Destra di Popolo.net

LO SBERLEFFO DELLA LEGGE ELETTORALE

Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL COSTITUZIONALISTA AINIS: SERVE UN SISTEMA DI VOTO CHE MOTIVI I CITTADINI, NO AI LISTINI BLOCCATI

Un referendum, due paradossi, tre lezioni. E all’orizzonte una sciagura: la nuova legge elettorale, che suonerebbe come uno sberleffo al popolo del no. Eppure stamani (martedì 31 marzo) è stata incardinata alla Camera, con l’intenzione di procedere al passo dell’oca.
Primo paradosso: il quorum. Quando serve (è il caso dei referendum abrogativi) non si raggiunge; e infatti negli ultimi vent’anni ne sono naufragati 35. Invece quando non serve (è il caso dei referendum costituzionali) si raggiunge: 52% di votanti sulla riforma Berlusconi nel 2006, 65% sulla riforma Renzi nel 2016, 51% sulla riduzione dei parlamentari nel 2020, 59% sulla giustizia adesso.
Da qui la prima lezione: sbarazziamocene. Cancelliamo con una riforma costituzionale — questa sì, necessaria — la condizione che si rechi alle urne la maggioranza del corpo elettorale, per la validità dei referendum sulle leggi ordinarie. E disarmiamo con un tratto di penna i furbetti dell’astensionismo organizzato. Perché l’appello all’astensione è «un trucco», come diceva Norberto Bobbio. E perché non c’è democrazia in una chiesa vuota di fedeli.
Secondo paradosso: quesito tecnico, per non dire astruso. Anche per chi non abbia una laurea di giurisprudenza in tasca, figuriamoci per gli altri. Più o meno ci domandava di scegliere tra un Csm oppure due, tra un sorteggio vero per i membri togati e uno finto per i membri laici, tra la carriera della magistratura requirente e di quella giudicante. Tuttavia gli italiani, che avevano disertato in massa le europee del 2024 e le regionali del 2025, stavolta sono andati in massa nei seggi elettorali. Smentendo doppiamente ogni pronostico: difatti maghi e sondaggisti avevano previsto un’affluenza microscopica; e avevano anche aggiunto che se le urne si fossero riempite, allora avrebbe trionfato facilmente il sì.
Da qui la seconda lezione: per mobilitare gli elettori deve scattare una scintilla, deve accendersi un’idea, anzi un ideale. E la nostra vecchia Carta è ancora capace di scaldare i cuori. Perché la Costituzione italiana organizza l’esercizio del potere, ma soprattutto detta un limite al potere, armando una rete di contropoteri. L’ordine giudiziario, pur con tutte le sue inefficienze, svolge per l’appunto quest’ultim
funzione. Ma la riforma è stata percepita come un intervento normativo contro la magistratura, non in sua difesa. Sicché a difenderla hanno provveduto i cittadini. Difendendo al contempo la democrazia contro il vento autoritario che soffia in ogni dove, che scuote le coscienze pure alle nostre latitudini.
No, non è stato un voto a sostegno del vecchio Csm, o almeno non soltanto. È stato un voto contro la postura d’un governo che strizza l’occhio a Trump e a Netanyahu, che ha sequestrato il Parlamento, che detta un’informazione televisiva di regime, che limita il dissenso con i decreti sicurezza. E che ha tentato di cambiare la Costituzione manu militari, con quattro voti blindati tra Camera e Senato senza correggere una virgola nel testo licenziato dal Consiglio dei ministri. È questa vocazione autoritaria, è questo metodo muscolare, che ha gonfiato le urne con un no secco e rotondo. Soprattutto dei giovani, loro hanno orecchie più sensibili alle sirene della libertà.
C’è però una terza lezione che sarebbe bene registrare. Nonostante l’apparenza, non c’è contraddizione tra il crescente astensionismo elettorale alle politiche e alle amministrative, rispetto all’affluenza che denota i referendum costituzionali.
Il denominatore comune è sempre uno: gli italiani non si fidano dei loro politici (sicché non vanno a votare) e dunque non si fidano delle riforme timbrate dai politici (sicché votano contro). Nel 2016 ne fece le spese la sinistra di Renzi, adesso la destra di Meloni.
Serve cautela, insomma, prima d’affermare che l’Italia si sia riconciliata con le proprie istituzioni. Serve un rinnovamento della politica e dei partiti. E serve un sistema di voto che motivi i cittadini. Con i listini bloccati il nostro voto non vale un fico secco. Nei referendum invece vale, ne decide il risultato. Dato che gli operai sono già al lavoro sulla nuova legge elettorale, la preghiera è una soltanto: fate in modo che somigli a un referendum.
(da Repubblica)

