Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IN SCADENZA I CDA DI 17 SOCIETA’ PARTECIPATE: CONTA SOLO LA FEDELTA’, ALTRO CHE MERITOCRAZIA
Il caso Consob è una bussola perfetta, per capire quale rotta seguiranno i patrioti nel prossimo giro di nomine pubbliche. Entro la prossima primavera ci sono da rinnovare 112 consiglieri di amministrazione di 17 società partecipate. Non sarà una tornata, e neanche un’infornata. Sarà un’abbuffata. Le teste d’uovo di Fratelli d’Italia e della Lega si sono già attovagliati, pronti a divorare le poltrone che capitano a tiro.
L’uomo di Giorgetti
I soli “salvati” sono i tre amministratori delegati di Eni, Enel e Leonardo, cioè Claudio Descalzi, Flavio Cattaneo e Roberto Cingolani. Per il resto, sarà carne di porco. All’insegna dello spoils system più becero, ispirato all’unico criterio riconosciuto da questa banda di avventurieri: la fedeltà politica. Lo scontro in Consiglio dei ministri sul successore di Paolo Savona alla Commissione che vigila sulla Borsa e i mercati finanziari è paradigmatico. Giorgetti non ha dubbi, l’uomo giusto non è uno qualsiasi: è il suo sottosegretario, Federico Freni. Ci credereste? Peggio di Caligola col suo cavallo (col massimo rispetto per Freni, e pure per il cavallo). E il bello è che da un lato ci sono altri ministri che assicurano “siamo tutti d’accordo”, dall’altro lato c’è Antonio Tajani che si mette di traverso e dice “no, per noi Freni può fare il commissario, ma il presidente deve essere un tecnico”. Capite il paradosso? Per trovare un minimo di rispetto per le competenze professionali e per le convenienze istituzionali bisogna affidarsi ai maggiorenti di Forza Italia, il partito del Caimano che in altri tempi ha epurato tutto l’epurabile con gli editti bulgari e ha lottizzato tutto il lottizzabile con i maggiordomi arcoriani
Parlando solo di Consob: nel 2003 fu il governo Berlusconi-bis a piazzare al vertice Lamberto Cardia (capo del legislativo al Mef di Tremonti nel 1994 e poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Dini nel 1995), e nel 2010 fu il governo Berlusconi-quater a spedirci Giuseppe Vegas (già vicepresidente dei gruppi forzisti e poi viceministro al Mef sempre con Tremonti tra il 2001 e il 2006). Oggi gli stessi eredi del Cavaliere sbarrano la strada ai politici e invocano i tecnici. È credibile? Sì, quanto uno scoop di Fabrizio Corona su “Falsissimo”. Tajani fa il Ghino di Tacco con un duplice scopo. Il primo, sovraordinato e più strategico: impedire che alla Consob ci finisca un esponente del Carroccio, capofila della sgangherata campagna contro le banche per la tassa sugli extraprofitti che ha impensierito Mediolanum e indignato Marina Berlusconi. Secondo, subordinato e più tattico: trattare con gli alleati di maggioranza l’eventuale via libera a Freni in cambio di adeguate contropartite sulle altre nomine. Comunque vada a finire, sarà un disastro. Quanto sarebbe importante una Vigilanza autonoma e autorevole sui mercati lo hanno dimostrato i pastrocchi di quest’ultimo anno intorno alle scalate bancarie. Di fronte al palese “concerto” tra i soci, dalla privatizzazione della quota di Mps alle nomine successive all’ingresso in Mediobanca, la Consob di Savona ha fatto il cane da salotto dei nuovi potenti, come serviva alle destre al comando. Non ha visto, non ha sentito, non ha parlato, facendosi pure mettere in mora dalla Procura di Milano. Al governo serve che questo andazzo da tre scimmiette continui anche per i prossimi sette anni. Per questo è fondamentale un politico che prende ordini. Come nella peggiore tradizione, del resto.
