Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL CARROCCIO NON SAREBBE INTERESSATO AL MINISTRO DELLE IMPRESE, FRUTTO SOLO DI ROGNE, TRA TAVOLI CON IMPRESE E SINDACATI, INCENTIVI CHE NON FUNZIONANO E VERTENZE
Da Palazzo Chigi lo si dice e lo si ripete. Guai a parlare di rimpasti: «Il presidente del
Consiglio ha passato la giornata a occuparsi dei dossier più rilevanti». E sarà al lavoro fino «all’ultimo giorno del mandato», come assicura il responsabile del partito Giovanni Donzelli.
La linea di FdI è tracciata: «Può essere che arrivi un ministro al Turismo, visto che ci sono state le dimissioni del ministro al Turismo. Ma noi non abbiamo mai messo
le bandierine, vedremo, deciderà il presidente del Consiglio d’accordo col presidente della Repubblica».
Meglio: «Nominerà il presidente della Repubblica sentito il presidente del Consiglio, così funziona la Costituzione».
E dunque si lavora per occupare le caselle rimaste vuote tenendo però presente che la premier ha assunto l’interim. E che per un nuovo ministro dovrà sentire il presidente Sergio Mattarella.
Meno formale è invece il possibile avvicendamento dei sottosegretari, basta un passaggio in Consiglio dei ministri. Il nome più accreditato in queste ore per sostituire Daniela Santanchè potrebbe essere il deputato di FdI Gianluca Caramanna.
Chi è vicino alla premier scaccia con un gesto della mano l’ipotesi che le deleghe di Delmastro siano divise tra gli attuali esponenti politici al ministero della Giustizia: il viceministro Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e il sottosegretario Andrea Ostellari (Lega). Più probabile l’indicazione della deputata di FdI Sara Kelany.
Matteo Salvini ieri ha riunito i vertici del partito in via Bellerio, sottolineando non soltanto «la piena fiducia in Giorgia Meloni e in tutta la squadra di governo». Da sottolineare: «Tutta la squadra».
Per proseguire: «Noi non chiediamo niente, non cambi nella squadra di governo, non rimpasti…». Poi, certo, se «gli alleati volessero aprire una riflessione più ampia rispetto al solo ministero del Turismo, la priorità della Lega è la sicurezza». Come dire: non ci si dimentichi del ministero dell’Interno caro al leader leghista.
In particolare, avrebbe detto, la Lega non sarebbe interessata al ministro delle Imprese, oggi incarnato da Adolfo Urso. Nell’ipotesi di un rimpasto, nell’area di governo ci sarebbero state alcune riflessioni riguardo a Luca Zaia per quel ruolo, anche in virtù del suo essere distante dai giochi interni ai partiti. Ma c’è chi riferisce che qualcuno nel consesso leghista avrebbe chiamato il Mimit «il ministero dei fallimenti». Molto ci sarà da lavorare, lo ha detto anche Giancarlo Giorgetti riferendo ai leghisti di un’Europa che «fa fatica a reagire alla crisi».
Ma, appunto, assumere la responsabilità di un ministero che rischia di deludere le imprese nell’ultima parte della legislatura viene respinto con un «No, grazie».
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
LA CAV IN GONNELLA HA SMENTITO DI AVERE IN AGENDA UN FACCIA A FACCIA CON IL MINISTRO DEGLI ESTERI, MENTRE CONTINUA A FISSARE INCONTRI CON I BIG A LEI VICINI, DA DEBORAH BERGAMINI AD ALBERTO CIRIO – LA PRIMOGENITA DI SILVIO SI OPPONE A UN’ACCELERAZIONE DEI CONGRESSI REGIONALI: DAREBBE TROPPO POTERE A TAJANI SULLA FORMAZIONE DELLE LISTE DEI CANDIDATI PER LE PROSSIME POLITICHE
Non esiste un piano B. Non ancora, per lo meno. Antonio Tajani resterà quindi alla guida di Forza Italia, nonostante lo strappo che si è consumato con la famiglia Berlusconi.
Il leader dovrà rilanciare dei temi davvero liberali e smetterla di usare energie per organizzare il congresso del partito in modo da blindarsi. I due, Marina Berlusconi e Tajani, hanno concordato di vedersi per accompagnare insieme quel “rinnovamento” chiesto – con una certa verve – dalla figlia del Cav.
