Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
LE PRIMARIE (“CONTESTARLE E’ UN ERRORE POLITICO. POI SE CI FOSSE UN’INTESA FRA SCHLEIN E CONTE SU UN ‘PAPA STRANIERO’, CE LO FARANNO SAPERE”) E LA GAMBA CENTRISTA: “STIAMO LAVORANDO A UN CONTENITORE UNITARIO IN GRADO DI PRENDERE TRA IL 5 E IL 10%”
«Giorgia Meloni è evidentemente sotto botta», osserva Matteo Renzi. «Con la sconfitta al referendum, che non si aspettava, ha subito un triplo colpo», insiste il leader di Iv. «Per il centrosinistra è un’occasione d’oro: non sprechiamola».
Declini il triplo colpo, senatore.
«Il primo è psicologico: credetemi, fa molto male, e lo dice uno che c’è passato.
Erano certi di vincere con un margine netto, si sono svegliati con la mazzata più cocente che potessero immaginare».
La seconda botta?
«È politica: la premier ha perso l’aura dell’invincibilità. La leader che doveva farsi ascoltare da Trump ha fatto fatica persino a farsi sentire dalla Santanchè, figurarsi domani da Salvini o Vannacci».
E la terza?
«Meloni è rimasta senza racconto. Per quattro anni si è dipinta come la giovane underdog in lotta contro i poteri forti ma appoggiata dal popolo; oggi si ritrova appoggiata dal palazzo, con la fiducia nelle Camere, ma sfiduciata dal popolo».
Può sempre rialzarsi, non crede?
«Può recuperare il colpo psicologico e il rapporto con la sua maggioranza, ma non la narrazione. In questi quattro anni non ha approvato una sola riforma e ha aumentato le accise, la pressione fiscale, l’insicurezza, il numero dei giovani che vanno via dall’Italia. Ma aveva dalla sua un messaggio forte: me lo chiede il popolo. Adesso non potrà più utilizzarlo».
Allora ha ragione Fazzolari a suggerirle di anticipare le elezioni?
«Lei non lo farà perché è una donna priva di coraggio. Anzi, è probabile che porti la legislatura a scadenza naturale nell’autunno 2027. Si incollerà alla poltrona col Vinavil.
Ma i problemi non scompariranno».
Rischia il logoramento?
«È già iniziato e adesso è semplicemente inarrestabile».
È un suo auspicio o una profezia?
«Le rispondo con un esempio. Meloni ha fatto tutta la campagna referendaria professandosi garantista. Il giorno dopo la sconfitta, ha fatto fuori gli indagati Bartolozzi, Delmastro e Santanché. Con una inversione a U ha ripreso la strada giustizialista di Bibbiano. Il suo garantismo è durato lo spazio di un exit poll».
Per il centrosinistra si apre un’autostrada che porta a Chigi?
«A questo punto, per come si sono messe le cose, il centrosinistra può soltanto farsi male da solo. Perciò il primo tema da condividere è la consapevolezza. Bisogna che tutti capiscano quanto sia clamorosa la sfida in ballo: possiamo impedire il bis della destra ed eleggere un capo dello Stato che fino al 2036 garantisca gli equilibri istituzionali. Una responsabilità enorme».
Per mettere in piedi una coalizione competitiva servirebbe una road map: la sua qual è?
«Primo, insistere sulle tre S, le tre questioni su cui Meloni sta perdendo la faccia: stipendi bassi, erosi da inflazione e caro-bollette; sanità, dove le liste d’attesa stanno facendo uscire di testa le persone; sicurezza, soprattutto. Quando hai gruppi Telegram fatti da 17enni che preparano stragi, o bande di maranza che spadroneggiano su interi territori nelle grandi città, o se le ragazze hanno paura di andare la sera in stazione, vuol dire che la situazione è fuori controllo. Qui si gioca la forza del nostro campo».
E sulla politica estera, come farete a mettervi d’accordo?
«Dopo le parole di Conte sul sostegno all’Ucraina e la necessità di una svolta negoziale, mi sembra che non ci siano più distinguo».
Rimane il nodo del candidato premier: primarie sì o no?
«Sì. Bisognerebbe fare due cose: scegliere sin d’ora il periodo in cui farle e mettere subito a lavorare un gruppo di persone sulle regole. Poi, se ci fosse un’intesa fra Schlein e Conte su un “papa straniero”, ce lo faranno sapere. Ma contestare le primarie è un errore politico: il centrosinistra deve viverle come una festa di popolo, affermando il principio che chi vince ha il consenso di chi ha perso».