Il manuale Cencelli
Succedeva ed è successo anche ai tempi della Prima Repubblica, quando all’autority deputata al controllo di Piazza Affari Giulio Andreotti ci sistemava un disonesto avventuriero come Bruno Pazzi o un modesto senatore come Enzo Berlanda. È questione di verità storica e non di partigianeria: le eccezioni a questo Manuale Cencelli a senso unico si devono al centrosinistra. Un marchio indelebile lo lasciò nel 1981 Guido Rossi, uno dei massimi esperti internazionali di diritto finanziario, padre della prima legge antitrust di questo sciagurato Paese, voluto a ogni costo da quel genio di Beniamino Andreatta. Dello stesso segno, nel 1997 e nel 1998, le presidenze di Tommaso Padoa-Schioppa prima e di Luigi Spaventa poi, i due tecnici più prestigiosi e coraggiosi che si siano mai visti in quel palazzo, ormai tornato ad essere purtroppo una specie di porto delle nebbie: entrambi nominati da Romano Prodi durante il suo primo governo dell’Ulivo. Due civil servant, senza tessere di partito, che hanno incarnato la trasparenza e l’indipendenza di quel prezioso organo di garanzia. Basterebbero questi esempi a ribadire che oggi ci vorrebbe una Consob senza Freni.
(da repubblica.it)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
MA QUANDO LE PIAZZE SI RIVOLTANO I DITTATORI FINISCONO MALE
Quello che sta avvenendo negli Stati Uniti è una prova di forza, un tentativo del
presidente Trump di far scivolare il Paese in una guerra civile. Sono due parole, “guerra civile”, che ci sembrano lontane nella storia, almeno nel nostro privilegiato Occidente; eppure la definizione che dà la Treccani è quanto mai puntuale:
«Conflitto combattuto tra i cittadini di uno stesso Stato diviso in fazioni». È esattamente ciò che sta cercando di fare Trump, partendo dal Minnesota per poi allargare la prospettiva agli altri Stati democratici.
Dalla Guardia Nazionale all’ICE: la costruzione di una milizia privata
Non è la prima volta: c’è stato ovviamente l’assalto a Capitol Hill nel gennaio 2021 e ci aveva già provato a Chicago, Portland e Los Angeles nei mesi scorsi, tentando di assumere il comando della Guardia Nazionale. Quest’ultima è solitamente sotto il controllo dei governatori, ma può passare agli ordini del Presidente in caso di minaccia alla sicurezza nazionale. All’epoca le autorità di Chicago fecero ricorso: l’emergenza sbandierata dalla Casa Bianca semplicemente non esisteva e la Corte Suprema diede loro ragione. «Torneremo, forse in una forma differente e più forte, quando il crimine riprenderà a crescere. È solo una questione di tempo», aveva promesso Trump.
Oggi quella promessa è stata mantenuta attraverso l’impiego dell’ICE, schierata come una vera e propria milizia privata in una città democratica dove la comunità nera, e in particolare quella somala, è fortemente radicata.
Piazze in rivolta e la frattura sociale del MAGA
Nonostante il clima teso per gli arresti, l’uccisione del secondo cittadino statunitense per mano dell’ICE e la paura che serpeggia nelle strade di Minneapolis, sabato scorso 50.000 persone sono scese in piazza. Uno sciopero con pochissimi precedenti negli Stati Uniti, segno di una spaccatura profonda tra due segmenti della popolazione: da una parte l’America bianca che sostiene Trump e il movimento MAGA; dall’altra i neri, i latinos e i bianchi che si oppongono a politiche di “pulizia etnica” delle strade che non risparmiano nemmeno i bambini.
Trump ha cercato questa polarizzazione fin dall’inizio della sua seconda presidenza. Non vuole essere il “presidente di tutti” e lo ha dichiarato apertamente: la sua non è una posa istituzionale. Trump usa la Casa Bianca come un’azienda di cui è il padre padrone: o lo si ama, o lo si odia. Ricordo ancora i liberal-democratici che minimizzavano il suo impatto globale, gli stessi che oggi invitano a non esagerare riguardo al rischio di un’involuzione autoritaria nel nostro Paese.
Il mito del boom economico e i deliri del Re Sole
Eppure la direzione è tracciata. Mentre gli USA affrontano un’azione repressiva che non sembra avere fine, le elezioni di midterm si avvicinano. Il boom economico promesso dai dazi non si è visto. Nelle scorse settimane Trump ha licenziato governatore della Federal Reserve perché le stime economiche non coincidevano con le sue aspettative; a Davos si è autoincensato vantando una crescita del 5,6%, un dato non confermato e definito “senza precedenti”, omettendo però che la Cina ha viaggiato su cifre ben più alte fino a ieriLe elezioni potrebbero mettere in discussione il suo potere assoluto, un’eventualità non prevista dal “Re Sole” d’America, che mostra sempre più spesso deliri di onnipotenza attribuiti, da alcuni esperti statunitensi, a un narcisismo patologico misto a segni di decadimento cognitivo. In una dichiarazione di poche ore fa sulla morte di René Good, Trump ha parlato dell’accaduto come di un evento inevitabile, per poi virare subito su se stesso in terza persona. Si è concentrato sul proprio consenso personale, dicendosi certo che i genitori della vittima fossero ancora suoi sostenitori.