«Al momento non sono previsti incontri», viene fatto sapere da Milano. Giovedì prossimo però è l’unico giorno di questa settimana in cui le due agende potrebbero incrociarsi. Fino a mercoledì infatti Tajani sarà all’estero (prima tappa a Kiev, poi in Serbia) e dal venerdì santo al lunedì di Pasquetta difficilmente resterà in città qualcuno della famiglia. Per questo dovrebbe essere confermata a breve la data di giovedì.
Nel frattempo Marina continua a fissare incontri con i big di Forza Italia che considera più vicini: da Deborah Bergamini ad Alberto Cirio, da Cristina Rossello a Paolo Zangrillo. Così procede l’operazione di commissariamento “soft” del leader
La famiglia ha già fatto capire che le ultime mosse di Tajani per rafforzare la sua leadership andranno riviste: non si vuole un’accelerazione dei congressi regionali e anche l’idea di un congresso nazionale prima delle elezioni piace poco.Darebbe
troppo potere all’attuale segretario sulla formazione delle liste dei candidati azzurri e aumenterebbe le possibilità di una sua permanenza a prescindere dai risultati nelle urne. «Semmai – ragionano invece in queste ore – il congresso si può fare dopo le elezioni».
La mentalità, d’altronde, è quella degli imprenditori: Tajani verrà giudicato in base ai risultati che otterrà alle Politiche nella primavera del 2027, non per il numero di tessere che riuscirà a registrare.
Il terremoto ai vertici del partito sembra essersi arrestato. Le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato dovrebbero bastare, per il momento, sul fronte del ricambio generazionale chiesto dai figli del Cav. E anche il capogruppo alla Camera Paolo Barelli è un po’ più tranquillo sulla possibilità di una sua permanenza.
Da Milano era arrivato l’ordine di sfiduciare anche lui, dopo la sconfitta al referendum, ma Tajani si era opposto minacciando di far cadere tutto, governo compreso. Situazione congelata finché non si troverà, anche qui, un’alternativa.
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
NOTIFICATO L’ATTO DI CITAZIONE AL MOVIMENTO 5 STELLE DI ROMA, A CUI L’EX COMICO AVEVA CONCESSO L’UTILIZZO DEL MARCHIO. L’UDIENZA È PREVISTA PER LUGLIO. SE PERDE, CONTE DOVRÀ CAMBIARE NOME AL SUO PARTITO
Beppe Grillo e l’associazione Movimento 5 Stelle di Genova hanno notificato l’atto di
citazione davanti al Tribunale di Roma per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo “Movimento 5 Stelle”.
La prima udienza è prevista nel mese di luglio di quest’anno: il giudice dovrà stabilire se il logo e il nome di quella che nel 2009 fu provocatoriamente definita dallo stesso Grillo una «non-associazione», sorta in esplicito contrasto con il modello tradizionale di partito politico e alla quale ha fatto seguito la nascita nel 2012 dell’associazione politica con sede a Genova con tanto di nome e simbolo registrati, possano essere ancora usati da Giuseppe Conte.
Non si tratta solo di volersi riprendere un nome e un simbolo. Si tratta, piuttosto, di voler sottolineare che quel nome e quel simbolo erano nati per rappresentare un movimento ben diverso dall’attuale partito di Conte, che secondo Grillo e l’associazione genovese “MoVimento 5 Stelle” – assistiti dall’avvocato Matteo Gozzi e dall’avvocato Giulio Enea Vigevani, costituzionalista dell’Università Bicocca – avrebbe abbandonato i principi fondativi del movimento (tra cui il principio dell’alternanza e il limite dei due mandati per gli eletti) e si sarebbe trasformato di fatto in un partito tradizionale, caratterizzato da una leadership forte e da classi dirigenti stabili.
«In particolare – si legge nell’atto di citazione – il Prof. Conte si adopera per farsi nominare “Presidente” del Movimento e non solo “capo politico”, carica prevista nello Statuto solo nelle norme transitorie e comunque con poteri assai limitati, in linea con la concezione “anti-leaderistica” del Movimento». Conte – secondo Grillo – ha mutato radicalmente il Dna e la linea politica del movimento nato nel 2009, arrivando a stringere «nuove alleanze e compromessi con gli altri partiti». In sostanza, Grillo e l’associazione Movimento 5 Stelle chiedono di vedere tutelata la loro identità e di essere non più accomunati a un partito che non rispecchia i valori e i principi che hanno caratterizzato la nascita e l’ascesa del Movimento.
