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ALEX PRETTI ERA DISARMATO, UN TESTIMONE SMENTISCE I CRIMINALI DELL’ICE, LA PISTOLA MOSTRATA COME SUA E’ IN DOTAZIONE AGLI AGENTI ICE

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

UNA IGNOBILE MESSA IN SCENA POSTUMA PER GIUSTIFICARE LA BANDA DI CRIMINALI IN DIVISA… L’INFERMIERE UCCISO STAVA SOLO AIUTANDO UNA DONNA SPINTA A TERRA

In una dichiarazione giurata, un testimone oculare anonimo che ha registrato il video della sparatoria afferma di non aver visto Alex Pretti con una pistola prima che venisse colpito dagli agenti Ice. Lo riporta il Guardian, citando un documento, pubblicato dall’American Immigration Council, ong per la difesa dei diritti dei migranti. La testimone afferma che l’uomo ucciso ieri dagli agenti ha cercato di aiutare una donna che era stata spinta a terra quando è stato afferrato da altri dell’ICE. Non sembrava opporre resistenza, racconta: «Non l’ho visto con una pistola. L’hanno buttato a terra e hanno iniziato a sparargli».
La pistola in dotazione anche all’Ice
Il tipo di arma che il Dipartimento per la Sicurezza Interna afferma che il 37enne portasse con sé quando è stato ucciso è una Sig Sauer P320 calibro 9 mm, una «pistola popolare e frequentemente portata dalle forze armate e dalle forze dell’ordine statunitensi».
Lo riporta il Minnesota Star Tribune, sottolineando che sebbene Pretti avesse il porto d’armi, non è ancora stato dimostrato che l’arma mostrata in un’immagine pubblicata sui social dal Dipartimento fosse effettivamente sua. Il quotidiano: «Anche gli agenti federali, tra cui l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), portano P320, così come molti agenti delle forze dell’ordine statali e locali».
Chi era Alex Pretti
Infermiere di terapia intensiva all’ospedale VA di Minneapolis, si prendeva cura dei veterani americani. Alex Pretti era preoccupato come molti suoi concittadini per le azioni spericolate condotte dalle squadre federali anti-migranti. Aveva anche preso parte alle proteste di strada seguite all’uccisione di Renee Nicole Good lo scorso 7 gennaio.
I genitori di Alex: «Bugie disgustose da Trump»
I genitori del 37enne ucciso hanno condannato le «bugie disgustose» dell’amministrazione Trump sul figlio. Negano la versione fornita dal governo. «Alex chiaramente non aveva in mano una pistola quando e’ stato attaccato dai teppisti assassini e codardi dell’ICE di Trump. Aveva il telefono nella mano destra e la mano sinistra vuota era alzata sopra la testa mentre cercava di proteggere la donna che l’ICE aveva appena spinto a terra, mentre veniva spruzzato con spray al peperoncino», hanno dichiarato Michael e Susan Pretti alla CNN.
Il comandante della pattuglia di frontiera Gregory Bovino Pretti stava cercando di «massacrare le forze dell’ordine». «Le menzogne disgustose raccontate dall’amministrazione su nostro figlio sono riprovevoli e ripugnanti», hanno i genitori della vittima, rivelandosi affranti e arrabbiati. «Alex era un’anima gentile che teneva profondamente alla sua famiglia e ai suoi amici, ma anche ai veterani americani di cui si prendeva cura come infermiere di terapia intensiva all’ospedale VA di Minneapolis», hanno detto. «Alex voleva fare la differenza in questo mondo. Purtroppo non sarà con noi per vedere il suo impatto. Non usiamo il termine ‘eroe’ alla leggera. Tuttavia, il suo ultimo pensiero e la sua ultima azione sono stati quelli di proteggere una donna».
Le manifestazioni negli Usa
L’omicidio di Pretti ha scatenato diverse manifestazioni di protesta nelle città, da New York a Los Angeles. Mentre sul piano politico i democratici hanno espresso la loro indignazione, minacciando di bloccare i finanziamenti federali che rischiano una nuova paralisi alla fine del mese. Il governatore democratico del Minnesota, Tim Walz, ha chiesto che siano le autorità locali, e non quelle federali, a condurre le indagini.
(da agenzie)

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SIAMO AL JURASSIC PARK MA RIBELLARSI AI GRANDI PREDATORI E’ POSSIBILE