Un delirio narcisistico in un quadro autocratico che, tuttavia, non ha fatto cambiare idea a Giorgia Meloni su chi scegliere come alleato globale. La Presidente del Consiglio ha persino rilanciato la candidatura di Trump al Nobel per la Pace: esattamente come avvenne quasi un secolo fa con la Germania nazista, l’Italia sceglie di stare dalla parte sbagliata della storia.
(da Fanpage)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
E ORA NON SI ESPRIME PIU’ SULL’ESECUZIONE CRIMINALE DI CUI E’ RIMASTO VITTIMA ALEX PRETTI
Donald Trump ha scelto di non sbilanciarsi sulla sparatoria che sabato ha portato alla morte di Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva giustiziato da un agente dell’ICE proprio mentre stava filmando un’operazione federale in una strada di Minneapolis. In una lunga intervista telefonica concessa domenica al Wall Street Journal, il presidente ha infatti evitato più volte di dire se l’uso della forza sia stato appropriato, specificando che l’amministrazione starebbe ancora “esaminando l’accaduto” e che una valutazione ufficiale verrà resa nota soltanto al termine delle “verifiche interne”.
“L’ICE non è destinata a durare per sempre, a un certo punto ce ne andremo”
Nel corso dell’intervista, Trump ha però introdotto un nuovo elemento nel dibattito, affermando che la presenza degli agenti dell’Immigrazione and Customs Enforcement (meglio noti come ICE) in città non sarebbe “destinata a durare” per sempre. “A un certo punto ce ne andremo”, ha infatti detto, senza indicare però una data precisa, ma specificando che, anche in caso di ritiro, altri gruppi federali potrebbero restare nello Stato per occuparsi di indagini su frodi finanziarie, facendo riferimento a un ampio scandalo sul welfare che, secondo il Tycoon, giustificherebbe un rafforzamento delle attività federali.
La ricostruzione delle autorità federali è stata messa totalmente in discussione dai filmati registrati dai presenti e circolati nelle ore successive, analizzati dallo stesso Wall Street Journal, nei quali si vede precisamente un agente sottrarre l’arma a Pretti che la deteneva legalmente e, a distanza di meno di un secondo, un altro agente aprire il fuoco. Una dinamica, insomma, che contrasta apertamente con la versione iniziale delle autorità federali, secondo cui Pretti avrebbe opposto una “violenta resistenza”, costringendo gli agenti a sparare per difendersi.
Le proteste a Minneapolis
L’omicidio di Pretti, e prima ancora quello di Renee Nicole Good, ha innescato moltissime manifestazioni a Minneapolis e in tante altre città americane, nonostante il gelo che in questi giorni ha colpito gran parte del Paese. In Minnesota lo scontro si è poi rapidamente spostato sul piano politico, con il governatore democratico Tim Walz che ha criticato apertamente le operazioni federali e il comandante della Polizia di frontiera Gregory Bovino, comandante della Polizia di frontiera, che ha difeso l’operato dei suoi uomini, attribuendo la responsabilità dell’escalation a politici locali e a una presunta campagna di delegittimazione delle forze dell’ordine. Walz ha invece condannato “chi criminalizza la vittima e ignora i fatti emersi dai video”. Anche il capo della polizia locale avrebbe preso le distanze dall’azione
federale, sottolineando come negli anni gli agenti abbiano effettuato centinaia di arresti e sequestri di armi senza ricorrere mai a colpi d’arma da fuoco.
Nuove crepe nel fronte repubblicano
Il caso Pretti non starebbe creando però “solo” tensioni tra le strade cittadine, ma grosse fratture anche all’interno del Partito repubblicano. Alcuni esponenti conservatori, come Bill Cassidy, avrebbero infatti già chiesto un’indagine indipendente che coinvolga sia le autorità federali che quelle statali (finora escluse), sostenendo che “sia in gioco la credibilità dell’ICE e del Dipartimento per la Sicurezza”. Altri, pur continuando a sostenere la linea dura di Trump sull’immigrazione, hanno espresso profonda preoccupazione per la gestione politica e comunicativa della vicenda. Non solo, le dichiarazioni di Trump che giustificano l’uso della forza e della violenza sulla base del possesso di un’arma avrebbero sollevato grossi malumori anche in ambienti tradizionalmente vicini alla difesa del Secondo emendamento, dove si sottolinea la differenza tra portare legalmente un’arma e brandirla, usarla per minacciare, o peggio, per uccidere.