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LIBERTA’ DI INFORMAZIONE

Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile

NON SI PUO’ FAR VEDERE TUTTO

Non so se sia un sentimento tacciabile di moralismo, di passatismo, di altre mie personali inadeguatezze: ma vorrei tanto non avere mai visto, nelle edizioni online di tutti i giornali, anche questo, l’insostenibile video, in soggettiva, dell’agguato all’arma bianca contro la professoressa Mocchi, che guarda ignara e inerme arrivare il suo alunno senza sapere che è il suo aguzzino.
A diversi giorni dal misfatto quel video ancora guizza, qui e là, nel nostro palinsesto da tavolo e tascabile. E se mi ripugna vederlo non è tanto perché sia orrendo (lo è), quanto perché il movente fondamentale del suo giovane autore era che fosse mostrato, che il suo gesto avesse followers, che la fama (che è il solo vero Satana dei nostri tempi, tra i tanti immaginari) potesse baciarlo a soli tredici anni, precoce trionfo. Beh, è stato accontentato.
Si dice tanto che gli adulti sono responsabili del dissesto psicologico che scombina pensieri e parole di molti adolescenti: bene, ecco un’ottima occasione per mostrarsi, per una volta, adulti responsabili. Non si può far vedere tutto. Se la ragione, o il pretesto, è il diritto/dovere di informare, basta e avanza far sapere quello che è accaduto, dicendo dell’esistenza di quel video ma senza spiattellarlo davanti ai nostri occhi esterrefatti.
L’informazione, ogni giorno di più, si modella su format che non le appartengono e sono estranei alla sua funzione: che non è dare spettacolo, non è emozionare, non è scandalizzare, è dare notizie. I media, come è ovvio, devono rendere conto del presente, ma senza farsene colonizzare. Selezionare con intelligenza e con rispetto umano i materiali che si pubblicano fa parte, a pieno titolo, della libertà di informazione.
(da Repubblica)

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LEGGE ELETTORALE, IL PRESIDENTE DELLA CONSULTA AVVERTE MELONI: “RISPETTARE LE SENTENZE”

Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile

SU PREMIO DI MAGGIORANZA, BALLOTTAGGIO E CANDIDATURE

Il messaggio ai naviganti, a volerlo capire, c’è stato. Forte e chiaro. Ed ora è ben difficile ignorarlo. Ci ha pensato il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, nel corso della conferenza stampa di qualche giorno fa, parlando di leggi elettorali. Discorso che vale per quelle del passato come per quella in discussione in queste ore. Il presidente Amoroso ha infatti citato le due sentenze con cui la Consulta nel 2004 demolì il Porcellum, di Roberto Calderoli, e poi nel 2017 inibì in via preventiva l’Italicum, a firma di Matteo Renzi. «Nella prima sentenza del 2004
– ha detto – ma direi forse ancor di più nella seconda sentenza del 2017, sono affermati dei principi che riguardano sia il premio di maggioranza, sia l’eventuale ballottaggio, sia le candidature a liste bloccate».
Tre paletti che il Parlamento non potrà ignorare, pena una sicura nuova bocciatura. «Sono quelli i principi che la Corte ha affermato e che quindi non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale», ha concluso.
Ebbene, quasi dieci anni sono trascorsi dall’ultima pronuncia, i giudici costituzionali sono tutti cambiati nel frattempo, ma il presidente Amoroso ha avvertito: quei capisaldi non si abbandonano.
Ha anche fatto capire, nell’intervista che apre l’Annuario 2026, che c’è particolare attenzione ai possibili effetti distorsivi di ogni eventuale nuova legge elettorale. Si riferiva all’Italicum, la legge elettorale che non fu mai applicata proprio perché bocciata in un ricorso preventivo. La legge fu dichiarata incostituzionale nella parte sul turno di ballottaggio. «Perché mancava la previsione di una soglia minima di voti ottenuta al primo turno. Una lista poteva accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo e ciò nonostante ottenere il premio, vedendo in ipotesi notevolmente incrementato il numero di seggi rispetto a quelli che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno».
Occhio ai paletti della Corte costituzionale, dunque. Il legislatore deve sapere che non c’è soltanto un limite per il premio di maggioranza, su cui la sentenza del 2017 è stata particolarmente chiara (è ammissibile un premio di maggioranza per una coalizione che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti, consegnandogli al massimo il 55% dei seggi). La Corte ha fissato anche un secondo principio, vietando le lunghe liste bloccate, perché va restituita all’elettore la possibilità di scegliersi quale eletto vuole.
«Il parametro non è aritmetico», spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, entrato però in rotta di collisione con il suo partito sul referendum appena celebrato perché spingeva per il Sì. «Mentre sul premio hanno disposto il parametro chiaro, i giudici costituzionali non hanno messo un numero “magico” sulle liste bloccate. Hanno solo detto al legislatore: non devi fare liste bloccate troppo lunghe».
Che cosa potrebbe significare oggi? «Non è una indicazione verso il proporzionale o verso le preferenze. È chiaro comunque che il principio enunciato nel 2017 potrebbe entrare in conflitto con la questione dei collegi, ma anche con il premio di maggioranza. Dipende tutto da come si costruirà la legge. Dal punto di vista della Costituzione, l’importante è dare la possibilità di scelta all’elettore».
Aggiunge il professor Gaetano Azzariti, costituzionalista anche lui, che si è speso per il No al referendum: «Si gioca con il fuoco – avverte – perché la Corte costituzionale è stata esplicita nell’affermare il principio che affidare alle segreterie di partito la scelta sugli eletti, attraverso lunghe liste bloccate, è incostituzionale». Che siano le preferenze su una lunga lista di candidati, o che siano collegi uninominali, o ancora piccole liste bloccate, «il principio che vale è l’individuabilità dei candidati».
Il professor Azzariti personalmente preferirebbe il sistema dei collegi uninominali. «Non è l’unico, ma il migliore per rispettare quanto dice la Corte costituzionale. A quel punto tutto è chiaro». In subordine c’è il ritorno alle preferenze. “Una lunga lista e l’elettore sceglie. Forse non è il sistema migliore, ma è compatibile con quanto dice la Corte».
E poi c’è la terza via. Quella delle liste bloccate e del potere di vita e di morte delle segreterie di partito. «La terza, chissà perché, o forse senza chissà perché, è la più delicata sotto il profilo costituzionale ma è anche quella più perseguita dai partiti», commenta con tono sarcastico. «Ecco perché dico che oggi si sta giocando col fuoco. Con la scelta delle liste bloccate, ci si sta allontanando terribilmente da quanto la Corte costituzionale ha stabilito».
A volere imporre di nuovo le liste bloccate, la partita sarà sulla loro lunghezza. Se fossero 3 o massimo 4 candidati, le si può ritenere ammissibili dalla Corte. Se fossero 10 candidati, molto difficile. Ancor di più se si arrivasse a 12 candidati come vogliono alcuni boatos. «Già la legge elettorale vigente – dice ancora il professor Azzariti -, ovvero il Rosatellum rivisto e corretto alla luce del taglio dei parlamentari, secondo alcuni è a rischio di incostituzionalità. Ovvio: con la riduzione del numero di parlamentari, automaticamente si sono allungate le liste dei candidati. E se si continua ad allungare la lista bloccata, è evidente che la Corte a un certo punto interverrà».
Insomma, il presidente Amoroso nei giorni scorsi ha lanciato il suo “alert”. Si vedrà presto se e quanto sarà ascoltato.
(da agenzie)

