Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
I NEONAZISTI DI AFD SI FERMANO AL 18%
Nel Baden-Württemberg, uno dei Länder tedeschi più ricchi e industriali, il primo test elettorale di quest’anno ha colpito subito il cancelliere Friedrich Merz. Nelle proiezioni diffuse dopo la chiusura dei seggi, i Verdi di Cem Özdemir sono davanti alla Cdu.
Zweites Deutsches Fernsehen (Zdf), una delle principali emittenti pubbliche tedesche, indica i Verdi al 31,5%, la Cdu di Manuel Hagel segue al 30,5%, guadagnando il 6,4%, mentre l’ultradestra di AfD sale e ottiene il 18% (+8,3%), i socialdemocratici (Spd) raggiungono il 5,5%, i liberali (Fdp) il 4,5% e la sinistra (LInke) il 4,5%.
Merz non si è ancora visto, nonostante i leader federali della maggior parte dei partiti siano già apparsi davanti alle telecamere. Al suo posto, il capo di gabinetto, Thorsten Frei, originario del Baden-Württemberg: «Manuel Hagel era esattamente il candidato giusto ed è il presidente del Land giusto per la Cdu nel Baden-Württemberg», ha detto. Per poi sottolineare che il capolista ha condotto una campagna elettorale impegnata e che quindi «non può essere stato questo il motivo» della mancata vittoria.
«I Verdi – ha aggiunto – hanno chiaramente fatto ricorso a tattiche subdole e hanno cercato di screditare il nostro candidato principale». Il riferimento è a un video fatto circolare da alcuni rappresentanti dei Grünen durante la campagna elettorale in cui Hagel, come lui stesso ha poi ammesso, faceva commenti sulle studentesse minorenni.
Dal canto suo, Hagel si è subito congratulato con l’avversario. «Volevamo diventare la forza politica più forte. A giudicare dalla situazione attuale, non è così. I Verdi e il signor Özdemir hanno ottenuto risultati significativi. Mi congratulo con il partito e con lei personalmente, signor Özdemir», ha detto. Senza ancora pronunciarsi sulla sua eventuale partecipazione a un governo statale sotto la guida del candidato e capolista dei Verdi.
La fine dell’era Winfried Kretschmann – l’unico ministro-presidente dei Verdi che la Germania abbia mai avuto finora – sembrerebbe dunque non aver sancito il ritorno automatico dei conservatori alla guida del Land. Il Baden-Württemberg, d’altronde, era un osservato speciale perché segnava il passaggio da un leader verde al governo dal 2011 a una nuova fase, con Özdemir chiamato a difendere il primato del suo partito e Hagel impegnato a riportare la Cdu al vertice della regione. Kretschmann si è detto contento di poter smettere, aggiungendo che «per quanto riguarda i nostri compiti, ci lasciamo alle spalle un’organizzazione ben gestita» e che Özdemir è un «successore di talento che possiede tanta esperienza, visione e prudenza; è un piacere lasciare l’incarico sotto la sua guida»
Non passa certo inosservata, poi, l’avanzata dell’AfD di Markus Frohnmaier. Nel 2021 il partito si era fermato al 9,7%, le proiezioni di oggi lo collocano attorno al 18%, quasi il doppio.
La Spd, alleata della Cdu nel governo federale, si colloca poco sopra la soglia del 5%, mentre Fdp e Linke, almeno nelle prime proiezioni, sono sotto. Il campo delle maggioranze possibili nel nuovo Landtag, dunque, si restringe, e la continuità di una cooperazione tra Verdi e Cdu, che governano insieme il Land da anni, resta uno scenario plausibile.
Il leader dei liberali, Christian Dürr, ha parlato di una «notte elettorale amara». Ha dichiarato ad Ard, l’altra grande emittente pubblica tedesca, insieme a Zdf, che il partito è stato messo sotto pressione a causa del testa a testa tra Cdu e Verdi. Ma non è la fine del Fdb: «Siamo ripartiti da zero dopo le elezioni federali e sapevo che sarebbe stata una maratona, non uno sprint», ha sottolineato.
Per Merz il fatto che la Cdu non abbia centrato nelle proiezioni il sorpasso in un Land considerato contendibile è un problema. Il malcontento già presente in una parte del campo conservatore – mentre il governo federale continua a misurarsi con riforme percepite come lente e con un’economia che fatica a ritrovare slancio – potrebbe infatti aggravarsi. E siamo solo al primo dei cinque appuntamenti regionali previsti quest’anno, con la Renania-Palatinato chiamata al voto il 22 marzo.
Per i Verdi, al contrario, il vantaggio nelle proiezioni ha un valore che va oltre il semplice piazzamento. Riuscire a difendere il primo posto dopo quindici anni di guida regionale significava impedire che l’uscita di scena di Kretschmann coincidesse con la chiusura di una lunga stagione politica. La partita tedesca è molto più aperta di quanto i conservatori sperassero.