La sfida ai gazebo non rischia però di lasciare scorie, dividere anziché unire i leader progressisti?
«No se si trova prima un’intesa sulle regole e un framework di punti sui quali confrontarsi. Ripeto, a un certo momento può sempre succedere che la segretaria del Pd e il capo dei 5S decidano di scegliere un altro candidato. Ma possono farlo soltanto loro, nessun altro».
A che punto è la costruzione della gamba centrista che ancora manca?
«Stiamo lavorando a un contenitore unitario in grado di prendere tra il 5 e il 10%, fondato su due capisaldi: porte aperte e nessun veto. Dentro ci dovranno stare tutte le realtà riformiste che non fanno parte del Pd, ma anche singoli protagonisti: noi di Iv, +Europa, socialisti, sindaci, amministratori e, se vorranno, i movimenti civici che stanno nascendo. Insieme decideremo un nostro candidato o candidata alle primarie. E intanto l’11 aprile a Roma faremo partire le primarie delle idee per ritrovarci sulle cose da fare».
Ultima curiosità: lei e Conte come siete riusciti a passare dai veti reciproci all’alleanza?
«Nessuno di noi può rischiare di consegnare di nuovo l’Italia a Meloni. Il referendum ha mostrato con chiarezza che lei non è maggioranza nel Paese: siamo stati noi del centrosinistra, con le nostre divisioni, a regalarle la superiorità numerica in Parlamento nel ‘22. La leader di FdI andò al governo con il 26% dei voti solo perché eravamo spaccati in tre: Pd, M5s e centristi. Non può e non deve più succedere. Mi pare che l’abbiamo capito tutti».
(da Repubblica)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
PRIMA DI DIMETTERSI, BARTOLOZZI AVREBBE AVUTO RASSICURAZIONI DA PALAZZO CHIGI SULLO SCUDO PENALE DEL PARLAMENTO. TRADOTTO: VA SOTTRATTA AL PROCESSO PERCHE’ CONOSCE TUTTI I SEGRETI DEL PASTICCIO SUL TORTURATORE LIBICO. ED È MEGLIO CHE NON PARLI
Dimissionata dal ministero, ma blindata più di prima nell’inchiesta sulla liberazione di
Almasri. Inaccettabile, per la destra, «la distinzione artificiosa tra reato ministeriale e reato comune».
Ecco perché Giusi Bartolozzi, la ex capa di gabinetto di via Arenula indagata a Roma per falsa testimonianza, va sottratta al processo sulla vicenda del torturatore libico riportato a casa, secondo la strategia della maggioranza. Perché processarla in un filone ordinario e parallelo, così come avevano invece già valutato Tribunale dei ministri e Procura di piazzale Clodio, significherebbe trascinare, di fatto, il governo indirettamente alla sbarra.
Tradotto: salvare l’ex “zarina” e pagare pegno a maggior ragione dopo che Palazzo Chigi le ha imposto la fulminea defenestrazione. Così l’Ufficio di presidenza della Camera è pronto, domani, a dare il via libera per sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale.
Ecco con quale argomento, l’Udp è pronto a scudare definitivamente Bartolozzi. Per connettere la sua posizione a quella dei membri del governo Nordio, Piantedosi e
Mantovano, già salvati dal Parlamento (nel voto sulla improcedibilità, 9 ottobre) «è sufficiente – stando alla tesi del centrodestra in Udp – la sussistenza di un nesso finalistico consapevole tra le condotte» dei ministri e quello della Bartolozzi.
«Perché il reato-mezzo era funzionalmente orientato a realizzare o a celare il reato-fine», è scritto. Insomma: lei ha mentito per coprire il ministro Nordio e la linea del governo. Ed è sulla scorta di questi ragionamenti, sostenuti con forza dal vicepresidente Mulè, che il voto di domani appare scontato. Il via libera dell’Udp passerà all’Aula che, sorprese a parte, darà il suo avallo.