Nel frattempo, mentre a Minneapolis, nel luogo della sparatoria, cresce un memoriale improvvisato per Alex Pretti, e mentre le proteste continuano e si intensificano tra le strade, la Casa Bianca starebbe valutando l’impatto politico della vicenda: secondo fonti dell’amministrazione, alcuni consiglieri temono infatti che queste operazioni possano diventare un vero e proprio costo elettorale. Trump, da parte sua, continua invece a evitare una valutazione diretta sull’uso letale della forza, lasciando che la questione resti sospesa tra indagini interne, scontro istituzionale e un dibattito nazionale sempre più acceso sul ruolo dell’ICE e dei poteri federali nelle città americane.
(da Fanpage)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL TEMPO DI ADDESTRAMENTO DELLE RECLUTE È STATO DIMEZZATO A 8 SETTIMANE E I CRITERI DI SELEZIONE SONO ALQUANTO OPACHI
1 Quando è nato il Department of Homeland Security
Il ministero della Sicurezza Interna fu creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, raggruppando 22 agenzie federali. L’Ice è una di queste.
2 Quanti agenti ha l’Ice?
L’Immigration and Custom Enforcement (Ice) è la principale agenzia a contrasto dell’immigrazione illegale, nata nel 2002. Nel primo anno di presidenza Trump è passata da 10 mila a 22 mila agenti (su 220 mila candidati) grazie a una campagna di reclutamento costata 100 milioni di dollari (con particolare attenzione a siti e social di destra come Rumble) alla ricerca di «qualificati patrioti americani», allettati da stipendi di 50 mila dollari l’anno e bonus per gli ex studenti (come il condono dei debiti universitari).
Quanto qualificati? Il tempo di addestramento delle reclute è stato dimezzato a 8 settimane. Cancellato il requisito di una padronanza minima dello spagnolo, la
lingua più diffusa tra i migranti. I criteri di selezione sono alquanto opachi. Un agente dell’Ice ha ucciso la donna disarmata Renee Good il 7 gennaio a Minneapolis.
3 In cosa differiscono Ice e Border Patrol?
Operano di concerto. Le «pattuglie di frontiera» (circa 20 mila unità) tradizionalmente stanno più vicine ai confini (entro i 150 chilometri da esse hanno poteri anche superiori alla polizia locale). Donald Trump ha affidato loro molte delle operazioni di rastrellamento e deportazione nelle città degli Stati Uniti. Almeno il 50% degli agenti appartiene alla minoranza latino-americana (che è pari al 20% della popolazione), contro il 30% dell’Ice (prima delle nuove infornate). Tra le agenzie federali, la Border Patrol ha la minor presenza di donne tra i 20 mila effettivi (4%).
4 Questi «federali» hanno la divisa?
Sì, no, talvolta più di una. Gli agenti dell’Ice operano anche in borghese, oppure con il giubbetto anti-proiettile e la scritta Police, o Ice, o ancora Ero (la squadra specializzata in arresti). Quelli dello Special Response Team hanno mimetica ed equipaggiamento anti-sommossa (con fucili in grado di sparare proiettili al peperoncino). Gli uomini delle Border Patrol indossano spesso sugli abiti civili il giubbetto smanicato con la scritta dell’agenzia. Per motivi di sicurezza (propria), nessuno ha l’obbligo di mostrare il volto.
Quasi sempre hanno maschera o foulard a renderli irriconoscibili.
5 E la Guardia Nazionale?
Il nucleo più antico delle forze armate Usa. Attualmente sono 325 mila riservisti in tutti gli Stati. Entrano in azione in caso di particolari emergenze o situazioni di guerra, su richiesta del presidente degli Stati Uniti o dei singoli governatori. Sono stati impiegati in Iraq e in Afghanistan, per l’uragano Katrina, per l’Ebola in Africa. Trump ha cercato di usare la Guardia Nazionale contro le manifestazioni di protesta ad esempio a Chicago, ma a fine dicembre la Corte Suprema gli ha dato torto.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
SE NEGLI USA LA LEGGE FOSSE UGUALE PER TUTTI TRUMP SAREBBE GIA’ FINITO DA TEMPO SULLA SEDIA ELETTRICA
L’attrice Natalie Portman ha partecipato al Sundance Film Festival nello Utah indossando sul red carpet una spilletta con la scritta “Ice out”, simbolo di protesta contro l’operato dell’Immigration and Customs Enforcement negli Stati Uniti. Alla premiere mondiale del suo film The Gallerist, Portman si è commossa fino alle lacrime: «Oggi è stato un giorno orribile: tutto quello che Trump, Kristi Noem (segretario alla sicurezza interna, ndr) e l’Ice stanno facendo ai nostri cittadini e alle persone prive di documenti (arresti, aggressioni e uccisioni legate all’Ice a Minneapolis) è scandaloso e deve finire».