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

L’APPELLO ALLA RISCOSSA DEL PREMIER CANADESE E’ UN MANIFESTO PER UN NUOVO LIBERALISMO

A giudicare dalle entusiastiche citazioni che appaiono da giorni sui media occidentali, l’intervento a Davos del premier canadese Mark Carney sarà ricordato come uno di quei discorsi storici che squarciano il buio del loro tempo, indicano la luce che appare in fondo alla notte e chiamano alla riscossa gli smarriti.
D’un tratto appaiono insensati tutti i ninna-nanna in cui ci cullavamo da lustri – la nostra civiltà, l’Occidente, l’eterno alleato americano – e ci risvegliamo in un mondo brutale di grandi predatori, un Jurassic park in cui gli europei, e in generale le potenze ‘minori’ come il Canada, sembrano destinati a diventare il pasto. A meno che – e qui il discorso di Carney diventa un incitamento al contrattacco – quelle medie potenze non facciano squadra e inventino un nuovo ordine che protegga i loro interessi e i loro valori.
Pochi giorni dopo, ecco la visione di Carney trovare conferma nei negoziati che coinvolgono tre angoli del Jurassic park contemporaneo: l’Ucraina, Gaza e la Groenlandia. Dove i tirannosauri sembrano onnipotenti eppure ancora non riescono a spuntarla, in qualche modo arginati da alcune medie potenze con una resistenza certo flebile e scoordinata, ma sufficiente per dimostrare quel che fino a ieri pareva impossibile: ribellarsi è possibile.
I fronti aperti
Gaza, per cominciare: invitati da Washington ad entrare nel Board of Peace presieduto a vita da Trump, molti europei declinano; e con la loro assenza (alcuni potrebbero entrare nel Board, nessuno però pagando il miliardo di dollari richiesto da Washington) denudano le velleità imperiali del progetto, la contraddittorietà dell’architettura, le ambiguità che lo porteranno a fallire.
Poi la Groenlandia: qualunque cosa abbiano pattuito Trump e l’ossequioso segretario generale della Nato Mark Rutte, ora è chiaro che saranno la Danimarca e i nativi a decidere, sostenuti da quei rari europei che cominciano ad accettare i rischi del gioco duro con Washington.
Infine l’Ucraina. Gli europei non partecipano al negoziato russo-americano-ucraino, e Zelensky li ha scudisciati con ragione per i ritardi e per l’inconsistenza politica. Ma Kiev riesce ancora a resistere al forcing di Mosca e di Washington: se non avesse alle spalle quei Volenterosi che contrastano l’entente cordiale anti-Ucraina, probabilmente sarebbe stata da tempo costretta a riconoscere la sovranità russa sui territori occupati dalle armate di Putin.
La novità dei segnali emessi dall’Europa è dimostrata dalla stizza e dal nervosismo di Washington, cui non è estranea la consapevolezza che uno scontro aperto con gli ex alleati potrebbe avere un costo elevato anche per gli Usa (elevatissimo se si riflettesse sul costo dell’immenso debito americano, 38 trilioni).
Il protagonismo canadese
A Davos due ministri statunitensi hanno dato in escandescenza davanti ad una platea ostile. Trump ha insultato nel solito modo greve (tra gli altri) il Canada, che a suo dire sarebbe in vita solo grazie agli Stati Uniti, e preso di petto Carney, cui ha revocato l’invito nel Board of peace. Ma queste sfuriate non hanno avuto alcun effetto, se non corrobare la risolutezza canadese.
A Ottawa lo stato maggiore adesso prepara i piani per organizzare la guerra di liberazione nel caso il Canada fosse invaso (dagli Stati Uniti, ma questo è implicito). D’un tratto all’interno della Nato gli Usa di Trump sono immaginati nel ruolo di Nemico, pensiero che sarebbe apparso stupefacente ancora un anno fa. E d’un tratto viene abbozzata la possibilità di opporre all’imperialismo trumpiano «un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati», per citare il discorso del liberale Carney.
Quell’appello alla riscossa suona come una sorta di Manifesto per un nuovo liberalismo, un internazionalismo più largo dell’Occidente (termine che Carney non usa) ma occidentale nelle radici. Dopotutto oggi Minneapolis è Europa. Ma è Europa, pienamente Europa, questa Italia? Carney non può che risultare un alieno alla gran parte della politica nostrana, non solo alla maggioranza.
Il premier canadese siede nel club dei Volenterosi, è detestato dal governo israeliano non solo perché ha riconosciuto lo stato palestinese, considera suicida l’accondiscendenza verso Trump, e non si attribuirebbe mai la missione di ricomporre «l’unità dell’Occidente» con la moderazione e l’ossequio, la mission che rivendica il governo Meloni mentre contribuisce a scomporre l’Europa frenandone l’unificazione.
(da Domani)

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ALLA CONQUISTA DELLA JACUZIA

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

IL CAPO DEL PENTAGONO SI ISPIRA AI VIDEOGAME DI STRATEGIA AMERICANA: UNO NORMALE NON C’E’

Da giovane ho giocato molto a Risiko, eppure non mi è mai venuto in mente di arruolarmi in qualche esercito per conquistare la Jacuzia. Avevo ben chiara la differenza tra giocarsi il mondo a dadi e bombardarlo per davvero. Umberto Eco scrisse che da bambino giocava molto alla guerra, con spade di legno e fionde, ma crescendo non ha fatto il mercenario e ha sempre detestato la violenza fisica.
La simulazione dell’aggressività (nel gioco, nello sport) e la sua codificazione in forme incruente dovrebbero servire a far sfogare senza danni, soprattutto senza danni per gli altri, l’istinto di prevaricazione, o anche soltanto di autoaffermazione: entrambi molto presenti nei maschi giovani per un mix di ragioni ormonali e culturali.
Pare invece che i videogame di strategia militare abbiano avuto una enorme influenza nella formazione culturale e politica della nuova destra americana. Per esempio l’attuale capo del Pentagono, Hegseth, è pieno di tatuaggi ispirati a Crusader Kings 2.
Da guerriero da divano è dunque poi diventato, nel più istituzionale dei modi, il capo dei guerrieri americani, con una preoccupante continuità tra gioco e realtà. In particolare i videogiochi che esaltano le crociate e la sottomissione degli altri popoli da parte degli europei avrebbero avuto un ruolo decisivo nell’educazione politica, chiamiamola così, del nuovo suprematismo bianco americano.
È un ottimo tema per gli psichiatri. Possiamo limitarci, da non addetti ai lavori, o meglio alle terapie, ad avanzare un’ipotesi: se affiancato da qualche buon libro e buon film, anche Crusader Kings avrebbe avuto effetti meno rilevanti sulla psiche
dei suoi fan. In aggiunta, aiuta molto anche avere in famiglia qualcuno che ti dice: «Non importa se non sottometti gli Ottomani. Io ti voglio bene lo stesso».
(da repubblica.it)