(da Il Sole24ore)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
PER QUANTO RIGUARDA IL PERSONALE, IN MEDIO ORIENTE SI CONTANO 50MILA SOLDATI, DUE PORTAEREI, UNA DOZZINA DI NAVI DA GUERRA E DECINE DI CACCIA
I funzionari del Pentagono hanno dichiarato al Congresso che la prima settimana di guerra
ècostata circa 6 miliardi di dollari di casse pubbliche. A riportare la notizia è stato il New York Times secondo cui le forze americane impegnate in Medio Oriente hanno superare le 50mila unità, tra cui due portaerei e una dozzina di navi da guerra, con decine di bombardieri e caccia da guerra in arrivo.
«Circa 4 miliardi di dollari del costo della prima settimana di guerra per gli Stati Uniti sono stati spesi in munizioni, principalmente intercettori per abbattere i missili iraniani», ha precisato il quotidiano.
A costare di più sono quindi per il momento i sistemi di difesa antiaerea per abbattere i droni Shahed iraniani e i missili balistici. Il regime di Teheran ha lanciato migliaia di droni e centinaia di missili contro i paesi del Golfo Persico, colpendo le basi militari Usa ma anche aeroporti, porti, hotel ed edifici.
Gli attacchi
Stando alle fonti del Nyt, le forze israeliane e americane hanno colpito circa 4.000 obiettivi, danneggiando la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni contro Israele, contro le basi americane in Medio Oriente e altri alleati nella regione.
Secondo alcune stime fornite al Congresso in briefing riservati, l’Iran avrebbe ancora circa il 50 per cento del suo programma missilistico ancora integro e una quota ancora maggiore di droni.
Secondo il quotidiano, la distruzione delle difese aeree iraniane sta consentendo al Pentagono di adattare la sua strategia di attacco, abbandonando i missili, costosi e relativamente scarsi, e puntando su bombe a guida di precisione, più economiche e abbondanti, lanciate dagli aerei.
Secondo i comandanti militari americani, i prossimi giorni saranno cruciali per stabilire se l’Iran riuscirà a sostenere gli attacchi missilistici di rappresaglia.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
PIERFRANCESCO ANGELERI, PRESIDENTE DI “ASSOSOFTWARE”, CHE RAGGRUPPA LE AZIENDE ITALIANE CHE REALIZZANO SOFTWARE: “GLI STATI UNITI HANNO I COLOSSI DELL’IA, LA CINA LI SFIDA COSTRUENDO MODELLI AUTONOMI. NOI NON ABBIAMO UNA STRATEGIA”
«L’Italia deve avere una strategia per la digitalizzazione del Paese e per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, invece al momento non ce n’è traccia», dice Pierfrancesco Angeleri, presidente di Assosoftware, la sigla che raggruppa le aziende italiane, piccole e grandi, vecchie e giovani, che realizzano programmi e applicativi digitali.
«Gli Stati Uniti hanno i colossi dell’IA, la Cina li sfida costruendo modelli autonomi, noi invece abbiamo completamente perso il treno del settore che sta crescendo di più».
Cosa manca?
«Guardi a quel che è successo qualche settimana fa in India. Il primo ministro Modi ha chiamato tutti i big della tecnologia e ha detto loro che quello è il posto adatto per sviluppare i loro prodotti. Ha mostrato una visione. L’Europa e l’Italia avrebbero dovuto fare lo stesso da tempo, invece di regolamentare e produrre paper»
Non siamo grandi quanto l’India, e non abbiamo neppure milioni di informatici a basso costo.
«Il tema del costo non è più vero, tutto considerato la differenza non è superiore al 25%. L’Italia ha il capitale umano, le università. Perché nessuno ha chiamato le grandi aziende Usa, contato quanto fatturano sul nostro mercato e chiesto loro di investire?».
Il governo ha fatto un disegno di legge sull’IA, messo in piedi una serie di enti dedicati, affidato a Cdp risorse da investire in startup. Tutto sbagliato?
«Da quanto vedo, nessuna delle nostre imprese del software ha avuto impatti concreti. Qui si tratta di mettersi a sviluppare codice, creare fabbriche di software, incentivare le aziende».
L’idea prevalente in Europa, e anche in Italia, è che anziché inseguire gli Usa alla frontiera dei modelli di IA sia meglio lavorare sul piano dell’integrazione nel tessuto industriale. È corretto?
«In Italia la manifattura vale il 20% del Pil, i servizi quattro volte tanto. È lì, sui beni intangibili, che bisogna puntare per far crescere la produttività del Paese. N
si possono certo inseguire le aziende americane alla frontiera, ma bisogna prendere i modelli di IA, magari quelli aperti, e metterli in pratica costruendo degli agenti specifici per le nostre aree di competenza. Altrimenti le soluzioni che implementeremo saranno quelle degli altri».
I nuovi incentivi di Transizione 5.0 prevedono anche una parte per il software. Non va bene?