L’associazione di Roma
Nel dicembre del 2017 era stata fondata una nuova associazione politica con sede a Roma, definita “Movimento M5S-Roma”. I soci fondatori erano Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. L’associazione romana aveva lo scopo di svolgere l’attività politica nelle istituzioni e sul territorio restando nel solco dell’esperienza del Movimento 5 Stelle di Genova. Come fu messo nero su bianco nello statuto
dell’associazione di Roma, il M5S “originale” concedeva in uso il simbolo, che restava però di proprietà dell’associazione genovese. In quello statuto si attribuiva a Beppe Grillo il ruolo di garante dei valori del Movimento 5 Stelle (ossia dell’associazione di Genova).
Successivamente, vi sarebbero stati poi altri riconoscimenti da parte del Movimento di Roma e dello stesso Giuseppe Conte in merito alla titolarità del nome e del simbolo in capo alla associazione di Genova e la richiesta, rivolta a Beppe Grillo, a non contestarne il relativo utilizzo.
Il cambio di linea politica
Negli anni il Movimento 5 Stelle di Roma ha subito una progressiva trasformazione: già nel 2021, infatti, il nuovo statuto prevedeva l’attribuzione di poteri assai estesi al presidente del Movimento: si trattava, secondo Grillo, di una svolta “presidenzialista” che aveva affievolito la visione democratica e partecipativa del M5S degli albori.
Insomma, del vecchio movimento del “vaffa” e dei meetup era rimasto poco o nulla, e al suo posto c’era un «movimento nuovo, snaturato e molto “partitico” nelle dinamiche e nelle aspirazioni autoconservative di ruoli e posizioni di potere», come si legge nell’atto di citazione
«L’attuale configurazione del Movimento di Roma – in sintesi – non rispecchia più e non ha nulla da condividere con lo spirito e con i principi rappresentati dal nome e dal simbolo del Movimento5Stelle di Genova e sarebbe francamente ingiusto (oltre che contrario alle norme di diritto) il consentire uno stravolgimento dei principi giuridici imponendo al Movimento di Genova la perdita di un nome e di un simbolo che – pacificamente – erano stati concessi provvisoriamente in utilizzo».
Se al termine del processo il giudice dovesse confermare il diritto del movimento di Genova, il partito di Giuseppe Conte sarebbe obbligato a cambiare il proprio simbolo e la propria denominazione con un simbolo e un nome nuovi «che meglio possano rispecchiare il nuovo assetto organizzativo e le nuove scelte di natura politica gestionale».
(da Open)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
PER I PM DI ROMA, IL RISTORANTE DI CUI ERA SOCIO DELMASTRO SERVIVA A RICICLARE I SOLDI DEL CLAN SENESE: DOMANI IN PROCURA SARANNO INTERROGATI MIRIAM CAROCCIA, GIA’ SOCIA DELL’EX SOTTOSEGRETARIO, E SUO PADRE MAURO… ORA SI ATTIVA ANCHE LA PROCURA DI TORINO, CHE INDAGA I DUE CAROCCIA PER INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI: SARA’ APPROFONDITO IL LAVORO DEI PROFESSIONISTI INTORNO ALLA SRL”, DAL NOTAIO CHE NE HA CERTIFICATO LA COSTITUZIONE AL COMMERCIALISTA CHE HA DEPOSITATO LA CESSIONE QUOTE
Dopo il caso de “Le 5 forchette” arrivano le dimissioni anche di Cristiano Franceschini, ex socio nella società e assessore comunale a Biella. “Ho comunicato al sindaco Marzio Olivero la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili da assessore. È una scelta che assumo con responsabilità, mettendo al primo posto il Comune di Biella, la serenità dell’azione amministrativa e il rispetto verso il mio partito, Fratelli d’Italia”.
“Ho commesso una leggerezza, e me ne assumo la responsabilità – sottolinea – Per questo rivolgo le mie scuse ai cittadini”. E ancora: “Lascio il mio incarico a testa alta, consapevole dell’impegno garantito in questi anni e del fatto che sono una persona perbene. Continuerò a difendermi con determinazione, contrastando ogni forma di strumentalizzazione”.
