Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
POI L’APPELLO: “BASTA GUERRE IN NOME DI DIO”
“Prima di venire qui ho sentito una signora che mi diceva che nel mondo non ci sono più segni di speranza. Stava soffrendo a causa della guerra e lei diceva ‘dove vado?’ Aveva perso tutto, ma noi che crediamo in Gesù Cristo” e “che viviamo uniti, possiamo essere quel segno di speranza anche in un mondo dove non si trovano più questi segni perché crediamo e conosciamo Gesù Cristo”.
Con queste parole Leone XIV ha iniziato la sua visita pastorale nella parrocchia multietnica del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, poco distante dal carcere di Rebibbia, a Roma, Qui si conclude il ciclo delle cinque visite alle comunità della sua Diocesi, prima della Pasqua. Alla messa presieduta dal Papa partecipa anche una famiglia di origini peruviane la cui figlia sarà battezzata la sera della veglia di Pasqua.
“Porte aperte, il Vangelo ci dice di accogliere tutti”
Ma prima di presiedere la messa, Prevost ha incontrato disabili e ammalati e ha citato le “porte aperte che accolgano tutti”. Il vicario di Roma, card. Baldo Reina ha raccontato al Pontefice di un centinaio di realtà parrocchiali a Roma che fanno un servizio per gli stranieri per aiutare ad integrarsi. Il Pontefice ha sottolineato il “grande valore di questo gesto”. Quindi ha stigmatizzato “l’ atteggiamento di chiudere le porte e di dire ‘basta così’. Il Vangelo ci invita ad uno spirito diverso, quello dell’accoglienza “.
“Basta guerre in nome di Dio”
“Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano”, sottolinea il Papa nell’omelia della messa.
“Voi come parrocchia avete creato un senso di comunità”
Nel suo intervento il Papa ha poi ringraziato i fedeli per l’impegno pastorale e sociale della parrocchia. “Voi come parrocchia, da 90 anni, avete creato una comunità che sa accogliere, segno di speranza in un mondo dove dolore, sofferenza, difficoltà sono troppo grandi. So che aiutate tanti fratelli e sorelle, provenienti da altri Paesi, a inserirsi qui: a imparare la lingua, a trovare una casa dignitosa e a esercitare un lavoro onesto e sicuro. Non mancano le difficoltà, purtroppo talvolta accentuate da chi, senza scrupoli, approfitta della condizione di indigenza dei più deboli per fare i propri interessi”.
Un ringraziamento particolare è stato rivolto alla Caritas parrocchiale per il lavoro a favore delle persone più fragili. “Grazie perché accompagnate i malati – ha aggiunto Leone – chi soffre perché non trova lavoro, chi non ha casa e non sa dove andare”. “Mi è nota la vitalità e la generosità – ha aggiunto – con cui vi spendete per l’educazione dei giovani e dei ragazzi, con l’oratorio e con altre proposte formative”.
Il Papa ha quindi concluso sottolineando il valore della testimonianza cristiana in un quartiere segnato da diverse difficoltà sociali e dalla vicinanza col carcere di Rebibbia. “Proprio in questa zona dove sentiamo e vediamo difficoltà – ha detto – c’è una parrocchia viva, una comunità di fede che dice: ‘Venite tutti perché’ in Gesù Cristo c’è salvezza e noi vogliamo condividere questo amore che il Signore ci offre”.
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
“ABBIAMO FATTO UNA PICCOLA ESCURSIONE PERCHÉ SENTIVAMO DI DOVERLO FARE”, “SARÀ UN’ESCURSIONE DI BREVE TERMINE” – NONOSTANTE CHIUNQUE INTORNO A LUI CONTINUI A PARLARE DI “INCURSIONE”, IL TYCOON CONTINUA IMPERTERRITO A SBAGLIARE
Il presidente Donald Trump ha una nuova fissazione per una parola, ma a quanto pare non ne
comprende appieno il significato, e i membri del suo staff sembrano tutt’altro che restii a spiegarglielo. Nell’ultima settimana, Trump, 79 anni, ha usato la parola “escursione” decine di volte per descrivere la guerra in Iran.