Resta un dubbio, che a destra non ignorano: se la Consulta dovesse prendersi alcuni mesi per la decisione, una eventuale bocciatura arriverebbe proprio a ridosso della campagna per le Politiche, carburante per la sinistra. Un rischio che ai meloniani non piace per nulla. Sarebbe la maledizione del caso Almasri.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA ERA ARRIVATA A OPERAZIONE GIA’ INIZIATA E FUORI DALLE PROCEDURE PREVISTE
L’Italia ha negato l’uso della base di Sigonella ad alcuni aerei militari statunitensi diretti verso l’Asia Occidentale. La decisione, come ricostruisce il Corriere della Sera, è stata presa dal ministro della Difesa Guido Crosetto appena pochi giorni fa, dopo che i velivoli avevano inserito lo scalo siciliano nel proprio piano di volo senza aver prima richiesto il necessario via libera alle autorità italiane. La comunicazione, infatti, è arrivata solo quando gli aerei erano già in volo, aggirando di fatto il passaggio formale previsto dagli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Di fronte a questa irregolarità procedurale, il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano ha informato tempestivamente il ministro. A quel punto, Crosetto ha deciso di non concedere l’autorizzazione all’atterraggio, ribadendo l’importanza del rispetto delle procedure e della sovranità nazionale anche nei rapporti con alleati storici come gli Stati Uniti.
Perché l’Italia ha negato agli USA l’uso della base di Sigonella
Dalle verifiche dello Stato maggiore è emerso che quei voli non rientravano tra le missioni logistiche ordinarie, cioè quelle già coperte dagli accordi bilaterali e autorizzate in automatico. In questi casi, invece, serve un via libera specifico da parte delle autorità italiane e, quando l’operazione è legata a scenari di crisi o a impieghi sensibili, può rendersi necessario anche un passaggio politico, fino al coinvolgimento dello stesso Parlamento. A pesare, prima ancora del merito dell’operazione, è stata però la procedura: la richiesta non è mai arrivata nei tempi e nei modi previsti, e soprattutto è mancata la consultazione preventiva con i vertici italiani. Un elemento considerato imprescindibile nella gestione delle basi sul territorio nazionale.
Su questo quadro già irregolare si è innestato anche un profilo tecnico: i velivoli risultavano infatti soggetti a “caveat”, cioè a limitazioni operative che impediscono l’utilizzo di basi alleate al di fuori di condizioni ben definite, salvo emergenze. Un vincolo che avrebbe rafforzato ulteriormente la posizione italiana, rendendo di fatto impraticabile un’autorizzazione concessa a posteriori.
Il risultato è stato quindi un diniego formale comunicato al comando statunitense: niente atterraggio a Sigonella. Una decisione che resta dentro il perimetro degli accordi, ma che tocca inevitabilmente un punto sensibile nei rapporti tra alleati, soprattutto in una fase di forte tensione internazionale
Come funziona l’autorizzazione all’uso delle bas
In condizioni normali, l’utilizzo delle basi italiane da parte degli Stati Uniti segue procedure già definite nell’ambito degli accordi bilaterali e della cooperazione NATO. Le missioni considerate “di routine” (come i voli logistici o di trasporto) rientrano in questo quadro e vengono gestite attraverso canali militari consolidati, senza quindi la necessità di un’autorizzazione politica caso per caso. Quando però si tratta di operazioni non standard, per destinazione, finalità o contesto operativo, entra in gioco un livello ulteriore di controllo: in questi casi è infatti richiesta una preventiva comunicazione formale alle autorità italiane, che consente allo Stato Maggiore della Difesa di effettuare le necessarie valutazioni tecnico-militari. Se l’operazione presenta profili di particolare sensibilità, la decisione può essere rimessa al livello politico, fino al coinvolgimento del ministro della Difesa. Nei casi più delicati, soprattutto quando l’attività si inserisce in scenari di crisi o conflitto, il tema può assumere anche una rilevanza politica più ampia: il Parlamento, pur non autorizzando singolarmente l’uso delle basi o i singoli voli, può essere coinvolto attraverso l’attività di indirizzo e controllo sul governo, soprattuto quando si profila un possibile coinvolgimento, anche indiretto, dell’Italia in operazioni militari internazionali.