La denuncia delle attrici
Anche Olivia Wilde, alla premiere del suo film The Invite, ha espresso il suo sdegno per le violenze legate all’Ice. «L’uccisione di Alex Pretti è incomprensibile, forse – ha concluso – abbiamo un governo che in qualche modo cerca di trovare delle scuse e di legittimarlo, ma noi (americani) non lo facciamo».
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
I FILMATI SMENTISCONO GLI AGENTI, L’INFERMIERE NON AVEVA ARMI IN MANO
Tutti i filmati che mostrano l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis smentiscono gli
agenti dell’Ice e il presidente Donald Trump. L’infermiere 37enne, esattamente come Renée Good, non ha minacciato in alcun modo la polizia dell’immigrazione. Stava soltanto filmando le azioni degli agenti con il suo cellulare. Il presidente ha mentito agli americani sull’omicidio, così come ha mentito la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem, che ha affermato che Pretti «voleva fare del male a quegli agenti, avanzando verso di loro e impugnandola (l’arma, ndr ) in quel modo».
Le bugie di Trump e il video di Pretti
A smentire le bugie di Trump e dei trumpiani sono i video girati sulla scena. Si vede Pretti con un giaccone, occhiali da sole e un cappello da baseball, che si trova da solo in mezzo alla strada. In una mano ha il telefono. L’altra è libera. Intanto uno degli agenti si avvicina a due donne che protestano. Spinge una delle due. Pretti le mette un braccio intorno alle spalle. Anche l’altra manifestante viene spinta e cade. Pretti si abbassa per aiutarla a rialzarsi. E a quel punto l’agente spruzza spray urticante all’infermiere. Arrivano altri agenti che lo atterrano. Nella mischia l’infermiere, steso a pancia in giù, viene picchiato. Poi un agente si allontana dal gruppo impugnando una pistola, forse proprio quella di Pretti.
L’agente e l’arma
Come ricostruisce oggi il Corriere della Sera, l’agente ha visto l’arma sulla cintola di Pretti e gliel’ha sottratta. Si sente anche uno degli agenti che grida: «Ha un’arma». E questo dimostra che l’infermiere non ha minacciato nessuno con la pistola prima di finire a terra. Un secondo dopo si sente uno sparo. Poi gli agenti si allontanano e sparano ancora contro l’uomo a terra. Si sentono dieci colpi in cinque
secondi. E Pretti muore senza aver mai toccato l’arma che poteva portare con sé in base alla Costituzione americana.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI: “MELONI PROTESTI CON TRUMP”,,, QUANDO MAI, NOI RICHIAMIAMO L’AMBASCIATORE SOLO CON LA SVIZZERA
Due inviati a Minneapolis della trasmissione Rai In mezz’ora sono stati fermati e minacciati dagli agenti federali dell’Ice che pattugliano la città dopo l’omicidio di Alex Pretti. Le intimidazioni sono registrate in un video mandato in onda oggi dalla
trasmissione condotta da Monica Maggioni. Laura Cappon e Daniele Babbo, i due inviati della Rai nella città Usa, erano a bordo dell’auto che li stava portando sui luoghi del loro reportage, quando il veicolo è stato fermato in malo modo da una squadra dell’ICE. «Uno è davanti a me e l’altro dietro. Sembra un convoglio», dice la donna al volante dell’auto su cui viaggiano i due giornalisti italiani: «Ci hanno intrappolato». A quel punto l’auto davanti si ferma, un agente esce dal veicolo e si avvicina alla macchina dei giornalisti chiedendo di abbassare il finestrino. «No, non abbasso il finestrino, non stiamo facendo nulla di male, solo guidando nella mia città», gli risponde la donna alla guida. «Spacchiamo il finestrino e ti trasciniamo fuori dall’auto», risponde a muso duro l’agente. «Press! We are press, Italian!», provano a darle manforte Laura Cappon. Ma gli agenti federali, che a quel punto hanno accerchiato l’auto, proseguono con le minacce. «Questo è l’unico avvertimento, se continuate a filmarci e a seguirci, spacchiamo il finestrino e vi tiriamo fuori dall’auto». A quel punto gli agenti sembrano tornare al loro veicolo, e il video s’interrompe.
