Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL 27% È ANCORA EURO-SCETTICO E DESIDERA UNA ITAL-EXIT, PER IL 4% LE ISTITUZIONI EUROPEE VANNO BENE COSÌ COME SONO
La maggioranza è netta: il 61% degli italiani vorrebbe un’UE federale, una sorta di “Stati Uniti d’Europa” con più poteri condivisi e meno compromessi infiniti. Tradotto: meno vertici notturni, meno veti incrociati, più capacità di decidere davvero su temi come difesa, politica estera ed economia. Per molti, l’Europa attuale è troppo lenta per un mondo che corre.
Dall’altra parte c’è un 27% che vorrebbe staccare la spina. Niente riforme, niente rilanci: meglio chiudere l’Unione. È una posizione che nasce dalla frustrazione, dalla sensazione che Bruxelles sia lontana e complicata, e che l’UE finisca spesso per essere il capro espiatorio perfetto di ogni problema nazionale.
E poi c’è il dato forse più eloquente di tutti: solo il 4% pensa che l’Unione Europea vada bene così com’è. In pratica, quasi nessuno è soddisfatto dell’attuale equilibrio a metà tra un’unione politica e un grande condominio litigioso.
Il messaggio è chiaro: per gli italiani l’Europa deve cambiare, e anche in fretta. O diventa più forte e più unita, oppure rischia di perdere pezzi. La vera domanda, ormai, non è più se l’UE debba trasformarsi, ma come — e quanto tempo le resta per farlo.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UN EQUILIBRIO TRA POTERI DELLO STATO CHE È DOVERE PRESERVARE. AUTONOMIA E INDIPENDENZA SONO CONNOTATI ESSENZIALI”
“La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono
temi che, come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali – ha detto Zuppi introducendo i lavori del Consiglio episcopale – per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. “Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco”.
“In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione”, ha detto Zuppi ribadendo l’importanza di andare a votare. “Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”.
Per il presidente della Cei “l’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà. Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza, ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.
“Ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. Alla vigilia della Giornata della Memoria, la Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria
vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni”., ha detto ancora Zuppi.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
SI RIUNIRA’ IL DIRETTIVO DEL MONDO AL CONTRARIO
Negli ambienti vicini a Roberto Vannacci ne sono sicuri, il generale uscirà dalla Lega. Hanno cerchiato una data in rosso sul calendario: il 16 febbraio. Per quel lunedì, l’europarlamentare e vicesegretario del Carroccio ha convocato il direttivo dell’associazione Mondo al contrario ed è lì – dicono – che impartirà i suoi ordini per aprire la nuova fase. Nel frattempo, ha già smesso di usare il simbolo della Lega per i suoi eventi in giro per l’Italia.
Tutto, dunque, sembra pronto. Eppure, Matteo Salvini vuole fare un ultimo tentativo per ricucire lo strappo. «Lo vedrò in settimana», dice lasciando il palco di Rivisondoli, in Abruzzo, dove il leader chiude la tre giorni leghista organizzata sugli Appennini abruzzesi da Claudio Durigon, il maggiorente del partito nel Centro-Sud.
Salvini si è scritto con Vannacci in questi giorni, mentre le notizie di una scissione rimbalzavano da una parte all’altra della Lega. Sa che un addio del suo vice creerebbe un danno alla Lega, perché toglierebbe voti e, soprattutto, la nuova creatura del generale occuperebbe uno spazio politico a destra, proprio dove il leader stava traghettando il partito.
Anche ospitando gli estremisti xenofobi nel suo ministero, come quello avvenuto con l’esponente dell’ultradestra inglese Tommy Robinson, un criminale più volte passato dal carcere, che ha attirato le critiche di mezzo Parlamento, comprese quelle di Forza Italia. Ma Salvini difende l’allargamento del dialogo tra la Lega e i neofascisti europei: «Posso invitare chi voglio?» .
Vuole quindi fissare un incontro per mettere tutte le carte sul tavolo, senza però passare per quello che implora il generale di restare. «C’è chi pensa solo alla poltrona, ma la storia ci insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla. Auguri, buon viaggio, senza rancore».