Il termine “escursione” si riferisce solitamente a una breve e piacevole vacanza, ma il presidente lo ha usato per descrivere la sua sanguinosa guerra.
Alcuni collaboratori di Trump hanno riferito a Zeteo di ritenere che Trump abbia confuso il termine “incursione militare”, che si definisce come invasione o attacco, soprattutto se improvviso o di breve durata, con “escursione militare”.
Secondo alcune fonti, loro o i loro colleghi avrebbero usato il termine “incursione” in presenza di Trump, ed è da lì che quest’ultimo potrebbe averlo appreso, ma Trump ne sta usando il significato in modo piuttosto libero.
“Abbiamo fatto una piccola escursione perché sentivamo di doverlo fare, per sbarazzarci di un po’ di male, e penso che vedrete che sarà un’escursione di breve durata”, ha detto Trump martedì dal suo resort di Doral, in Florida.
“Abbiamo fatto una piccola escursione, dovevamo prenderci queste due settimane, qualche settimana di escursione”, ha detto Trump il giorno dopo in una fabbrica in Ohio
Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno affermato di avere paura di correggere il presidente sulla sua gaffe, mentre altri hanno detto che una correzione non avrebbe nemmeno importanza.
“Non glielo dirò”, ha detto un funzionario dell’amministrazione a Zeteo, sottintendendo che correggere Trump sarebbe “una follia” e che “farlo probabilmente gli attirerebbe addosso delle urla”.
«Noi diciamo “incursione”, il capo dice “escursione”. Non è un grosso problema», ha affermato un altro funzionario.
I giornalisti hanno cercato di correggere Trump sul significato della parola, soprattutto ora che la guerra in Iran è entrata nella sua terza settimana.
«Avete appena detto che si tratta di una “piccola escursione” e avete anche detto che si tratta di una “guerra”. Quindi, qual è la verità?» ha chiesto un giornalista mercoledì.
Trump ha risposto: “È entrambe le cose. È un’escursione che ci terrà fuori dalla guerra.”
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
POI CI SONO LE INDAGINI SUL SUO VICEPRESIDENTE LUCA SAMMARTINO, L’ASSESSORE AL TURISMO ELVIRA AMATA, IL PRESIDENTE DELL’ARS GAETANO GALVAGNO. IL SUO PRINCIPALE ALLEATO, TOTÒ CUFFARO, È DA TRE MESI AI DOMICILIARI
Il centrodestra travolto dalle inchieste prova a lanciare la rincorsa del sì. «La partita è ancora aperta, serve una grande mobilitazione», dice il governatore Renato Schifani, che fino a ieri non aveva detto una parola sul referendum e si presenta alla convention di Forza Italia schivando i giornalisti pronti a chiedergli dell’ultima bufera giudiziaria caduta sull’amministrazione da lui guidata: l’indagine della procura di Palermo sui rapporti fra Salvatore Iacolino, il supermanager della sanità siciliana, e il boss Carmelo Vetro.
L’ennesima indagine che fa tremare il Palazzo e allunga ombre su uno dei big di FI in Sicilia, l’assessore Edy Tamajo: l’azzurro più votato alle ultime Europee viene citato dal boss Vetro in un’intercettazione agli atti dell’indagine («La campagna elettorale l’hanno avuta finanziata Iacolino e Tamajo»).
La coalizione si divide fra gli spettri delle azioni giudiziarie, che minacciano la giunta Schifani, e la paura di un flop al referendum, in una regione chiave
Schifani, per nulla contento di fare un favore al suo rivale interno Giorgio Mulé (coordinatore per Fi della campagna per il sì) si impegna pubblicamente giusto sul finire della campagna elettorale.
