Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
AVEVA FATTO LAVORI DI RESTAURO ANCHE A VILLA MACHERIO PER BERLUSCONI
Sorride e nega. Smentisce e ride. Poi ammette a mezza bocca che quell’angelo
«somiglia a Giorgia Meloni». Ma insiste sornione: «Somiglia, ma non è lei». Bruno Valentinetti è il sacrestano della chiesa di San Lorenzo in Lucina, nel cuore di Roma, a pochi metri da palazzo Chigi. Vive qui ed è il restauratore che nel 2023, con un lavoro durato un anno, è intervenuto per ripristinare un suo dipinto, datato 2000, che raffigura due angeli che affiancano il busto marmoreo di Umberto II di Savoia. Adesso uno dei due cherubini raffigura la premier, in ogni dettaglio.
Lo ammette anche il parroco Daniele Micheletti, tanto da dire: «È bravissimo Valentinetti, non è certo un imbianchino». Aggiunge che in effetti non è proprio di sinistra. E questo coincide con un dettaglio che spunta dal suo passato, dal 2008 per l’esattezza, anno della candidatura come consigliere del I Municipio di Roma con la Destra – Fiamma tricolore. Ma il diretto interessato smentisce anche questo: «Non ero io. Avranno messo il mio nome a mia insaputa. Anzi, in banca, in effetti, una volta mi hanno detto che c’è un mio omonimo, una persona che si chiama proprio come me. Sarà lui. E poi io non voto da anni».
Gli si illuminano gli occhi quando ricorda Silvio Berlusconi e i lavori di restauro che è stato chiamato a fare a villa Belvedere di Macherio: «Mi raccomandò una principessa. Lì viveva la moglie, Veronica Lario, ma il Cavaliere arrivava in elicottero il sabato e la domenica. Era l’anno dei mondiali e un giorno mi chiese se volevo i biglietti per la nazionale, ma io gli risposi che per me c’era solo una nazionale, la magica Roma. Lui rideva, voleva che diventassi del Milan».
«Ma perché hai raffigurato Meloni?», lo rimprovera una donna. Lui perde un po’ la pazienza: «Io posso disegnare chi voglio, è sempre stato così nell’arte, lo faceva anche Caravaggio. E chi ha mai detto nulla a Caravaggio? E comunque non è Meloni», insiste sbracciando.
Il rebus è capire chi sia l’altro volto raffigurato nel dipinto. Se lo chiedono tutti. C’è chi immagina sia l’ex premier Giuseppe Conte, che non abita lontano da qui, e chi pensa ad Arianna Meloni, la sorella della premier. Valentinetti nega e racconta: «Era una mia vecchia fiamma, molto più giovane di me. Una donna bellissima che voleva diventare un’attrice, ora vive all’estero».
L’altro angelo, spiega, in origine era un’amica di questa donna. Ora, nonostante Valentinetti neghi, è la premier. E un altro amico si avvicina a lui: «Bruno, sei di Fratelli d’Italia?». «Ma quale Fratelli d’Italia e Meloni», sbotta: «Io vivo qui con la pensione sociale, sono ospite, sopravvivo con 600 euro, Meloni non mi ha dato nulla. Non mi piace. Non ho nulla a che fare con lei».
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
INTERVENGONO IL MINISTERO DELLA CULTURA, LA SOPRINTENDENZA E IL VICARIATO: “NON SI USI IL SACRO” – IL SACRESTANO DECORATORE BRUNO VALENTINETTI ESONDA: “IO POSSO DISEGNARE CHI VOGLIO, LO FACEVA ANCHE CARAVAGGIO. E CHI HA MAI DETTO NULLA A CARAVAGGIO?”
Si muovono il ministero della Cultura, la soprintendenza e il vicario del Papa. Le indagini sull’affresco che rappresenta Giorgia Meloni con il volto di un cherubino, dopo la rivelazione di Repubblica, sono avviate. La premier ironizza: «No, decisamente non somiglio a un angelo». E sui social aggiunge l’emoticon con la faccina che ride con le lacrime. Un modo per prendere le distanze dopo che Avs ha parlato di «culto della personalità, come non avveniva dai tempi del fascismo».