Pd e Renzi: «Intervenga Meloni»
Nel giro di poche ore in Italia esplode il caso politico attorno all’agguato dell’ICE contro gli inviati della Rai. Le opposizioni all’unisono chiedono al governo di prendere una posizione netta e a Giorgia Meloni in persona di protestare con gli Usa per quanto accaduto. «Le minacce ai giornalisti italiani, a cui va la nostra solidarietà, da parte dell’Ice sono inaccettabili e vanno respinte con forza. Aspettiamo un’immediata presa di posizione della presidente del Consiglio e del ministro Tajani», scrive su X il leader di Italia Viva Matteo Renzi. «Al Governo Meloni, se ha un minimo di orgoglio nazionale, chiediamo di protestare formalmente e prendere le distanze una volta per tutte. E chiarire come intende proteggere i nostri connazionali che vivono e lavorano nei luoghi in cui sta operando l’Ice da questo clima di intimidazioni e violenze. Chissà se ora il Ministro Piantedosi, dopo aver visto le immagini di Minneapolis, o magari dopo aver letto le parole dei genitori di Alex Pretti, abbia capito il problema e provato un po’ di vergogna», dichiara il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano.
Bonelli: «Deriva autoritaria negli Usa, basta sudditanza politica a Trump»
Toni ancor più accesi quelli del leader dei Verdi Angelo Bonelli, che parla di «salto di qualità inquietante» nell’assalto dell’ICE ai giornalisti italiani, con «intimidazioni mafiose contro la stampa nel cuore degli Stati Uniti». «Siamo
davanti a una deriva autoritaria alimentata dall’amministrazione Donald Trump, che tra violenze, repressione e minacce ai giornalisti sta spingendo l’America verso una frattura da guerra civile strisciante. Di fronte a tutto questo – aggiunge – Giorgia Meloni deve condannare immediatamente quanto accaduto. Basta con la sudditanza politica verso Trump: dalla grottesca proposta di candidatura al Nobel per la pace fino al silenzio sulle offese rivolte ai militari italiani impegnati in Afghanistan. La libertà di stampa e la dignità dell’Italia vengono prima di ogni alleanza ideologica».
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
“DIFFIDATE SEMPRE DI CHI SCENDE DI RANGO. NOI CHE VIVIAMO UNA VITA MIGLIORE DI QUELLA IN CUI SIAMO NATI NON POSSIAMO NEMMENO IMMAGINARE IL TRAUMA DI CHI VA NELLA DIREZIONE OPPOSTA. UN PICCOLO CALO DI STATUS PUÒ FAR PERDERE LA BUSSOLA, ANCHE SE LA POSIZIONE ASSOLUTA RESTA BUONA”
Settant’anni fa, Gran Bretagna e Francia, partner in declino, tentarono di impadronirsi
con la forza del Canale di Suez. La cosa curiosa è che nessuno dei due Paesi era guidato da uno fanatico sciovinista.
Anthony Eden, studioso di arabo e persiano, resta il più colto occupante di Downing Street dell’era postbellica. È solo che l’ansia da status spinge persone ragionevoli a fare cose avventate.
La Francia avrebbe combattuto una guerra senza speranza in Algeria e la Gran Bretagna sarebbe rimasta fuori da un progetto euro-federalista che riteneva privo di futuro: errori di valutazione che pesano su entrambe le nazioni ancora oggi.
Il declino dell’America non è così brusco come lo fu allora per loro, ovviamente. Resta il Paese più forte del mondo, seppure con un margine ridotto. Ma, sotto un altro profilo, il declino americano è peggiore.
La Gran Bretagna poteva sempre consolarsi pensando di passare il testimone a una superpotenza democratica, anglofona e in gran parte bianca. Al contrario, gli Stati Uniti hanno perso terreno a favore della Cina, con la quale non condividono nessuna di queste caratteristiche.
E così il deterioramento del loro status, pur oggettivamente molto meno ripido di quello britannico, potrebbe essere soggettivamente più lacerante. Conta eccome contro quale Paese stai declinando.