Non si rivolge direttamente a Vannacci, che ovviamente non avrebbe problemi a trovare una poltrona nella Lega, ma – indirettamente – ai vannacciani che – secondo i vertici del partito – stanno soffiando sulla scissione per meri calcoli personali.
Anche di questo, scommettono nella Lega, Salvini parlerà con il generale. Nel mirino del leader ci sono soprattutto i due deputati del Carroccio Edoardo Ziello e Rossano Sasso, che alle prossime elezioni «sono quasi sicuri di non essere rieletti», fanno notare i fedelissimi del segretario. Lui dal palco rincara la dose: «Qualcuno ritiene che sia più garantito il suo seggio da altre parti? Vai, sciocco».
Chi ha parlato con Vannacci negli ultimi tempi sostiene che il vicesegrerario si senta sempre più fuori posto nella Lega, in sofferenza per la poca libertà di muoversi. Come anticipato da questo giornale, i suoi fedelissimi considerano tradito il patto che il generale aveva con Salvini: i sostenitori dell’associazione Mondo al Contrario si sarebbero potuti iscrivere alla Lega diventando “militanti” con diritto di voto nel partito dopo soli 3 mesi, invece dei 2 anni previsti.
Vannacci contava di usarli per ottenere rapidamente potere, ma questa corsia preferenziale per i membri del Mac non si è mai vista. I vannacciani vorrebbero poi per il loro leader più incarichi di peso e un’agibilità politica vera dentro la Lega, ma l’unico banco di prova che Salvini gli ha offerto – dicono – è stato quello da responsabile della campagna elettorale in Toscana alle ultime Regionali: «È andata male ma sapevano che era impossibile fare un risultato migliore. A posteriori – sospettano – somiglia più a una trappola per mandarlo a sbattere e indebolirlo». Insomma, lo spiraglio per trovare la pace è minimo e Salvini già serra i ranghi per prepararli allo scossone: «Ci sono capitani, generali e marescialli, ma la forza della Lega è la truppa, è il popolo».
(da La Stampa)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
TAJANI CONVOCA L’AMBASCIATORE ISRAELIANO INVECE DI IMBARCARLO SUL PRIMO VOLO PER TEL AVIV
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani – rende noto la Farnesina – ha convocato
l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio che ha visto coinvolti due carabinieri in servizio presso il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme.
I due militari sono stati bloccati in territorio palestinese, vicino Ramallah, probabilmente da un “colono” sotto la minaccia di un fucile mitragliatore e sono stati fatti inginocchiare. L’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha già rivolto una protesta formale al Governo israeliano rivolgendosi al ministero degli Affari Esteri, al Cogat, allo Stato maggiore delle Idf, alla polizia e allo Shin Bet.
L’episodio
I due militari erano ieri in visita di sopralluogo per preparare una missione degli ambasciatori della Ue in un villaggio vicino Ramallah, in territorio della Autorità nazionale palestinese. I militari sono stati minacciati da un uomo armato in abiti civili, presumibilmente un colono israeliano, che ha puntato su di loro un fucile.
Fonti di governo riferiscono che i due militari italiani sono stati fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore.
I carabinieri (passaporti e tesserini diplomatici, auto con targa diplomatica) sono stati “interrogati” dal civile; seguendo le regole di ingaggio ricevute, hanno evitato di rispondere con violenza alle minacce iniziali.
L’uomo ha passato loro una persona al telefono, non identificatasi, che ha affermato che i due si trovavano all’interno di un’area militare e dovevano allontanarsi. Da verifica con il Cogat (comando militare israeliano per il Territori palestinesi occupati) è stato confermato che non esiste nessuna area militare in quel punto.
Il personale militare dei Carabinieri è rientrato incolume in consolato e ha riportato all’ambasciata e alla catena di comando dell’Arma i fatti avvenuti. Considerata la gravità dell’episodio, l’ambasciatore a Tel Aviv ha ricevuto istruzioni di presentare nota verbale di protesta al governo di Gerusalemme al massimo livello, coinvolgendo il Ministero degli affari esteri, il Cogat, lo Stato maggiore delle Idf, la polizia e lo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi).
