Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL SUO RUOLO DA GAZA, MADURO A KHAMENEI
Si chiama Peter Thiel e il suo nome è poco noto al grande pubblico. È un imprenditore
miliardario e influente convinto che la libertà sia incompatibile con la democrazia, anche perché l’allargamento del diritto di voto, in particolare quello alle donne, favorendo la tendenza verso lo sviluppo di un welfare state, ha reso impossibile una «democrazia capitalista» pienamente libertaria. Sostiene che la concorrenza è devastante per il progresso tecnologico e tiene conferenze a porte chiuse paventando l’arrivo dell’Anticristo. Secondo i tanti scettici non va preso troppo sul serio poiché le azioni e i giudizi di qualunque imprenditore hanno sempre il fine ultimo del profitto. Ma applicare questi criteri a uno come Thiel sarebbe un errore. La sua diversità emerge dalla storia personale e dal ruolo della sua principale impresa, Palantir, gigante segreto della raccolta e dell’analisi di quantità sterminate di dati presi ovunque ed elaborati a fini di sorveglianza, ed è il fornitore delle più sofisticate e penetranti tecnologie digitali a forze militari e servizi segreti Usa e di molti altri Paesi, fra cui Israele. Sapere chi è Thiel non è solo una curiosità. È una necessità.
Sostiene che la concorrenza è devastante per il progresso tecnologico e tiene conferenze a porte chiuse paventando l’arrivo dell’Anticristo.
Chi è Thiel
Nato in Germania, ma cresciuto negli Stati Uniti, approda alla Stanford University, la più prestigiosa accademia tecnologica d’America, dove però non studia ingegneria, computer science o business. Fan di Tolkien e del suo «Il Signore degli Anelli», diventa un seguace della filosofia iperliberista di Ayn Rand, che celebra l’egoismo come grande forza di progresso. Si laurea in filosofia e poi consegue una seconda laurea con un dottorato in giurisprudenza. Negli anni del college fonda The Stanford Review, giornale universitario col quale vuole sfidare il pensiero dominante, creando al tempo stesso un gruppo di persone disposte a seguirlo su questa strada impervia: David Sacks e Alex Karp gli sono ancora vicini in ruoli di governo e nelle sue aziende. Già allora si oppone al politicamente corretto californiano, al femminismo, al multiculturalismo. In pratica agita con 35 anni di anticipo (siamo alla fine degli anni Ottanta) quelli che diventeranno i temi della campagna trumpiana anti woke. Idee che già allora lo mettono in luce nel mondo intellettuale della destra americana, dalla quale la rivista riceve i primi finanziamenti.
Agita con 35 anni di anticipo (siamo alla fine degli anni Ottanta) quelli che diventeranno i temi della campagna trumpiana anti woke.
Corti federali, finanza, politica
La carriera di Thiel inizia come assistente di un giudice federale di Atlanta. Prova senza successo a lavorare alla Corte Suprema, poi entra in un prestigioso studio legale di New York. Dopo qualche anno (1993) abbandona la macchina della giustizia: gli pare lenta e allergica al cambiamento. Sceglie la finanza che gli pare molto più dinamica, oltre ad offrire possibilità di rapido arricchimento. Ma anche il nuovo datore di lavoro, Credit Suisse, lo delude. Allora prova la strada della politica: a Washington diventa l’assistente e il ghostwriter di William Bennett, un influente parlamentare conservatore, ex ministro del governo Reagan. Dal mondo dei tribunali, della finanza e della politica impara molto, affina il suo metodo e, alla fine, torna in California.
Nella Silicon Valley crea una sua società finanziaria con un milione di dollari raccolti attraverso la rete di contatti che si è creato. La prima operazione – Confinity – è una infrastruttura elettronica per gestire pagamenti in una valuta alternativa al dollar
Poi scopre che proprio di fronte al suo ufficio c’è la sede di un’altra start up che fa cose simili, guidata dal giovane Elon Musk. Inevitabile lo scontro, ma poi chi ha investito nelle due imprese li obbliga a collaborare. I due creano un’azienda comune: PayPal. Ma pur stimandosi continuano a farsi la guerra e, alla fine, vendono PayPal a eBay per un miliardo e mezzo.
Da PayPal a Palantir
Quel team iniziale di geni informatici diventerà un gruppo di potere (soprannominato PayPal Mafia) molto influente nella Silicon Valley, con la sua filosofia di una corsa a perdifiato per far progredire la tecnologia senza limiti né cautele. Thiel però disprezza Google, Apple e le altre aziende della Silicon Valley che producono servizi per i consumatori: guadagnano miliardi, ma indeboliscono la nazione trasferendo produzioni all’estero e cedendo tecnologia alla Cina. Con il suo family office, Thiel Capital, crea un fondo d’investimenti, Founders Fund, con il quale finanzia progetti che considera di sostanza: dalla biologia allo spazio. E poi nel 2003 amplia la tecnologia di PayPal, usata per individuare chi cerca di truffare il sistema di pagamenti elettronici, creando una sofisticatissima piattaforma di raccolta e analisi dei dati estesa a tutti i campi. Nasce così Palantir, fondata insieme ad un fedele e ristretto gruppo di amici: Alex Karp, Nathan Gettings, Joe Lonsdale e Stephen Cohen. L’azienda attrae l’attenzione della Cia, sempre alla ricerca di tecnologie di osservazione e spionaggio più avanzate, e tramite la start up In-Q-Tel diventa socio di minoranza di Palantir che, in questo modo, acquista credibilità davanti ai governi. E si vede aprire gli archivi del governo americano.
La Cia come socio
Con il compagno di università Alex Karp, tuttora gestore e amministratore delegato di Palantir, Thiel ha una intesa perfetta: anche lui è un imprenditore-ideologo che vive la sua missione come una crociata. La prima missione di Palantir è quella di raccogliere ovunque e processare dati in funzione antiterrorismo. Un’attività che poi si allarga, entra nei dati privati di cittadini e la linea di confine tra la legittima lotta contro i terroristi e le violazioni della privacy sparisce in una nuvola di polvere.
La volontà di Thiel di sfidare il sistema emerge per la prima volta, agli occhi del grande pubblico, nel 2016: già miliardario di grande successo, è l’unico leader della Silicon Valley a schierarsi con l’outsider Trump. Da allora in poi non si vedrà più insieme al tycoon, preferisce lavorare nell’ombra. Nel 2022 investe 15 milioni di milioni di dollari per far diventare senatore dell’Ohio una sua creatura, JD Vance,
che aveva cominciato la carriera proprio nel fondo di Thiel. E infine, insieme a Musk, ha convinto Trump a scegliere Vance come vice: è il suo uomo per il futuro
Riesce anche a destinare alcuni suoi collaboratori e alleati a ruoli chiave nell’amministrazione Trump: Jacob Helberg, sottosegretario per la Crescita economica, Energia e Ambiente; Jim O’Neill, viceministro della Sanità; Michael Kratsios, direttore dell’ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche; David O. Sacks, consigliere speciale per le criptovalute e l’intelligenza artificiale. Per Thiel la soluzione non è cambiare la politica, ma scavalcarla, affidando le decisioni a sistemi tecnici e a pochi decisori-amministratori che agiscono per il proprio interesse. E dalla Casa Bianca ha ottenuto per Palantir un ruolo sempre più centrale nell’amministrazione civile e militare del governo federale.