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NEGLI USA DI TRUMP ODIO DI STATO COME CON HITLER

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

I BIMBI ARRESTATI? SONO SEQUESTRI DI MINORE , NON E’ SICUREZZA E’ TERRORISMO GOLPISTA

Hanno la stessa età, li separa meno di un secolo. Sono solo due bambini, le due fotografie che li ritraggono fanno la storia. Maggio 1943, Varsavia: un piccolino in calzoncini corti mai identificato con certezza (Levi Zelinwerger o Artur Dab Siemiatek) alza le mani in segno di resa nel ghetto di Varsavia. Gennaio 2026, Minneapolis: Liam Conejo Ramos, 5 anni, berretto blu da coniglio e zainetto di Spiderman, viene perquisito e scortato dagli agenti dell’Ice.
La prima immagine è diventata il simbolo di tutto l’Olocausto, la seconda lampeggia nel presente a testimonianza dei rastrellamenti e delle violenze da parte della milizia privata di Donald Trump, paragonata alla gestapo del nostro tempo. È insensato cercare analogie, legittimo provare lo smarrimento della storica ebrea Anna Foa: “Siamo alla confusione sentimentale e politica totale, come allora. Il bambino nel ghetto di Varsavia è la distruzione dell’infanzia, gli arresti dei bambini nella nostra America del mito e del sogno riconfermano la stessa follia”.
Che nome dà a questa follia?
“Odio di Stato nascosto dietro un velo di legittimità. La retorica della sicurezza assume in maniera sempre più chiara i contorni della punizione collettiva: arresto il figlio per mettere in scacco il padre. Si è persa la distinzione fra bene e male, giustizia e libero arbitrio. Soprattutto fra adulto e bambino, una cosa inconcepibile. Come fu inconcepibile allora la mattanza dei piccoli morti per fame, malattia o nelle camere a gas”.
È successo così in fretta: non li hanno visti arrivare?
“Negli Stati Uniti è in atto un colpo di Stato, ecco il vero nome di questa follia. E la cosa più inquietante è la mancanza di una reazione energica da parte dei cittadini americani. Eppure avrebbero dovuto sentire odore di golpe già il 6 gennaio del 2021, dopo il discorso di Trump ai suoi sostenitori al Campidoglio. Non siamo di fronte a una serie di arresti paradossali ma a veri sequestri di persona di parte di un gruppo di terroristi, non saprei come definirli altrimenti. Le scuole si stanno svuotando per paura che i bambini vengano portati via, certi libri vengono proibiti. È un punto di non ritorno e non è insensato cercare analogie con l’altro buco nero della storia”.
Anna Frank, una bambina, diceva: “Credo ancora che la gente abbia un cuore”.
“Ho visto la grande umanità dei senatori democratici che sono andati a trovare in carcere i minori arrestati. Certo l’America è quel cuore grande, ma non basta. Al comando c’è un uomo che sogna i resort sui cadaveri dei bambini di Gaza. Temo andrà a finire molto male, per loro e per il resto del mondo. La polizia entra nelle case della gente, un paradosso nel Paese che ha fatto della libertà individuale la sua ossessione”.
Anche un libro negato è una violenza fatta ai più piccoli.
“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale veder le cose divorate, vederle annerite, diverse”. È l’incipit di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. La furia di Trump e dei suoi nel cancellare i materiali didattici che affrontano temi legati all’ideologia dell’equità pare quella. Basta titoli su empowerment delle donne, persone di colore, migranti, transgender, parità, sessualità. Censurato Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini e Freckleface Strawberry, il libro dell’attrice Julianne Moore su una bambina che si sente diversa perché ha le lentiggini ma impara ad accettarsi. Come nella peggiore delle distopie”.
(da (quotidiano.net)

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GREG BOVINO. IL REGISTA DELLA PAURA CHE GUIDA LA TEPPAGLIA DELL’ICI CONTRO GLI IMMIGRATI

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

VIOLAZIONE DEI DIRITTI CIVILI, RETATE POSTATE COME VIDEOCLIP, IRRUZIONI SENZA MANDATO: UN ALTRO PALLONE GONFIATO ESALTATO CHE PENSA DI GUIDARE LA GESTAPO