Il precedente del 1985: la crisi di Sigonella
Il richiamo è inevitabile: la Crisi di Sigonella resta il momento più noto di attrito tra Roma e Washington sull’uso delle basi. Nell’ottobre del lontano 1985, dopo il dirottamento della nave Achille Lauro, un aereo egiziano con a bordo i responsabili fu intercettato da caccia statunitensi e costretto ad atterrare proprio a Sigonella. A quel punto si aprì un braccio di ferro tra le forze speciali americane e i militari italiani, entrambi presenti sulla pista. L’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi rivendicò la giurisdizione italiana sul caso e ordinò ai carabinieri di circondare i reparti Usa, impedendo che prendessero in consegna i dirottatori. Dall’altra parte c’era l’amministrazione di Ronald Reagan, determinata a portarli negli Stati Uniti. La crisi si risolse senza uno scontro, ma segnò comunque uno dei momenti più tesi nei rapporti tra i due Paesi e diventò un precedente simbolico sul tema della sovranità. Oggi il contesto è sicuramente diverso, non si parla di conflitti politici aperti. Ma il principio richiamato, seppure in forma molto tecnica, resta lo stesso: anche dentro un’alleanza, l’uso del territorio nazionale non può prescindere da regole condivise e da un consenso esplicito.
(da Fanpage)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
CI SONO ANCHE TUTTI I PASSAGGI, DALL’ACQUISTO FINO ALLA CESSIONE, DELLE QUOTE DETENUTE DELLA SOCIETÀ “LE 5 FORCHETTE SRL” SULLA QUALE È PUNTATO IL FARO DEGLI INQUIRENTI… CHISSA’ PERCHE’, PRIMA CHE LA STORIA DIVENTASSE PUBBLICA, DELMASTRO AVEVA DIMENTICATO DI CITARE LA SUA PARTECIPAZIONE NE “LE 5 FORCHETTE SRL”
Arriva un aggiornamento della documentazione patrimoniale dell’ex sottosegretario Andrea
Delmastro depositata e disponibile sul sito della Camera. Nella casella online del deputato si trova, ora, infatti, un documento datato 28 marzo 2026 nel quale viene elencata la comproprietà di una serie di fabbricati ma ci sono anche tutti i passaggi, fino alla cessione, delle quote detenute della società ‘Le 5 Forchette srl’ sulla quale è puntato il faro degli inquirenti.
Nel nuovo documento si legge che in data 16/12/2024 il parlamentare era socio al 25% di ‘Le 5 Forchette srl’; e il 3 novembre 2025 risulta socio al 100% della G&G srl. In data 24/11/2025 risulta la cessione totale della partecipazione nella ‘Le 5 Forchette srl’ a favore della ‘G&G srl’ e il 27 febbraio 2026 la cessione totale delle quote di partecipazione indiretta detenute nella G&G srl nella ‘Le 5 Forchette Srl’.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MILITARE: “UN CAFFÈ CON TAJANI O CON MARINA BERLUSCONI? PERCHÉ NO”— VANNACCI LANCIA IL SOLITO PENOSO MESSAGGIO AL CENTRODESTRA: “SIAMO INTERLOCUTORI NATURALI, CI VEDONO COME SPINA NEL FIANCO MA SIAMO UN’OPPORTUNITÀ”; DATEGLI UNA POLTRONA
Roberto Vannacci taglia il nastro della sede nazionale del suo partito. “Una bottega, un laboratorio di cose pratiche, il cuore e la fucina di idee di Futuro Nazionale”, è la definizione scelta dal presidente. Che arriva a Roma con lo zaino in spalla e, per la prima volta, sale le stesse scale solcate dal fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi.
A separare la sede di Futuro Nazionale da quella degli azzurri solo qualche gradino, sullo stesso pianerottolo di via in Lucina. Coincidenza su cui il generale torna più di una volta
“Siamo contenti di essere vicini di FI, – commenta – ho sempre avuto buoni rapporti con i miei coinquilini e i miei vicini, perché non dovrei averli con loro. Un caffè con Tajani o con Marina Berlusconi? Perché no. Una volta faranno il caffè loro, una volta noi”.
In attesa del leader, tra decine di simpatizzanti e cronisti, passa il portavoce azzurro Raffaele Nevi. Contento di essere vicino di Vannacci? ”
Come vicino di pianerottolo non è un problema”, ironizza. Ma il tema dell’ingresso di FnV nella coalizione di centrodestra resta sul piatto, e il generale non fa a meno di sottolinearlo.
“Siamo interlocutori naturali, ci vedete come spina nel fianco ma siamo un’opportunità per allargare lo spettro del centrodestra”, insiste Vannacci. Che sottolinea le interlocuzioni aperte “con tutti”.