La questione comunque si fa seria. Il cardinale Baldo Reina, vicario di Papa Leone XIV, dà già un giudizio netto. In una nota si «ribadisce con fermezza che le immagini d’arte sacra e della tradizione cristiana non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica».
Su indicazione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, e dopo le sollecitazioni delle opposizioni, sono appena arrivati i funzionari tecnici del Mic e la soprintendente speciale per Roma, Daniela Porro, per visionare il cherubino, su cui doveva essere fatto semplicemente un intervento di ripristino sulla base di quello originale, dipinto nel 2000
Il decoratore e restauratore Bruno Valentinetti di mattina presto nega che si tratti
della leader di Fratelli d’Italia, il parroco Daniele Micheletti invece subito ammette la somiglianza. Con il passare delle ore il clima si fa teso. Porro, nel primo pomeriggio, davanti la chiesa, spiega che quella in questione è «un’opera del 2000, dunque non è un bene culturale e non è sottoposto a tutela. Ma la basilica lo è».
Dunque la soprintendente ha dato incarico ai suoi funzionari di fare una ricerca in archivio «per capire attraverso le fotografie se vi sia stata una trasformazione rispetto al dipinto del 2000». A occhio nudo, mettendo a confronto il prima e il dopo, è facile notare le differenze. Porro non si sbilancia: «Verificheremo se ci sono responsabilità». I fondi del restauro sono arrivati da privati, monsignor Micheletti parla di fondazioni bancarie.
In questa vicenda, che è diventata un caso politico oltreché cittadino e sociale, interviene anche il vicariato di Roma, specificando che la committenza ecclesiastica sarebbe stata tenuta all’oscuro delle scelte artistiche, non previste, adottate in fase di restauro. «È chiaro che c’è stato un intervento dell’artista — viene spiegato — adesso stiamo cercando di capire che cosa sia avvenuto e con quali modalità» chiedendo chiarimenti anche al parroco Micheletti. E saranno valutate «eventuali iniziative»
Pd, M5s e Avs chiedono un chiarimento da parte del Mic. «Il patrimonio culturale italiano non può essere piegato a letture improprie», avverte la democratica Irene Manzi. Ma il senatore meloniano Matteo Gelmetti parla di «ennesimo caso di indignazione selettiva, dove l’arte diventa improvvisamente uno scandalo solo quando non piace a qualcuno». Non nascondendo quindi, da parte dei Fratelli, un certo apprezzamento.
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LO DICONO GLI ESPERTI, ALMENO SI INFORMI
Mentre a Niscemi la frana avanza, e i cittadini hanno visto crollare nel precipizio una
palazzina di tre piani nel quartiere Sante Croci, che era già in bilico sul costone di sabbia e argilla, il vicepremier Matteo Salvini non cambia idea sugli stanziamenti per il Ponte sullo Stretto di Messina.
I 13 miliardi previsti per l’infrastruttura, i cui lavori quest’anno non potranno partire, per via del doppio stop della Corte dei Conti, secondo il leader della Lega non possono essere spostati per altre priorità, come l’emergenza maltempo. La stima provvisoria dei danni del ciclone Harry nel paese siciliano e in generale in tutta l’isola, è di oltre un miliardo. Palazzo Chigi ha stanziato i primi 100 milioni per intervenire in Sicilia, Calabria e Sardegna. Ma molti altri soldi andrebbero spesi per le opere di consolidamento della frana di Niscemi, per la messa in sicurezza delle aree colpite e per la ricostruzione.