C’è un’immagine che resta più di tutte: Gregory Bovino, comandante della Border Patrol, in prima linea a Minneapolis, impettito dentro un trench verde militare dalle spalline rigide, i bottoni dorati lucidi sotto il sole gelido del Minnesota. Il cappotto, “SS garb”, l’ha definito il governatore della California Gavin Newsom, evocando immagini da Reich. «Divisa standard della Border Patrol», ha risposto Greg, il comandante più visibile, e più temuto, della guerra all’immigrazione del secondo mandato Trump. Un uomo, una mise, una missione. E forse è vero che l’abito non fa il monaco. Ma fa il comandante, quando il comandante è Greg Bovino. L’uomo che ama definirsi “apolitico” mentre lancia granate di lacrimogeni su bambini mascherati per Halloween, trascinati via da parcheggi scolastici tra urla e pianti. L’uomo che, da buon protagonista del secondo tempo trumpiano, recita la parte del duro con la cinepresa sempre addosso. Hollywood style.
Un eroe per sé stesso
Nato a metà degli anni Sessanta, cresciuto tra le nebbie bluastre delle Blue Ridge Mountains in North Carolina, Bovino porta con sé un accento del Sud, un culto per “Ma and Pa America” e una fascinazione infantile per The Border, film hollywoodiano che da bambino lo colpì al cuore. Non perché mostrasse le ingiustizie di un sistema, ma perché (orrore!), i poliziotti del confine erano i cattivi. Giurò allora di diventare il poliziotto “buono”. Così è iniziato il viaggio di Greg, nipote di immigrati calabresi sbarcati negli Stati Uniti nel maggio 1924, lo stesso mese in cui veniva fondata la Border Patrol, con lo scopo dichiarato di ridurre l’ingresso di italiani e immigrati dell’Europa meridionale. Il pronipote, ironia della Storia, è oggi l’uomo incaricato di espellerli, o di impedirne l’ingresso. Bovino è diventato il volto patinato delle retate più dure degli Stati Uniti. Il simbolo armato del motto trumpiano: Law and Order con le mani sul manganello e i droni in volo sopra i quartieri.
Il regista della paura
La sua carriera decolla con “Operation Return to Sender”, in California, dove i suoi agenti sbucano tra i filari di Bakersfield fermando camioncini, tagliando le gomme e arrestando contadini come nei film d’assalto. Poi, ecco il palcoscenico perfetto: Los Angeles. Greg si muove con i suoi uomini come in un videoclip metal, le irruzioni montate con colonne sonore di heavy rock e grafica alla Star Wars, dove lui stesso è Darth Vader che annienta “fake news” e “sanctuary cities”. Non ci si stupisce allora se in uno dei suoi blitz, trasmesso in diretta da NewsNation, l’irruzione a Chicago in un palazzo semi-abbandonato avviene con elicotteri, granate stordenti e centinaia di agenti mascherati che portano via 37 venezuelani, bambini compresi, in pigiama, strappati dai letti senza mandato. Alicia Brooks, cittadina americana, viene ammanettata nonostante le sue proteste: «Mostravo i documenti, e mi hanno messa a terra».
Dalle vette di Blowing Rock alle strade di guerra
Dietro quella maschera marziale, e il trench contestato, Bovino porta con sé la storia bifronte degli Stati Uniti: madre americana di antica borghesia appalachiana, il padre era figlio di minatori calabresi emigrati in cerca di fortuna. Una “catena migratoria”, direbbe lui, da cui oggi difende l’America come se fosse un bunker assediato.
La sua visione del confine è apocalittica: «Quello che succede al confine non resta mai al confine», ama ripetere, come uno slogan da trailer. Ogni città è un fronte. Ogni latino, un sospetto.
La Gestapo dell’era Trump
Ice e Border Patrol sotto Trump hanno smesso di essere solo agenzie federali. Sono diventati strumenti ideologici, polizie politiche che operano ben oltre i confini. Gregory Bovino ne è il volto, il regista, il testimonial. Le retate diventano videoclip, i droni inquadrano le facce terrorizzate, le lacrime si mischiano a fumi tossici.
Nel Minnesota, sotto il comando di Bovino, un bambino di 5 anni è stato usato come esca per arrestare suo padre. In un’altra scena, una parata scolastica si trasforma in campo di battaglia: agenti in assetto antisommossa lanciano lacrimogeni in mezzo ai bambini travestiti da zucche. Un agente grida a un manifestante: «Bang bang. Sei morto, liberal».
Le accuse non mancano. Violazioni dei diritti civili, irruzioni senza mandato, pestaggi. Ma Greg risponde con il suo solito sorrisetto da action hero: «È legale, è etico. Abbiamo arrestato diecimila criminali». E se tra i fermati ci sono anche bambini, insegnanti, cittadini americani? Collateral damage.
Eppure, nel silenzio di Washington, Greg Bovino continua. Si mostra in video tra rovine urbane e bandiere americane sventolanti, come un reduce senza guerra, alla guida di un esercito che si sente sopra la legge perché la legge, in fondo, gli dà ragione.
La maschera trumpiana
Bovino non è un semplice burocrate della frontiera. È la maschera, non solo in senso figurato, di una nuova stagione americana, dove la legge si fa spettacolo, la paura si trasforma in propaganda e la divisa diventa costume. Nel suo trench da guerra, Greg non difende l’America. La interpreta. Come se fosse il protagonista di un film che ha sognato da bambino, ma che oggi, per molti, è un incubo a colori. Quest’uomo dalle origini italiane è un sintomo. È l’America quando decide di non chiedere più permesso ma di bussa con lo stivale. Un uomo che interpreta il proprio ruolo con zelo e vanità, che gira per le città con l’atteggiamento di chi cerca la telecamera prima della giustizia. Che sembra voler sostituire le leggi con l’estetica della forza. È l’uomo perfetto per l’America della paura, del nemico interno, del confine ovunque. Un uomo perfetto, insomma, per un’epoca imperfetta.
Il confine come conquista
Greg Bovino non difende confini. Li crea. Li impone. Li muove dove prima c’era solo normalità. La sua missione non è pattugliare, ma mostrare. Mettere in scena. Far sapere che lo Stato può colpire quando vuole, dove vuole, e con qualsiasi mezzo. È l’uomo giusto per un’America che non vuole più chiedere permesso, ma farsi temere. E il trench verde, la mascella serrata, il gas negli occhi dei manifestanti sono lì per ricordarlo.
(da Repubblica)

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IL PROBLEMA NON E’ TRUMP, SONO GLI AMERICANI