«Non basta, perché si tratta sempre e solo di software legati alla manifattura. Dovremmo invece replicare un incentivo come quello spagnolo, un voucher digitale di cui hanno beneficiato 100mila imprese e che ha fatto fare un balzo avanti notevole alla digitalizzazione del Paese. Avevamo proposto una misura simile per Transizione 5.0 ma purtroppo non è stata accolta».
(da La Repubblica)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
È UN PROBLEMA ANCHE PER LE CASSE DELLO STATO PERCHÉ LA SEDENTARIETÀ COSTA QUASI 6 MILIARDI L’ANNO PER MALATTIE ALTRIMENTI EVITABILI … IL NODO DELLE SCUOLE SENZA PALESTRA E DEI COSTI ECCESSIVI PER FARE SPORT
Italia nella top ten dell’ultimo medagliere olimpico, ma in zona retrocessione per numero di
persone che praticano sport e per risorse pubbliche destinate alla promozione dell’attività fisica.
È un paradosso tutto italiano: capace di esaltarsi ogni quattro anni davanti alle imprese degli azzurri, molto meno di investire, giorno dopo giorno, nello sport per curare il benessere psicofisico di giovani e anziani. E a rimetterci non è soltanto la salute degli italiani, ma anche – e sempre di più – le casse dello Stato.
Perché la sedentarietà costa quasi 6 miliardi l’anno per malattie altrimenti evitabili.
Il quarto posto nel medagliere dei Giochi olimpici invernali di Millano Cortina – 30 medaglie e 10 ori – e il nono piazzamento a Parigi nel 2024 – 12 ori su 40 medaglie – raccontano di un’élite sportiva competitiva, costruita su talento e strutture di alto livello.
«È il frutto di una politica che investe moltissimo su pochi, nei settori dove si hanno più possibilità di vincere, ma che poi destina pochissime risorse al movimento sportivo di massa, inteso come strumento di welfare e di prevenzione che richiede invece di investire tanto su tanti. Quello che fanno in Paesi scandinavi come la Finlandia, che hanno pure il medagliere vuoto ma che, finanziando molto lo sport nelle scuole e per la terza età, finiscono per avere oltre il 75% della popolazione che pratica con costanza una qualche attività, contro il nostro 35%», spiega Mauro Berruto, deputato Pd ed ex allenatore della nazionale di pallavolo.
Se si guarda alle linee guida dell’Oms – certifica il rapporto “Osservatorio valore sport 2025” curato da The european house-Ambrosetti – il dato diventa ancora più severo: oltre l’80% degli adulti non raggiunge i 150 minuti settimanali di attività fisica raccomandati. L’Italia è così il quarto Paese più sedentario dell’area Ocse. E le evidenze scientifiche mostrano che in Italia il 5,8% delle neoplasie è attribuibile alla scarsa attività fisica, così come il 3,7% delle patologie cardiovascolari e il 5,1% di quelle metaboliche.
Tradotto in numeri: nel 2021 la sedentarietà ha causato la perdita di 186 mila anni di vita in buona salute e oltre 10.700 decessi.
Il conto arriva puntuale anche sul piano economico. Nel solo 2023 – si legge nel Rapporto – l’impatto complessivo della sedentarietà è stato stimato in 5,9 miliardi di euro, tra costi diretti sanitari (57%) e costi indiretti legati a perdita di produttività e assenze dal lavoro (43%). Una cifra che pesa per il 2,6% sulla spesa sanitaria nazionale. In altre parole, investire poco nello sport oggi significa spendere molto di più domani per curare malattie in gran parte prevenibili.
Il confronto con il Nord Europa è impietoso. In Svezia e Finlandia oltre il 70% dei cittadini pratica sport regolarmente; in Danimarca la mobilità attiva – biciclette, spostamenti a piedi – è parte integrante della vita quotidiana. Non è solo una questione culturale: è il risultato di politiche pubbliche coerenti, infrastrutture diffuse, sport di base finanziato e integrato con la scuola e i quartieri. In Italia, invece, la spesa pubblica per lo sport è di 86 euro pro capite l’anno, il 36% in meno della media europea, collocando il Paese al 17° posto nell’Unione.
Ma anche mettendo dentro il privato il gap resta, perché con i nostri 77 mila impianti sportivi, una media di 131 strutture ogni 100 mila abitanti, siamo al di
sotto della media Ue. Senza contare che il 44% degli impianti è obsoleto e oltre il 20% inaccessibile alle persone con disabilità, perché costruiti tra gli anni ’70 e ’80.
Così non ci si deve stupire se poi l’Italia è fanalino di coda tra i 27 dell’Ue come numero di anni vissuti in cattiva salute a causa della sedentarietà, che è oltre quattro volte tanto la media europea.
Quasi il 60% delle scuole non ha una palestra. Anche il costo dello sport è una barriera: per una famiglia, documenta un’indagine di Federconsumatori, tra corsi e attrezzature, la spesa nel 2023 arrivava in media a 869 euro l’anno, con un +9% rispetto all’anno precedente.