Eppure il Ponte, di cui non esiste ancora il progetto esecutivo, secondo il governo non può essere defininanziato, come chiedono le opposizioni. Il motivo è presto detto: per il vicepremier Salvini “C’è più bisogno di grandi opere. Penso alla Tav, penso al tunnel del Brennero, penso al Mose che salva Venezia dall’acqua alta, penso al Ponte sullo Stretto che in caso di calamità naturali è una garanzia di collegamento stabile, perché se c’è mare mosso i traghetti non vanno, se c’è mare mosso e c’è vento sul Ponte tu ci passi”, ha detto ieri a Firenze.
Il leader leghista aveva già fatto un ragionamento simile alla Camera, una decina di giorni fa, proprio mentre la Sicilia era investita dal ciclone Harry: “Pensiamo, in queste ore di mare in tempesta, come sarebbe avere il Ponte piuttosto che i traghetti fermi”.
Un’affermazione del tutto falsa. Piuttosto, è vero esattamente il contrario: i collegamenti tra Sicilia e Calabria non si fermano mai del tutto, anche con il mare mosso. Mentre il ponte, a certe condizioni, non sarebbe attraversabile per motivi di sicurezza.
Secondo alcune ipotesi, se il Ponte venisse costruito e aperto al transito dei veicoli, sarebbe comunque chiuso dai 7 ai 100 giorni all’anno, proprio a causa di condizioni climatiche avverse.
Sarebbe possibile attraversare il Ponte sullo Stretto con venti a 200 km/h, come dice Salvini?
Per capire quanto le parole di Salvini siano lontane dalla realtà, bisogna fare alcune considerazioni e partire dai dati. Nei giorni in cui in Sicilia, Sardegna e Calabria si è verificato un evento climatico estremo, si sono registrati venti con velocità al suolo di circa 130 km all’ora (20 gennaio 2026). Si tratta di velocità che all’altezza di 70 metri, cioè l’altezza sul livello del mare del ponte sullo Stretto di Messina
(livello del piano stradale), aumentano di un fattore 1.55, arrivando a circa 200 km all’ora.
“In alto la velocità del vento risente meno dell’attrito del suolo e cresce ampiamente a 70 metri di altezza, come confermano ad esempio le normative europee Eurocodici ed ECCS”, spiega Mario de Miranda, ingegnere e progettista di ponti e strutture, consultato da Fanpage.it.
“Normalmente, su strada e quindi su un piano stabile, per velocità superiori a 70 km all’ora il traffico è pericoloso per i mezzi telonati e i motocicli, che non dovrebbero transitare. Per velocità superiori a 90 km all’ora il traffico è pericoloso per tutti i veicoli. Per velocità superiori ai 110 km all’ora il transito è normalmente impossibile e quindi interdetto. Il limite pratico, per veicoli bassi, pur con qualche rischio, è quindi dell’ordine di 100 km all’ora”, spiega l’ingegnere.
“Nel nostro caso vissuto con Harry, con venti di velocità doppia, il traffico sarebbe stato certamente impossibile, e le oscillazioni della struttura lo avrebbero reso ancor più pericoloso. Se consideriamo la concomitanza della spinta del vento sui veicoli e delle oscillazioni e movimenti violenti della struttura sotto l’azione delle raffiche, dobbiamo ragionevolmente ridurre le condizioni limite considerate per il transito su strada in terra”.
Come ricorda l’ingegnere, “Non esistono precedenti per alte velocità del vento e deformazioni strutturali così grandi, con oscillazioni dell’ordine dei metri, per cui le previsioni dovrebbero essere prudenti. Sembra ragionevole ridurre i valori che dicevamo prima del 10%, ottenendo una velocità del vento limite per il transito di veicoli a livello della strada dell’ordine di 90km/h”.
“Condizioni di vento con velocità superiori a 90 km all’ora all’altezza di 70 metri, che corrispondono a circa 58 km all’ora al suolo, 32 nodi, si verificavano fino ad oggi con una frequenza di alcuni giorni all’anno”. Ma è ragionevole ritenere che con i cambiamenti climatici in corso, in futuro la frequenza di tali condizioni di vento sarà maggiore.