Il boss della sorveglianza
Palantir, con la sua capacità di incrociare informazioni tratte da un gran numero di fonti (patenti, assistiti con la sanità Medicaid, informazioni commerciali, acquisti online o con carta di credito, dati fiscali, cellule telefoniche e Gps per individuare percorsi, lettura di targhe e molto altro), fornisce avanzati strumenti di analisi e predittivi al Pentagono, alla Cia, Fbi, Nsa, Forze armate Usa e servizi segreti di Paesi alleati, a partire da Israele, con il sistema che individua i bersagli da colpire a Gaza.
Palantir non rivela come funziona e dove viene impiegata la sua tecnologia, ma afferma che è stata essenziale per combattere il terrorismo. Non ci sono conferme, però si ritiene che molte missioni, da quella con la quale gli americani hanno eliminato Osama bin Laden, al colpo inferto dai servizi israeliani alla dirigenza hezbollah in Libano facendo esplodere simultaneamente i cellulari di centinaia di capi, siano state basate su tecnologia Palantir. Nella società americana l’Ice fa un uso a tappeto di Palantir per individuare persone sospettate di essere immigrati clandestini, incrociando dati sui loro comportamenti. Sappiamo che la tecnologia Palantir, insieme a quella del partner Anthropic, è stata utilizzata per catturare Maduro e individuare la guida suprema Khamenei, poi ucciso dagli Israeliani.
Sappiamo che la tecnologia Palantir, insieme a quella del partner Anthropic, è stata utilizzata per catturare Maduro e individuare la guida suprema Khamenei, poi ucciso dagli Israeliani
I clienti
La tecnologia Palantir è utilizzata anche dalle agenzie sanitarie: dalla Food and Drug Administration al Servizio Sanitario pubblico inglese per la gestione dei dati clinici, e ha una partnership con il Policlinico Gemelli per applicazioni di AI. Ha contratti con industrie di 40 Paesi: dal gruppo farmaceutico tedesco Merck, alla francese Sanofi, Boeing, Airbus, Google, Walmart, Nvidia, Ferrari, Unicredit.
E i profitti di Palantir crescono (oggi capitalizza 335 miliardi di dollari), così come il potere di Thiel. Quando un software diventa indispensabile in settori cruciali, smettere di usarlo è complicato. E se uno Stato o le sue istituzioni basano le decisioni su quel software, chi lo fornisce ha un peso reale sulla scelta.
La sua ricchezza personale, benché enorme, lo colloca nelle retrovie dei miliardari trumpiani: ha chiuso il 2025 con un patrimonio di circa 25 miliardi di dollari e Forbes lo mette al 40esimo posto tra i miliardari Usa.
Un piede in tutte le scarpe
La società di venture capital di Peter Thiel, Founders Fund, è l’investitore di riferimento di Anduril Industries: la start up che sviluppa armi autonome, governate dall’intelligenza artificiale. Ma anche azionista di Anthropic, il cui sistema di AI Claude può essere usato per sviluppare armi in grado di uccidere senza controllo umano. Scenario a cui l’amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei ha detto no, rimettendoci i contratti con Pentagono. Founders Fund è presente in Arkham Intelligence, una piattaforma che fonde la tecnologia blockchain con la sorveglianza: la missione è quella di indentificare chi c’è dietro ai portafogli digitali per trasformare le informazioni in prodotti commerciali. «Nella logica di Thiel la privacy è una risorsa, chi la controlla detiene il potere» scrive Luca Ciarrocca in «L’anima nera della Silicon Valley – la vera storia di Peter Thiel», edito da Fuoriscena.
Attraverso un labirinto di veicoli societari investe in progetti come il Seasteading Institute, che promuove comunità autonome fuori dalla sovranità statale, nel mezzo dell’oceano. In Unity Biotechnologies finanza progetti legati alle trasfusioni di sangue da donatori giovanissimi, e terapie geniche per allungare la vita fino a 120 anni. Per Thiel la morte è solo un complicato problema ingegneristico. Del resto il personaggio è anche pieno di ossessioni e contraddizioni.
Il cenacolo segret
Omosessuale, sposato il suo compagno, ma appartenente a un mondo conservatore che non ha mai digerito i matrimoni gay. E quando il sito Gawker scrisse per primo della sua omosessualità, condusse una campagna (segreta) fatta di cause legali che hanno portato alla chiusura di quell’organo d’informazione.
Thiel persegue i suoi disegni rivoluzionari anche al di là dell’attività «emersa». Fin dal 2006 Thiel ha creato, attraverso una sua fondazione, Dialog. È un cenacolo nel quale periodicamente si riuniscono per discutere nella più assoluta riservatezza un centinaio di esponenti influenti di vari mondi: politici, uomini d’affari, tecnologi, giuristi, anche qualche esponente dei media. Più probabilmente è qualcosa di simile a commissioni che si riuniscono con un certo grado di riservatezza come la Bilderberg o la Trilateral. Solo più selezionata e segreta (chi ha rotto questo vincolo è stato estromesso). Presto Dialog potrebbe uscire dall’ombra: ha comprato un terreno a Washington e pare intenzionata a dotarsi per la prima volta di una sede fisica.
Le ossessioni
Ossessionato dalla sicurezza, è diventato cittadino anche della Nuova Zelanda perchè pensa che, in caso di vittoria del Sud del mondo, questa isola remota e autosufficiente sia sul piano energetico che nella produzione di cibo, potrebbe diventare l’ultimo rifugio dei ricchi dell’Occidente. È già In buona compagnia: hanno scelto la residenza in Nuova Zelanda anche Jack Ma (fondatore di Alibaba) e Larry Page, co-fondatore di Google. Difficile coniugare queste visioni «pagane» col suo cristianesimo stralunato fino all’ultima ossessione, quella dell’Anticristo, declinata nei mesi scorsi nelle sue conferenze «segrete». E, infatti, il suo Anticristo può essere una persona, come Greta Thunberg, o un fenomeno che lui paventa: l’irruzione di un’autorità che impone un governo oppressivo mondiale. Ruolo al quale Thiel vede candidati coloro che vogliono introdurre limiti e regole: da chi vuole proteggere il pianeta con la riduzione delle emissioni, a chi chiede controlli e regole sugli sviluppi della tecnologia nel timore che l’intelligenza artificiale sfugga di mano all’uomo.