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

I DISTRUTTORI DELLA DEMOCRAZIA

Il distruttore di mondi. Un anno fa, Donald Trump prestava giuramento come presidente e l’ordine globale guidato dagli americani, che aveva strutturato gli affari mondiali dal 1945, finiva.
All’epoca, il mondo non si rendeva conto di questa realtà. Gli europei pensavano di poter negoziare con Trump per mantenere lo status quo. La Russia pensava di poter manipolare Trump per ottenere l’Ucraina. La Cina pensava di poter sfruttare la debolezza di Trump per impadronirsi finalmente di Taiwan.
Nessuno di questi centri di potere si è reso conto che Trump, il partito repubblicano e il popolo americano stavano per demolire l’intero equilibrio geostrategico in un atto di automutilazione nazionale senza precedenti.
Non c’è bisogno di ricapitolare gli eventi dell’anno scorso. Li abbiamo visti tutti. Piuttosto, parliamo del nuovo mondo che si sta formando, oggi, mentre parliamo.
1) Abdicazione
Assistiamo a qualcosa di raro nella storia dell’umanità: l’abdicazione del leader dell’ordine mondiale. Abbiamo visto imperi cadere e civiltà sgretolarsi. Ma non abbiamo quasi mai visto un popolo rinunciare alla propria leadership mondiale, tutto in una volta. Questo è ciò che è accaduto nei 365 giorni trascorsi dal 20 gennaio 2025.
Ecco cosa succederà dopo.
L’accecamento dei Five Eyes. L’accordo di condivisione dell’intelligence UKUSA, noto informalmente come Five Eyes, è in pericolo da quando Tulsi Gabbard è stata nominata direttrice dell’intelligence nazionale.
Ma siamo andati oltre la possibilità di avere un simpatizzante russo al vertice della comunità di intelligence statunitense: gli alleati dell’America ora capiscono che siamo, nella migliore delle ipotesi, un concorrente strategico di Canada e Regno Unito e, nella peggiore, una minaccia per gli altri paesi anglofoni. I giorni della
condivisione dell’intelligence tra l’America e i nostri ex alleati stanno volgendo al termine.
La morte della NATO. La NATO fu concepita come un modo per domare l’Europa. Stabilendo gli Stati Uniti come contrappeso strategico al continente, la NATO tenne sotto controllo i sovietici, ma anche eliminò la necessità per la Germania di riarmarsi su una scala sufficiente a far pendere l’equilibrio militare locale e minacciare i suoi vicini.
La NATO è ormai un’organizzazione zombie. L’America è passata dall’essere un alleato inaffidabile a una minaccia palese alla sovranità europea. L’Europa si riarmerà. Su questo punto non ci sono più dubbi.
Inizia una nuova era nucleare. Le tre maggiori potenze nucleari del mondo sono ora stati predatori espansionisti. Questo non lascia altra scelta alle potenze nucleari minori se non quella di creare i propri “ombrelli” e, nel frattempo, guadagnare tempo affinché alleati più piccoli si uniscano al club nucleare. Germania, Polonia e Canada acquisiranno armi nucleari. Lo stesso farà il Giappone. Anche Svezia, Australia e Corea del Sud potrebbero sviluppare capacità nucleari.
Europa + Cina.
Il regime comunista cinese è autoritario. Non aderisce in modo significativo allo stato di diritto. Ma, pur essendo ambizioso, è stabile e comprende che la stabilità è il suo più grande vantaggio.
La Cina non minaccia l’Europa in modo così acuto come la Russia e gli Stati Uniti, e l’Europa ha bisogno di una certa stabilità a sostegno del prossimo ordine mondiale. L’Europa si avvicinerà alla Cina e soppianterà gli Stati Uniti come principale partner commerciale della Cina.
L’Ucraina entrerà a far parte dell’Europa. Con il riarmo, l’Europa avrà bisogno della base industriale di difesa ucraina; pertanto, coinvolgerà l’Ucraina nel suo accordo di sicurezza collettiva (quello dell’UE, non della NATO) una volta conclusa la guerra russo-ucraina.
La Groenlandia diventerà un territorio conteso, come la Crimea, il Kashmir o le piccole isole del Mar Cinese Meridionale, un territorio conteso. Il Partito Repubblicano ha avanzato una rivendicazione territoriale inequivocabile e irrevocabile sulla Groenlandia. Ci sono solo due modi possibili per risolvere la questione. La prima sarebbe che gli Stati Uniti approvassero una qualche forma di legislazione vincolante che rinunciasse alla rivendicazione e proibisse l’annessione della Groenlandia. Ma anche questa potrebbe non essere una garanzia sufficiente, dato che lo stato di diritto negli Stati Uniti è in crisi.
La seconda soluzione sarebbe che l’America rinunciasse alla base spaziale di Pituffik e ritirasse la sua presenza militare dall’isola.
In assenza di tali azioni, l’Europa deve considerare ogni pausa nel tentativo americano di annettere la Groenlandia come temporanea e soggetta a rinnovo ogni volta che 40.000 abitanti del Wisconsin saranno irritati per il prezzo delle uova.
2. Questo è ciò che siamo
Un’altra previsione: stiamo per vedere il mondo libero smettere di riferirsi al grande sgretolamento come a un problema di Trump. Presto capiranno che è un problema dell’America. Molte persone si consolano dicendo frasi del tipo “Donald Trump è un’aberrazione” o “Non siamo fatti così”.
Entrambi questi sentimenti sono sbagliati.
Se Trump fosse un’aberrazione e le sue azioni non godessero di sufficiente sostegno pubblico, verrebbe rimosso dall’incarico. Esistono due meccanismi per farlo: l’impeachment e il 25° emendamento.
Trump non verrà rimosso dall’incarico; il che consente due conclusioni.
O le politiche di Trump sono supportate da una percentuale sufficiente di americani per essere praticabili; oppure l’ordine costituzionale americano è così irrigidito che non riesce più a salvaguardare la volontà del popolo
Nessuna di queste due argomentazioni è un alibi; entrambe supportano la conclusione che il problema non è Trump. Sono l’America e gli americani. Questo è ciò che siamo. Che ci piaccia o no.
Tutto ciò lascia tre domande che determineranno la nostra realtà vissuta nei prossimi anni.
(1) Quando fallirà la prima asta di titoli del Tesoro USA?
L’America finanzia il proprio debito emettendo obbligazioni. Queste obbligazioni vengono vendute all’asta. Quando la domanda di titoli del Tesoro è bassa, il governo deve offrire tassi di rendimento più elevati per indurre le persone ad acquistarli. Più alto è il tasso di rendimento, più costoso è per il governo prendere in prestito denaro.
Uno degli scenari da incubo per l’economia americana è che il Tesoro tenga un’asta e non ci siano acquirenti.