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CINQUE GOVERNI DELL’UE (TRA CUI L’ITALIA) SONO ACCUSATI DI SMANTELLARE “SISTEMATICAMENTE” LO STATO DI DIRITTO

Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile

UNGHERIA, SLOVACCHIA, ITALIA, CROAZIA E BULGARIA PERSEGUONO POLITICHE REGRESSIVE

Secondo quanto avvertito dalla principale organizzazione europea per le libertà civili, i governi di cinque Stati membri dell’UE stanno erodendo “in mod* sistematico e intenzionale” lo stato di diritto, mentre gli standard democratici si stanno deteriorando in altri sei, comprese democrazie storicamente solide.
Basandosi su prove fornite da oltre 40 ONG in 22 paesi, l’Unione per le libertà civili in Europa (Liberties) ha descritto i governi di Bulgaria , Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come “smantellatori” che stavano attivamente indebolendo lo stato di diritto.
Il rapporto del gruppo per il 2026 , pubblicato lunedì, afferma che lo stato di diritto ha subito una regressione in tutti i settori – giustizia, lotta alla corruzione, libertà di stampa e meccanismi di controllo e bilanciamento della società civile – in Slovacchia sotto il governo populista, autoritario e filo-russo di Robert Fico.
Il quadro era altrettanto desolante in Bulgaria, mentre l’Ungheria , dove i 16 anni di potere di Viktor Orbán potrebbero concludersi dopo le elezioni del 12 aprile, “rimane in una categoria a sé stante, continuando a perseguire leggi e politiche sempre più regressive senza alcun segno di cambiamento”.
In altri contesti, Liberties ha identificato Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Svezia, tutti paesi con solide tradizioni democratiche, come paesi “in declino”: luoghi in cui lo stato di diritto è in declino in alcune aree, senza che tale erosione faccia parte di una strategia politica complessiva.
Secondo il rapporto di 800 pagine, la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Grecia, l’Irlanda, la Lituania, i Paesi Bassi, la Romania e la Spagna sono state classificate come “paesi stagnanti”, ovvero paesi in cui le condizioni dello stato di diritto non mostravano né miglioramenti né peggioramenti.
Il primo ministro ungherese Viktor Orbán parla a un comizio elettorale con una bandiera ungherese che sventola davanti a lui.
Anche la Polonia rientra in questa categoria: il primo ministro, Donald Tusk, sta cercando di ripristinare elementi chiave dello stato di diritto, come l’indipendenza della magistratura, smantellati dal precedente governo di Diritto e Giustizia (PiS), ma è ostacolato dal veto presidenziale.
Secondo Liberties, i limitati progressi compiuti finora dalla Polonia “dimostrano quanto possa essere difficile e fragile ripristinare un’indipendenza istituzionale compromessa”. Solo la Lettonia si è meritata lo status di “paese che si impegna a fondo”, con un governo che sta attivamente migliorando gli standard dello stato di diritto
Il rapporto afferma inoltre che i meccanismi dell’UE per affrontare l’erosione dello stato di diritto sono in gran parte inefficaci, e che la maggior parte degli Stati membri non riesce a tradurre le linee guida in azioni concrete, nonostante diversi anni di raccomandazioni da parte della Commissione europea .
Giustizia