L’ex presidente del Senato, in questi giorni, deve però fare i conti con i tanti indagati e imputati del centrodestra.
Il suo vicepresidente Luca Sammartino, l’assessora al Turismo Elvira Amata, il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno. Il suo principale alleato, Totò Cuffaro, è da tre mesi ai domiciliari.
La sanità è al centro di scandali e inchieste: a dicembre ai domiciliari è finito il commercialista Antonio Sciacchitano, che il governatore aveva scelto per presiedere l’organismo di controllo delle performance della Regione.
Sotto processo c’è il deputato regionale Gaspare Vitrano: è accusato di tentata violenza privata, per aver fatto pressioni finalizzate a trasferire la responsabile della direzione medica dell’Ospedale Di Cristina, Desiree Farinella: in alcune registrazioni si faceva riferimento a Schifani come il regista dell’operazione.
Un altro fedelissimo del governatore, il deputato regionale Michele Mancuso, è finito in carcere per corruzione.
E come un puzzle che si compone poco a poco, è emerso che Sciacchitano e Mancuso si sentivano spesso per pilotare alcune nomine nella sanità
(da Repubblica)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL CENTRO 795 DOVEVA ESSERE L’ARMA SEGRETA DEL GRU PER OMICIDI E RAPIMENTI, MA UN ERRORE GROSSOLANO HA PERMESSO ALL’FBI DI LEGGERE I PIANI IN TEMPO REALE
Doveva essere l’unità “fantasma” definitiva, un esercito nell’esercito capace di operare
nell’ombra per rimediare ai fallimenti passati dei servizi russi. Invece, il Centro 795 è finito al centro di un caso internazionale di spionaggio che rasenta il ridicolo. Come rivelato dal sito investigativo Insider.ru in collaborazione con Der Spiegel, l’intelligence militare russa è stata smascherata per un peccato di estrema ingenuità tecnologica: l’uso di Google Traduttore. Un agente dell’unità, che stava pianificando un omicidio su commissione, avrebbe infatti reclutato un sicario serbo-croato. Ma né l’uno né l’altro sapevano parlare nella lingua dell’altro.
Cos’è il Centro 795
Nato nel dicembre 2022, il Centro 795 rispondeva direttamente al capo di stato maggiore Valerij Gerasimov. Una struttura d’élite di 500 ufficiali, finanziata da oligarchi vicini al Cremlino e con base nel Patriot Park di Mosca. Per nascondere le tracce, l’unità utilizzava il consorzio Kalashnikov come copertura per gli stipendi. L’obiettivo? Operazioni “a ciclo completo”: missioni in Ucraina, rapimenti e assassinii politici in Europa e oltre.
Il sicario e Google Traduttore
La falla nel sistema è emersa durante la pianificazione di un omicidio su commissione. Un agente di spicco dell’unità, il 42enne Denis Alimov, veterano dei reparti speciali Alpha dell’FSB, stava coordinando un attentato contro i familiari di Akhmed Zakaev, nemico giurato di Ramzan Kadyrov e leader ceceno in esilio. Per compiere il lavoro, Alimov aveva reclutato un sicario serbo-croato residente negli Stati Uniti, Darko Durović. C’era però un ostacolo linguistico: l’ufficiale russo non parlava serbo e il sicario non conosceva il russo. La soluzione? Affidarsi a Google
L’FBI leggeva tutto in diretta
Nonostante i due credessero di essere protetti dalla crittografia end-to-end, i messaggi passavano dai server di Google negli Stati Uniti. L’FBI, ottenuto un regolare mandato di sorveglianza, è riuscita ad accedere ai log delle traduzioni, leggendo in tempo reale — e già trascritte — le istruzioni per l’omicidio, i modelli di pistola scelti (Glock 17 e 22) e l’offerta economica di 1,5 milioni di dollari per ogni obiettivo «morto o deportato». Secondo le fonti vicine all’indagine citate da Repubblica, la mole di dati era tale da rendere l’operazione di controspionaggio estremamente semplice: le prove venivano letteralmente archiviate con data e ora su server americani dagli stessi russi.