Smentisce i contatti con Daniela Santanché ma annuncia che il Movimento Indipendenza di Gianni Alemanno confluirà nel partito. In vista della conferenza stampa congiunta, il generale intanto si sbilancia: “la cosa mi fa estremamente piacere, Indipendenza si è riconosciuta al 100% in quello che diciamo noi e sono pronti a seguire le indicazioni”.
Il partito si allarga – le tessere salgono a 18 mila – e Vannacci sbarca a Roma con un’aspirazione neanche troppo nascosta. Dal suo ufficio, a pochi passi dalla Camera, si intravede anche Palazzo Chigi, e lui commenta: “tutte le realtà partono da un sogno”.
Poi, a chi gli chiede chi potrà essere il candidato premier del suo partito, risponde: “se il premier è uno credo che sia Vannacci e basta, non c’è dubbio”.
Ma sull’ingresso nel centrodestra non si sbilancia. Elezioni anticipate? “Noi siamo pronti, la rampa è aperta, basta la luce verde”, è la linea del generale. La fiducia al dl Bollette? “Vedremo, la fiducia è come quella che si dà a una moglie che cucina un piatto non gradito come la trippa”, è il ragionamento tortuoso che offre ai cronisti.
In attesa dell’Aula, c’è da firmare il contratto per i locali messi a disposizione da Stefano Ruvolo di Confimprenditori. “Ci starebbe una decima”, provoca. “Hic manebimus optime”, dice poi con tono più serio.
E con fare militaresco annuncia: “ci devo portare la stuoia e il sacco a pelo”. Il suo volto compare accanto al simbolo nelle gigantografie sulle pareti. “Vedete, sono bianche e non nere”, scherza. Lo stile dei locali è minimal. Accanto a quadri astratti, i crocifissi. “Sono contento che ci siano per una questione di identitá”, precisa.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA” CONFERMA CHE LA PREMIER E’ FINITA IN UN VICOLO CIECO: “È EVIDENTE CHE SIAMO DAVANTI A UNA SITUAZIONE DI CONFUSIONE POST TRAUMATICA. PERALTRO AGLI ESIMI STRATEGHI DELL’ORDALIA FINALE (IL SOLITO FAZZOLARI) SEMBRA SFUGGIRE CHE, A LEGGE ELETTORALE VIGENTE, NON È DETTO CHE DALLE URNE ESCA UNA MAGGIORANZA STABILE, PER CUI SAREBBE UN CASO DI SCUOLA DI COME RIMANERE VITTIME DELLE PROPRIE MACCHINAZIONI”
Accadde, per qualche mese, anche a Matteo Renzi, dopo la fatal sconfitta al suo referendum:
l’orologio politico di una stagione si ferma lì, davanti allo spoglio dei risultati. Come davanti a un trauma che, per entità, non ti aspetti.
E l’animo umano si trincera nell’illusione di poter ritornare, prima o poi, nelle certezze di una comfort zone rimasta tutto sommato integra. Si chiama, tecnicamente, rimozione del principio di realtà, per evitare il doloroso processo di una messa in discussione di sé come presupposto dell’adattamento al contesto mutato.
È esattamente quel che sta accadendo a Giorgia Meloni.
A una settimana dalla botta, ancora non si capisce quale sia la sua analisi di quel che è successo e come intenda andare avanti. Né qualcuno, tra i tanti sodali e cantori del “Menomale del Giorgia c’è”, piuttosto solerti nell’attitudine all’altrui dileggio, si cimenta nella nobile arte dell’autocritica, forse perché partecipe dello stesso spiazzamento.
L’afonia complessiva di un mondo ne disvela una fragilità tanto profonda quanto impolitica. Insomma, non ci voleva una Cassandra per prevedere che gli altri, tutti assieme e su un voto “contro”, avrebbero potuto vincere.
Stupisce lo stupore. Ma proprio lo stupore racconta di un distacco dal principio di realtà antecedente all’epifania popolare: una vittoria e un governo vissuti nell’onnipotenza di una rivincita storica in nome del popolo. Una sorta di unzione messianica, data una volta per tutte.