Il primo segnale sarebbe l’apertura di uno spread tra il prezzo dei titoli all’emissione e quello al momento dell’asta. Il secondo segnale sarebbe un rapporto bid-to-cover in calo durante l’asta. Il terzo segnale sarebbe visibile nella composizione degli acquirenti di titoli del Tesoro: se il rapporto tra acquirenti primari aumenta durante l’asta, ciò segnala che la domanda di titoli del Tesoro al di fuori degli acquirenti di ultima istanza è bassa.
Perché un’asta del Tesoro dovrebbe fallire? Molte ragioni. Ma la più ovvia è che i governi stranieri potrebbero decidere che non è nel loro interesse sovvenzionare il debito di un rivale strategico.
È possibile che un’azione coordinata da parte di UE, Giappone e/o Cina possa far fallire un’asta e destabilizzare il mercato obbligazionario americano. Il che ci porta alla domanda successiva.
(2) Per quanto tempo il dollaro rimarrà la valuta di riserva mondiale?
I vantaggi che l’America trae dal resto del mondo utilizzando il dollaro come valuta di riserva globale sono stati discussi frequentemente.
La tendenza alla de-dollarizzazione era già in atto prima che l’America rinunciasse ai propri impegni. Se il debito americano non fosse più attraente e la banca centrale americana non fosse più indipendente, i mercati cercherebbero altrove una valuta di riserva globale e opterebbero per l’euro o, se la Cina apportasse qualche modifica, per lo yuan.
(3) Il putinismo prenderà il sopravvento anche sulla politica interna americana?
Donald Trump e i repubblicani parlano della Groenlandia nello stesso modo in cui Vladimir Putin parla da tempo dell’Ucraina. Entrambi insistono sul fatto che:
L’obiettivo non è una nazione reale.
Che abbia autonomia solo come accidente storico.
Che il suo possesso è necessario per motivi di sicurezza nazionale dell’egemone.
Che la NATO lo sta trattando ingiustamente interferendo con le legittime rivendicazioni dell’egemone.
L’America ha adottato il putinismo come modus operandi per gli affari esteri.
Allora ditemi: perché l’America non dovrebbe adottare il putinismo anche nei suoi affari interni? Perché il regime americano dovrebbe tollerare elezioni libere e giuste o il trasferimento del potere a un partito di opposizione?
Esistono esempi di regimi espansionisti e canaglia che hanno ignorato il diritto internazionale e hanno tentato di soggiogare i popoli liberi all’estero, ma hanno rispettato i risultati della democrazia liberale che hanno posto fine al loro possesso del potere in patria?
3. Chi siamo
Gli americani stanno entrando nel mondo più pericoloso che abbiano mai conosciuto dalla Seconda Guerra Mondiale, un mondo che farà sembrare la Guerra Fredda un gioco da ragazzi e il mondo post-Guerra Fredda un paradiso. In realtà, questo nuovo mondo assomiglierà molto al mondo precedente al 1945, con molteplici grandi potenze e una competizione e un conflitto in continua metastasi.
Gli Stati Uniti non avranno amici o alleati affidabili e dovranno dipendere interamente dalle proprie forze per sopravvivere e prosperare. Ciò richiederà maggiori spese militari, non minori, perché il libero accesso alle risorse, ai mercati e alle basi strategiche d’oltremare di cui gli americani hanno goduto non sarà più un vantaggio delle alleanze del Paese. Invece, queste dovranno essere contese e difese contro altre grandi potenze.
Gli americani non sono né materialmente né psicologicamente pronti per questo futuro. Per otto decenni, hanno vissuto in un ordine internazionale liberale plasmato dalla forza predominante dell’America. Si sono abituati a un mondo che funziona in un certo modo: alleati europei e asiatici, in gran parte concilianti e militarmente passivi, cooperano con gli Stati Uniti su questioni economiche e di sicurezza.
Gli sfidanti di questo ordine, come Russia e Cina, sono vincolati dalla ricchezza e dalla potenza combinate degli Stati Uniti e dei loro alleati. Il commercio globale è generalmente libero e non ostacolato da rivalità geopolitiche, gli oceani sono sicuri per i viaggi e le armi nucleari sono limitate da accordi sulla loro produzione e utilizzo.
Gli americani sono così abituati a questo mondo fondamentalmente pacifico, prospero e aperto che tendono a pensare che sia la normale situazione degli affari internazionali, destinata a continuare indefinitamente. Non riescono a immaginare che possa disgregarsi, tanto meno cosa significherebbe per loro.
Alcuni esperti che accolgono con favore un mondo post-americano e il ritorno del multipolarismo suggeriscono che la maggior parte dei benefici dell’ordine americano per gli Stati Uniti possano essere mantenuti. L’America deve solo imparare a controllarsi, rinunciare agli sforzi utopici di plasmare il mondo e adattarsi “alla realtà” che altri paesi ” cercano di stabilire i propri ordini internazionali governati dalle proprie regole “, come ha affermato Graham Allison di Harvard.
In effetti, Allison e altri sostengono che l’insistenza degli americani sul predominio abbia causato la maggior parte dei conflitti con Russia e Cina. Gli americani dovrebbero accogliere il multipolarismo come più pacifico e meno gravoso. Di recente, i sostenitori di Trump tra l’élite della politica estera hanno persino iniziato a indicare il Concerto d’Europa di inizio Ottocento come modello per il futuro, suggerendo che un’abile diplomazia tra le grandi potenze può preservare la pace in modo più efficace di quanto abbia fatto il sistema guidato dagli Stati Uniti nel mondo unipolare.
Da un punto di vista puramente storico, questa è una illusione. Persino gli ordini multipolari meglio gestiti erano significativamente più brutali e inclini alla guerra rispetto al mondo che gli americani hanno conosciuto negli ultimi 80 anni. Per fare un esempio, durante quella che alcuni chiamano la “lunga pace” in Europa, dal 1815 al 1914, le grandi potenze (tra cui la Russia e l’Impero Ottomano) combatterono decine di guerre tra loro e con stati più piccoli per difendere o acquisire vantaggi strategici, risorse e sfere di interesse.
Non si trattava di scaramucce, ma di conflitti su vasta scala, che di solito costarono decine, a volte centinaia, di migliaia di vite. Circa mezzo milione di persone morirono nella guerra di Crimea (1853-56); la guerra franco-prussiana (1870-71) causò circa 180.000 morti tra i militari e fino a 250.000 tra i civili in meno di un anno di combattimenti. Quasi ogni decennio dal 1815 al 1914 ha visto almeno una guerra che ha coinvolto due o più grandi potenze.
Proprio per sfuggire a questo ciclo di conflitti, le generazioni di americani che hanno vissuto due guerre mondiali hanno gettato le basi dell’ordine mondiale liberale guidato dagli americani. Erano i veri realisti, perché non si facevano illusioni sul multipolarismo. Avevano vissuto tutta la vita con le sue orribili conseguenze.
Jonathan V. Last
(da thebulwark.com)