È emerso che il 93% di tutte le raccomandazioni contenute nella relazione sullo stato di diritto del 2025, redatta dalla stessa Commissione europea, erano ripetute rispetto agli anni precedenti, molte delle quali senza alcuna modifica nella formulazione, mentre il numero di nuove raccomandazioni si era dimezzato rispetto al 2024.
Delle 100 raccomandazioni della commissione valutate da Liberties, 61 non hanno mostrato alcun progresso, mentre altre 13 erano in peggioramento. “Il rapporto della commissione aveva lo scopo di stimolare azioni concrete”, ha affermato Ilina Neshikj, direttrice esecutiva di Liberties.
Ma dopo sette edizioni annuali, i risultati di Liberties evidenziano “non solo una regressione, ma anche sforzi continui e deliberati per minare lo stato di diritto. Ripetere le raccomandazioni senza un seguito significativo non invertirà questa tendenza”, ha affermato.
Il rapporto ha inoltre criticato le istituzioni dell’UE in generale, affermando che nel 2025 non solo avevano “rispecchiato molti dei problemi riscontrati negli Stati membri”, ma non erano riuscite ad applicare e difendere in modo coerente i diritti fondamentali.
“Hanno normalizzato l’uso di procedure legislative eccezionali e accelerate, smantellato importanti tutele dei diritti fondamentali e condotto una campagna concertata contro le organizzazioni di controllo”, ha affermato Kersty McCourt, consulente senior per la difesa dei diritti presso Liberties.
Quando ciò accade, ha aggiunto McCourt, le istituzioni “minano la credibilità dell’UE e dei suoi stessi rapporti sullo stato di diritto”.
Secondo Liberties, nel 2025 le condizioni dello stato di diritto si sono deteriorate maggiormente nel pilastro democratico dei “controlli e contrappesi”: la capacità delle ONG indipendenti e della società civile di organizzarsi, contestare le decisioni e chiedere conto ai governi
Secondo la ricerca, si sta assistendo a un aumento delle leggi regressive e delle pene severe per la partecipazione a manifestazioni vietate, anche in Ungheria, dove gli eventi del Pride sono stati proibiti e i loro organizzatori, tra cui il sindaco di Budapest, sono stati sottoposti a indagini formali.
In Italia è stato adottato un decreto di sicurezza estremamente restrittivo che criminalizza i blocchi stradali e altre forme di dissenso, ma rafforza le garanzie per le forze dell’ordine. In diversi Stati membri, i manifestanti per il clima e a favore della Palestina hanno subito divieti e sono stati criminalizzati.
Anche il pilastro della giustizia ha mostrato una mancanza di progressi, ha affermato Liberties, evidenziando in particolare quella che ha definito “una tendenza emergente di discorso politico sempre più critico o ostile nei confronti della magistratura e delle istituzioni per i diritti umani”.
Anche nella lotta alla corruzione si sono registrati scarsi progressi. E in materia di libertà di stampa, solo un numero limitato di Stati ha compiuto progressi tangibili. Gli attacchi contro i giornalisti sono aumentati in Bulgaria, Croazia, Italia, Paesi Bassi e, soprattutto, in Slovacchia .
(da agenzie)

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PER SEMPRE XI’

Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile

DALLE OMBRE SUL DOLLARO, A RINNOVABILI E MINERALI: 7 RAGIONI PER CUI XI JINPING È IN VANTAGGIO (PER ORA) NELLA SFIDA PER HORMUZ