Non è vero che con Harry le navi si sono fermate: la Sicilia non è rimasta isolata
Se è vero che il Ponte verrebbe chiuso a causa delle condizioni meteorologiche estreme almeno per una settimana all’anno, secondo le stime più ottimistiche, al contrario le grandi navi continuerebbero viaggiare, nella maggior parte dei casi. E infatti anche nei giorni del passaggio del ciclone Harry, 19, 20 e 21 gennaio, i trasporti nello Stretto sono stati regolari, seppure con ritardi.
Sul sito TrasportoEuropa viene spiegato che proprio lo Stretto di Messina “ha rappresentato un’eccezione, con i servizi di traghetto tra Villa San Giovanni e Messina rimasti regolari, sebbene con potenziali riorganizzazioni operative. Ciò ha contribuito ad attenuare il rischio di isolamento della Sicilia dalla terraferma”. È esattamente l’opposto di quanto affermato da Salvini: una volta realizzato il Ponte, non si potranno dismettere i traghetti, proprio per scongiurare il rischio che nei giorni di forte raffiche di vento salti il collegamento tra Sicilia e Calabria.
“In genere i traghetti, come gli aerei, vengono fermati quando ci sono condizioni estreme. Ma non c’è mai un blocco totale: se la tempesta si calma temporaneamente, le corse riprendono. Ricordo che ci sono anche navi di grandi dimensioni che attraversano lo Stretto, quelle più grandi sono progettate per attraversare anche gli Oceani”, spiega a Fanpage.it il professor Domenico Marino, docente di Politica economica ed Economia dell’innovazione all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. “Il Ponte invece andrebbe chiuso nei giorni di forte maltempo, e non potrebbe essere riaperto solo per qualche ora, approfittando di un miglioramento temporaneo delle condizioni meteo”. Dunque abbiamo la certezza che il Ponte non potrebbe essere attraversato almeno per una settimana all’anno. Mentre è molto più difficile che le navi non possano attraversare lo Stretto, anche con condizioni meteo molto critiche come quelle che si sono registrate la scorsa settimana. “Il numero di giorni in cui il Ponte verrebbe chiuso in un anno è superiore al numero di giorni di blocco delle navi”, sottolinea Marino.
Infine bisogna porsi un’altra domanda: siamo sicuri che in presenza di onde alte 16 metri, come quelle che si sono verificate con Harry, le grandi navi potrebbero transitare, con i 65 metri di franco navigabile in condizioni di massimo carico delle corsie stradali e contemporaneo passaggio dei treni? Secondo il professor Marino, anche le grandi navi che avrebbero le caratteristiche per viaggiare in sicurezza anche con il mare mosso “potrebbero avere problemi a passare, perché rischierebbero di sbattere contro il ponte”.
(da Fanpage)
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
I DIFENSORI DEGLI OMICIDI DELL’ICE OGGI SI SONO SVEGLIATI “CONTRO LA VIOLENZA”
Ai sovranisti italiani hanno messo le pile nuove nel giocattolo, e si sono svegliati. Sono usciti dal torpore dell’accondiscendenza agli omicidi dell’ICE, e con le immagini del poliziotto picchiato ieri sera a Torino, si sono ringalluzziti.
La sensazione è questa: una sedicente destra che oggi si è svegliata contro le opposizioni, come se quel poliziotto lo avesse menato Elly Schlein, o avessero filmato Nicola Fratoianni prenderlo a calci. Per il resto il poliziotto lo hanno già messo in secondo piano, strumentalizzato giusto per quello che faceva loro comodo. È un atteggiamento che al gran ballo dell’ipocrisia starebbe bene al centro della sala.
L’atteggiamento di chi chiede una condanna è ipocrita per un motivo preciso: nessuno difende l’aggressione subita dal poliziotto, ieri a manifestazione finita. Tutti l’hanno condannata. Ripeto: nessuno, né destra né sinistra, a parte quei criminali che ne sono stati autori e che certamente non si identificano con l’opposizione democratica, può difendere quell’attacco. E ci mancherebbe altro, perché quelle immagini sono strazianti. Quell’azione è stata vomitevole.