Se a questa equazione aggiungi qualcuno ossessionato dalle gerarchie come Donald Trump — con il suo senso quasi geologico degli strati — ottieni il maltrattamento della Groenlandia, la diplomazia delle cannoniere nei Caraibi e altri tentativi in stile Suez di recuperare prestigio perduto. (Forse con maggior successo.)
Ma anche sotto un presidente “normale”, gli Stati Uniti potrebbero comportarsi male proprio adesso. I Paesi in preda all’ansia da status devono gonfiarsi il petto. È raro che una superpotenza accetti serenamente il declino.
A dimostrazione che qui c’è qualcosa che va oltre Trump, basta ricordare che l’America di George W. Bush già mal sopportava l’“ordine liberale basato sulle regole”, come quasi nessuno lo chiamava all’epoca.
Anche al di là dell’invasione dell’Iraq, Bush mostrava un disprezzo estremo per la Corte penale internazionale. Non è un atto d’accusa contro di lui. C’era e c’è molta fuffa globale più di sinistra che propriamente liberale.
Bush, filoccidentale nel profondo, aveva ragione a diffidarne. Il punto più ampio è che il distacco dell’America dall’ordine mondiale legalistico precede Trump. Deve esserci qualcosa di strutturale che tormenta gli Stati Uniti, e quel qualcosa potrebbe essere il declino.
Poiché la performance degli Stati Uniti in questo secolo è stata così straordinaria in termini assoluti — economicamente, tecnologicamente — il loro declino relativo può essere difficile da visualizzare. Ma c’è: nell’efficacia limitata delle sanzioni statunitensi negli ultimi anni, nella lotta per restare in testa sull’intelligenza artificiale, e negli asset strategici che la Cina osa possedere nell’emisfero occidentale.
Il divario militare con la Cina non è più quello di inizio millennio. Anche un presidente repubblicano di ordinaria amministrazione reagirebbe in modo aggressivo in queste circostanze, seppure non in maniera così sconsiderata come Trump.
Diffidate sempre di chi scende di rango. Noi che viviamo una vita migliore di quella in cui siamo nati non possiamo nemmeno immaginare il trauma di chi va nella direzione opposta.
Un piccolo calo di status può far perdere la bussola, anche se la posizione assoluta resta buona. Furono le classi medie della Repubblica di Weimar, impoverite dall’inflazione che divorò i risparmi durante la crisi, a votare per i nazionalsocialisti, non necessariamente i più poveri. In geopolitica, lo stesso processo si riproduce alla massima scala. Cos’è la guerra della Russia in Ucraina se non una protesta contro il suo status ridotto dopo il crollo sovietico?
L’individuo conta, senza dubbio. Anzi, Trump mi ha quasi convertito alla teoria del “Grande Uomo” nella storia. Ma alcuni schemi sembrano valere al di là del tempo, delle persone e dei luoghi. Se è mai esistita una potenza in declino che non si sia comportata in modo erratico mentre si assestava nel suo nuovo status, io non la conosco. Il comportamento di Trump è una versione estrema di qualcosa che potrebbe accadere comunque, che è accaduto nel passato recente e che è destinato ad accadere anche dopo di lui
La frase di Tucidide, «i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono», circola molto di recente. Si dovrebbe annuire con gravità, come se esprimesse una verità amara ma universale sulle relazioni internazionali.
Ma è davvero così? L’espressione implica che un Paese diventi più aggressivo man mano che cresce in potenza. Eppure gli Stati Uniti non furono mai più potenti di quanto lo fossero intorno alla nascita di Trump, nel 1946, quando producevano metà dei beni manifatturieri del mondo e detenevano anche il monopolio nucleare.
Con tutto questo potere, gli Stati Uniti non “fecero ciò che potevano” ai danni dei deboli. Al contrario, vararono il Piano Marshall e la Nato, capolavori di interesse illuminato. Ricostruirono Giappone e Germania come democrazie pacifiste. La svolta bellicosa del comportamento americano è arrivata, in realtà, durante il suo declino relativo.
La leadership spiega una parte di tutto questo, nel senso che Harry Truman era “migliore” di Trump, ma solo in parte. Il resto è strutturale. È più facile per una nazione essere magnanima quando sta in alto. Paranoia e aggressività subentrano quando quella posizione scivola. Perciò dovremmo aspettarci degli Stati Uniti volatili finché non si abitueranno al ruolo di una, e non più la, superpotenza. Gran Bretagna e Francia alla fine ci sono arrivate, pur dovendo cadere molto più in basso.