Ed è così che, nella crisi di oggi, la postura di Giorgia Meloni non è quella di chi sente di non aver compreso quel che si muoveva nel Paese – e dunque spiega – ma dell’incompreso che sposta il problema ovunque purché fuori da sé. Così suscettibile e irritata nell’umore da mandare un adirato messaggio notturno a Ismaele La Vardera, oggi deputato regionale siciliano, prima giornalista delle Iene.
Anni fa colse l’occasione della sua candidatura a Palermo, sostenuta da Lega e Fdi, per una video-inchiesta a telecamera nascosta sul sottobosco non proprio brillante di quei mondi. Non prevedere che avrebbe denunciato pubblicamente il brutto
messaggio è segno di un’inquietudine, di nottatacce passate a rimuginare, di una serenità da ritrovare.
La storia in atto è quella del dito e la luna. Ove il dito, ad esempio, è prima la ricerca dei capri espiatori, per non ammettere le proprie responsabilità, poi l’avvitamento sul famoso rimpasto.
La via maestra sarebbe stata una presa d’atto in Parlamento ove illustrare un nuovo inizio e una nuova squadra. E invece si parla di questa o quella casella, ma senza un disegno d’assieme, perché un Meloni bis romperebbe la narrazione del governo dei record temporali.
E soprattutto perché, se la premier aprisse davvero il dossier, si dovrebbe misurare un problema gigantesco: Matteo Salvini che chiede il Viminale. La ragione sostanziale per cui la volta scorsa fu impedito erano le sue simpatie putiniane, ma c’era il processo Open Arms come ragione di opportunità per negarglielo.
Da assolto, resta solo Putin ed è una bella grana.
Sempre a proposito di avvitamenti, va assai di moda la chiacchiera sul voto anticipato, che è il contrario del rimpasto per durare: un nuovo plebiscito, assecondando la propria natura, ove le formule dell’orgoglio – «noi contro gli altri», «non ci faremo rosolare» – si basano sempre sulla famosa rimozione dei dati di realtà. Che, ad esempio, chiamano in causa l’Iran e il contesto internazionale, come ha ricordato il saggio Guido Crosetto. E poi, come la mettiamo sempre con la retorica del record di stabilità?
È abbastanza evidente che siamo davanti a una situazione di confusione post traumatica. E c’è da scommettere che, a freddo, prevarranno altri elementi di valutazione.
Uno, di puro buonsenso, lo porrebbe a Giorgia Meloni il Quirinale: perché vuole andare al voto se in Parlamento ha la fiducia e una maggioranza piuttosto coesa, e come lo spiega al Paese?
Peraltro agli esimi strateghi dell’ordalia finale – dicono: il solito Fazzolari – sembra sfuggire che, a legge elettorale vigente, non è detto che dalle urne esca una maggioranza stabile, ragione per cui, prima del voto, la stessa Giorgia Meloni voleva metterci mano. Sarebbe un caso di scuola di come rimanere vittime delle proprie macchinazioni.
Come sempre accade in questi casi, il tempo può aiutare a smaltire i turbamenti.
Chissà, magari tra un po’la premier si accorgerà che, volendo, si può votare nell’autunno del 2027
Alessandro De Angelis
per la Stampa
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
“POTREBBE COSTARE PERDITE MOLTO ALTE PER GLI AMERICANI”
«Il costo in termini di perdite sarebbe troppo elevato». Così il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, esperto di geopolitica e strategia militare, su un’eventuale operazione terrestre delle truppe Usa in Iran. «Prima di tutto sono convinto, e spero di non essere smentito, che gli americani non si muoveranno in quel senso se non altro perché i rischi sono così elevati che Trump non se li potrebbe permettere con l’elettorato repubblicano, visto che fra poco sarà chiamato alle urne», spiega in un’intervista al Corriere della Sera.
La presa di Hormuz
E aggiunge: «E poi perché, se parliamo solo di Kharg, un eventuale sbarco su un’isola fortemente rinforzata, con sistemi di difesa che rappresentano anche un
ostacolo fisico, potrebbe comportare perdite molto alte per gli americani. Sicuramente le capacità tecnologiche Usa per appoggiare una missione del genere sono notevoli, ma bisogna anche tener presente che un’operazione terrestre vedrebbe coinvolti nuclei ridotti di soldati, si parla da 3 mila a 5 mila uomini: non ci sarebbe la superiorità tecnica e di fuoco che consentirebbe di confidare in un successo». Camporini non sa però se Trump rinuncerà: «Nulla può impedirglielo, ci sono state cose sconsigliabili che alla fine ha fatto lo stesso. Quindi non ci metterei la mano sul fuoco. Però bisogna tener presente che in questo caso gli americani non si troverebbero di fronte un insieme di guerriglieri, come è successo ad esempio con l’Afghanistan, ma forze armate regolari che sono state rinforzate da tempo e collaudate in combattimento nel corso degli anni, con esperienze dirette di guerre».