L’arresto e la fine del segreto
La carriera di Alimov si è interrotta bruscamente il 24 febbraio scorso all’aeroporto di Bogotà, in Colombia, dove è stato arrestato su mandato dell’Interpol. Ora il veterano dei servizi russi è in attesa di estradizione negli Usa, dove rischia l’ergastolo. Come ironizza Insider.ru, l’unità più irrintracciabile del Cremlino non è stata distrutta da un disertore o da una complessa operazione di intelligence, ma dal semplice fatto che due uomini volevano comunicare e non conoscevano la stessa lingua.
(da Open)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
IERI SONO SCESI IN PIAZZA PER FAR SENTIRE LA LORO VOCE, MA RESTANO SEMPRE IN UNA POSIZIONE SVANTAGGIATA PER POTER TRATTARE UN CONTRATTO DI LAVORO DECENTE CON I COLOSSI
Quello dei rider è uno dei lavori che rappresenta in modo estremo la condizione di lavoro povero e di lavoratore povero oggi: faticoso, sottopagato, a bassissima qualifica, per lo più senza alcuna tutela
È significativo che la prima importante azione di contrasto ad una inaccettabile situazione di lavoro sfruttato sia venuta dalla magistratura, ovvero sul piano dell’azione penale, non del conflitto organizzato tra lavoratori e datori di lavoro, come avviene di norma.
Era già avvenuto a novembre, sempre per i rider, e in precedenza sulla filiera della moda. Il fatto che ci sia stato bisogno dell’intervento della magistratura per mettere un freno a rapporti di lavoro fuori dalla legalità e altamente sfruttatori mostra la grande debolezza contrattuale in cui si trovano questi lavoratori, per difficoltà organizzative, ma soprattutto perché spesso in condizioni di bisogno e mancanza di alternative
Con l’invito allo sciopero dei rider di ieri, la Cgil ha cercato di portare anche sul terreno proprio del conflitto sindacale la questione, invitando i lavoratori ad una protesta collettiva, a costituirsi come soggetto collettivo per trattare da posizioni più forti con i loro datori di lavoro. Ha anche chiesto ai potenziali consumatori di astenersi, nelle ore di sciopero, dall’ordinare la consegna di cibo o altro, come forma di sostegno alle rivendicazioni dei rider.
Perché i consumatori non dovrebbero ignorare, quando ci sono, le forme di sfruttamento
Nascondersi dietro l’idea che, comprando quei prodotti o quei servizi, tutto sommato si fa lavorare qualcuno, anche se in condizioni di sfruttamento e di pericolo, è pura ipocrisia.
Molti rider, anche se non saprei dire la proporzione, sono letteralmente invisibili perché stranieri privi di permesso di soggiorno, vuoi perché in attesa (lunghissima) di riceverlo, vuoi perché scaduto. L’account con cui lavorano e sono presenti sulle piattaforme non è loro, ma di qualcun altro, per lo più connazionale, che lo cede in cambio di una percentuale sui guadagni. Questi lavoratori sono quindi sfruttati due volte: da un’azienda che paga troppo poco e dal proprietario dell’account che lucra su di loro e minaccia di togliere loro l’account se non guadagnano abbastanza.
(da La Stampa)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
“THE DONALD” STA PRENDENDO ATTO DELLA PROSPETTIVA DI UN LUNGO CONFLITTO: HA FIRMATO L’ORDINE ESECUTIVO CHE CONSENTE DI MILITARIZZARE INDUSTRIE CIVILI IN TEMPO DI GUERRA…L’ULTIMA SPARATA: “NON SONO ANCORA PRONTO PER UN ACCORDO CHE CONCLUDA LA GUERRA”
Il presidente americano Donald Trump ha affermato di non essere ancora pronto a stringere
un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran, nonostante la disponibilità di Teheran. La ragione, ha affermato il tycoon in un’intervista telefonica alla Nbc, è “perché i termini non sono ancora abbastanza buoni”, rifiutandosi di fornire i termini in questione.