Eppure, i segnali di cambiamento esistono. Negli ultimi vent’anni la quota di italiani completamente sedentari è scesa di oltre cinque punti percentuali. Ma senza un salto di qualità nelle politiche pubbliche il miglioramento rischia di fermarsi.
«Siamo un Paese più longevo di altri, ma siamo anche fuori da ogni parametro europeo per investimenti in attività motoria nella terza età e lo Stato è quasi assente nella scuola materna e primaria», afferma Berruto. «È assurdo – prosegue – finanziare lo sport con una lotteria alimentando la ludopatia, come fa l’ultima finanziaria. Bisognerebbe invece alzare la soglia dei 210 euro di spesa per attività sportive oggi defiscalizzabili, togliendo anche il limite di età dei 18 anni, garantire crediti di imposta a chi sponsorizza attività amatoriali e, più in generale, stabilire, come per la sanità, dei livelli minimi di attività sportiva finanziati dal pubblico».
Perché lo sport non può restare un lusso o un affare per pochi, avendo un ruolo di promozione del benessere psicofisico, come dal 2023 riconosce anche una modifica alla nostra Costituzione
(da La Stampa)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
COME LE SUCCEDE SEMPRE, LA PREMIER ELUDE IL MERITO: CIOÈ IL GIUDIZIO POLITICO SUL SUO IDOLO, THE DONALD. TRUMP È STATA LA SUA SCOMMESSA INIZIALE. HA SCELTO DI DIVENTARE LA SUA CHEERLEADER, A COSTO DI ALLONTANARSI DALL’EUROPA DEI FONDATORI E DI CONFLUIRE IN QUELLA DEI GUASTATORI. E LA STA PERDENDO
Con i missili sull’uscio di casa, sarebbe fin troppo facile maramaldeggiare sul governo degli Inetti. Insistere ancora sulle disavventure vanziniane di Crosetto che recita le sue “Vacanze a Dubai” o sulle maschere tragicomiche di Tajani che consiglia di non affacciarsi alla finestra quando volano i droni
Calcare la mano su Lollobrigida, che dopo le prime bombe su Teheran posta i complimenti a Sal Da Vinci, eroe della canzone neo-melodica scagliata dal palco di Sanremo contro il nemico radical chic. Ironizzare sulle perle quotidiane di Nordio, che da vero Guardasigilli-in-Capo atterra con elicottero di Stato sui campi di calcetto per esportare in tutta la Penisola la capocrazia referendaria.
Denunciare la bolletta che esplode, con lo Stretto di Hormuz chiuso, i prezzi di gas e petrolio alle stelle, gli stoccaggi in via di esaurimento e il rischio di dover tornare da Putin col cappello in mano, a elemosinare il suo metano ancora saturo del sangue dei poveri ucraini. Potrebbero allungarsi all’infinito, gli esempi di quella che Arbasino chiamava la “Grande Discarica Italiana”.
Ma fermiamoci qui, per carità di Patria (appunto). A qualunque altro governo tremerebbero i polsi di fronte a questa terribile terza Guerra del Golfo, che si aggiunge alla guerra in Ucraina e che si somma alla guerra in Palestina.
Ma proprio perché l’ora è così grave, non si può più tollerare il silenzio ambiguo della presidente del Consiglio.
A una settimana dall’attacco all’Iran dell’asse israelo-americano, Meloni continua a essere una donna in fuga dalle sue responsabilità. Di fronte alla “Furia epica” di Trump e al “Ruggito del leone” di Netanyahu, va bene dire “noi non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”: ma non può bastare
Così come non può bastare, rispetto alla domanda sulle basi militari, cavarsela con un tartufesco “finora non ce le hanno chieste”. In un pianeta di belve feroci, non è tempo di struzzi che mettono la testa sotto la sabbia o di opossum che si fingono morti. Per quanto gregaria, l’Italia deve scegliere chi vuole essere e qual è il suo posto nel mondo. Sarebbe inutile aspettarsi un discorso forte e chiaro come quello di Pedro Sánchez, che ha gridato il suo no a questa guerra illegittima perché “così iniziano i disastri dell’umanità”. Lei non lo farà.
Come le succede sempre, la premier elude il merito: cioè il giudizio politico sul suo idolo, The Donald. Trump è stata la sua scommessa iniziale: ha scelto di diventare la cheerleader, a costo di allontanarsi dall’Europa dei fondatori e di confluire in quella dei guastatori. E la sta perdendo.
Convinta di lucrarne un dividendo politico, ha deciso di coprirne quasi tutte le nefandezze. Ha giudicato “un’opportunità” i dazi che hanno sfasciato il commercio mondiale. Ha apprezzato le spietate politiche migratorie del tycoon, modello per il nostro dissennato outsourcing albanese.