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
“NEI VENTI ANNI DI MISSIONE IN AFGHANISTAN, 2001-2021, ABBIAMO PAGATO UN PREZZO ALTISSIMO: 53 CADUTI E CIRCA 700 FERITI DI CUI MOLTI CONVIVONO CON PESANTI MENOMAZIONI. FUMMO CHIAMATI A CONTRASTARE E RESPINGERE MOLTI ATTACCHI, IMBOSCATE, ATTENTATI, COME QUELLO DEL 3 NOVEMBRE 2011 AL COMPOUND LOGISTICO DELLA HESCO. SEGNO EVIDENTE CHE NON SI TRATTAVA AFFATTO DI UN SETTORE “SICURO” O LONTANO DAGLI SCONTRI
Generale Luciano Portolano, che effetto le ha fatto leggere quelle parole di Donald Trump sui militari europei della Nato in Afghanistan «che non erano nelle prime linee»?
«Quando ho letto quelle dichiarazioni, non vi nascondo una reazione di sorpresa. I nostri militari hanno sempre partecipato a tutte le missioni internazionali nel pieno rispetto del mandato Nei venti anni di missione in Afghanistan, 2001-2021, abbiamo pagato un prezzo altissimo: 53 caduti e circa 700 feriti di cui molti convivono con pesanti menomazioni. Durante il mio mandato in Afghanistan (fine settembre 2011-aprile 2012) ho perso 9 militari, fu un grande dolore […]».
Lei oggi è il Capo di Stato Maggiore della Difesa e in Afghanistan nel 2011 guidò il Regional Command West (RC-WEST) della missione Isaf. Non eravate affatto nelle retrovie…
«Durante il mio mandato, la missione Isaf avviò un processo di transizione sviluppato nell’ambito del Joint Afghan Nato Inteqal Board (JANIB), presieduto per parte afghana dal dottor Ghani, che sarebbe a breve divenuto Presidente
dell’Afghanistan. Era un processo che mirava a rafforzare l’autorità dell’Afghanistan in un’area ad altissimo rischio, nella quale fummo chiamati a contrastare e respingere molti attacchi, imboscate, attentati, come quello del 3 novembre 2011 al compound logistico della Hesco. Segno evidente che non si trattava affatto di un settore “sicuro” o lontano dagli scontri. Ne sono testimoni i circa 14.000 militari dei diversi contingenti internazionali che formavano il Regional Command – West, di cui circa 4.500 italiani».
In un WhatsApp inviato al segretario della Nato Rutte, il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha esordito così: «Caro Mark scusa se ti scrivo ma non ho il numero di Trump…». Lei generale ce l’ha il numero di Trump? Se potesse parlargli al telefono, cosa gli direbbe?
«No, non ho il numero del presidente Trump e, anche se lo avessi, non sarebbe mio compito contattarlo. Il mio ruolo resta al livello strategico militare, con contatti continui con il mio omologo statunitense, il generale Dan Caine. Posso però ricordare che il valore e gli atti eroici dei nostri militari sono stati riconosciuti con grande chiarezza da autorevoli comandanti statunitensi di Isaf, come il generale dei Marines John Allen, il generale US Army Curtis Scaparrotti e il comandante del Regional Command South West Generale US Marines John A. Toolan, con i quali ho avuto l’onore di servire in Afghanistan e intrattengo tuttora ottime relazioni di amicizia».
Il ministro Crosetto invierà oggi due missive al segretario americano alla Difesa Hegseth e al segretario della Nato Rutte per «ristabilire la verità dei fatti» senza incrinare i rapporti diplomatici. Condivide la sua scelta?
«Condivido pienamente la decisione del ministro di ribadire, anche al livello politico, il valore e il contributo delle Forze Armate italiane nelle missioni internazionali, condotte spesso proprio su richiesta e secondo obiettivi strategici definiti dagli Stati Uniti d’America».