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IL GOVERNO CHE DOVEVA ABOLIRE LA FORNERO AUMENTA L’ETÀ PENSIONABILE: OLTRE ALL’INCREMENTO GIÀ DECISO PER IL 2027, DAL 2029 POTREBBERO SERVIRE ALTRI 3 MESI IN PIÙ PER RITIRARSI DAL LAVORO

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

È UN BEL PARADOSSO POLITICO PER LA LEGA DI MATTEO SALVINI, ACERRIMO NEMICO DELLA LEGGE FORNERO: CON IL LEGHISTA GIORGETTI AL TESORO, SI VA IN PENSIONE SEMPRE PIÙ TARDI. PER ACCEDERE ALL’ASSEGNO DI VECCHIAIA NEL 2029 (CON 20 ANNI DI CONTRIBUTI) SERVIRANNO 67 ANNI E 6 MESI

L’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita è un meccanismo che scorre inesorabile: passato il Covid, gli aumenti a cadenza biennale sono tornati a far crescere l’età con cui si abbandona il lavoro. Nonostante l’incremento già deciso per il 2027, dal 2029 potrebbero servire 3 mesi in più per andare in pensione.
Solamente quaranta giorni fa, durante l’esame della manovra, andava in scena uno scontro durissimo all’interno del governo sulle pensioni – tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il suo partito – e oggi siamo da capo, con la previdenza ancora al centro del dibattito economico.
La legge di bilancio ha diluito l’aumento dei tre mesi in più che sarebbero dovuti scattare il 1° gennaio del 2027 con un mese in più l’anno prossimo e altri due dal 2028, portando complessivamente l’età di vecchiaia a 67 anni e tre mesi, mentre quella anticipata prevede – per gli uomini – un’anzianità contributiva di 42 anni e 11 mesi nel 2027 e 43 anni e un mese nel 2028 (alle donne bisogna sottrarre un anno).
Ora, la Ragioneria generale dello Stato ipotizza un ulteriore aumento di tre mesi nel 2029 e di altri due nel 2031. L’indicazione è stata inserita nelle tabelle del Rapporto sulle tendenze di medio e lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario, pubblicato sul sito del Mef. Si tratta di un’ipotesi che dovrà essere vagliata con i numeri Istat a consuntivo, attesi a primavera, poi sarà il governo a fare le proprie scelte politiche. Fonti del Mef frenano parlando di «atto dovuto da parte della Ragioneria: si tratta di dati che registrano una tendenza, proiezioni doverose che potrebbero cambiare».
La Lega rimarca «la volontà di sospendere nei tempi e nei modi dovuti» l’allungamento dei requisiti previdenziali, tuttavia la discussione si preannuncia lunga. Nel 2027 ci saranno le elezioni politiche, quindi è probabile che il tema sarà oggetto della prossima campagna elettorale.
Secondo lo scenario descritto nel Rapporto, per accedere all’assegno di vecchiaia nel 2029 (con 20 anni di contributi) serviranno 67 anni e 6 mesi, mentre per il pensionamento anticipato 43 anni e 4 mesi (1 anno in meno per le donne). Per i bienni successivi al 2029, la Ragioneria calcola l’adeguamento dei requisiti fino al 2084, con una crescita cumulata totale di 4 anni e 9 mesi per i requisiti anagrafici e di 4 anni e 4 mesi per il requisito contributivo.
Ad esempio, volendo rimanere in un orizzonte di medio termine, si stima un ulteriore aumento di 2 mesi dal 2031 che comporterebbe dunque la pensione di vecchiaia a 67 anni e 8 mesi e quella anticipata con 43 anni e 6 mesi di contributi (un anno in meno per le donne).
La Cgil accusa: «In campagna elettorale il governo aveva promesso di superare la legge Fornero. Possiamo dire che quell’obiettivo è stato effettivamente raggiunto, ma nella direzione opposta».
Anche la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola evidenzia la necessità di aprire «un tavolo di confronto stabile sul sistema previdenziale che si occupi dei giovani, delle donne e della flessibilità in uscita».
(da agenzie)

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“IN SVIZZERA RISPETTIAMO LA SEPARAZIONE DEI POTERI” : IL PRESIDENTE ELVETICO, GUY PARMELIN, RIFILA UNA STILETTATA VELENOSISSIMA A GIORGIA MELONI E ANTONIO TAJANI, CHE SI SONO INDIGNATI PER IL RILASCIO DI JACQUES MORETTI, IL PROPRIETARIO DEL LOCALE “LE CONSTELLATION” DI CRANS-MONTANA

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

“IN SVIZZERA ABBIAMO PROCEDURE DIVERSE DA QUELLE ITALIANE E I DUE SISTEMI GIURIDICI NON VANNO SOVRAPPOSTI. LA GIUSTIZIA DEVE SVOLGERE LE SUE INDAGINI IN MODO TRASPARENTE E PAGARE EVENTUALI ERRORI. LA STESSA COSA VALE SUL PIANO POLITICO”

“Come l’Italia, anche la Svizzera piange le 40 vittime e i tanti feriti della tragedia di Crans Montana. Capiamo il dolore, perché è anche il nostro dolore. Vogliamo chiarezza. Seguiamo con attenzione il lavoro della giustizia del canton Vallese. Ne ho discusso oggi con il collega Antonio Tajani e abbiamo ribadito la volontà di Svizzera e Italia di sostenersi reciprocamente in questa tragedia comune”. Lo afferma in un post su X Ignazio Cassis, vicepresidente della Confederazione svizzera.
“Non voglio provocare un incidente diplomatico tra Italia e Svizzera” ma “non cederò a un’eventuale pressione delle autorità italiane”: lo ha affermato la procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, titolare dell’inchiesta sulla strage di Capodanno di Crans Montana, sottolineando di non essere stata lei a scarcerare Jacques Moretti e spiegando come si sia trattato di “una decisione del Tribunale delle misure coercitive”.
Dall’assemblea dell’UDC a Näfels (GL), il presidente della Confederazione Guy Parmelin ha risposto così in un video pubblicato sul sito del Blick: “Possiamo comprendere l’indignazione, ma in Svizzera abbiamo procedure diverse da quelle italiane e i due sistemi giuridici non vanno sovrapposti. Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire. La giustizia deve svolgere le sue indagini in modo trasparente e pagare eventuali errori. La stessa cosa vale sul piano politico”.
Il Consigliere federale ha aggiunto che “dobbiamo sostenere le famiglie delle vittime. Per questo ieri, assieme alla procura abbiamo spiegato a che punto siamo e cosa vogliamo fare, assieme al Canton Vallese per accompagnarle. E sarà un processo lungo”.
(da agenzie)