La differenza sta nel modo di reagire alla violenza, nell’utilizzare (oppure no) doppi standard nella formulazione di un giudizio. Nel guardare gli autori prima di dire se è sbagliato, oppure no, agire l’abuso. Cari commentatori di destra, vi aiuto io: è sempre sbagliato. Abbiate il coraggio di dirlo, svegliatevi ogni volta che la democrazia traballa e non soltanto quando come ieri picchiano – con un’azione criminale, ça va sans dire – un servitore dello Stato in divisa.
Il fatto è questo: quando qualche criminale, facendosi scudo della divisa, picchia e brutalizza un manifestante, da destra si elevano orde di difensori per la divisa. Come se indossare una maglia griffata da parte dello Stato sollevasse in automatico da ogni responsabilità penale sull’uso della violenza. Eppure in quel caso la destra non ha dubbi: per loro il poliziotto agisce sempre bene e i manifestanti se la sono cercata. In tutti quei casi la sedicente destra italiana non ha il coraggio della condanna e sono capaci soltanto di lisciare il pelo dalla parte dove soffia il potere.
Perché loro – questa è la sensazione – non hanno problemi con la violenza, ma soltanto quando è agitata da qualcuno che non percepiscono del loro giro.
Per me la questione è invero abbastanza semplice: io penso che la violenza sia sempre l’ultimo rifugio degli imbecilli. Non la strumentalizzo quando mi serve perché mi repelle sempre, in quanto la reputo disfunzionale e dannosa alla causa, qualunque sia la causa. E ricordiamolo: dieci contro uno è comunque e sempre un’azione da vigliacchi.
Un pensiero, stretto, al poliziotto ferito.
(da Fanpage)
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA MADRE DEL BIMBO LASCIATO GIU’ DAL BUS: “MIO FIGLIO NON DICE BUGIE”
Manca solo la data e il luogo, ma l’incontro tra Salvatore Russotto e la famiglia del
bambino di 11 anni fatto scendere dall’autobus lunedì scorso ci sarà. La madre Maria Sole Vatalaro, dopo aver letto le dichiarazioni dell’autista al Gazzettino, ha deciso di accettare le scuse. «Se le scuse sono sincere, le accetto. Si perdona, le giornate storte possono capitare», spiega con tono pacato. La donna però mette in chiaro un punto: «Apprezzo le sue parole ma mi fido di mio figlio, non sa dire le bugie. Lui racconta che l’autista gli ha detto “vai a piedi”, non è sceso di sua iniziativa». Per cui la condizione è chiara: «Se il signor Russotto è pronto ad assumersi le sue responsabilità, allora accetto le scuse, assolutamente. Ma deve essere sincero». L’avvocato Chiara Balbinot, nonna del bambino che ha depositato la querela, sottolinea: «Difficile pensare che un bambino inventi una storia del genere. Ci sono elementi troppo specifici, come la tariffa di 10 euro».
L’invito per le Olimpiadi: la reazione della madreIl ragazzino è tornato alla vita di sempre, sommerso da messaggi di sostegno. «Non mi sono sentito solo. Però per il periodo delle Olimpiadi non prenderò più l’autobus», confida. La famiglia è soddisfatta per due motivi: il ritorno dei ticket chilometrici per i residenti della provincia di Belluno e soprattutto l’invito di Fondazione Milano Cortina 2026. «Pensavo fosse uno scherzo quando ho sentito: “Sono Giovanni Malagò e volevo invitare suo figlio a presenziare all’apertura delle Olimpiadi”», racconta la madre. Il bambino, sportivo e sciatore, è esploso in un grido di giubilo. «È passato dallo sconforto al massimo dell’entusiasmo», spiega la donna. La sorellina gli ha detto: «Io ne avrei fatti 8 di chilometri per essere al tuo posto».