Milena Gabanelli e Massimo Gaggi
(da corriere.it)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’ECONOMISTA PAUL DE GRAUWE, DOCENTE ALLA LONDON SCHOOL OF ECONOMICS
“Sull’immigrazione è stato il disastro più assoluto, finito con gli omicidi degli scherani dell’Ice e poi gli 80mila posti di lavoro persi in un anno come non succedeva dai tempi della Grande Depressione, per non parlare degli Epstein Files. Non gli resta che ricorrere a qualche colpo di teatro dal crescente effetto-shock”. Chi parla è Paul De Grauwe, economista della London School of Economics: in un’intervista a Repubblica, si dice convinto che “anche in questo settimo attacco armato lanciato da Trump, portato al massimo livello e alla massima visibilità mediatica, c’è alla base la componente del diversivo”. Dunque, usare l’attacco all’Iran come arma di distrazione di massa: per De Grauwe “sono troppi i colpi a vuoto che sta mettendo a segno in patria, specialmente nell’economia, a partire ovviamente dalla vicenda dei dazi appena bocciati dalla Corte Suprema“. E dallo scandalo degli Epstein Files, nell’ambito dei quali è stata anche interrogata la coppia Clinton. “È la prima volta che la guerra coinvolge praticamente tutti 1 Paesi dell’area del Golfo, accomunati dal tragico disagio di dover far passare le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, proprio il braccio di mare che gli iraniani hanno chiuso con imprevedibili conseguenze”, prosegue l’accademico che sposa la teoria
del diversivo, per una guerra sulla quale in Congresso Usa – peraltro – non si è ancora espresso e, probabilmente, non lo farà prima di mercoledì.
L’idea che l’attacco al regime degli Ayatollah sia un altro tentativo del capo della Casa Bianca per distogliere l’attenzione dalla crisi interna, trova spazio tra commentatori e media critici del tycoon e anche su X, dove l’hashtag #epsteindistraction viene rilanciato da settimane, ben prima dell’attacco all’Iran del 28 febbraio. Sui social, in generale, è diventato virale il termine “Operation Epstein Fury”, utilizzato in contrapposizione al nome ufficiale dell’operazione militare (“Operation Epic Fury”). Molti utenti sostengono che Trump stia cercando di aumentare il proprio consenso interno per proteggersi proprio dalle implicazioni dei file, dai quali peraltro è risultato siano scomparse oltre 50 pagine in cui una donna, minorenne all’epoca dei fatti, aveva descritto abusi subiti proprio dal presidente in carica.
Tra gli articoli sui media internazionali che sostengono la “teoria del diversivo”, spicca un commento su Al Jazeera del 26 febbraio firmato da Yoav Litvin– vicepresidente presso il Whatcom Peace and Justice Center, organizzazione non-profit con sede a Bellingham, nello stato di Washington, dedicata alla promozione della pace e della giustizia sociale attraverso l’azione non violenta e l’educazione. “La guerra agisce come una forza stabilizzatrice quando le contraddizioni interne non possono essere risolte attraverso la mobilitazione collettiva. Con le sue uniformi e le sue marce – si legge nel pezzo -, la guerra canalizza il malcontento unendo una popolazione frammentata e indignata contro un nemico esterno, trasformando la giusta rabbia per la violenza, l’oppressione e l’avidità di una classe dominante in unità, eroismo e significato artificiali attraverso la violenza contro “l’altro”. Queste dinamiche – prosegue l’articolo di opinione -, delineate da Benjamin decenni fa, risultano familiari nel momento presente, anche nello spettacolo che circonda lo scandalo Epstein. In questo contesto, il conflitto esterno non funziona solo come politica ma anche come consolidamento emotivo, reindirizzando la disillusione interna verso uno scopo nazionale collettivo”.
E anche un commento del 28 febbraio sul Guardian a firma di Christopher S Chivvis – esperto statunitense di politica estera e sicurezza nazionale e direttore di American Statecraft Program presso il think tank apartitico statunitense dedicato alla politica estera e alla cooperazione internazionale Carnegie Endowment for
International Peace – sottolinea che “la sua escalation (di Trump, ndr) contro l’Iran arriva mentre si trova ad affrontare crescenti pressioni interne per aver attaccato i diritti civili dei cittadini statunitensi a Minneapolis, in un contesto di rinnovata attenzione sui dossier Epstein e a pochi giorni dalla bocciatura da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti della giustificazione legale della sua politica tariffaria globale. In quest’ottica, gli attacchi funzionano come una classica “guerra diversiva” – un tentativo di dirottare la narrazione globale e soffocare lo scandalo interno con il fragore dei missili da crociera”.
(da Il fatto Quotidiano)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“LA MAFIA HA BISOGNO CHE AGLI OCCHI DEL POPOLO LA MAGISTRATURA RISULTI DELEGITTIMATA”
“Io sono perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri per un motivo fondamentale:
assieme alle persone perbene che voteranno sì” al referendum, “voteranno sì i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”.
Lo ha detto il magistrato Nino Di Matteo durante la presentazione del libro di Marco Travaglio “Perché No. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole”.
E ciò accadrà, prosegue Di Matteo, “per un motivo fondamentale: gli autori della riforma – in questo momento la campagna referendaria per il sì – partono dal quotidiano esercizio di una denigrazione della magistratura. Quando ci bombardano di giudizi negativi sulla magistratura – dal caso Garlasco a quello Tortora – parlano male della magistratura, la delegittimano agli occhi del popolo. Parlano alla pancia di coloro i quali hanno interesse per la loro stessa essenza, ad una delegittimazione
della magistratura. E questi sono i massoni, i mafiosi, coloro i quali temono il controllo della magistratura”.
“La mafia ha bisogno che agli occhi del popolo la magistratura risulti delegittimata – prosegue -. Ci saranno le persone perbene che voteranno sì, ci mancherebbe. Ma io credo che proprio sulla base di questo presupposto i mafiosi e i grandi criminali voteranno sì”.
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
GHISLERI: “NUMERI CHE PESANO, IN UNA FASE DELICATA IN CUI IL TEMA DELLA SICUREZZA È CENTRALE PROPRIO NELLA CAMPAGNA ELETTORALE REFERENDARIA, CON PROCURE E PARTITI DI GOVERNO SPESSO SU FRONTI OPPOSTI”
Il tema della sicurezza resta uno dei cardini del dibattito pubblico e politico italiano. I numeri lo dimostrano con chiarezza: il 46,4% dei cittadini intervistati da Only Numbers per la trasmissione Realpolitik si dice favorevole allo scudo penale per le forze dell’ordine.
