi i processi in tutta Italia, anche a Roma, dove si è costituito parte civile il ministero dell’Interno, rappresentato dall’avvocato Alberto Giua. È nella capitale che Sabelli ha tentato di difendersi dalle accuse, cercando di contestualizzare le conversazioni intercettate: “Quando parliamo di gittata, proiettili…parliamo del
gioco (online, ndr). Basta controllare. Per esempio, le munizioni a proiezione espansa esistono solo nel mondo virtuale. Io do ordini agli altri solo perché senza coordinamento non si possono superare alcuni livelli”.
Lo stesso vale per tutti i simboli esoterici nazisti: “È un gioco di maghi, è normale si parli di rune, triskell e svastiche. Io sono appassionato di esoterismo, non disegno quei simboli come loro, ma in maniera antropologica”
I pm sostengono che il gruppo si addestrasse anche all’uso delle armi: “Faccio survivalism — si è difeso Sabelli — Un gioco di ruolo di campeggio dove si finge di dover sopravvivere a un evento drammatico, come una guerra. Al massimo, però, dal punto di vista di un civile, non di un soldato. È un gioco, una volta abbiamo finto un’apocalisse zombie”.
Infine, i contenuti di propaganda: deridevano ebrei, omosessuali, inneggiavano a terroristi come Anders Breivik e Brenton Tarrant e invitavano alla lotta.

(da Repubblica)

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I MUSICISTI DELLA “FENICE” RISPONDONO ALL’ARROGANZA DI BEATRICE VENEZI: “I DANNI D’IMMAGINE NON LI HANNO CREATI I LAVORATORI DELLA FENICE, MA CHI HA CAUSATO QUESTA SITUAZIONE. BEATRICE VENEZI DOVREBBE LEGGERE MEGLIO LA STAMPA ESTERA CHE HA DATO GIUDIZI BEN DIVERSI SU QUESTA VICENDA”

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

TENSIONE ALLE STELLE NEL TEATRO VENEZIANO CON I MUSICISTI AL CONTRATTACCO: “PENSARE CHE UN INTERO TEATRO SIA SINDACALIZZATO E GESTITO IN MODO ANARCHICO È ASSURDO, RIDICOLO E OFFENSIVO…”… E LA VENEZI SBAGLIA PURE LA CITAZIONE DI BOSKOV

Beatrice Venezi rompe il ghiaccio con parole arriganti. Danno d’immagine al Teatro La Fenice, gestione in mano ai sindacati e partita ancora in gioco. Dopo quattro mesi di assoluto silenzio la pianista e direttrice d’orchestra lucchese ha parlato per la prima volta del caso Fenice.
Parole poco concilianti che rischiano di riportare, ancora una volta, la tensione alle stelle nel già rovente rapporto tra maestranze del Teatro La Fenice — coro, orchestra e tutto il resto del personale — e direzione, rappresentata dal soprintendente Nicola Colabianchi e dal sindaco e presidente della Fondazione Teatro La Fenice Luigi Brugnaro, ma anche dai sostenitori di Venezi, ovvero dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, dal presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone e dal sottosegretario Gianmarco Mazzi.
Come ormai è noto, il caso esplode lo scorso 22 settembre quando Colabianchi nomina all’improvviso Beatrice Venezi a direttrice musicale della Fenice da ottobre 2026 a marzo 2030. Fino a pochi giorni prima lo stesso soprintendente aveva dichiarato che Venezi era tra i papabili, ma che c’era tempo di affrontare la questione e di confrontarsi con le maestranze.
Poi, la nomina, seguita a fine settembre dalla dichiarazione dei sindacati dello stato di agitazione come segno di protesta sia per la modalità sia per il curriculum di Venezi, considerato inadeguato per il ruolo assegnatole.
In questi quattro mesi ci sono stati tre scioperi e diverse mobilitazioni, l’ultima la spilla con la chiave di violino, indossata al Concerto di Capodanno da Coro e Orchestra. Venezi ha detto che «l’avrebbe fatta più stilizzata, magari con uno Swarovski», sorvolando sul fatto che era stata realizzata per continuare la protesta in modo silenzioso contro di lei e per la sospensione del welfare alle maestranze della Fenice.
Immediate le reazioni. Mercoledì la Rsu (Cgil, Cisl, Uil, Fials e Usb) si riunirà in assemblea per decidere il da farsi, ma intanto Marco Trentin, violoncellista e segretario di Fials, ha detto: «I danni d’immagine non li hanno creati i lavoratori, ma chi ha causato questa situazione. I sindacati, ricordo, rappresentano i lavoratori della Fenice. Venezi dovrebbe leggere meglio la stampa estera che ha dato giudizi ben diversi su questa vicenda».
Perplessità anche dai non iscritti ai sindacati: «Pensare che un intero Teatro sia sindacalizzato e gestito in modo anarchico è assurdo, ridicolo e offensivo – ha detto
Eugenio Sacchetti, violinista del Teatro —. Io non sono iscritto a nessuna sigla sindacale, come tanti altri, ma siamo tutti uniti dalla stessa idea. Senza contare la tristezza del paragone con la partita di calcio. Essere direttore musicale del Teatro La Fenice non è un gioco e il Teatro non è uno stadio». Paragone bocciato anche da Trentin: «Boškov diceva: “rigore è quando arbitro fischia”».