Ha ingoiato gli insulti alla Ue dei “parassiti e degli scrocconi” e lodato le offese di Vance sulla nostra “civiltà al tramonto”. Non ha battuto ciglio davanti alle milizie para-militari dell’Ice che sparavano alla gente per strada. Non ha obiettato nulla di fronte alle mattane coloniali sulla Groenlandia, sul Canada, su Panama
Ha ritenuto “del tutto legittima” l’invasione del Venezuela e la destituzione di Maduro. Ha “osservato” e apprezzato quell’ignobile Comitato d’Affari chiamato Board of Peace, pronto a banchettare sulle rovine di Gaza. Ha aderito alla richiesta del Nobel per la pace al Commander in Chief, finora solo portatore di manie belliciste. In definitiva, ha creduto alla favoletta che risuona in quel che resta degli alti consessi internazionali, secondo la quale “se non sei al tavolo, sei nel menù”. Senza rendersi conto che in era trumpiana nel menù ci stiamo tutti, perché al tavolo c’è solo lui. Ma soprattutto senza capire dove ci avrebbe portato la volontà di potenza dello Sceriffo di Washington, ibridata con lo spirito di sopravvivenza del Guerriero di Tel Aviv: l’ennesima guerra in Medio Oriente, che stavolta però non è solo questione tra Israele e Hamas-Hezbollah. Ci chiama in causa tutti, perché è conflitto regionale che dilaga e può colpire ovunque.
È di questo anno di entropia globale accelerata dalla Casa Bianca, che Meloni non parla mai. Ed è proprio quest’ultima guerra che si rifiuta di giudicare, nonostante abbia violato palesemente l’articolo 2 della Carta Onu e l’articolo 5 dello statuto della Corte Penale Internazionale. Nella sua surreale intervista radiofonica non nomina mai Trump e Netanyahu. Denuncia “il caos” attuale, ma con un volo pindarico e geopolitico lo attribuisce solo all’invasione russa in Ucraina e alla “reazione scomposta” dell’Iran. Dice proprio così: “reazione scomposta”, senza un minimo cenno all’azione che l’ha determinata. Come se gli odiosi Guardiani della Rivoluzione sciita si fossero bombardati da soli, e per ripicca avessero sparato missili sulle basi Usa e sulle petromonarchie sunnite. Siamo tutti felici, se scompare un tiranno, e Ali Khamenei lo era.
Ma c’è un limite al disordine mondiale, al diritto del più forte, alle menzogne di chi lo pratica o lo copre. L’Underdog, in cuor suo, ora teme sul serio che con questa guerra quel limite sia stato superato (come si è lasciato sfuggire alla Camera il ministro della Difesa). E ne ha paura, perché stavolta ne hanno paura gli italiani che vivono e votano qui, nel Belpaese.
Persino gli elettori delle tre destre inorridiscono di fronte agli F-35 a stelle e strisce che decollano sulle note della Macarena e fanno strage di bambine nelle scuole di Teheran. Si spaventano all’idea che il falso amico amerikano ci chieda basi, caccia o soldati per un conflitto che avrà il solo effetto di produrne altri.
Si preoccupano per il greggio a 100 dollari al barile, la benzina a 2,2 euro al litro, la luce a 150 euro a megawattora. E persino loro, di fronte a una minaccia del genere, potrebbero essere tentati di disconnettersi da questo trumpismo-melonismo da combattimento, inconciliabile col nostro tran-tran da italiani brava gente. Sarebbe una vera autodafé per il governo.
Tanto più in vista del referendum sulla magistratura: se l’angoscia per la guerra nutrisse l’astensionismo, il no potrebbe vincere. E la Sorella d’Italia — attraversato inutilmente il deserto yankee — si ritroverebbe in terra incognita. Indecisa, ancora una volta. Se forzare sulla legge elettorale, con tutte le difficoltà del caso. Se
provare l’azzardo del voto anticipato, con tutti gli ostacoli del Colle. Col timore, in ogni caso, di accompagnare Trump nella discesa agli inferi del Mid-Term, e di finirci dentro insieme a lui, in un profetico simul stabunt, simul cadent.
Tra i vecchi saggi ex-democristiani circola una teoria: come la Dc non morì sotto i colpi di Mani Pulite ma per il crollo del muro di Berlino, così Meloni n
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
A RENDERE ANCORA PIÙ NERVOSI GLI INVESTITORI È ANCHE IL DATO SUL MERCATO DEL LAVORO AMERICANO. A FEBBRAIO GLI OCCUPATI SONO DIMINUITI DI 92 MILA UNITÀ RISPETTO A GENNAIO, UNA DELLE FLESSIONI PIÙ FORTI DAI TEMPI DELLA PANDEMIA. SCHIZZA AL 4,4% IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE
Il Qatar annuncia che chiuderà i rubinetti e i mercati si incendiano: petrolio in forte rialzo e
sopra i 90 dollari, Borse in calo ovunque e nuovi timori sull’economia
globale. Il ministro dell’Energia di Doha, Saad al-Kaabi, avverte infatti che la guerra in Medio Oriente potrebbe costringere nel giro di pochi giorni tutti gli esportatori del Golfo a fermare le esportazioni di petrolio e gas.