Donald Trump ha chiesto a “numerosi Paesi colpiti dalle prepotenze dell’Iran” di contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz, un vitale passaggio marittimo per le petroliere, mentre i prezzi del greggio hanno avuto un balzo.
Il presidente Usa ha riferito che diversi Paesi si sono impegnati a contribuire alla sicurezza dello Stretto, pur rifiutandosi di fare nomi. “Non solo si sono impegnati, ma ritengono si tratti di un’ottima iniziativa”, ha detto in un’intervista telefonica alla Nbc. “Non voglio dire nulla” anche se “è possibile”, ha replicato alla domanda se la Marina Usa avrebbe cominciato a scortare le navi.
La disinvoltura con cui Donald Trump ha fatto per anni affermazioni contraddittorie, giocando coi «fatti alternativi[…] ora, in tempo di guerra, diventa materia di sconcerto e allarme per molte capitali: quelle dei Paesi chiamati dal presidente americano a mandare unità militari a difendere dagli iraniani la navigazione nello stretto di Hormuz («Gli Stati Uniti d’America hanno sconfitto e decimato l’Iran ma i Paesi del mondo che ricevono petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono occuparsi di quel passaggio»).
Il tutto pochi giorni dopo i commenti sprezzanti di Trump all’offerta della Gran Bretagna di inviare due portaerei in Medio Oriente («non ci servono più, non vogliamo gente che si unisce alla guerra quando l’abbiamo già vinta») e nonostante i ripetuti annunci del presidente di aver «distrutto il cento per cento della capacità militare dell’Iran».
La Casa Bianca dà la sensazione di preoccuparsi soprattutto dell’effetto mediatico delle sue parole, essenzialmente in chiave interna. Da qui i tentativi anche visuali di far apparire la guerra come un grande videogioco. Una deriva pericolosa, denunciata anche dall’arcivescovo di Chicago, il cardinale Cupich, che l’ha definita «disgustosa» e «un profondo fallimento morale».
La reti tv, come la Cnn, che hanno dato ampia diffusione ai messaggi di «gamificazione» della guerra diffusi dalla Casa Bianca, tra incroci con videogiochi come Call of Duty e con clip di film su eroi combattenti (Braveheart , Iron Man , Top Gun , Il Gladiator ), hanno ricevuto i complimenti dei comunicatori del presidente anche quando il loro obiettivo era stigmatizzare questi messaggi. Può apparire strano, ma evidentemente quelli che un portavoce ha definito «i nostri video più spettacolari» servono a Trump, in un momento di difficoltà […]
Ma, intanto, sul piano strategico il presidente pare brancolare nel buio. O sta cominciando a prepararsi a un conflitto che potrebbe essere destinato a durare a lungo, anche se lui continua a dire che la resa di Teheran è imminente.
Difficile spiegare altrimenti l’appello a cinque Paesi — Cina, Giappone, Corea del Sud, Gran Bretagna e Francia, oltre ad altri «volenterosi» — a dislocare navi nell’area del Golfo: per preparare le unità e trasferirle dall’Estremo Oriente c
vorrebbero settimane. E cosa andrebbero a fare fregate e incrociatori, visto che lo stesso Trump ammette che, azzerate marina e aviazione dell’Iran, i pasdaran riescono comunque a colpire con droni, minuscoli barchini e le mine sparse in mare?
Semmai il segnale è politico: il tentativo di coinvolgere la Cina in un’azione di «polizia dei mari». Alla quale Pechino, che per adesso continua a ricevere il petrolio iraniano, con ogni probabilità risponderà in modo negativo.