Emerge una condivisione quasi totale tra gli elettori dei partiti di governo (84,5%), mentre tra le opposizioni solo uno su tre sostiene questa posizione (28,5%).
Eppure, i numeri raccontano anche altro.
Dopo l’episodio di Milano Rogoredo, che ha portato all’arresto dell’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino, accusato dell’omicidio di Abderrahim Mansouri, il dibattito pubblico si è infiammato. Sui social si è creato un brusio costante, una polarizzazione immediata, un processo parallelo fatto di commenti, giudizi sommari e prese di posizione ideologiche
Il 57,9% degli italiani ha mantenuto ferma – nel bene e nel male – la propria fiducia nelle forze dell’ordine e non solo tra gli elettori di centrodestra (72%), ma anche tra le fila del Partito Democratico (59,2%). Un dato che testimonia una resilienza istituzionale non scontata.
Allo stesso tempo, però, il 26,2% – poco più di un cittadino su quattro – dichiara un calo della fiducia proprio nei confronti delle forze dell’ordine. È una frattura che
non può essere ignorata e che trova il suo massimo riscontro tra le forze di Alleanza Verdi e Sinistra (59,3%).
Ciò che colpisce maggiormente in questa vicenda è la rapidità con cui la narrazione pubblica può trasformarsi: nel giro di pochi giorni si passa da «guardia» a «ladro», da giovane poliziotto descritto come pronto a rischiare la vita, a figura accusata di comportamenti gravissimi. Una metamorfosi repentina che mette in luce la fragilità dell’opinione pubblica e la potenza amplificatrice dei social network.
Va ricordato, tuttavia, che quanto emerso è frutto di indagini e approfondimenti condotti dalla magistratura. Proprio questo è un elemento centrale: lo Stato che controlla se stesso. Le procure che indagano sulle forze dell’ordine non rappresentano una delegittimazione dell’istituzione, bensì una garanzia di legalità. È il principio cardine dello Stato di diritto.
Tuttavia, la domanda resta: si può davvero cambiare idea sull’intero paniere per una mela marcia? O il sospetto diffuso è che non si tratti di un caso isolato, bensì di un sistema percepito da alcuni come opaco o, peggio, corrotto? La risposta non può essere semplicistica
Le istituzioni democratiche si fondano su un equilibrio delicato: fiducia e controllo. La fiducia è necessaria perché senza di essa nessuna forza dell’ordine potrebbe operare con autorevolezza. Il controllo è indispensabile perché senza di esso l’autorità rischia di trasformarsi in arbitrio.
C’è poi un altro dato che merita attenzione: solo un cittadino su quattro giudica efficaci le politiche di sicurezza del governo, mentre il 59,2% le considera inefficaci. Numeri che pesano, soprattutto in una fase delicata in cui il tema della sicurezza è centrale proprio nella campagna elettorale referendaria, con procure e partiti di governo spesso su fronti opposti.
La sicurezza comunque non è solo una questione statistica o normativa, è, prima di tutto, una percezione individuale. Ci si sente in pericolo quando si è soli, quando si ha la sensazione di non avere protezione immediata.
Il rischio, oggi, è duplice: da un lato il pericolo è quello di trasformare ogni episodio in un’arma politica, alimentando una guerra permanente tra istituzioni; dall’altro, cedendo alla tentazione opposta si rischia di difendere acriticamente ogni comportamento in nome dell’ordine e della sicurezza a prescindere dal controllo e dalla verifica dei fatti.
La vera sfida sta nel tenere insieme due principi: sostegno pieno e convinto alla stragrande maggioranza degli operatori che svolgono con onore il proprio lavoro e intransigenza verso chi tradisce quella divisa.
Non è un equilibrio facile perché la fiducia non è un atto di fede cieca, ma è una convenzione, un patto tra cittadini e istituzioni. Ogni volta che quel patto viene messo alla prova, la risposta non può essere la delegittimazione generalizzata, ma neppure il silenzio o la minimizzazione.
La sicurezza resterà un tema centrale nel confronto politico dei prossimi mesi. Tuttavia, prima ancora che nelle leggi o negli slogan, si gioca nella credibilità delle istituzioni e nella capacità di garantire trasparenza, perché la differenza tra «guardia» e «ladro» non è solo una questione giudiziaria: è una linea sottile che si regge sulla fiducia collettiva e quella fiducia, una volta incrinata, richiede tempo, coerenza e responsabilità per essere ricostruita.
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ LO STRETTO E’ COSI STRATEGICO
Lo Stretto di Hormuz è chiuso e «almeno 150 petroliere, comprese navi che trasportano
greggio e gas naturale liquefatto, hanno gettato l’áncora nelle acque aperte del Golfo». Così come dall’altra parte dello stretto sono ferme decine di navi. È quanto riporta AlJazeera. «Le petroliere erano raggruppate in acque aperte al largo delle coste dei principali produttori di petrolio e Gnl del Golfo, tra cui Iraq e Arabia Saudita e Qatar», aggiunge il quotidiano qatariota.
La conferma è arrivata dal centro di coordinamento della Marina britannica, secondo cui le navi mercantili nel Golfo Persico hanno ricevuto segnalazioni da parte dell’Iran in merito alla chiusura. I siti di monitoraggio del traffico navale mostrano infatti una concentrazione di petroliere e metaniere all’ingresso del passaggio.
Secondo il Teheran Times, poi, questa mattina la petroliera Skylight sarebbe stata colpita da un missile iraniano proprio alle porte dello stretto, al largo dell’Oman, ed è in fiamme. Già ieri i pasdaran – in base a quanto riportavano i media locali – ne avevano annunciato via radio la chiusura perché il punto strategico tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman non è più considerato sicuro, dopo gli attacchi di Usa e Israele nell’ambito dell’operazione chiamata “Epic Fury”: «A nessuna nave è
consentito attraversare lo Stretto di Hormuz», è il messaggio radio inviato alle navi dalle Guardie rivoluzionarie.
Cma Cgm e Hapag-Lloyd, due dei più grandi armatori mondiali, sabato hanno ordinato alle loro navi di sospendere la navigazione nel Golfo. «Mettersi al riparo», questo l’avvertimento del gruppo francese, terzo armatore mondiale, che ha «sospeso, fino a nuovo ordine», anche il transito nel canale di Suez.
Il blocco del passaggio obbligato della rotta più importante al mondo per l’esportazione petrolifera era già stato minacciato durante la “guerra dei 12 giorni”.
Punto strategico
La chiusura dello Stretto è stata definita dagli analisti «uno scenario da incubo per i mercati globali». Da quel punto, infatti, passa circa il 20 per cento della produzione globale di petrolio, circa 20 milioni di barili di greggio al giorno, che proviene dai produttori di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait e Iran. Così come da quello stretto passano grandi volumi di Gnl prodotto in Qatar. Un punto nevralgico di collegamento al mondo dei maggiori produttori di petrolio del Golfo.