L’ex vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessora della giunta regionale di Alberto Cirio. “Ho comunicato al presidente – spiega – la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili. È una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito, Fratelli d’Italia”
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
A NAPOLI, BRESCIA E SALERNO, SONO STATE RISCONTRATI INFESTAZIONI DA INFETTI E CONTAMINAZIONI BATTERIOLOGICHE; A CATANIA SONO STATI SEQUESTRATI 60 KG DI ALIMENTI ANDATI A MALE …IL REPARTO SPECIALE DEI CARABINIERI HA MONITORATO 558 STRUTTURE SU TUTTO IL TERRITORIO SANITARIO: DI QUESTE, 238 NON ERANO CONFORMI
Irregolarità in 4 strutture su 10. E’ l’esito di una campagna straordinaria di controlli sulle
mense ospedaliere e sui servizi di ristorazione sanitaria, finalizzata alla verifica del rispetto delle normative igienico-sanitarie e della sicurezza alimentare all’interno delle strutture destinate a pazienti e che è stata condotta dai Nas tra il 19 febbraio e il 22 marzo.
Controllate 558 strutture su tutto il territorio nazionale, di cui 525 operanti nel settore della ristorazione collettiva e 31 afferenti direttamente all’ambito sanitario.
Gli accertamenti hanno evidenziato 238 strutture non conformi, pari al 42,7% del totale
Il dato di oltre quattro strutture su dieci risultate non in linea con gli standard previsti conferma “un livello di criticità significativo nel comparto”, sottolineano i Nas in una nota.
Le principali irregolarità riscontrate hanno riguardato carenze igienico-sanitarie nei locali di preparazione e deposito degli alimenti, criticità strutturali e manutentive, inadeguata applicazione delle procedure di autocontrollo , nonché irregolarità nella gestione e conservazione dei prodotti alimentari, con particolare attenzione alle diete speciali destinate a soggetti vulnerabili.
Nel corso dei controlli sono stati adottati numerosi provvedimenti, tra cui sospensioni immediate delle attività in presenza di situazioni di rischio per la salute, interdizioni mirate di specifiche linee produttive, sanzioni amministrative, denunce all’Autorità Giudiziaria e sequestri di alimenti non idonei al consumo, oltre all’imposizione di prescrizioni correttive a carico degli operatori.
L’attività svolta “conferma l’importanza di mantenere elevata l’attenzione su un ambito particolarmente sensibile quale quello della ristorazione ospedaliera, in considerazione della vulnerabilità dei soggetti destinatari del servizio”, rilevano i Nas. I controlli proseguiranno anche nei prossimi mesi, con ulteriori verifiche mirate e azioni di monitoraggio finalizzate a garantire il rispetto degli standard di sicurezza e la tutela della salute pubblica.
Gravi condizioni igieniche e infestazione da insetti. E’ quanto hanno riscontrato i Nas in due mense ospedaliere a Napoli e Brescia, la cui attività è stata sospesa. Irrogata anche sanzioni amministrative.
A Salerno è stata riscontrata contaminazione microbiologica (enterobatteri e coliformi) su vassoi destinati alla distribuzione dei pasti. A Catania sono sequestrati circa 60 kg di alimenti in cattivo stato di conservazione: il responsabile della preparazione dei pasti è stato denunciato. A Parma accertate di diffuse carenze igienico-strutturali nei locali di deposito bevande, mentre a Taranto è scattata l’interdizione della produzione di pasti per celiaci a causa dell’assenza di spazi e attrezzature dedicate e per carenze igienico-strutturali.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
E’ QUANTO EMERGE DA UN SONDAGGIO DELL’UNIVERSITÀ DEL MASSACHUSETTS AMHERST, CONDOTTO FRA IL 20 E IL 25 MARZO E SECONDO IL QUALE IL 62% DEGLI AMERICANI NON LO APPROVA…IL TASSO DI APPROVAZIONE DEL PRESIDENTE È CINQUE PUNTI PIÙ BASSO RISPETTO AL LUGLIO DEL 2025 E DI 11 PUNTI RISPETTO ALLO SCORSO APRILE
Donald Trump sempre più a picco nei sondaggi.
Il tasso di approvazione del presidente è sceso ancora, al 33%, il livello più basso del suo secondo mandato.