La crisi di Suez è stato il momento nel quale la Gran Bretagna mostrò al mondo che non era più una superpotenza: il fallimento della guerra-lampo per riprendere il controllo del Canale dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser suggellò il declino dei grandi imperi europei
Allora accadde anche qualcos’altro: il dollaro superò definitivamente la sterlina come valuta di riserva per le banche centrali di tutto il mondo.
Senza il sostegno di un bilancio pubblico sano, indebolita da decenni di deficit degli scambi con il resto del mondo e ora anche senza una potenza militare schiacciante – dunque incapace di controllare le rotte marittime vitali – la Gran Bretagna vide la sua moneta passare dall’80% delle riserve mondiali nel 1948 a meno del 3% una trentina di anni più tardi
Il mondo aveva smesso di pagare (e farsi pagare) le materie prime essenziali con una valuta di cui Londra aveva il controllo. Il Regno Unito non poté più godere di tassi d’interesse bassi a piacimento sul proprio debito, di conseguenza dovette limitare la spesa militare e con quella la propria proiezione di potenza […].
Ora, gli Stati Uniti sotto Donald Trump non sono come Gran Bretagna di Anthony Eden del 1956. Godono di una supremazia tecnologica che allora Londra aveva perso da oltre mezzo secolo; controllano con i propri titoli emessi sul loro territorio circa il 70% dei mercati finanziari internazionali e continuano ad avere l’esercito più potente al mondo.
Ma esiste una lezione per l’America nella crisi di Suez? Il blocco di Hormuz accelera l’ascesa della Cina come superpotenza geopolitica? Può intaccare il predominio schiacciante del dollaro come valuta di pagamento delle materie prime?
Allo stato attuale, la Cina è in posizione di rafforzarsi. Per sette ragioni.
La lezione di Napoleone
“Un antico proverbio cinese recita: ‘Se il tuo nemico sta facendo un errore, non lo interrompere’”. Così l’economista di Pechino Keyu Jin, oggi alla Hong Kong University of Science and Technology, ha commentato la guerra di Trump all’Iran tre giorni fa al Forum Teha di Cernobbio.
Keyu Jin quasi certamente si sbaglia, perché sembra che il detto fosse in realtà di Napoleone. Ma il senso è chiaro e Jin, figlia di un altissimo funzionario della Repubblica popolare, lo ha ben presente.
In questa crisi, la Cina mantiene un basso profilo o almeno finge di farlo. Fa il possibile per mostrare di non avere alcun ruolo e di non agire in alcun modo per approfittare della guerra.
Si dichiara preoccupata solo per la stabilità internazionale e cerca di isolarsi dagli effetti dello choc del Golfo. Intanto però continua a comprare petrolio dall’Iran e soprattutto, a quanto pare, aiuta Teheran a condurre la guerra così come aiuta la Russia contro l’Ucraina.
Pechino mette a disposizione il proprio sistema di navigazione satellitare BeiDou3 e altri sistemi di ricognizione che permettono alla Guardia rivoluzionaria di individuare i bersagli e colpire con precisione. Inoltre, Pechino starebbe vendendo all’Iran missili supersonici molto importanti per continuare a imporre il blocco sullo Stretto di Hormuz.
Xi Jinping vede in questa guerra un fattore che destabilizza i mercati dell’export cinese; eppure, non può sfuggirgli come questa sia un’occasione d’oro per rafforzare lo status del proprio Paese. Ecco le sette ragioni.
Censura e batterie
1. Dall’inizio del conflitto, la Cina cerca di coltivare la propria credibilità internazionale come sola superpotenza prevedibile. Pechino condanna la “violazione del principio di sovranità” dell’Iran e il comportamento “da egemone” degli Stati Uniti, chiedendo un cessate il fuoco.
Ma giorni fa il titolo di un articolo del “South China Morning Post”, uno dei pochi di analisi sulla guerra, recitava: “I social media cinesi sono inondati di critiche agli Stati Uniti, ma è possibile che esse vadano troppo lontano?