Le previsioni per i mercati sono negative e i prezzi del petrolio rischiano di impennare. Il fronte Opec+ – organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e dei paesi alleati, i Voluntary Eight (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman) – ha concordato un aumento della produzione di petrolio di 206mila barili al giorno a partire da aprile. Secondo alcune fonti di Reuters, nelle ultime settimane Riad ha aumentato la produzione e le esportazioni di petrolio proprio in preparazione degli attacchi contro l’Iran.
Un blocco prolungato, secondo gli analisti, potrebbe provocare un forte aumento dei prezzi dei carburanti e dell’energia a livello globale. Questo nel breve periodo, una guerra prolungata invece potrebbe compromettere seriamente le forniture globali di petrolio e far lievitare i prezzi.
Secondo la Us Energy Information Administration, infatti, solo l’Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di reti di oleodotti per il trasporto di un massimo di 2,6 milioni di barili al giorno, in modo di evitare lo Stretto.
Se nel breve termine i barili potrebbero salire intorno agli 80 dollari (ieri erano 73 dollari), ha scritto William Jackson, capo economista per i mercati emergenti di Capital Economics, in caso di un conflitto e una chiusura del passaggio prolungati i prezzi potrebbero schizzare «intorno ai cento dollari a barile».
Una chiusura duratura non sarebbe conveniente nemmeno per l’economia iraniana.
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL COLOSSO DANESE MAERSK SOSPENDE IL TRANSITO DA QUELL’AREA … LO STOP SAREBBE UN INCUBO PER TUTTI: DA LÌ PASSA IL 20% DELLA PRODUZIONE GLOBALE DI PETROLIO, CIRCA 20 MILIONI DI BARILI DI GREGGIO AL GIORNO, E ENORMI VOLUMI DI GAS LIQUIDO DEL QATAR. IL PREZZO DEL PETROLIO POTREBBE SCHIZZARE IN ALTO
Il colosso danese della logistica Maersk ha annunciato la decisione di sospendere il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz per ragioni di sicurezza, visto il peggioramento della situazione di sicurezza in Medio Oriente. “Sospendiamo il passaggio di tutte le navi attraverso lo Stretto di Hormuz fino a nuovo ordine. Di conseguenza, tuti i servizi che collegano i porti del Golfo persico potranno subire ritardi, cambi d’itinerario o aggiustamenti d’orario”, dichiara il gruppo in un comunicato.
Venti milioni di barili di petrolio hanno attraversato ieri lo Stretto di Hormuz.
Oggi il numero potrebbe essere zero. Non perché l’Iran abbia minato le acque. Non perché una petroliera sia stata colpita. Ma perché i Lloyd’s di Londra hanno sollevato la cornetta.
Gli assicuratori specializzati nel rischio guerra hanno iniziato a cancellare le polizze per i transiti nello stretto poche ore dopo il lancio dell’Operazione Epic Fury.
Il Financial Times ha confermato un aumento dei premi del 50 per cento. Il rischio guerra di base si attesta allo 0,25 per cento del valore dello scafo. Per una petroliera da cento milioni di dollari significa 250.000 dollari a viaggio. Ai livelli massimi di
escalation, un milione per transito. Le navi legate a interessi americani o israeliani stanno diventando del tutto non assicurabili. Nessun prezzo. Nessuna polizza. Nessun passaggio
La KHK Empress era carica di greggio omanita diretta a Bassora quando ha effettuato un’inversione a U a metà dello stretto e ha reindirizzato la rotta verso l’India. L’Eagle Veracruz si è fermata all’imbocco occidentale con due milioni di barili di greggio saudita destinati alla Cina.
La Front Shanghai si è arrestata al largo di Sharjah con greggio iracheno diretto a Rotterdam. Nippon Yusen ha ordinato all’intera flotta di evitare Hormuz. La Grecia ha detto alla propria armata mercantile di rivalutare il passaggio. Hapag-Lloyd ha sospeso tutti i transiti.
Nessuna di queste navi è stata colpita. Ognuna di esse ha ricevuto la stessa telefonata.
Più di cinquanta milioni di anni fa la placca araba entrò in collisione con la placca eurasiatica comprimendo il Golfo Persico in un bacino che defluisce attraverso un unico collo di bottiglia geologico largo ventuno miglia. Il ventuno per cento del petrolio globale.
Il venti per cento di tutto il GNL trasportato via mare. Un quinto dell’approvvigionamento energetico della civiltà industriale costretto a passare attraverso un incidente tettonico più stretto della Manica, confinante da un lato con il Paese il cui leader supremo è stato ucciso ieri mattina.
La USS Abraham Lincoln dispone di un numero sufficiente di Tomahawk per affondare ogni motosilurante dei Pasdaran in 48 ore. L’Operazione Praying Mantis nel 1988 paralizzò le forze navali operative iraniane in otto ore. La Quinta Flotta ha provato questo scenario per decenni.
Nulla di tutto questo conta. Le portaerei non possono costringere un assicuratore a riscrivere una polizza. I Tomahawk non possono abbassare un premio.
La marina più potente della storia umana non può indurre un sindacato dei Lloyd’s a decidere che una superpetroliera VLCC in transito nelle acque costiere iraniane rappresenti un rischio accettabile in un sabato pomeriggio mentre missili cadono su Dubai.
Goldman Sachs stima che il Brent possa toccare i 110 dollari al barile. JP Morgan prevede 120–130 dollari. A quei livelli ogni compagnia aerea brucia liquidità. Ogni
banca centrale vede riaccendersi in una notte tre anni di lotta contro l’inflazione. Gli oleodotti alternativi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti gestiscono circa tre milioni di barili. Hormuz ne gestisce venti milioni. I conti non tornano.
L’Iran ha capito qualcosa che il Pentagono ancora non ha compreso.
Non serve chiudere uno stretto. Basta renderlo non assicurabile.
Shanaka Anslem Perer,
autore del libro “The Ascent begins”, analista “indipendente”
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
COME TRUMP VUOLE STRANGOLARE L’ECONOMIA DEL PAESE
Dal rapimento del presidente venezuelano Maduro da parte degli Stati Uniti, la situazione
sta diventando sempre più drammatica per l’isola di Cuba. Trump, e soprattutto il Segretario di Stato Marco Rubio, hanno deciso che L’Avana deve cadere e per farlo sono disposti a utilizzare qualsiasi mezzo. Oltre ad aver eliminato i rifornimenti di petrolio venezuelani, fondamentali per la sicurezza energetica cubana, gli USA hanno stretto al massimo le maglie dell’embargo fino a non far entrare e uscire praticamente più nessuna merce dall’isola. Oltretutto, si aggiungono pressioni internazionali molto forti, come minacce di sanzioni a chiunque provi a commerciare con Cuba, fino all’ordine dato alle nazioni alleate, come l’Italia, di rimpatriare tutti i medici cubani, non importa, se come nel caso della Calabria, questo comporterà la chiusura di diversi poli ospedalieri lasciando senza assistenza sanitaria diverse migliaia di cittadini.