E se il conflitto dovesse proseguire, spiega, il prezzo del greggio potrebbe arrivare fino a 150 dollari al barile. Tanto basta per far salire in giornata il contratto future sul petrolio Brent con cosegna a maggio prima sopra i 90 dollari al barile e poi addirittura vicino ai 94 dollari, con un balzo dell’8% in una sola seduta e il livello più alto dall’inizio della guerra.
Anche il benchmark americano, il petrolio Wti, avanza con forza: chiude a 90,90 dollari, con un incremento del 12% rispetto al giorno prima e del 35% in una settimana. Il Qatar – secondo produttore mondiale di gas naturale liquefatto – ha dichiarato lo stato di forza maggiore, dando la disdetta alle consegne previste, dopo che un attacco con droni iraniani ha colpito il grande impianto di liquefazione di Ras Laffan, il cuore dell’industria del Gnl dell’emirato. La produzione è stata fermata per ragioni di sicurezza e il ritorno alla normalità potrebbe richiedere settimane o mesi, spiega ancora al-Kaabi.
Il balzo dei prezzi energetici si riflette così su tutta la regione. In Iraq gran parte dell’estrazione è già stata fermata e altri paesi del Golfo potrebbero ridurre l’offerta se la crisi dovesse proseguire, mentre il blocco delle petroliere riempie gli stoccaggi locali e rende in alcuni casi concreta la possibilità di estrazioni a ritmo ridotto. Anzi, secondo il Wall Street Journal, il Kuwait ha già tagliato la produzione di alcuni impianti.
A rendere ancora più nervosi gli investitori è anche il dato sul mercato del lavoro americano. A febbraio gli occupati sono diminuiti di 92 mila unità rispetto a gennaio, una delle flessioni più forti dai tempi della pandemia, mentre il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%. Così, la combinazione tra energia più cara e segnali di rallentamento dell’economia, ha spinto anche ieri molti investitori a ridurre l’esposizione al rischio. In parallelo i titoli di Stato hanno avuto movimenti contrastati, mentre le aspettative sui prossimi tagli dei tassi della Federal Reserve tornano al centro dell’attenzione dei mercati
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
UNA CHIUSURA TOTALE E PROLUNGATA DELLO STRETTO DI HORMUZ TAGLIEREBBE DEL 15-20% L’OFFERTA DI PETROLIO CON CONSEGUENTI RINCARI DEL GREGGIO…I RIALZI ENERGETICI PROVOCHEREBBERO ANCHE UN RIALZO DELL’INFLAZIONE CON IMPATTO SUL CARRELLO DELLA SPESA. SENZA CONTARE CHE LA GUERRA, SECONDO CONFARTIGIANATO, METTE A RISCHIO 27,8 MILIARDI DI EXPORT MANIFATTURIERO VERSO L’AREA DEL GOLFO CHE VUOL DIRE QUASI IL 5% DELLE VENDITE MANIFATTURIERE ITALIANE
Non solo bollette e carburanti, la raffica dei rincari legati alla guerra in Iran arriverebbe fino al carrello della spesa e ai biglietti aerei. Oltre che costare caro alle manifatture italiane e persino alle ricche big tech che nel Golfo fanno business.
RISCHIO +15% BOLLETTE FAMIGLIE
In base alle più recenti stime a causa dell’impatto della guerra sui mercati energetici la bolletta delle famiglie italiane potrebbe salire di 278 euro per il gas e di 91 euro per l’elettricità, portando quindi il conto complessivo a 2.796 euro nell’anno, +15% rispetto alle stime pre-crisi.
CORSA CARBURANTI
Una chiusura totale e prolungata dello Stretto di Hormuz taglierebbe del 15-20% l’offerta di petrolio con conseguenti rincari del greggio e a seguire del carburante. Venerdì il contratto future sul petrolio Brent è arrivato a quasi 94 dollari, con un incremento record dell’8% dall’inizio della guerra. Il petrolio Wti ha chiuso a 90,90 dollari, + 12% rispetto al giorno prima e +35% in una settimana. Intanto in Italia da venerdì scorso i prezzi medi nazionali della verde in modalità self sono aumentati di 9,2 centesimi (fino a 1,76 euro al litro); per il gasolio rialzo di 18,9 centesimi, portandolo a 1,91 euro al litro.
PORTI E LOGISTICA
Secondo gli analisti l’onda lunga degli stop allo stretto di Hormuz, similmente alla disruption nel canale di Suez due anni fa, impatterebbe tutta la filiera logistica, perché i porti non sono punto di arrivo tout court delle merci ma uno snodo e ogni ritardo intaccherebbe la catena del trasporto con ricadute sui consumatori, in termini di disagi e di prezzi.
VOLI E TURISMO
Secondo Confesercenti lo stop ai voli in hub di punta del trasporto globale come quelli emiratini rischia di scaricarsi anche sul turismo. Il calo dei flussi dalle regioni interessate farebbe calare di 1 miliardo di euro la spesa per le vacanze in Italia nei prossimi due mesi. Inoltre il caro greggio e la raffica di richieste di rimborsi per i voli annullati si tradurrebbero in un rialzo dei biglietti aerei da parte delle compagnie.