Nessuno cita mai l’altra parte della famosa poesia di Dylan Thomas sul declino. Dopo aver esortato il lettore a «infuriarsi contro il morire della luce», concede che arrendersi ha più senso: «i saggi, alla fine, sanno che il buio è giusto».
Trump preferisce la furia, ma probabilmente lo farebbero anche altri leader al suo posto
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
DAVID, 24 ANNI, HA SALVATO UNA DONNA CHE VOLEVA GETTARSI SOTTO IL TRENO NELLA STAZIONE DI JESI… IL RAGAZZO E’ STATO PREMIATO DALLA POLIZIA: “VORREI CHE L’ALTRUISMO SI DIFFONDESSE”
“Quando l’ho guardata, mi trasmetteva una tristezza molto grande. Abbiamo parlato un po’, lei era vicina al binario del treno e ho pensato: ‘Vuole fare qualcosa di brutto‘, ma non ci potevo credere”.
A parlare è David, 24enne italiano, originario della Nigeria e residente nell’Anconetano dal 2022, che nella serata dello scorso 16 gennaio, mentre si trovava alla stazione di Jesi, ha salvato una donna che voleva togliersi la vita, gettandosi sotto un treno.
“È arrivato un mio amico, ci siamo salutati e poco dopo hanno annunciato il treno. In quel momento ho capito che la signora voleva proprio farlo. Ho spiegato al mio amico cosa pensavo che sarebbe successo e intanto ho chiamato la Polizia”, ha spiegato il giovane.
Come riferito dalla Questura di Ancona in una nota, l’operatrice della Centrale Operativa della Polfer di Ancona immediatamente ha contattato RFI disponendo il blocco della circolazione ferroviaria ed è rimasta in contatto con David.
Il 24enne, aiutato anche da altre persone presenti in stazione, compreso un capotreno di FS in servizio, è riuscito a mettere in sicurezza la donna e a scongiurare un ulteriore tentativo di autolesionismo che ha tentato di compiere con la montatura degli occhiali che aveva volutamente rotto.
“Gli agenti al telefono mi dicevano cosa fare, mi dicevano di cercare di distrarla dai suoi intenti. Sono riuscito a calmarla fino al loro arrivo, ma anche in loro presenza lei ha provato a togliersi la vita. – ha aggiunto – Con tutte le altre persone che erano in stazione, abbiamo tentato di consolarla. L’ho tenuta tra le braccia, sentivo la tristezza che provava”.
“Sono intervenuto anche grazie alla scuola perché avevano organizzato un corso per affrontare questi eventi. Prima di tutto, non ho cercato di fermare direttamente la signora, ma di farla parlare della sua tristezza. E l’ho ascoltata senza giudicare. Le persone sul treno, il capotreno, io, tutti eravamo scioccati”, ha raccontato.
Michele De Tullio, dirigente del Compartimento di Polizia Ferroviaria per le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo, ha voluto incontrare e premiare il 24enne “evidenziando l’altissimo senso civico dimostrato ed il coraggio evidenziato nel mettere a repentaglio la propria incolumità per trarre in salvo una vita umana”.
“La Polizia mi ha chiesto se potevano divulgare la mia storia e io ho accettato perché vorrei che l’altruismo si diffondesse. Non mi aspettavo mi premiassero, sono rimasto veramente sorpreso dal fatto che abbiaNo trovato del tempo per me”, ha aggiunto.
David è un giovane pugile che si allena presso la Pugilistica Jesina. Fanpage.it ha contattato il suo maestro, Lorenzo Alessandrini, a cui ha chiesto di parlare del 24enne.
“Si allena da noi da qualche tempo, desidera tanto diventare un pugile
professionista. Noi siamo a Jesi, lui abita a qualche chilometro di distanza ma arriva sempre puntuale. Prende la sua bici, va in stazione, prende il treno e raggiunge la palestra. E così fa per tornare a casa”, ha raccontato.
“Quel venerdì stava rientrando e in stazione si è accorto di questa situazione. – ha aggiunto – E solo una persona con la sua grande sensibilità avrebbe capito cosa stava accadendo”.
“Mi ha detto di aver visto questa donna molto triste fare una telefonata con cui dava l’addio all’interlocutore e sistemare le cose a terra accanto a lei. – prosegue – Ha capito che stava ideando un gesto estremo”.
“David è un ragazzo educatissimo, umile e non mi sorprende che abbia fatto questo. – conclude – Anche quando si allena è sempre attento ai suoi compagni ed è una persona davvero empatica”.
(da Fanpage)
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