(da La Stampa)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
“DECINE E DECINE DI VOLTE HA PUNTATO IL DITO CONTRO ‘STRANIERI, ZINGARI, IMMIGRATI. NON HA RETTO IL PESO DI UN
FIGLIO FEMMINICIDA, BIANCO, ITALIANO, ANZI PAESANO’” … LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI FRANCESCA TOTOLO, ATTIVISTA DI ESTREMA DESTRA SUGLI IMMIGRATI CHE UCCIDONO LE DONNE…
Ma per capire qualcosa di più del peso che Pasquale Carlomagno e Maria Messenio
hanno dovuto affrontare in questa lunga settimana di odio e sospetti bisogna andare lontano dal villino, lontano anche dagli amici, dai conoscenti, nell’altra Anguillara Sabazia, quella che lontano da microfoni e telecamere ha raccontato una versione diversa.Secondo le statistiche ufficiali ad Anguillara Sabazia vivono 1.714 stranieri, circa il 9% della popolazione.
Non sono poi molti al confronto con altri comuni dell’area metropolitana di Roma, da Ladispoli a Campagnano a Fonte Nuova.
Però l’amministrazione di centrodestra, guidata da Angelo Pizzigallo della Lega, non amava né stranieri né migranti.
E Maria Messenio di Pizzigallo era l’assessora alla Sicurezza dopo una vita al lavoro come poliziotta a Roma. In molti ad Anguillara ricordano bene le polemiche nate a fine ottobre quando si decise di presentare un libro sui femminicidi scritto da Francesca Totolo, attivista di estrema destra, pubblicato da Altaforte, casa editrice legata a CasaPound, in cui si raccontano alcuni casi di femminicidio, quelli di «quando l’immigrazione uccide», come spiega il titolo.
«Decine e decine di volte, dall’alto del suo ruolo e parte politica ha puntato il dito contro «stranieri, zingari, immigrati. Non ha retto il peso di un figlio femminicida, bianco, italiano, anzi paesano», dice una donna di mezz’età che chiede di rimanere anonima.
È il tono di tante accuse arrivate sul profilo Facebook di Maria Messenio, accuse cariche di violenza che l’hanno portata a dimettersi dal suo incarico in Comune anche se con il figlio non aveva rapporti da quattro anni.
All’odio contro di lei si sono aggiunti i sospetti contro il marito Pasquale che gestisce con il figlio l’azienda di scavi e mezzi per movimento terra, sequestrata dai carabinieri, dove era stato trovato il cadavere di Federica Torzullo.
Le telecamere di sorveglianza avevano ripreso il suo furgone davanti alla villa dove vivevano il figlio Claudio e la nuora Federica proprio nelle ore a ridosso del delitto. E il figlio ne aveva approfittato per usarlo come alibi.
«Occorre rispetto e privacy sulle ragioni dietro a questo terribile gesto», spiegate in una lettera all’altro figlio della coppia. Lo chiede Andrea Miroli, avvocato di Claudio Carlomagno.
«Purtroppo ancora ieri però si leggevano sui social messaggi come “quella donna ha fatto bene ad ammazzarsi avendo partorito un mostro”» aggiunge. Troppa «pressione mediatica», insomma. Forse anche troppo odio.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
INVECE NIENTE, UN SILENZIO TOTALE CHE CREA IMBARAZZO A PALAZZO CHIGI E AGITA GLI OTOLITI DELLA STATISTA DELLA SGARBATELLA
Donald Trump, come da copione, parla al mondo a colpi di post, tutti rigorosamente siglati “DJT”, come fossero bollettini ufficiali di una presidenza permanente. Ieri ne ha pubblicati almeno cinque in poco più di un’ora, giusto il tempo di arrivare all’ora di pranzo sulla East Coast. Un bombardamento mediatico studiato, martellante.
In mezzo a tutto questo, però, c’è un silenzio che a Roma pesa più di qualsiasi dichiarazione: nessuna parola per Giorgia Meloni, nessun cenno ai militari italiani caduti o feriti in Afghanistan. Niente. Un’assenza che, al netto dei tentativi di ridimensionarla silenziosamente («Trump non può rispondere a tutti»), ha fatto salire di ora in ora la temperatura a Palazzo Chigi.