In questa situazione sempre più drammatica ho ritenuto che fosse importante portare i pensieri, l’opinione, la testimonianza diretta di una persona che vive la realtà cubana attuale tutti i giorni, la sente sulla sua pelle e la può raccontare al meglio.
Così ho chiamato Leonardo Martinez, un amico cubano, avvocato, che vive e lavora a L’Avana e che conobbi qualche anno fa a Budapest, quando entrambi affrontavamo un periodo di studio nella capitale ungherese. Lo ringrazio di cuor
per aver accettato di condividere la sua esperienza e le sue riflessioni ed avermi concesso questa intervista, che ci catapulta direttamente nel cuore dell’embargo americano e dell’indomita capacità di resistere dei cubani.
La situazione a Cuba è in peggioramento dalla pandemia di Covid del 2020, ma è probabilmente dall’attacco degli Stati Uniti al Venezuela che le cose sono precipitate, poiché da Caracas importavate molto petrolio. Ora con gli USA che controllano le esportazioni di petrolio venezuelano, Cuba ne soffre. Com’è la situazione ad oggi? Come si sta vivendo a Cuba? Quali sono i problemi che i cubani sono costretti ad affrontare quotidianamente?
Sì, dal 2020 stiamo vivendo giorni davvero duri per il calo del turismo e il rallentamento delle importazioni, ma in realtà già durante il primo mandato di Donald Trump ci sono state applicate più sanzioni che mai nella storia. Però la reale crisi economica attuale inizia per noi dopo il 3 gennaio con l’intervento USA in Venezuela
Cerchiamo di continuare la nostra vita normalmente, continuando a lavorare e a fare tutto ciò che riusciamo, ma è vero che questo evento ha davvero aumentato la crisi perché Cuba può andare avanti solo se ci sono paesi che si rifiutano di accettare l’embargo americano e che commerciano con noi. Il Venezuela era uno dei più importanti perché era il nostro principale fornitore di petrolio. Non era l’unico, importavamo carburante anche dal Messico e dalla Russia, anche da altri paesi, ma principalmente da questi tre. Da gennaio, persino il Messico ha interrotto la sua regolare fornitura perché Washington ha annunciato dazi extra per quei paesi che ci forniscono petrolio. Quindi, la carenza di elettricità è diventata decisamente più grave. Viviamo giorno dopo giorno con anche più di sei ore di blackout. Dipende dalla regione, forse L’Avana è più protetta perché è la Capitale ed è la città più popolosa, ma anche a L’Avana in questi giorni si hanno 6, 7 o 8 ore di blackout in momenti critici della giornata, magari dalle 16:00 fino alle 20:00 o 21:00, cioè quando le persone tornano dal lavoro e si mettono a cucinare e cercano di vivere la propria vita in casa. A Cuba l’elettricità si usa principalmente per cucinare, quindi le persone si sono dovute adeguare e arrangiare e stanno tornando ad utilizzare il carbone. Certo, cucinare con il carbone per noi rappresenta un drastico calo del tenore di vita e le persone sono molto a disagio per questo
Inoltre, la scarsità di cibo, di beni primari e la crisi in generale stanno influenzando la pulizia delle città e ci sono cumuli di spazzatura ovunque. I prezzi per comprare il cibo sono diventati altissimi. Il settore privato fornisce cibo, ma ovviamente molti di coloro che non lavorano per il privato – ovvero chi lavora nel pubblico come professori, medici e molti altri – non possono permettersi i prezzi del mercato libero. Lavorando in un’azienda pubblica, non possiamo permetterci i prezzi del cibo in nessun mercato. Ciò comporta il fatto che le persone stiano riducendo la quantità di cibo che possono acquistare. Questa è la vita quotidiana, che ci provoca molta incertezza. L’attacco degli USA in Venezuela ha cambiato le carte in tavola.
Dopo aver visto ciò che è successo in Venezuela a Cuba si teme un attacco militare da parte degli Stati Uniti o pensate che stringeranno sempre di più l’embargo per ridurvi alla fame totale?
Io non pensavo che gli Stati Uniti potessero attaccare militarmente, non la vedevo come una minaccia reale e pensavo ci sarebbe stata solo pressione economica. Ma dopo quello che hanno fatto in Venezuela, la sensazione che possano fare qualsiasi cosa sta entrando lentamente nella mente delle persone. Non c’è un vero e proprio panico di massa, ma quando cammini per strada si sente la gente che parla di minaccia militare, di cosa è successo in Venezuela o di ciò che sta per succedere in Iran (e che poi è successo, siccome la data dell’intervista è precedente all’attacco americano del 28 febbraio, ndr). Il conflitto con il governo USA che potrebbe sfociare in un’azione militare è ora sentito come una minaccia reale, le persone sono spaventate e provano molta incertezza per il futuro.
Viviamo sotto embargo da 60 anni. A volte è stato più duro, a volte più morbido, ma sapevamo che con Marco Rubio nella posizione di Segretario di Stato le cose sarebbero potute andare davvero male e che sarebbe aumentata la pressione di Washington su Cuba. A mio avviso questo è l’ultimo tentativo del governo USA di mantenere l’egemonia nel mondo. Stanno perdendo potere di fronte alla Cina o ai BRICS in generale, e Trump sta cercando di evitare o posticipare il declino dell’imperialismo statunitense. Cuba non è un punto economico importante per loro, non credo ci siano risorse fondamentali qui, ma per il significato politico, per il simbolo che Cuba rappresenta, Trump vorrebbe conquistarla come medaglia. Ma sappiamo da anni che viviamo con questo pericolo. Chi crede nella giustizia o nella promessa di giustizia che la rivoluzione cubana rappresenta, sa che questo è il prezzo per la nostra indipendenza e della nostra sovranità. Dobbiamo essere pi
intelligenti ed efficienti per proteggere le persone più vulnerabili a Cuba. Abbiamo bisogno di un sistema che produca più cibo con le nostre risorse e non dipenda dalle importazioni. Proprio ora Cuba sta facendo una transizione molto veloce verso l’energia solare e il governo sta fornendo sistemi di pannelli solari o sistemi di backup per i settori prioritari; i medici stanno ottenendo crediti dal governo per installare pannelli solari nelle loro case e tutta l’economia sta cercando di aumentare l’energia che produciamo. Questo è un buon segno. Servirebbe la stessa strategia, per esempio, nell’agricoltura, che è vitale ora.