Iran avversario pericoloso
Ovvero: «Una su tutte, quella del 1980 contro l’Iraq che doveva essere una sorta di blitzkrieg e invece è durata otto anni, con perdite elevatissime da entrambe le parti. Insomma, l’Iran è un avversario estremamente pericoloso e molto determinato. Uno scenario completamente differente rispetto a quelli in cui negli ultimi anni abbiamo visto impegnati i soldati americani in un contesto terrestre».
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
L’ACCUSA DEL FINANCIAL TIMES: LE SCOMMESSE SUL PREZZO DEL PETROLIO PRIMA DEGLI ANNUNCI DI TRUMP
Un brocker che lavora per il Segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth avrebbe tentato di
effettuare un ingente investimento in aziende del settore della difesa poche settimane prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Lo scrive il Financial Times citando tre diverse fonti a conoscenza dei fatti. Mentre il portavoce del Pentagono Sean Parnell sostiene che la notizia sia completamente falsa e inventata e chiede una smentita al giornale britannico. Questo è solo l’ultimo degli incroci tra investimenti e attacchi che coinvolge il governo Usa. Dopo le “scommesse” sul prezzo del petrolio alla vigilia dei bombardamenti e prima dei negoziati.
Pete Hegseth e gli investimenti in aziende di armi
Il Financial Times scrive oggi che il broker di Hegseth presso Morgan Stanley avrebbe contattato BlackRock a febbraio per un investimento multimilionario nell’ETF DefenseIndustrials Active della società di gestione patrimoniale poco prima che gli Stati Uniti lanciassero l’azione militare contro Teheran. Secondo quanto riportato dal quotidiano l’investimento discusso dal broker di Hegseth non si è concretizzato poiché il fondo, lanciato nel maggio dello scorso anno, non era ancora disponibile per i clienti di Morgan Stanley. Il Financial Times non specifica quanta discrezionalità avesse il broker nell’effettuare investimenti per conto di Hegseth. Né se Hegseth fosse a conoscenza delle attività del broker.
La difesa della Difesa
«Né il segretario Hegseth né alcuno dei suoi rappresentanti si è rivolto a BlackRock in merito a un simile investimento», ha dichiarato il portavoce del Pentagono Parnell. BlackRock ha rifiutato di commentare la notizia, mentre Morgan Stanley non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento di Reuters. Secondo Blackrock il fondo da 3,2 miliardi identificato dal ticker IDEF persegue «opportunità di crescita investendo in aziende che potrebbero trarre beneficio da un aumento della spesa pubblica in difesa e sicurezza, in un contesto di frammentazione geopolitica e competizione economica».
Le partecipazioni
Le sue principali partecipazioni includono i conglomerati della difesa RTX, Lockheed Martin e Northrop Grumman. Che hanno il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti tra i loro maggiori clienti. Oltre a Palantir, società specializzata nell’integrazione dei dati centrale nelle strategie del Pentagono. Hegseth figura tra i principali fautori della guerra all’Iran. E ha rappresentato una delle voci più insistenti all’interno dell’amministrazione Trump a sostegno di un attacco contro Teheran, ostentando spesso la potenza militare americana.
L’investimento
L’investimento discusso il broker di Hegseth non l’ha infine realizzato perché il fondo in questione – lanciato nel maggio dell’anno scorso – non era ancora disponibile per l’acquisto da parte dei clienti di Morgan Stanley. Gli ETF sono concepiti per essere acquistati e venduti con la stessa facilità delle azioni ordinarie. a la loro proliferazione ha costretto la maggior parte delle grandi piattaforme di intermediazione e trading a offrire soltanto un sottoinsieme degli oltre 14.000 ETF attualmente esistenti.