Perché qui non si tratta solo di orgoglio nazionale o di galateo diplomatico, ma di un riconoscimento politico atteso e mancato. Un segnale che non arriva dopo che la presidente del Consiglio aveva definito «inaccettabili» le parole pronunciate dal tycoon a Fox News, quando aveva liquidato il contributo degli alleati Nato in Afghanistan come una presenza marginale, «rimasta nelle retrovie».
Un affondo che, in Italia, ha toccato una ferita ancora aperta: 53 caduti, centinaia di feriti, vent’anni di missione. Ai vertici del governo c’era chi si aspettava un rapido passo indietro americano.
L’apprensione si srotola per tutto il giorno. Truth si riempie delle posizioni di Trump. Palazzo Chigi non conferma neanche contatti informali tra i leader. Almeno fino alla tarda sera italiana non ci sono segnali di una precisazione, una correzione. Un post riparatore che, arrivasse, sarebbe comunque tardivo.
Il copione peraltro sarebbe già visto. È successo con il premier britannico Keir Starmer: telefonata privata, presa di distanza pubblica, e dopo 48 ore e l’irritazione anche della corona, ecco il messaggio su Truth che celebrava i soldati di Sua Maestà come «tra i più grandi guerrieri al mondo». Per Londra è bastato attendere. Per Roma, invece, l’attesa continua. E il silenzio di Trump inizia a somigliare a una scelta.
Intanto l’opposizione torna all’attacco. Dopo la richiesta, rimasta senza risposta, di convocare l’ambasciatore Usa a Roma per ristabilire l’onore dei militari italiani, il fronte critico si allarga e incrocia un altro dossier esplosivo: l’operato dell’Ice, la polizia anti-immigrazione, finita sotto accusa per la morte dell’infermiere Alex Pretti a Minneapolis.
Il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia parla apertamente di «un altro assassinio autorizzato dall’amministrazione Trump» e incalza Meloni: «Tacere oggi significa scegliere. Ci dica se le affinità ideologiche portano l’Italia a condividere questi metodi».
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAPO DELLA BANDA, MÁRIO MACHADO, COMANDAVA DAL CARCERE I SUOI SGHERRI: I NEO-NAZI PREPARAVANO DEI CARTELLONI IN CUI MAOMETTO ERA DEFINITO “PEDOFILO E TERRORISTA” …TRA GLI ARRESTATI, CI SONO DUE EX CANDIDATI A ELEZIONI AMMINISTRATIVE DEL PARTITO “CHEGA” E UN EX MILITANTE SOSPESO NEL 2023 PER AVER PROPOSTO L’ASPORTAZIONE DELLE OVAIE ALLE DONNE CHE PRATICASSERO UN ABORTO
Carcere preventivo per cinque indagati e scarcerazione, ma con obbligo di firma, per
un’altra trentina di loro. Sono le misure cautelari decretate dal gip ai membri del gruppo neonazista portoghese 1143, messi in stato di fermo la scorsa settimana nell’ambito dell’operazione ‘Fratellanza’.
Da quanto si legge nelle carte dei pm, il gruppo aveva una struttura gerarchica operativa il cui vertice era Mário Machado (già in carcere per altri crimini di odio) e i suoi militanti non sono solo accusati di aggressioni a minoranze etniche, ma anche di star pianificando azioni di più ampia portata.
Da alcune intercettazioni telefoniche fra Machado e il suo vice, Gil Costa (ora in arresto), si evincerebbe che i due stavano organizzando atti di squadrismo contro cittadini appartenenti a minoranze etniche e provocazioni alla comunità islamica tramite video e cartelloni in cui si descriveva Maometto come pedofilo e terrorista.
Nel frattempo, in un campo di addestramento nei dintorni di Lisbona si preparavano militarmente a una vera e propria “guerra razziale”. In una telefonata si citano come esempio da seguire i tumulti contro immigrati nordafricani verificatisi in provincia di Murcia, Spagna, l’estate scorsa. Tra gli indagati si segnalano un agente di polizia,
un militare dell’Aeronautica e alcuni militanti di Chega, il principale partito di opposizione nel Parlamento portoghese.