Un altro passo fa pensare a una Casa Bianca che, caduta nella trappola di Hormuz nonostante i moniti dei generali del Pentagono (avvertimenti più volte ripetuti dallo stesso capo di Stato maggiore, il generale Dan Caine, ma ignorati dal presidente) starebbe lentamente prendendo atto della prospettiva di un lungo conflitto di attrito: l’ordine esecutivo, firmato venerdì sera da Trump, che amplia la possibilità di ricorso al Defense Production Act: una legge che consente di militarizzare industrie civili in tempo di guerra. Secondo il sito Axios , l’obiettivo è quello di riattivare la produzione di alcune piattaforme petrolifere al largo delle coste californiane.
(da Corriere della Sera)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL “NEW YORK TIMES” RIVELA CHE NELLE SCORSE SETTIMANE KUSHNER HA AVUTO COLLOQUI CON POTENZIALI INVESTITORI PER RACCOGLIERE 5 MILIARDI DI DOLLARI. E HA GIÀ INCONTRATO I RAPPRESENTANTI DEL FONDO DI INVESTIMENTO PUBBLICO DELL’ARABIA SAUDITA, GUIDATO DAL PRINCIPE EREDITARIO MOHAMMED BIN SALMAN
Jared Kushner, tra i principali negoziatori del governo Usa in Medio Oriente, sta cercando di raccogliere altri fondi per la sua società di private equity dai governi della regione.
Secondo cinque persone a conoscenza dei colloqui, ha riferito il New York Times, il genero del presidente americano Donald Trump ha avuto colloqui nelle scorse settimane con potenziali investitori per raccogliere 5 miliardi di dollari o più per Affinity Partners, la sua società di investimento.
Nell’ambito di queste attività, i rappresentanti di Affinity hanno già incontrato il Fondo di Investimento Pubblico dell’Arabia Saudita, che investe i proventi delle vaste riserve petrolifere del regno, come riferito da due fonti.
Il Fondo è guidato dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che ha stretti legami con Kushner e l’amministrazione Trump: è già il maggiore e il primo investitore in Affinity con un assegna staccato dell’importo di 2 miliardi di dollari subito dopo la fine del primo mandato dell’amministrazione Trump.
La vicenda, tuttavia, pone la questione della linea di confine sempre più labile tra incarico pubblico di rilievo, peraltro inconsueto nella sua forma, e affari personali.
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
CRESCE ANCHE IL TASSO DEI MUTUI, CHE A INIZIO 2026 IN ITALIA SI È ATTESTATO AL 3,55%, CONTRO IL 3,06% DELLA FRANCIA, IL 2,49% DELLA SPAGNA E UNA MEDIA DELL’EUROZONA PARI AL 3,23%
Per le famiglie italiane mutui e prestiti non solo aumentano nei volumi, ma continuano a
costare più che nel resto dell’Eurozona. Si tratta di un divario che in alcuni casi supera il punto percentuale e che potrebbe farsi sentire ancora di più nei prossimi mesi.
La crisi in Medio Oriente rischia infatti di spingere di nuovo l’inflazione verso l’alto e, oltre a portare a rincari generalizzati, potrebbe anche spingere la Banca centrale europea a rialzare il costo del denaro qualora il conflitto nel Golfo Persico sia prolungato.
I dati pubblicati ieri dall’Associazione bancaria italiana (Abi) e dalla Fabi, la Federazione autonoma bancari, evidenziano una doppia realtà che interessa l’Italia. L’istituzione guidata da Antonio Patuelli sottolinea che a febbraio l’ammontare dei prestiti a famiglie e imprese è cresciuto del 2,1% su base annua, proseguendo il percorso iniziato nel marzo 2025.
«Si tratta del quarto mese consecutivo in cui si registra un valore dei prestiti intorno al 2%», ha commentato il vicedirettore generale vicario dell’Abi, Gianfranco Torriero. viaggia con il segno più anche la raccolta diretta complessiva (depositi da clientela residente e obbligazioni) delle banche: sempre a febbraio è risultata in aumento del 4% su base annua raggiungendo i 2.145 miliardi di euro e proseguendo la dinamica positiva registrata da inizio 2024, ricorda l’Abi.