A proposito di economia, dalle riforme degli anni 2000-2010 al cambiamento della Costituzione varato nel 2019, la proprietà privata e il ruolo del mercato nell’economia nazionale hanno assunto via, via sempre più importanza. Pensi che le riforme siano state fatte per cercare di allentare il blocco economico degli Stati Uniti? Grazie alle riforme la situazione è migliorata?
È stata una strategia per cercare di diversificare l’economia, non penso sia stata una concessione diretta agli Stati Uniti. Queste riforme sono state più che altro frutto di un consenso nazionale sul fatto che avessimo bisogno di un’economia più diversificata, e non più dell’economia esclusivamente di proprietà statale dove ogni spazio della vita era controllato da un’unica azienda pubblica, spesso in modo non propriamente efficiente. C’era consenso sul fatto che si dovessero mantenere le sfere principali dell’economia – le aree strategiche o la produzione – sotto il controllo dello Stato, ma che si potessero avere altri settori molto dinamici in mani private o condivisi tra aziende private e statali.
Ma in realtà questo non sta per nulla aiutando oggi. Se guardi alla situazione attuale, l’economia non ne sta beneficiando. Credo che, al contrario, abbia creato più differenze economiche tra la popolazione e stia facendo emergere molte contraddizioni.
Mi spiego nel dettaglio: il paese ha bisogno di dollari per importare merci e Cuba è una piccola isola con un’economia aperta, ciò significa che ha molta necessità di importare. L’embargo è così pericoloso e così efficace in questo momento perché sta colpendo tutte le vie che Cuba ha per ottenere dollari. Tutte le esportazioni di Cuba sono colpite dalla strategia statunitense; quindi, Cuba ha perso praticamente tutte le sue esportazioni
Allo stesso tempo, proprio ora, viene attaccata la nostra importazione di carburante, che è forse la fornitura più strategica per far andare avanti il paese e l’economia. Quando perdi tutti i canali di esportazione, ciò che resta sono i soldi che le persone da altri paesi inviano alle loro famiglie. Dato che il paese non ha più esportazioni, ciò che otteniamo in termini di dollari è il denaro inviato dall’estero. Il governo ha tentato di attuare una strategia per ottenere quei soldi attraverso il commercio, istituendo negozi a Cuba dove si può pagare solo in dollari. Per ovviare alla mancanza di denaro è stato fissato un tasso di cambio regolato dallo Stato, ma il settore privato non si sente limitato da quel tasso e cambia nel mercato nero a una tariffa diversa ottenendo molti dollari dalle persone che lo Stato poi non riceve. Con quei dollari ottenuti illegalmente, il settore privato riesce ad acquistare direttamente merci dall’estero e di conseguenza fissa i prezzi di ciò che vende a Cuba in base a quanto paga in dollari le merci sul mercato internazionale, e questo sta facendo lievitare molto i prezzi. Il risultato è che il settore privato offre più beni di base, cibo e persino medicinali. I medicinali non sarebbero del tutto permessi, ma poiché il governo non è in grado di fornirli tutti, c’è una sorta di tolleranza verso il mercato nero dei farmaci che arrivano per lo più dall’estero. In una situazione di sofferenza generalizzata chi si muove nel libero mercato sta ottenendo profitti eccezionali grazie a questa differenza nel cambio del dollaro, ma sulla pelle di tutti gli altri.
Quindi no, il libero mercato non sta aiutando l’economia generale a funzionare bene. Quella che chiamiamo macroeconomia non sta andando affatto bene.
Tornando invece alla situazione internazionale, avete la sensazione che qualche paese possa aiutarvi?
Russia e Cina hanno espresso il loro sostegno al governo cubano, ma abbiamo bisogno di supporto internazionale; nessun paese oggi può sopravvivere da solo. Abbiamo bisogno di partecipare al commercio globale. Ma probabilmente dobbiamo prepararci a una situazione in cui questo commercio sarà ancora più limitato se gli USA saranno in grado di imporre le sanzioni e i dazi che hanno minacciato di applicare. Se vedono che possono continuare senza una grande risposta internazionale, probabilmente si spingeranno sempre oltre. In questo senso abbiamo bisogno di più supporto. Cina e Russia sono alternative, non perché siamo totalmente d’accordo con il loro sistema politico, ma perché abbiamo bisogno di commerciare e avere relazioni indipendenti con ogni paese del mondo, mentre gli USA puntano a isolarci. Non so se questa risposta internazionale arriverà; sono u
po’ scettico al riguardo. Guardiamo ciò che succede in Palestina e sappiamo che quello che hanno fatto a loro è ciò che vorrebbero fare a noi. Difendere la causa palestinese è anche un modo per difendere noi stessi, perché siamo i prossimi della lista. Il genocidio che stanno portando avanti in Palestina è terribile e dobbiamo prepararci a essere i prossimi.
Spero di no. Concordo con la tua analisi sul fatto che il diritto internazionale sia definitivamente morto in Palestina e non ci sia più ipocrisia al riguardo. Sappiamo che anche l’Unione Europea non ha fatto nulla per la Palestina e supporta Israele nonostante il diritto internazionale
A Cuba, ritieni che le persone sperino in un cambiamento interno per salvare le proprie vite?
È una domanda complessa, proverò a rispondere. Ovviamente non esiste un’unica opinione. Quello che posso dire è che il governo cubano ha ancora molto supporto dalle persone. La prova principale è che il paese, nonostante tutti i problemi e la crisi, continua a muoversi grazie al lavoro di milioni di persone che si svegliano ogni mattina. Se Cuba è arrivata al 23 febbraio (data dell’intervista, ndr) è perché molte persone lo stanno rendendo possibile. Ovviamente la gente non vuole e non può vivere come stiamo vivendo ora, è una situazione che deve finire a un certo punto e il tempo per superarla si accorcia sempre di più. La pazienza delle persone, con la mancanza di tutto, sta portando a un aumento di chi chiede un cambiamento o di chi sarebbe pronto ad arrendersi all’imperialismo statunitense. Dobbiamo renderci conto di questa situazione, non possiamo dire che la gente resisterà indefinitamente. Forse io sono più fermo in certe convinzioni sulla necessità di resistere, ma non tutti la pensano così. L’unico modo per uscire da questa situazione è essere in grado di offrire un futuro diverso. Dobbiamo essere più resilienti e indipendenti economicamente, così da non essere vulnerabili a ogni sanzione applicata dagli USA. Il senso di indipendenza e sovranità a Cuba è forte, la Rivoluzione ce lo ha dato e le persone sono pronte a proteggerlo, ma è vero che il blocco economico così estremo sta influenzando il consenso e l’unità. Il punto chiave è non cadere in un cambio di sistema e riuscire a dare a tutti a Cuba la sensazione di poter vivere bene e in pace. Questa, nella mia modesta opinione, è la priorità del governo.