Si tratta di due ex candidati a elezioni amministrative in provincia e un ex militante sospeso nel 2023, Rui Roque, famoso per aver presentato al congresso del partito, nel 2020, una mozione in cui si proponeva l’asportazione delle ovaie alle donne che praticassero un aborto.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL SETTORE DELLE COSTRUZIONI TEME IL TRACOLLO E LA SPESA SANITARIA E’ LONTANA DAGLI STANDARD
Cosa resterà di questo Pnrr, si potrebbe dire parafrasando la famosa canzone di Raf sugli anni Ottanta. La fatidica data del 30 giugno è infatti vicina.
Dalla sanità alla transizione ecologica, dalla digitalizzazione al sostegno alle imprese, passando per le infrastrutture, il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato infatti il Moloch del dibattito politico. Sembrava il Mr. Wolf dei problemi
italiani. Invece, a pochi mesi dalla scadenza, quei problemi sono tutti intatti o quasi. La sanità è il miglior parametro per misurare gli effetti concreti: Next generation EU, il nome europeo del piano, è nato come risposta all’emergenza da pandemia di Covid.
Poca salute
Cosa è cambiato? Poco o niente. Innanzitutto la spesa sanitaria italiana è ferma: oscilla tra il 6,3 e il 6,4 per cento rispetto al Pil, lontanissima dalla media europea, che è al 6,9 per cento. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, aveva assunto l’impegno di portarla vicina al 7 per cento.
E non si tratta di una semplice percentuale. Il numero si traduce con quanto riportato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea), che ha confermato un trend preoccupante: la spesa privata per la salute è in aumento; ormai sette italiani su dieci fanno ricorso alle strutture private.
Ci sono poi delle distorsioni indotte dallo stesso Pnrr. «Sta progressivamente aumentando la quota di anziani presi in carico in tutte le Regioni, fenomeno spinto dall’obiettivo di raggiungere la soglia del 10,0 per cento previsto dal Pnrr e contestualmente si sta riducendo l’intensità di cura (le ore per paziente anziano)», si legge nel rapporto del Crea. Pur di raggiungere gli obiettivi si fa di tutto, aumentando le persone in cura, ma con la conseguenza di abbassare la qualità del servizio.
C’è poi il pericolo concreto di consegnare al paese tante piccole cattedrali nel deserto: le Case di comunità. Queste strutture erano state immaginate come la vera rivoluzione in campo sanitario: aperte 7 giorni su 7, h24, per potenziare la rete di prima assistenza primaria e decongestionare i pronto soccorso.
La sanità di prossimità, dunque, come risposta anche a future emergenze pandemiche. Obiettivo nobile. Ma ci sono stati nodi: prima di tutto c’è un ridimensionamento della gittata, il numero di Case di comunità da realizzare è diminuito di circa il 30 per cento. Oggi sono 1.038 quelle da ultimare con le risorse del Piano.
Oltre i dati, ancora una volta, ci sono le storie. «Se ci saranno strutture per le Case di comunità, mancherà il personale per mandarle avanti. Non ci sono gli infermieri per garantire i servizi previsti», spiega a Domani Andrea Bottega, segretario di Nursind, il sindacato di categoria degli infermieri. «Con le risorse del Pnrr si finanziano le opere, ma bisogna pensare al dopo», aggiunge il sindacalista, perché
«le richieste della cittadinanza sono di carattere assistenziale. Insomma, servono infermieri, personale qualificato. Non c’è alcun provvedimento ad hoc per rendere più appetibile la professione».
Manca la prospettiva: «L’importazione di personale dall’estero non è fattibile. Perché questi professionisti scelgono altri paesi, Germania o Inghilterra, che garantiscono stipendi e condizioni migliori». La fotografia è impietosa: l’Italia ha potenziato il sistema sanitario, prevedendo le Case di comunità, ma non è stato reso funzionante questo meccanismo
Il Pnrr “salva-Pil”
Se la sanità è la pietra angolare del Piano, c’è il quadro macroeconomico da tenere in considerazione: le rate provenienti da Bruxelles (per 194 miliardi di euro) sono state le bombole di ossigeno a cui è stata attaccata l’economia negli anni del governo Meloni.