(da Corriere della Sera)

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“SONO ENTRATI NEL MIO PC UTILIZZANDO IL SOFTWARE ECM” : ALDO TIRONE, GIUDICE DEL TRIBUNALE DI ALESSANDRIA, CONFERMA LO SCOOP DI “REPORT” IN MERITO AL PROGRAMMA INFORMATICO, INSTALLATO SU TUTTI I COMPUTER DELL’AMMINISTRAZIONE GIUSTIZIA, CHE PERMETTE DI VIDEOSORVEGLIARE I MAGISTRATI

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

TIRONE HA CHIESTO A UN TECNICO INFORMATICO DI FARE UNA PROVA SUL SUO PC: SI È INTRUFOLATO NEL SUO DISPOSITIVO E HA VISTO CIÒ CHE STAVA FACENDO IL GIUDICE, MODIFICANDO ANCHE UN DOCUMENTO. NÉ DURANTE, NÉ DOPO LA PROVA IL GIUDICE HA RICEVUTO ALCUN TIPO DI ALERT SULL’INTRUSIONE

Aldo Tirone, giudice del Tribunale di Alessandria, conferma lo scoop di Report su ECM, il programma informatico installato su tutti i pc dell’amministrazione giustizia che può permettere di videosorvegliare i magistrati. Venuto a conoscenza di ECM, il giudice Tirone ha chiesto a un tecnico informatico di fare una prova sul suo computer.
L’esperimento – ripetuto tre volte a distanza di tempo, l’ultima solo poche settimane fa, a inizio dicembre – cancella ogni dubbio: il tecnico è entrato nel suo pc e ha visto ciò che stava facendo, modificando anche un documento. Né durante, né dopo la prova il giudice ha ricevuto alcun tipo di alert sull’intrusione.
È la dimostrazione che ECM può permettere di accedere ai dispositivi dei magistrati a loro insaputa. La testimonianza smentisce anche il comunicato del ministro Nordio, secondo cui “le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate” e “in ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita”. L’esperimento conferma che qualsiasi tecnico con il ruolo di amministratore può configurare a suo piacimento il programma ECM, attivarlo ed eliminare la notifica all’utente.

(da agenzie)

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“E’ POSSIBILE SPIARE I PC DEI MAGISTRATI”, L’ENNESIMA FIGURACCIA DI NORDIO: “ACCUSE SURREALI” E REPORT MOSTRA LA PROVA IN DIRETTA

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LA PROVA COMPIUTA DA UN MAGISTRATO DIMOSTRA CHE IL RISCHIO E’ REALE… LA SEGNALAZIONE DELLA PROCURA DI TORINO DI UN ANNO FA AL MINISTERO, MA NESSUNO HA MOSSO UN DITO… IN UN PAESE NORMALE NORDIO E MELONI IN GIORNATA SAREBBERO DIMISSIONARI PER LA VERGOGNA