Allo stesso tempo, tuttavia, Fabi rimarca che all’inizio del 2026 il tasso medio sui mutui in Italia si è attestato al 3,55%, contro il 3,06% della Francia, il 2,49% della Spagna e una media dell’eurozona pari al 3,23%.
Il divario è ancora più marcato sul credito al consumo: i prestiti personali in Italia raggiungono in media l’8,11%, ben al di sopra del 6,89% della Spagna, il 6,39% della Francia e il 7,51% medio nell’area euro
Il timore, secondo Fabi, è che le famiglie si stiano indebitando per riuscire a sostenere spese che un tempo venivano coperte con il risparmio o con lo stipendio.
«I prestiti personali sono diventati per molte famiglie una voce ordinaria e quando il ricorso al prestito serve per ottenere liquidità, accorpare debiti o acquistare un’auto usata, significa che il credito sta sostituendo il reddito» dice il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni.
«In Italia questo quadro si innesta in una situazione in cui i redditi reali disponibili delle famiglie negli ultimi quindici anni sono rimasti sostanzialmente fermi – analizza Roberto Anedda, responsabile analisi mercati Credipass -. È quanto emerge dai dati Eurostat, che mostrano un quadro molto diverso rispetto alla media europea, dove nello stesso periodo i redditi sono cresciuti di circa il 15% cumulato.
Il risultato è un progressivo indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie italiane, che si trovano a fronteggiare l’aumento del costo della vita con risorse sostanzialmente invariate». Di qui il possibile ricorso al credito al consumo, in uno scenario di marcata incertezza.
Per Sileoni, le condizioni dei finanziamenti stabilmente sopra la media dell’Eurozona non possono essere considerate un semplice effetto di mercato ma una criticità strutturale che pesa sui bilanci delle famiglie. «Il divario resta evidente sia sui mutui sia, soprattutto, sul credito al consumo, dove non si riduce ma tende ad ampliarsi. È il segnale che la trasmissione della politica monetaria è ancora incompleta e che i benefici per famiglie e imprese arrivano con lentezza e in modo diseguale – dice Sileoni -. In un contesto internazionale tornato più instabile, questo ritardo diventa ancora più preoccupante».
Con la crisi in Medio Oriente diversi economisti stanno iniziando a segnalare il rischio di una stagflazione, cioè un contesto in cui l’inflazione torna a salire mentre in un contesto di stagnazione economica. Ecco perché, parlando a un convegno a Ravenna, il presidente dell’Abi Patuelli ha chiesto più incisività.
«Oggi servono interventi di emergenza. Abbiamo una serie di rischi importanti: il primo è l’inflazione che colpisce famiglie e aziende», di fronte alla quale le banche centrali «possono essere le prime a muoversi alzando i tassi», mentre gli Stati «possono fare manovre di carattere fiscale», ha sottolineato Patuelli.
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO DEL 2025 DEL “NETWORK CONTAGION RESEARCH INSTITUTE” HA RILEVATO CHE “ LA FRASE È STATA “SISTEMATICAMENTE UTILIZZATA DA FIGURE ESTREMISTE CHE LA ADOPERANO COME MANTRA SUPREMATISTA BIANCO PER PUBBLICIZZARE LE LORO CONVINZIONI ANTISEMITE…”
Di per sé, l’espressione “Cristo è re” riassume un principio fondamentale della fede cristiana: Gesù è il sovrano divino dell’universo. Cattolici e molti protestanti celebrano ogni anno la domenica di Cristo Re.
Ma l’antica frase può trasformarsi in qualcosa di politico, controverso o persino sinistro, a seconda di chi la pronuncia e di come viene pronunciata.
Negli ultimi anni, frasi come “Cristo è re” e simili sono state scandite durante i comizi politici, pubblicate sui social media e proclamate nei discorsi da voci di destra.