I rialzi
Non è noto se il broker di Hegseth abbia in seguito individuato un fondo alternativo incentrato sul settore della difesa per l’investimento. Il fondo IDEF, quotato al Nasdaq, ha registrato un rialzo del 28% nell’ultimo anno: tuttavia, non ha beneficiato del conflitto in Medio Oriente, subendo al contrario un calo di quasi il 13% nell’ultimo mese. Il fatto che il broker di Hegseth fosse pronto a effettuare una simile operazione, proprio mentre il Dipartimento guidato dallo stesso Segretario alla Difesa si apprestava a lanciare una campagna militare su vasta scala, rischia di suscitare nuove critiche.
580 milioni di dollari
La notizia fa il paio con quella dei 580 milioni di dollari in scommesse sul mercato del petrolio arrivati 15 minuti prima del post di Trump su Truth dei colloqui in corso con l’Iran per la fine della guerra. Un annuncio che fece crollare i prezzi del greggio, anche grazie al rinvio dell’attacco minacciato dagli Usa alle infrastrutture energetiche di Teheran.
Una ricostruzione del Financial Times, in base ai dati di Bloomberg, ha tracciato uno scenario di guadagni sospetti dei trader dopo che tra le 6:49 e le 6:50 locali (11:49 e 11:50 in Italia) sono passati di mano un numero di 6.200 contratti future su Brent e West Texas Intermediate. Con scambi verificatisi prima del post di Trump delle 7:04, nel quale il tycoon ha messo nero su bianco che vi erano state «conversazioni produttive» con Teheran per porre fine alla guerra.
Nello stesso frangente – esattamente 27 secondi prima delle 6:50 – sono aumentati i volumi di scambio su Brent e il Wti. I future legati all’indice azionario S&P 500 hanno registrato un rialzo dei prezzi pochi istanti dopo gli scambi sul petrolio. Anche i relativi volumi sono aumentati nel corso di quella stessa fascia oraria.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
E’ UN’OCCASIONE PER IL CENTROSINISTRA A PATTO CHE SAPPIA COGLIERLA
E’ la legge del consenso. Volatile come l’elettorato. Che per oltre tre anni è rimasto granitico e inscalfibile. Finché 15 milioni di italiani hanno demolito la riforma dell’ingiustizia sulla quale Giorgia Meloni aveva messo la faccia.
Una battuta d’arresto per la maggioranza che inizia a riverberarsi anche nei sondaggi con la prima flessione nei consensi per i partiti di governo che neppure il repulisti (tardivo) imposto dalla premier (Delmastro, Bartolozzi e Santanché) e non solo (Gasparri liquidato da capogruppo FI per volere di Marina Berlusconi), all’indomani della débâcle referendaria, è servito ad evitare. L’ultima vittima è Elena Chiorino – ex socia, come Delmastro, di Caroccia jr, figlia del prestanome dei Senese (vicenda sulla quale l’inchiesta della Procura di Roma si è arricchita ieri di un nuovo capitolo) – che, dopo quelle da vice presidente, ha rassegnato le dimissioni anche da assessora regionale del Piemonte.
Certo, non è un’emorragia, ma è comunque un segnale. Molto più preoccupante perché le opzioni a disposizione della premier per invertire la rotta scarseggiano. La bocciatura della legge Nordio chiude il capitolo delle riforme costituzionali: il premierato è ormai un’utopia mentre la Corte costituzionale ha già ridimensionato pesantemente i provvedimenti sull’Autonomia differenziata. Le tre riforme portanti del programma elettorale sono evaporate. I prezzi dei carburanti continuano a correre: gli aumenti si sono già mangiati lo sconto (per soli 20 giorni), introdotto per decreto, prima della scadenza . Gli imprenditori sono sul piede di guerra per la scure sugli incentivi agli investimenti, calata dal ministro Giorgetti, per far quadrare i conti. Ad agosto scadrà il Pnrr, unica vera leva sul Pil che ha evitato finora al Paese la recessione. A metà aprile è atteso il Dpef, ma le casse sono vuote per le spese militari.
Il voto anticipato non è un’opzione: tra guerre ed economia al palo, il Quirinale le proverebbe tutte per formare un governo di emergenza nazionale. Anche sulla riforma della legge elettorale, per blindarsi al prossimo giro, la strada è tutta in salita. Un campo minato sulla strada di Meloni verso il secondo mandato. E
un’occasione per il centrosinistra. A patto che sappia coglierla, evitando i soliti casini.
(da lanotiziagiornale.it)
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