L’autista si commuove: «Mi piacerebbe guardarlo negli occhi»
Dopo essersi scusato pubblicamente, Russotto, al momento sospeso dall’azienda La Linea spa, ha vissuto «una giornata al cardiopalma». Sui social è stato sommerso di insulti, ma ha anche ricevuto il sostegno dai figli e dai colleghi. Quando viene
informato della disponibilità della famiglia ad accettare le scuse, si commuove. «Sono molto felice, davvero», riesce a dire prima che la voce si spezzi. Poi aggiunge: «Non sarebbe mai dovuto succedere. Mi piacerebbe incontrarli, se fosse possibile». La madre risponde positivamente: «Mi piacerebbe guardarlo negli occhi, sì. Posso capire la brutta giornata. Ho letto che lo hanno preso in giro per l’accento e mi dispiace perché nessuno deve essere bullizzato. Per cui se vuole scusarsi di persona, ci organizzeremo».
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
SERVE UN PASSO INDIETRO, SPOSTARSI DALLE ZONE TROPPO PERICOLOSE
La frana di Niscemi non è soltanto l’ennesimo fenomeno naturale che diventa catastrofe solo per colpa di noi sapiens. È anche la rappresentazione plastica e simbolica di un intero Paese esposto a ogni tipo di evento naturale e assolutamente impreparato culturalmente a incorporare il rischio nei propri orizzonti quotidiani. Ma perché l’Italia è così fragile? Quali sono i rischi naturali maggiori e in quali territori colpiranno più duramente? Cosa possiamo mettere in pratica per mitigare quei rischi e avventurarci, con un margine di sicurezza decente, in un futuro incerto?
Alla base del rischio naturale c’è la costituzione del territorio: l’Italia è un Paese geologicamente giovane e particolarmente attivo, fatto di rocce spesso friabili, molli che compongono pianure, colline e parte delle catene montuose. Il paesaggio italiano è un paesaggio sismico, perdipiù fatto di rocce vulcaniche, argille instabili, sabbie poco coerenti, alluvioni e frane. Ma proprio per questa ragione di fondo avremmo dovuto comportarci diversamente: su un territorio di questo genere (simile, in Europa, solo a quello dinarico-albanese-greco o, in parte, spagnolo) si doveva costruire solo sulle rocce dure e stabili e allargarsi il meno possibile. Come facevano i romani antichi, che non a caso, almeno all’inizio, evitavano di vivere stabilmente nelle valli, ma preferivano i Sette Colli, o come facevano i genovesi del XVII secolo, che a Marassi non costruivano nemmeno una capanna. Non che questa antica sapienza abbia sempre evitato disastri, ma, almeno, era una forma di pianificazione intuitiva decente.
A questo fattore di fondo va aggiunto ciò che gli italiani hanno combinato, lasciandosi andare a un furore costruttivo per la verità molto antico (ai Campi Flegrei ci andavano in villeggiatura gli imperatori romani), ma che oggi non può più annoverare l’ignoranza fra le motivazioni. In Italia si consumano oggi 2 mq/secondo di territorio, ma in passato il consumo è stato anche più elevato: talvolta la sola Sicilia ha divorato in un anno la stessa quantità di suolo dell’intera Gran Bretagna. Molte di queste costruzioni recenti sono abusive, addirittura più del 50% nella regione Campania. Quasi nessuna viene abbattuta, nemmeno nelle regioni dove il rischio lo creano proprio quelle stesse costruzioni. Un popolo di muratori incurante di dove appoggiassero le fondamenta, ammesso che fossero sempre contemplate. E un popolo di bonificatori che ha annullato stagni e paludi e tombato fiumi e torrenti come se non ci fosse un domani.