A volte la frase viene usata per sostenere l’idea dell’America come nazione cristiana o come nazione che deve la sua fedeltà specificatamente al Dio cristiano. Alcuni attuali funzionari del governo e recenti membri del Congresso hanno usato la frase nei discorsi e sui social medi
Ma altre volte gli attivisti politici hanno associato la frase “Cristo è re” a dichiarazioni antisioniste o a stereotipi ebraici negativi.
L’espressione ha guadagnato popolarità tra i personaggi dell’estrema destra e i loro seguaci. L’influencer conservatrice Candace Owens, che condivide teorie complottiste antisemite, vende tazze da caffè e magliette con la scritta “Cristo è Re”.
La controversia si collega a uno scisma più ampio a destra , con alcuni conservatori che si oppongono a una fazione sempre più attiva, le cui denunce di Israele, secondo i critici, spesso si combinano con un palese antisemitismo.
Alcuni di questi ultimi sostengono di non essere antisemiti, ma solo antisionisti. Questo rappresenta di per sé una netta rottura con quello che un tempo era un quasi unanime sentimento filo-israeliano tra i repubblicani.
Ma ci sono momenti in cui l’uso della frase “Cristo è re” è indubbiamente ostile nei confronti degli ebrei, afferma un rapporto del 2025 del Network Contagion Research Institute, affiliato alla Rutgers University.
Analizzando i post sui social media tra il 2021 e il 2024, l’istituto ha segnalato un drammatico aumento della frase “Cristo è re”, spesso usata come meme d’odio contro gli ebrei.
“L’uso o il dirottamento di ‘Cristo è Re’ come arma rappresenta un’inquietante inversione del suo intento originale. Invece di sacralizzare i valori condivisi, gli estremisti hanno sfruttato questa espressione religiosa per giustificare l’odio”, si legge nel rapporto.
La frase è stata cooptata da Groypers, alludendo ai seguaci dell’influencer di estrema destra Nick Fuentes, che ha diffuso opinioni antisemite.
Il rapporto del 2025 del Network Contagion Research Institute ha rilevato che, sebbene molti riferimenti a “Cristo è re” sui social media siano strettamente religiosi, la frase è stata “sistematicamente cooptata da figure estremiste”.
Il rapporto afferma che Fuentes e altri estremisti usano la frase come “mantra suprematista bianco per pubblicizzare le loro convinzioni antisemite”.
Fuentes ha affermato che l’Olocausto è stato esagerato e ha denunciato “l’ebraismo organizzato in America”. Ha affermato di essere in lotta contro “élite sataniche e globaliste”, un luogo comune antisemita.
L’espressione ha guadagnato popolarità anche in ambito politico, tra alcuni esponenti della destra cattolica ed evangelica fortemente filo-israeliana che hanno ripetutamente denunciato l’antisemitismo, come il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Segretario di Stato Marco Rubio.
La controversia ha messo in luce le divisioni sia religiose che politiche.
Il Vaticano intrattiene relazioni diplomatiche con Israele e ha anche riconosciuto lo Stato di Palestina. Papa Leone XIV ha chiesto una soluzione a due stati, denunciando al contempo l’antisemitismo . Durante la guerra tra Israele e Hamas, i papi Francesco e Leone XIV hanno denunciato gli attacchi del 7 ottobre 2023 di Hamas e la massiccia risposta militare di Israele, con Leone XIV che ha chiesto la fine della “punizione collettiva” da parte di Israele nei confronti della popolazione di Gaza.
Altri cattolici della Commissione per la libertà religiosa hanno sottolineato che Gesù e i suoi seguaci erano ebrei e che un documento fondamentale del Vaticano del 1965 respinge l’antisemitismo e l’attribuzione della colpa della crocifissione di Gesù a tutti gli ebrei, compresi quelli viventi oggi.
(dawww.apnews.com)
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