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SE I SOLDATI RUSSI MORTI PASSANO DA 35MILA A 50MILA AL MESE, KIEV PUÒ VINCERE: MYKHAILO FEDOROV, NUOVO MINISTRO DELLA DIFESA, SPIEGA COME L’UCRAINA STIA DIVENTANDO IL LABORATORIO PER LA GUERRA DEL FUTURO, E IL PAESE EUROPEO CON L’ESERCITO PIÙ AVANZATO

Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile

IL PROGETTO PER I NUOVI DRONI CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA PREVISIONE OTTIMISTA DEGLI ANALISTI: “SE RIUSCIRANNO A SUPERARE GLI ATTACCHI RUSSI DELL’INVERNO, A PARTIRE DA MARZO O APRILE GLI UCRAINI SARANNO IN VANTAGGIO”.. E DOPO TANTE PALLE DI PUTIN, ORA SI SCOPRE CHE GLI UCRAINI CONTROLLANO ANCORA UNA PARTE DI POKROYVSK E MIRNOGRAD E AVANZANO A KUPIANSK

Passare dalla cifra record di «35.000 soldati russi eliminati in dicembre a una media mensile di 50.000»; moltiplicare la produzione dei «droni di nuova generazione»; rendere sempre più strutturata la collaborazione tra industrie militari e soldati sui campi di battaglia: il nuovo ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, ancora deve orientarsi nei corridoi del suo ufficio (è stato nominato il 14 gennaio), ma ha già le idee ben chiare sui suoi prossimi programmi.
Li definisce «la matematica della guerra», nella convinzione che la potenza militare russa sia soltanto in apparenza superiore a quella ucraina, perché se Kiev sarà in grado di sfruttare razionalmente le proprie risorse, gli aiuti degli alleati e soprattutto l’intelligenza del suo capitale umano, allora la guerra può essere vinta
Collaboratore di Zelensky sin da quando il presidente era ancora un attore e lui un neolaureato considerato genio dell’informatica, Fedorov fu nominato ministro della Trasformazione digitale non ancora trentenne e oggi, a 35 anni, si trova alla guida di quello che tanti esperti militari e ufficiali della Nato considerano ormai «il più forte e innovativo esercito europeo».
Lo scorso sabato, lui stesso ha voluto un incontro off the record con una trentina di rappresentanti dei media locali e stranieri, tra cui il Corriere . Le citazioni qui riportate sono quelle autorizzate
Fedorov sul podio spiegava le numerose slide della sua presentazione ricche di grafici e statistiche. Quindi, la geografia della battaglie, i numeri dei caduti, soprattutto le tabelle dei mezzi russi catturati o messi fuori combattimen
Infine, i modelli dei nuovi droni allo studio. «Vogliamo rimpiazzare i tradizionali Mavic e altri droni commerciali di fabbricazione cinese con modelli studiati e sviluppati dalle aziende ucraine. Presto ne entrerà in funzione uno nuovo simile al vecchio Mavic, con la stessa telecamera, ma dotato di batterie molto più potenti che allungano il raggio del volo», ha spiegato.
È noto che anche in questo campo la Cina la fa da padrone e vende ai due eserciti più o meno gli stessi componenti. La grande innovazione degli ultimi mesi è l’intelligenza artificiale impiantata nei missili e soprattutto nei droni, che adesso sono impossibili da intercettare coi tradizionali sistemi di jamming, perché volano in modo autonomo.
E lo stesso vale per i droni guidati con i cavi a fibre ottiche, che l’anno scorso avevano avvantaggiato i russi. Nelle ultime 48 ore è anche entrato in azione il progetto «Mission Control», per monitorare gli effetti di ogni azione dei droni, ed è destinato ad allargarsi ai tiri delle artiglieri.
Comunica il ministro: «Stiamo unificando tutte le operazioni dei nostri droni in un singolo sistema digitale». Tutto questo serve per velocizzare le decisioni. E aggiunge: «Per la prima volta i comandanti avranno in tempo reale tutti i dati rilevanti per la loro missione, senza incappare in nessun ritardo burocratico».
Resistere all’inverno E ci saranno «premi» monetari particolarmente alti per le pattuglie che riusciranno a «dare la caccia ed eliminare» gli operatori di droni nemici.
Se è vero che «le perdite nei due eserciti sono da addebitare per il 75% ai blitz dei droni», come sostengono gli osservatori occidentali e i blogger russi, non è strano che Fedorov vi dedichi il massimo dell’attenzione. «Questa è la logica della nuova matematica della guerra: combattere in modo sistematico, tecnologico ed efficiente», commenta il ministro.
È comunque indubbio che il suo arrivo abbia portato una ventata di ottimismo a Kiev. «Se riusciranno a superare gli attacchi russi dell’inverno, allora a partire da marzo o aprile gli ucraini saranno in vantaggio», ha dichiarato a Davos l’ex inviato di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg.
Dopo le dichiarazioni ottimiste di Putin tra novembre e dicembre, la realtà sul campo prova che le avanzate russe restano molto limitate in tutto il Donbass. Gli ucraini controllano ancora parte di Pokrovsk e Mirnograd, che il presidente russo dava per conquistate. I russi hanno perso terreno a Kupiansk e invece sono un poco progrediti nel settore meridionale tra Zaporizhzhia e Huliaipole. Ma a detta di Fedorov si tratta di piccole correzioni della linea del fronte destinate a rivelarsi temporanee.
(da Corriere della Sera)

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