E’ quanto emerge da un sondaggio dell’Università del Massachusetts Amherst, condotto fra il 20 e il 25 marzo e secondo il quale il 62% degli americani non lo approva.
Il tasso di approvazione del presidente è cinque punti più basso rispetto al luglio del 2025 e di 11 punti rispetto allo scorso aprile.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL VICE CANCELLIERE E MINISTRO DEI MEDIA, ANDREAS BABLER: “CIÒ CHE NON TOLLEREREMMO DAI NOSTRI FIGLI DI PERSONA, NON DOVREMMO ACCETTARLO NEMMENO NEL MONDO DIGITALE”… LA PRIMA NAZIONE AL MONDO A IMPORRE PER LEGGE UNO STOP ALL’USO DEI SOCIAL AGLI UNDER 16 È STATA L’AUSTRALIA, MA IN EUROPA SPAGNA E REGNO UNITO STANNO PRENDENDO IN CONSIDERAZIONE RESTRIZIONI ANALOGHE
Il governo austriaco ha annunciato la volontà di introdurre un divieto di accesso ai social
media per tutti i minori di 14 anni. Attraverso una nota ufficiale l’esecutivo ha reso noto che un disegno di legge verrà presentato entro la fine di giugno, con l’obiettivo di istituiremisure specifiche per la protezione dei giovani dai rischi connessi all’uso delle piattaforme digitali.
“Ciò che non tollereremmo dai nostri figli di persona, non dovremmo accettarlo nemmeno nel mondo digitale” ha detto il vice cancelliere e ministro dei media Andreas Babler, che ha precisato come l’intervento legislativo non si limiterà alla sola restrizione anagrafica, “ma includerà regole chiare per le piattaforme e il potenziamento dell’alfabetizzazione mediatica”.
L’Australia è stata la prima nazione a implementare il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni. Altri Paesi europei, come la Spagna e il Regno Unito, stanno prendendo in considerazione restrizioni analoghe.
Parallelamente, l’Indonesia ha recentemente reso operative nuove norme che impediscono l’accesso a piattaforme quali TikTok, YouTube e Roblox ai minori di 16 anni, prevedendo una fase di transizione graduale per consentire l’adeguamento tecnico dei sistemi di verifica.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
CON L’INTRODUZIONE DEL PEDAGGIO ALLE NAVI CHE PASSANO DI HORMUZ, APPENA APPROVATA DAL PARLAMENTO, IL FLUSSO POTREBBE CRESCERE ANCORA… LA MINACCIA DEGLI HOUTHI SUL MAR ROSSO: SE INTERVENISSERO ANCHE LE MILIZIE SCIITE IN YEMEN, IL TRAFFICO GLOBALE DI GREGGIO SI FERMEREBBE
Il parlamento iraniano ha approvato i piani per l’introduzione di un pedaggio per le navi che
transitano nello Stretto di Hormuz: lo riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars.
Nel testo si afferma il “ruolo sovrano” dell’Iran e delle sue forze armate nello stretto, la cooperazione con l’Oman e il divieto a qualsiasi Paese di imporre sanzioni unilaterali a Teheran. Nello Stretto di Hormuz normalmente transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gnl e dall’inizio della guerra l’Iran ha già imposto un pedaggio alle navi per un transito sicuro. Secondo Nbc, alcuni avrebbero pagato anche milioni per transitare.
Cina e Pakistan “rafforzeranno” la loro cooperazione sull’Iran. Lo ha dichiarato il ministero degli Esteri di Pechino, in occasione della visita di alti funzionari di Islamabad nella capitale cinese. “I due ministri degli Esteri rafforzeranno la comunicazione strategica e il coordinamento sulla situazione iraniana” e “compiranno nuovi sforzi per promuovere la pace”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning.
Il conflitto ha due punti critici: il primo è rappresentato dallo Stretto di Hormuz e il secondo è Bab el Mandeb, l’ingresso meridionale del Mar Rosso. Questo secondo passaggio, «la porta delle lacrime» entra ed esce nelle analisi degli esperti, un’oscillazione determinata dai custodi di questo snodo. Ossia gli Houthi dello Yemen.
Un paio di giorni fa hanno interrotto la tregua accettata nel 2025 lanciando missili e droni contro il territorio israeliano, la ripetizione di quanto fatto per mesi. L’azione è stata interpretata come un segnale calibrato agli avversari.