RISCHI CARRELLO SPESA
I rialzi energetici provocherebbero anche un rialzo dell’inflazione con impatto sul carrello della spesa. Ma sui prezzi degli alimenti pesa anche l’allarme fertilizzanti.
Un terzo del commercio globale delle materie prime per la produzione dei fertilizzanti agricoli transita infatti per lo stretto di Hormuz, una penuria di questi innescherebbe ulteriori rincari sugli agricoltori già messi a dura prova dagli effetti della guerra in Ucraina (+46% per i fertilizzanti e +66% energia). Il tutto potrebbe avere ripercussioni a catena dal produttore al consumatore.
RISCHI MADE IN ITALY
La regione del Golfo e gli Emirati in particolare sono diventati hub cruciale per le imprese italiane, sia in chiave di attrazione degli investimenti che di mercati alternativi dopo i dazi Usa. La guerra, secondo Confartigianato, mette a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero verso l’area che vuol dire quasi il 5% delle vendite manifatturiere italiane.
DA FINANZA A PA, CLOUD E DATI SOTTO ATTACCO
Tra i target dei droni iraniani anche le big tech nel Golfo, nella fattispecie è stato colpito il data center di Amazon Web Services nella regione, causando l’interruzione dei servizi di rete nella regione. Black out di questo tipo paralizzano dunque in modo trasversale settori strategici dalla pubblica amministrazione al sistema finanziario, con costi milionari per ogni minuto di stop.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
È “IMPROBABILE” CHE LA FRASTAGLIATA OPPOSIZIONE SIA IN GRADO DI PRENDERE IL CONTROLLO DEL PAESE… IL DOSSIER TOP-SECRET È STATO PUBBLICATO DAL “WASHINGTON POST”
«Improbabile». È la parola chiave contenuta in un report del National Intelligence Council che
raggruppa veterani di 18 agenzie statunitensi. È improbabile che il regime iraniano si sfaldi sotto una «vasta operazione»; ed è altrettanto improbabile che la frastagliata opposizione sia in grado di prendere il controllo del Paese. Sono due estremi di una relazione che la Nic ha consegnato alla leadership Usa, la Casa Bianca non conferma se sia mai stata letta dal presidente.
Il report è arrivato poco prima dell’inizio dei raid su Teheran e non tiene conto nello specifico e dei contorni di questa operazione militare. Tuttavia, secondo il Washington Post che per primo ha rivelato l’esistenza di questo documento, le varie opzioni che Trump ha dinanzi non sembrano proprio a portata di mano. Una fonte de La Stampa vicina all’Amministrazione ha riferito che «oggi il regime è saldo, le sue ramificazioni funzionano e che pensare di abbattere Khamenei avrebbe chiuso il match è un grave errore». Ci sono protocolli per preservare il potere
Il presidente Usa ieri ha aperto la giornata con l’ennesimo post su Truth nel quale ha annunciato l’intensificarsi dei bombardamenti, «li colpiremo molto duramente», e ha detto di “non sapere quanto durerà il conflitto”. Poi intervenendo al summit con i leader delle Americhe riuniti al suo golf club di El Doral in Florida, ha parlato dei «tremendi progressi che abbiamo fatto». Ha rivendicato la distruzione dell’aviazione, l’annientamento delle comunicazioni e telecomunicazioni.
Quindi ha alzato a 41 (venerdì erano 30) le navi distrutte o affondate. «Abbiamo fatto un favore al mondo», ha detto il presidente che si è assegnato su una scala da «1 a 10» il voto di «quindici» per come l’America sta gestendo la guerra. «Con il nostro intervento l’Iran è passato da bullo del Medio Oriente all’essere un perdente», ha detto Trump che non ha perso l’occasione per attaccare Londra: «Il Regno U sta finalmente pensando di inviare due portaerei in Medio Oriente. Va bene così, primo ministro Starmer: non ne abbiamo più bisogno. Non ci servono Paesi che si uniscono alle guerre quando noi abbiamo già vinto»
Sul fronte militare il dispositivo bellico Usa si sta rinforzando. L’unità navale della portaerei Uss Bush sarebbe diretta nell’area del conflitto. Un cambio di passo avverrà nella selezione degli obiettivi: i raid si sono spinti nelle ultime 48 ore nel cuore del Paese; sono 3 mila i target colpiti. Il Dipartimento di Stato, intanto, citando ragioni di “emergenza” e bypassando così le autorizzazioni del Congresso, ha annunciato l’invio di 20 mila bombe a Israele.