Il 95% dei comuni italiani è esposto al rischio di frana e alluvione: basterebbe questo dato per comprendere come mai registriamo il record europeo di frane. E raccomandare a otto milioni di connazionali di guardare con una certa attenzione le previsioni del tempo e l’andamento del clima. Il rischio è il prodotto della pericolosità per la vulnerabilità e per l’esposizione, dunque insieme agli eventi violenti e al surriscaldamento climatico, bisogna aggiungere l’aver costruito nei
luoghi meno adatti, spesso abusivamente e sempre senza pianificazione. Oggi le tempeste sono diventate più violente e concentrate, registriamo mareggiate eccezionali e, alla fine delle perturbazioni, il territorio frana spettacolarmente a valle in tutto l’Appennino, in particolare quello meridionale, in Emilia, Trentino, Veneto, Marche, Lucania, Calabria e Sicilia. Una menzione particolare per la Sardegna, che sarebbe un territorio meno soggetto, ma dove siamo riusciti nel miracolo di costruire interi quartieri dentro gli alvei (Olbia) ritenuti, chissà perché, secchi per sempre.
C’entra la crisi climatica? Certo che sì: più calore significa più energia termica e più vapore acqueo, come a dire più combustibile e più materiale da bruciare. Ciò si traduce in una maggiore profondità degli effetti degli eventi e piogge di 400-500 mm in poche ore che insistono su un territorio reso impermeabile da asfalto e cemento. E in cui non si è affatto tenuto conto che i letti dei fiumi sono più ampi dell’acqua che portano e che vanno lasciati liberi il più che si può. Le stesse piogge che vanno ad alimentare le frane successive in un circolo micidiale che non trova alcun argine in quegli elementi naturali come paludi e foreste ormai quasi totalmente cancellate dalla penisola.
Per questo rischio le opere servono a poco: gli argini nelle città, qualche opera di difesa in ingegneria naturalistica, le casse di espansione strettamente dove serve. Ma il comportamento da adottare sarebbe di fare un passo indietro: spostarsi dalle zone troppo pericolose, arretrare dai litorali e dalle pendici montuose a rischio, evitare assolutamente di costruire nuovi edifici. Non possiamo cingere colline e montagne con mura di cemento armato, né innalzare muraglioni davanti alle spiagge o canalizzare ogni fiume. Parliamo di coste, fiumi e colline, elementi dinamici di un territorio attivo che non è pensabile ingessare per sempre. Meglio sarebbe essere elastici e resilienti: più lasci libero un fiume meno danni fa, altro che tagliare la vegetazione riparia e dragare gli alvei. Ma è pieno di amministratori ignoranti che vogliono illudere la popolazione che si sta facendo qualcosa, anche se è inutile o perfino dannoso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Mario Tozzi
(da lastampa.it)
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
BRUCE SPRINGTEEN, IL CORAGGIO DI DIFENDERE L’AMERICA CIVILE
Bruce Springsteen è un signore di una certa età (76 anni). Ha alle spalle una lunga
storia americana, una composizione di storie di strada, di società, di libertà e d’amore, le sue canzoni di questo si nutrono. Possiamo dire che pochi sono più americani di lui. Vederlo a Minneapolis, alla sua età, battersi sul confine estremo della democrazia americana, a un passo dal dispotismo e comunque già nel pieno dell’arbitrio di una sola persona, dev’essere qualcosa che impressiona anche lui. Non se l’aspettava: e chi poteva aspettarselo?
Siamo abituati, da quando siamo ragazzi, a considerare l’America come un luogo di conflitti anche durissimi. Conflitti sociali, conflitti razziali, conflitti economici, e uno scenario politico fatto anche di violenza. Ma tutto questo dentro un contenitore solido, che eravamo abituati a chiamare democrazia. Perfino l’omicidio politico, dentro questo contenitore, faceva orrore, ma non faceva temere per l’integrità del contenitore. La democrazia americana non era in discussione. Era un palcoscenico capace di mettere in scena drammi di ogni sorta: nessuno dei quali, però, metteva in discussione il palcoscenico stesso. Le famose “due Americhe”, quella dei diritti civili e della rivolta contro la guerra in Vietnam, e quella della Bomba e del perbenismo bianco e conservatore, ci sono sempre sembrate due facce della stessa medaglia.