La carta Houthi è troppo importante per essere bruciata in questa fase. In quanto le loro incursioni sono in grado di infliggere un ulteriore colpo al traffico marittimo globale costringendo cargo o petroliere a circumnavigare l’Africa invece che proseguire verso il Canale di Suez.
Il flusso era già diminuito nei mesi scorsi ma si è in parte revitalizzato con la decisione saudita di aumentare l’export di petrolio dal terminale di Yambu, proprio in Mar Rosso. Un’alternativa alla rotta di Hormuz.
L’Iran usa la minaccia del coinvolgimento degli Houthi come ulteriore leva negoziale. Mentre Trump e Netanyahu sono stati molti confusi sugli obiettivi finali della campagna militare Teheran ha seguito un percorso abbastanza lineare: ad ogni spinta dell’avversario reagiremo allargando l’area del confronto bellico.
E la porta delle lacrime è perfetta per descrivere quali saranno le conseguenze.
Senza fare troppe domande, per anni Dubai ha offerto servizi bancari all’industria del petrolio iraniana e agli oligarchi russi sanzionati in Europa.
E oggi che è sotto il tiro dei droni di Teheran, orientati dall’intelligence di Mosca, non può cambiare: l’emirato ha trovato una sua vocazione come capitale finanziaria, in buona parte, proprio perché chiunque può depositarvi fondi senza temere sequestri, sanzioni o anche solo un po’ di trasparenza. Tornare indietro su questi metodi per Dubai significa trasformarsi, letteralmente, in una cattedrale nel deserto.
Il paradosso delle prime cinque settimane di guerra è che i flussi di petrodollari (o petroyuan) di Teheran potrebbero persino aumentare. È improbabile che ne passino ancora molti proprio a Dubai, perché oggi le banche di Hong Kong o della stessa Cina sono ritenute dagli esportatori più affidabili.
Ma appare certo che dall’inizio dei bombardamenti l’Iran stia fatturando anche più di prima, al punto che neanche la distruzione o la perdita dell’isola di Kharg – minacciata esplicitamente da Donald Trump – porterebbe all’asfissia finanziaria del regime.
Secondo TankerTracker, una piattaforma che segue da satellite il traffico marittimo di petrolio e gas, nell’ultimo anno Kharg ha caricato 344 imbarcazioni con 572 milioni di barili di greggio o carburanti: esattamente 1,56 milioni di barili al giorno, pari al 95% delle esportazioni iraniane di petrolio.
Perciò l’isola ha 55 serbatoi, alimentati tramite una conduttura dalla terra ferma, in grado di contenere allo stesso tempo un terzo della produzione giornaliera di greggio del mondo.
Kharg è così importante per l’Iran che Trump si è convinto di poter sconfiggere il regime prendendone possesso o distruggendola, perché taglierebbe le entrate di Teheran. O almeno, lo minaccia per costringere i nemici a riaprire Hormuz.
La realtà però è più sfumata, come dovette constatò Saddam Hussein quando fece bombardare l’isola – senza risultato – durante la guerra Iran-Iraq degli anni 80. Teheran infatti ha progettato varie alternative, per non essere esposta su un unico punto letale. Un terminale si trova fuori e a Sud rispetto allo stretto di Hormuz, in un luogo della costa chiamato Kooh Mobarak collegato a un oleodotto di mille chilometri verso Nord-Ovest.
Da lì è partita una sola nave nell’ultimo anno prima dell’inizio della guerra – secondo TankerTrackers – ma già due nell’ultimo mese. Secondo “Bloomberg” inoltre l’Iran ha altri punti di carico nelle isole di Lavan, Sirri e Qeshm,
quest’ultima situata proprio nel punto più stretto di Hormuz. Per non parlare dei tre terminali sulla costa da cui il Paese può ancora esportare dei gas liquido.
Se il calcolo della Casa Bianca è costringere la Guardia rivoluzionaria a riaprire lo stretto intervenendo su Kharg, esso resta da provare. L’Iran ridurrebbe il suo export, forse a un terzo dei volumi attuali, ma non ridurrebbe molto le proprie entrate rispetto a prima della guerra.