Dobbiamo sempre ricordare che Cuba è un paese pacifico e non è in alcun modo una minaccia per gli Stati Uniti, anche perché il sistema cubano non è militarizzato. Vuoi inviare, infine, un messaggio all’Italia?
Credo che Cuba sia un tentativo di giustizia. Forse non abbiamo la risposta giusta a tutto, ma quello che stiamo facendo è un tentativo. Stiamo cercando il nostro percorso verso la giustizia. Ogni popolo ha il diritto di fare la propria scelta per ciò che crede sia il corretto percorso per il proprio benessere. Difendere la causa di Cuba significa difendere questo diritto per tutti. La solidarietà in questi tempi è più necessaria che mai.
(da lafionda.org)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA PROFESSIONE DEI SOGNI PER I PISCHELLI? UNA PROFESSIONE CHE GLI PERMETTA DI METTERE A FRUTTO LE PROPRIE PASSIONI DI GUADAGNARE UN BUONO STIPENDIO
I giovani avviati al diploma si proiettano al “dopo” con quattro certezze: non vogliono fare il lavoro dei genitori né tantomeno i mestieri tecnico-pratici, mostrano una buona dose di sfiducia e preoccupazione, infine sperano che un passaggio all’università possa permettere loro un futuro migliore.
A scattare questo selfie della Generazione Zeta è la nuova edizione dell’Osservatorio “Dopo il diploma”, promosso dal Centro Nazionale Orientamento di Elis – ente non profit specializzato in attività di orientamento, formazione e innovazione tecnologica – in collaborazione col portale di riferimento per gli studenti Skuola.net, che ha coinvolto un campione di circa 1.500 alunni delle scuole superiori italiane, chiamati a immaginare il proprio futuro.
Circa 2 studenti su 3 (66,8%) si dichiarano “del tutto” (30,5%) o “abbastanza” (36,3%) orientati. Un balzo in avanti di quasi il 50% rispetto al dato rilevato nel 2022. In quell’ultimo anno scolastico che ha preceduto l’introduzione delle Linee Guida, a dichiararsi “del tutto” o “abbastanza” pronto nell’affrontare il futuro era, infatti, il 45% degli studenti intervistati.
Per quanto positivo, il dato sull’orientamento non è tuttavia libero da ombre. I pareri sulla qualità delle attività svolte sono infatti contrastanti. Se un 43,6% degli studenti giudica “molto o abbastanza utili” i percorsi proposti dalla scuola, un altro 56,4% li boccia come “poco o per nulla utili”.
L’85,5% degli studenti intervistati, poi, dichiara di conoscere “molto” e “abbastanza” bene il lavoro dei propri genitori o adulti di riferimento ma solo il 13,6% dichiara in realtà di voler seguire le orme dei genitori. Tutti gli altri, per un motivo o per l’altro, preferiscono rispondere: “No, grazie”. C’è chi dice che non è portato (21,2%), chi trova il lavoro dei genitori socialmente poco prestigioso (10,4%), o poco remunerativo (9,2%) o poco flessibile e poco conciliabile con il tempo libero (insieme fanno il 12%)
Letti in controluce, proprio questi dati potrebbero essere tra le cause della sfiducia che serpeggia in questo selfie della Generazione Z. A scorrere la tabella delle risposte, infatti, emerge una buona fetta di studenti che si dichiarano “completamente” o “tendenzialmente” sfiduciati. Ripartiti in quantità pressoché identica tra i due avverbi, i giovani che guardano con preoccupazione al futuro sono il 43,3% di tutto il campione. Uno su due sogna una professione che gli permetta di mettere a frutto le proprie passioni (56,9%), di guadagnare un buono stipendio (52%) e di trovare un buon bilanciamento tra lavoro e vita privata (50,7%).
La speranza in un futuro migliore passa dall’università. Era il 51% degli intervistati a dichiarare di voler proseguire gli studi nell’indagine “Dopo il diploma”, svolta per il primo anno da Elis e Skuola.net nel 2022. E sono il 67% nella nuova edizione 2026.
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
NON È SOLO COLPA DI ”THE DONALD”: IL PROBLEMA È IL MODELLO ECONOMICO E SOCIALE STATUNITENSE, CHE DISTRIBUISCE LA RICCHEZZA IN MODO FORTEMENTE DISUGUALE E COSTRINGE I CITTADINI A PAGARSI LA SANITÀ, L’ISTRUZIONE SUPERIORE, GLI ASILI NIDO
Non solo con Trump è cessato l’afflusso di migranti stranieri: da anni gli Usa sono anche
un Paese di americani che emigrano. Nel 2025 almeno 150 mila, ma, secondo la Brookings Institution, ad andarsene sono stati molti di più: sfuggono a statistiche lacunose (i censimenti degli americani all’estero oscillano tra i 4 e i 9 milioni). C’è chi parla di «onda Trump»: quelli che «non rimango in un Paese governato da lui».
Grosse colonie di americani sono sorte in molte parti d’Europa, da Lisbona all’Irlanda. Expatsi, una delle agenzie specializzate nel trovare sistemazioni per gli americani all’estero ne ha appena trasferiti 400 in Albania.
Un fenomeno al quale il Wall Street Journal dedica un’ampia inchiesta chiedendosi se questa gente (un tempo solo giramondo e pensionati, oggi anche professionisti, studenti in fuga dalle costosissime università Usa e altro) cerchi altrove un American dream svanito in patria. O se non siano proprio gli alti stipendi Usa, pur sempre il Paese più ricco del mondo, a consentire a qualche frangia di popolazione fughe verso vite esotiche.
Perché sognare l’Europa se lo Stato più povero degli Usa, il Mississippi, ha un reddito pro capite (53 mila dollari l’anno) superiore a quello medio dell’Europa, compresi Paesi come Italia e Spagna, e pari alla Francia? Vere tutte e due le cose: l’America è il Paese più ricco, per le enormi risorse naturali, un vasto mercato unico, la lingua comune, le tecnologie più avanzate.
Ma l’accumulo di tanta ricchezza comporta uno stile di vita che non piace a molti: disagi, dure condizioni di lavoro, diseguaglianze retributive estreme.
Il reddito del Mississippi cresce grazie a Washington che trasferisce qui molti sussidi, uffici federali e basi militari. Ma la gente che riceve più soldi dell’italiano medio, deve poi pagarsi la sanità, l’istruzione superiore, gli asili nido e vive in un mondo senza reti di trasporto pubblico.
Se ci metti anche le giornate lavorative più lunghe, le ferie centellinate (due settimane all’inizio, poi in lenta crescita), e un’aspettativa di vita inferiore di quasi 10 anni alla nostra, ti può anche venire voglia di andare a cercare l’Eldorado Oltreatlantico.
(da “Corriere della Sera”)
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