Report rivela che tutti i computer dei magistrati d’Italia sono resi vulnerabili da un software installato su 40mila terminali che consente di accedere da remoto ai pc senza che loro se ne accorgano.
Il Ministero ammette che questo software esiste, ma sostiene che non è attivato e che richiede il consenso. Lo scontro diventa subito politico, con il Pd che chiede le dimissioni del ministro e Carlo Nordio che nega ogni rischio e ribalta la questione: “Ci accusate di spiare i magistrati, una cosa gravissima”. E rincara: “Ranucci crea allarme sociale”.
Eppure la prova provata c’è, e l’ha fatta proprio un magistrato. con un test autorizzato che ha dimostrato il contrario: un tecnico è entrato nel suo pc senza alcun alert.
Il giudice Aldo Tirone del tribunale di Alessandria ha autorizzato un tecnico locale a intrufolarsi nel suo computer per verificare di persona se il software ECM/SCCM di Microsoft consente davvero il controllo remoto invisibile. Ha provato. Ha ottenuto accesso totale. Senza neanche una notifica sullo schermo. Senza alcun alert che chiedesse il consenso. Sigfrido Ranucci ha mostrato questa “prova pratica” in un video di anticipazione della puntata che andrà in onda domenica sera su Rai3 alle 20.30.
Tirone cha accettato di mettere la faccia, raccontando in chiaro come un tecnico si sia introdotto nel suo desktop mentre lui era seduto al tavolo di lavoro, osservando ogni movimento sullo schermo, ogni file aperto, ogni operazione compiuta. Nessun segnale visibile dell’accesso remoto. Nessun modo per il magistrato di sapere che stava accadendo in tempo reale.
Non solo. Report raccoglie anche la testimonianza di un esperto di cyber sicurezza indipendente che lavora con le procure. Mostrerà come funziona nella pratica: qualsiasi tecnico con privilegi amministrativi può entrare nei setting del software, riconfigurarlo, disabilitare gli alert in modo che non compaia nessuna richiesta di autorizzazione all’utente. Le tracce dell’accesso rimangono nei log solo per 10 minuti. Dopo si cancellano. Impossibile sapere a posteriori se qualcuno è stato nel computer.
Il software è ECM/SCCM, un prodotto Microsoft per la gestione centralizzata dei dispositivi: aggiornamenti software, configurazioni, manutenzione da remoto. Dal 2019 è installato su 40mila computer in procure e tribunali. Il Ministero della Giustizia sostiene che il controllo remoto è disattivato come impostazione predefinita e che se attivato chiederebbe il consenso. Ma gli esperti sentiti da Report spiegheranno invece che è uno strumento pensato per i totem delle metropolitane o i registratori di cassa dei supermercati: completamente inadatto per computer che trattano fascicoli sensibili dello Stato e informazioni coperte da segreto istruttorio.
Nel 2024 la Procura di Torino ha sollevato il problema direttamente al Ministero della Giustizia. Cosa è successo? La questione è stata “archiviata” rapidamente. Una testimonianza raccolta da Report racconta che un dirigente ministeriale locale ha comunicato ai colleghi della Procura una direttiva precisa: “Non devono rompere ” perché “questa cosa ce l’ha chiesta la Presidenza del Consiglio“. Report ha chiesto chiarimenti a Palazzo Chigi sulla questione.
Il Ministero sostiene pubblicamente che la gestione del sistema è limitata a un “ristretto nucleo di persone”. Non è così. I tecnici con accesso amministrativo sono centinaia: i tecnici locali in ogni distretto giudiziario (Piemonte, Lombardia, Lazio, ecc.), il personale del Dipartimento per i servizi tecnologici a Roma, le ditte esterne in appalto per la manutenzione. Uno solo compromesso, uno solo mosso da cattive intenzioni, avrebbe accesso ai computer di qualsiasi magistrato della Repubblica.Il Ministero non ha risposto alle richieste di chiarimenti di Report, dicendo che i contratti con Microsoft sono coperti da “clausole di segretezza”. La difesa ministeriale si regge sull’affermazione che il software è disattivato nelle configurazioni standard, ma come spiegheranno gli esperti, chiunque con privilegi di amministratore può riattivarlo senza lasciare tracce verificabili.
La cronologia dei fatti parla da sola: una Procura segnala il rischio nel 2024. Il Ministero lo archivia. Un magistrato fa una prova autorizzata e scopre che il rischio è reale. Il Ministero continua a negare. E aspetta che sia la televisione a raccontare quello che lui non ha voluto dire. Report trasmette l’inchiesta completa domenica alle 20.30 su Rai3.

(da agenzie)

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