TankerTracker stima che il regime esporti fuori da Hormuz il contenuto di una petroliera al giorno, pari ad almeno due milioni di barili: più o meno come prima della guerra. Ma proprio per la guerra il prezzo del greggio e del raffinato iraniano è esploso, da meno di 50 dollari a barile a oltre cento oggi. Inoltre gli Stati Uniti hanno tolto sanzioni a 150 milioni di barili di Teheran già sugli oceani all’inizio delle ostilità, per un valore di almeno dieci miliardi di dollari. I guardiani della rivoluzione sono sotto le bombe, senz’altro. Ma da tempo i loro conti in banca a Hong Kong e Dubai non erano stati tanto bene
(da agenze)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
NEL PD C’È CHI LE CONSIGLIA DI EVITARE LE PRIMARIE E LEI PROVA A PUNTELLARSI CON DUE PLATEE ELETTORALI OPPOSTE: QUELLA “MATURA” DELLA CGIL E QUELLA DEI GIOVANI
È stato l’ultimo a pronunciare la parola «primarie». Ma da quando lo ha fatto il tema è
diventato oggetto di dibattito — e di polemica — nel complicato mondo del centrosinistra
È stata la prima a rovesciare un voto di partito con quello dei gazebo, eppure adesso quelle consultazioni non sembrano più avere per lei lo stesso fascino che avevano tre anni fa. Giuseppe Conte ed Elly Schlein si scontrano, si incontrano, si rincorrono e, alle volte, si dirigono verso lidi opposti, ma alla fine si ritrovano fianco a fianco (benché malvolentieri il più delle volte) perché le regole della politica li costringono a restare insieme. Entrambi sognano Palazzo Chigi, ma la strada che immaginano per arrivarci è diversa.
Il leader del Movimento 5 Stelle, fino a qualche tempo fa sulle barricate, è andato attenuando i suoi toni. Persino su argomenti scottanti (per il centrosinistra) come la politica estera. Così, tra una frenata sull’opportunità di utilizzare il gas russo e un’affermazione sulla necessità di rafforzare la difesa europea, Conte riceve persino il plauso di Italia viva.
«Dal leader del Movimento 5 Stelle — dice il vicepresidente di Iv Enrico Borghi — sono arrivate dichiarazioni che mi sembrano importanti, da apprezzare e che vanno nella direzione di costruire quel comune denominatore della coalizione che corrisponde alla sensibilità dell’elettorato riformista».
Conte si sveste e si riveste dei panni del premier con grande facilità. Ieri era l’ex presidente del Consiglio che sa come si sta al mondo (e al governo). Perciò in un colloquio con La Repubblica affermava con realismo: «Se domattina dovessimo andare noi al governo, non sarà facile rivedere gli accordi sottoscritti da Meloni». Cioè, «patto di Stabilità, piano di riarmo europeo, spese della Nato al 5 per cento».
Certo, poi aggiungeva che però con la spinta dei giovani che sono andati a votare No al referendum, quegli impegni si potrebbero ridiscutere, ma, insomma, niente promesse di grandi rivoluzioni o inversioni di rotta.
Come chi si accinge a vestire — di nuovo — i panni del premier. Anche se un dirigente pd maliziosamente chiosa: «Domani, però, Giuseppe si può presentare in kefiah e cambiare nuovamente registro».
Però la leader dem sa che le primarie potrebbero rivelarsi rischiose
Nel 2023 Schlein non aveva nulla da perdere, adesso invece una sua sconfitta ai gazebo si ripercuoterebbe negativamente sull’intero Partito democratico e segnerebbe il suo personale destino politico.
Perciò c’è chi nel Pd le consiglia di non intraprendere la strada delle primarie. Fosse per lei, racconta chi la conosce, la segretaria seguirebbe questi suggerimenti (non quello però di fare un passo indietro) e sceglierebbe la via adottata dal centrodestra per decidere chi si candida a Palazzo Chigi: il leader o la leader della forza politica che ha più voti guida la coalizione.
Ma Conte la provoca quando continua a dire, un giorno sì e l’altro pure: «Il leader non va scelto nel chiuso delle stanze, ma con primarie aperte». Perciò la segretaria intanto prende tempo, ripete che il dibattito sul voto nei gazebo «non è la priorità» e punta su due platee elettorali opposte, se proprio primarie avranno da essere: quella «matura» della Cgil e quella dei giovani. Schein è convinta che gli under 30 di sinistra preferiranno lei a Giuseppe Conte.
(da agenzie)
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