La Banca d’Italia, nel suo primo bollettino del 2026, lo ha messo nero su bianco: gli «investimenti hanno beneficiato degli incentivi fiscali e delle altre misure connesse con il Pnrr». Eppure l’impatto sul Pil non ha provocato scatti in avanti: attenendosi alla previsione della Banca d’Italia, nell’anno in corso la crescita dovrebbe fermarsi allo 0,6 per cento. Il governo ha previsto il +0,7 per cento, ma comunque nell’ambito dello zero virgola, nonostante un Pnrr a pieno regime nel motore economico.
Cosa può accadere quando il Piano arriverà a conclusione? «Finisce l’effetto doping e ci sarà il post-sbornia», osserva Fabio Scacciavillani, economista ex Fondo monetario internazionale e docente della Bologna Business School. Scacciavillani aggiunge: «Il parassitismo, girato intorno al Pnrr, è destinato a terminare». Tradotto: «Si fa la bella vita, firmando cambiali».
Primo o poi, però, bisogna saldare il conto. Il risultato è che «se non andiamo in recessione, sarà qualcosa vicino alla stagnazione, intorno allo 0 o un po’ sotto», sottolinea l’economista. Gli analisti sono concordi su un punto: servirebbe un piano post-Pnrr.
In tutti i comparti. L’Ance, l’associazione dei costruttori, ha già fatto le proprie valutazioni: «Nel 2026 nel settore delle costruzioni torna il segno positivo per gli investimenti: dopo la lieve flessione del 2025 (-1,1 per cento) quest’anno è previsto un incremento del 5,6 per cento», ha reso noto una recente ricerca.
Dunque, «il modello Pnrr ha funzionato», grazie a una spesa di circa 50 miliardi di euro per l’edilizia. Una miniera che sta per esaurirsi. «È arrivato il momento di mettere nero su bianco un Piano casa», ha detto la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio. Serve un “dopo-Pnrr”, dunque.
Senza progettualità
Il convitato di pietra al tavolo del Pnrr è la mancanza di una progettualità vera. «Anche in questa occasione, non ci sarà un cambio di marcia, sia di velocità che di direzione, nonostante gli investimenti straordinari», annota Michele Costabile, docente di Economia e gestione d’Impresa e direttore del Centro di ricerca Luiss X.ite. Costabile pone delle questioni pratiche: «È migliorata la mobilità sociale? Ci sono stati interventi sulla demografia?». La risposta è scontata. Per Luca Bianchi, direttore della Svimez, il Pnrr può trasformarsi in un «processo incompiuto per la mancanza di continuità a questo percorso. Questo riguarderà in particolare le grandi opere infrastrutturali, finanziate in parte con il Pnrr».
La scarsa progettualità si manifesta con le poche prospettive per le giovani generazioni. «Il tasso di Neet, giovani che stanno sul divano, è il più alto in Europa insieme alla Spagna», ricorda Costabile. «La scolarizzazione non è una questione ideologica», insiste il docente della Luiss, «ma porta un vantaggio economico nel medio periodo. Bisogna entrare nell’ottica che le disuguaglianze educative sono un costo sociale, non un capriccio. Un laureato genera maggiore Pil rispetto a un diplomato». E cosa è stato fatto su questo punto? Niente, stando ai dati concreti.
L’altro pilastro del Pnrr sarebbe la transizione ecologica, che però negli anni si è persa per strada. «Per esperienza personale», aggiunge Scacciavillani, «posso dire che sul dissesto idrogeologico la situazione è sconcertante. Ci sono stati tanti micro-progetti, piccole opere di manutenzione e riparazione, di poche decine di migliaia di euro, che non hanno dato alcun risultato concreto».
Tra i tanti casi di attuazione a singhiozzo, c’è il flop sulla progettualità delle ricariche elettriche.
«Si è registrato un numero elevato di rinunce che ha prodotto una copertura assai inferiore rispetto alle iniziali ambizioni», ha ricordato uno studio di Assonime, insieme all’associazione Openpolis. La conversione dell’economia verso il green resta una chimera. Che si candida a essere la parola chiave con cui sintetizzare il Pnrr.
(da EditorialeDomani)
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