Sull’ipotesi di inviare truppe sul terreno, il presidente è rimasto ambiguo dopo le indiscrezioni della NBC di venerdì sera che rivelava che Trump avrebbe confidato ad alcuni repubblicani di pensarci «seriamente». «Non ne voglio parlare», ha risposto ai reporter sull’Air Force One di ritorno da Dover, Delaware, dove ha accolto le salme dei sei soldati uccisi nell’Operation Epic Fury.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2026 Riccardo Fucile
RIGUARDO ALL’OPERAZIONE MILITARE CONDOTTA DA TRUMP E NETANYAHU IL 65,0% DEGLI ITALIANI SI DICHIARA CONTRARIO … L’80% TEME CHE IL CONFLITTO AVRÀ RIPERCUSSIONI SULLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA. ANCORA UNA VOLTA SONO SOPRATTUTTO I PIÙ GIOVANI A SENTIRSI MAGGIORMENTE COINVOLTI
L’80% degli italiani si dice molto preoccupato per la nuova crisi che ha coinvolto l’Iran e riacceso le tensioni in Medio Oriente. È un dato che più di ogni altro racconta lo stato d’animo del Paese. Non si tratta infatti solo di una percentuale, ma rappresenta il segnale di una fragilità diffusa, di una tensione che attraversa famiglie, imprese e nuove generazioni. A colpire, in particolare, è l’intensità della preoccupazione tra i più giovani e tra le donne.
Nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni il timore arriva fino al 92,7%, mentre tra le donne si attesta all’82,9%. Sono le percentuali emerse da un sondaggio realizzato da Only Numbers per la trasmissione Porta a Porta, numeri che raccontano un’ansia profonda, generazionale e sociale.
Chi oggi si affaccia alla vita adulta percepisce un orizzonte sempre più instabile e fragile. Nel giro di pochi anni questa generazione ha attraversato una pandemia globale, una guerra nel cuore dell’Europa, una crisi energetica e l’impennata dell’inflazione. Ora si apre un nuovo fronte di tensione internazionale che rischia di allargarsi ulteriormente.
Tuttavia il nodo che emerge con maggiore forza dalla sensibilità dei cittadini è soprattutto economico.
Per l’87,1% degli italiani la crisi in Iran avrà conseguenze dirette sull’aumento dei prezzi sui carburanti, gas e, più in generale, sui beni di prima necessità. In realtà non si tratta di un timore astratto, perché i primi rialzi dei carburanti sono già stati registrati e riportano alla memoria un’esperienza ancora molto recente. Durante la
guerra in Ucraina gli italiani hanno toccato con mano quanto un conflitto, anche se geograficamente distante, possa incidere direttamente sulla vita quotidiana con l’aumento di benzina, bollette, materie prime… Le preoccupazioni riguardano anche le possibili ricadute sulle abitudini di vita delle persone: viaggi, vacanze, spostamenti. Il 77% dei cittadini è convinto che la crisi possa avere ripercussioni significative anche su questi aspetti. Ancora una volta sono soprattutto i più giovani a sentirsi maggiormente coinvolti, tra i 18 e i 24 anni la percentuale sale fino al 95,1%. Ed è forse proprio questo il dato più emblematico. Si tratta della generazione cresciuta in un’Europa aperta, senza confini grazie a Schengen, con una moneta unica tra le mani -l’euro- e con la libertà di studiare e muoversi nel mondo attraverso programmi di scambio e mobilità internazionale. Una generazione abituata a pensare l’Europa e il mondo come uno spazio aperto, che oggi percepisce invece nuovi limiti e nuove incertezze.
L’opinione pubblica avverte con sempre maggiore chiarezza quanto gli equilibri internazionali possano avere ricadute dirette anche sul nostro Paese. L’Italia, infatti, ospita basi strategiche degli Stati Uniti e non sono pochi i cittadini che temono come un eventuale supporto operativo possa esporci a possibili ritorsioni. In altre parole, cresce la percezione di non essere più semplici spettatori neutrali rispetto a ciò che accade. Nell’opinione pubblica la responsabilità dell’escalation viene attribuita principalmente agli Stati Uniti e a Israele
Tuttavia, il quadro si fa più articolato se si osservano le appartenenze politiche: una parte significativa dell’elettorato della maggioranza di governo tende infatti a individuare proprio nell’Iran il principale responsabile della crisi. C’è però un punto sul quale sembra emergere una convergenza politica piuttosto ampia: il 63,7% degli italiani si dice favorevole a un cambio di regime in Iran, un dato che attraversa trasversalmente gli orientamenti politici. Allo stesso tempo, prevale lo scetticismo sulla possibilità che ciò possa realmente accadere nel breve periodo. Solo un cittadino su quattro, il 24,1%, ritiene infatti che la strategia portata avanti in questi giorni da Stati Uniti e Israele possa condurre effettivamente a un cambio di regime a Teheran. Quando si chiede un giudizio sull’operazione militare americana condotta con Israele in territorio iraniano, il 65,0% degli italiani si dichiara contrario. Anche in questo caso emergono differenze politiche interessanti che vedono l’elettorato di centrodestra più vicino alle posizioni di Donald Trump
(45,2%), mentre in quello del centrosinistra prevale una netta opposizione (78.4%). È il segno di un Paese diviso politicamente, ma attraversato da una paura che taglia -ancora una volta- trasversalmente tutte le appartenenze.
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
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