Ora molto, e forse tutto è cambiato. Springsteen non è a Minneapolis per difendere questa o quella visione della società, questa o quella classe sociale, questa o quella America. Si è rimesso in strada per difendere l’ America come concetto. L’ America prima di Trump.
(da Repubblica)
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DI UN GIUDICE FEDERALE HA POSTO FINE ALLA DEPORTAZIONE DEL PICCOLO IN UN CARCERE DEL TEXAS
Sono stati rilasciati il piccolo Liam Conejos Ramos, 5 anni, e suo padre: erano incarcerati da giorni nel centro di detenzione di migranti in Texas, dopo essere stati fermati a Minneapolis. L’ordine di rimetterli in libertà è stato emanato da un giudice federale. La foto di Liam caricato su un’auto dell’Ice in Minnesota e deportato in Texas, è divenuta virale alimentando l’indignazione contro gli agenti per l’immigrazione.
Liam e suo padre, ecuadoriani, erano stati arrestati oltre una settimana fa e trasferiti a duemila chilometri di distanza nel centro progettato per trattenere le famiglie. Il bambino, nel frattempo, si era ammalato.
L’ordine stabiliva che Liam, in età prescolare, e suo padre fossero rilasciati “il prima possibile” e comunque non oltre martedì, mentre il loro caso di immigrazione prosegue nel sistema giudiziario. In un pronunciamento durissimo, che a tratti è sembrata più una lezione di educazione civica, il giudice Fred Biery, nominato da Bill Clinton nel ’94, pur senza citare il presidente Donald Trump, ha rimproverato “l’ignoranza del governo riguardo a un documento storico americano chiamato Dichiarazione d’Indipendenza” e ha citato le rimostranze di Thomas Jefferson contro “un aspirante re autoritario”, affermando che oggi le persone “stanno sentendo echi di quella storia”.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA FRASE CHOC IN CONSIGLIO COMUNALE DELL’EX CANDIDATO SINDACO DEL CENTRODESTRA IN UN COMUNE DELL’EMILIA-ROMAGNA… MA NON ERANO QUELLI CHE CRITICAVANO GLI AYATOLLAH?
“Il diritto di voto alle donne è stato un attacco all’unità familiare”. L’autore della
frase choc è Costantino Righi Riva, consigliere comunale della lista civica per Cambiare Formigine ed ex candidato sindaco del centrodestra nella cittadina del Modenese
Le parole pronunciate nel corso di un consiglio comunale hanno fatto nascere una polemica in regione con dibattiti da più parti. In particolare, il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, in un post su Facebook, ha definito quelle del consigliere modenese, “parole gravi”. Righi Riva aveva espresso le sue considerazioni durante un’assemblea andata in scena il 29 gennaio scorso: al centro del dibattito una mozione sugli 80 anni dell’Assemblea Costituente, del Referendum istituzionale e del primo voto alle donne.
“A Formigine, in provincia di Modena – scrive De Pascale – l’ex candidato a sindaco di centrodestra, durante un consiglio comunale, ha detto che il diritto di voto alle donne sarebbe stato un ‘attacco all’unità familiare’. Queste sono parole gravi e – argomenta – incompatibili con i valori dell’Emilia-Romagna. Il voto alle donne – prosegue De Pascale – non ha distrutto legami: ha costruito cittadinanza. Non ha spezzato l’unità familiare: ha spezzato l’idea che qualcuno dovesse restare in silenzio”.
A giudizio del governatore emiliano-romagnolo, ancora, “quel diritto non è un errore della storia, né una concessione ideologica. È una conquista civile che ha reso il nostro Paese veramente democratico. Domani, 1 febbraio, ricorre l’81/o anniversario di quella conquista. Molto è stato fatto, ma molto resta da fare: nel lavoro, nelle retribuzioni, nella condivisione dei carichi di cura, nella lotta alla violenza di genere”, conclude De Pascale.
(da agenzie)
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