Il testo parla degli attacchi a Trump che appaiono sulle piattaforme cinesi e di quando la censura interviene a cancellarli. Proprio il titolo era il messaggio: il partito non perde il senso delle proporzioni. Si presenta come un’entità affidabile – la sola dotata del controllo di tecnologie di punta, supremazia industriale, dell’arma atomica e di un approccio razionale – con cui qualunque Paese può trattare.
2. C’è una logica commerciale in tutto questo. Con il blocco di Hormuz, l’industria cinese delle rinnovabili e dell’auto elettrica racchiude per miliardi di persone la promessa di una minore dipendenza da petrolio e gas.
In reazione alla guerra Paesi come Pakistan, Thailandia, Singapore, Indonesia, Corea del Sud e Vietnam stanno accelerando la diffusione dell’auto elettrica o degli impianti industriali alimentati da pannelli fotovoltaici. Già da prima del conflitto, per puri motivi di autonomia energetica, l’Etiopia ha messo al bando l’import di auto e veicoli commerciali con motore a scoppio.
Dopo la lezione di Hormuz queste tendenze possono solo diffondersi in reazione allo choc petrolifero: proprio come dopo la guerra dello Yom Kippur negli anni ’70 le auto divennero sempre più leggere e a basso consumo.
E la Cina, di gran lunga campione mondiale di tecnologie rinnovabili e auto elettriche, farà affari d’oro. Dall’inizio della guerra all’Iran le grandi case occidentali dell’auto, legate ai motori tradizionali, stanno crollando in Borsa: Stellantis meno 15,2%, Volkswagen meno 14,2%, l’indice dell’automotive allo S&P500 di New York meno 10,3%; invece il titolo del colosso cinese dell’auto elettrica Byd è salito del 18% e quello di CATL, leader mondiale nelle batterie di accumulo, è quasi del 22%.
3. C’è poi una posizione specifica posizione di predominio industriale che conferisce oggi a Pechino ancora più potere. La Repubblica popolare controlla circa l’80% di produzione e raffinazione mondiale del tungsteno, un minerale duro quasi come il diamante e con una temperatura di fusione altissima, considerato indispensabile all’industria militare moderna.
Tutti i missili americani ed europei più avanzati dipendono dal tungsteno, ma dall’anno scorso la Cina ha introdotto stretti limiti all’export. Ora, nessuno sa quanto siano svuotati gli arsenali degli Stati Uniti dopo un mese di combattimenti nel Golfo, ma secondo il “Wall Street Journal” lo stato delle scorte potrebbe essere “peggio di quello che pensate”. E per disporre di nuovi volumi di tungsteno senza dipendere dalla Cina servono anni. Anche in questo Xi Jinping potrebbe avere nelle mani una leva in pi
4. Legato a questo c’è un vantaggio strategico più immediato per la Cina: pressato dalla relativa scarsità di forniture militari, da settimane il Pentagono sta spostando asset militari dall’Estremo Oriente al Golfo.
Vale per le forze navali come per gli intercettori, dalla Corea del Sud allo Stretto Taiwan. Il nervosismo degli alleati dell’America nell’area, Seul e Tokyo per primi, è palpabile. La Cina invece si vede sempre più liberata dalle forze che contengono la sua aggressività ai confini orientali.
5. Ho già scritto sulla capacità della Repubblica popolare di assorbire lo choc petrolifero e del gas più a lungo di qualunque altro Paese (non produttore) al mondo. Le sue scorte di greggio restano un segreto, ma Xi Jinping aveva dato ordine di aumentarle tre anni fa e oggi coprono probabilmente sei mesi di consumo: più della somma di quelle delle 32 democrazie avanzate dei Paesi riunite nell’Agenzia internazionale dell’energia.
La Russia può coprire parte delle forniture bloccate dai Paesi arabi del Golfo, l’Iran ha persino aumentato l’export alla Cina, mentre il gas che non arriva più dal Qatar contava ormai per meno del 9% della produzione elettrica (in Italia, per oltre il 40%) e molto meno delle rinnovabili della Repubblica popolare. Pechino è disturbata dallo choc in corso, ma può contare su una notevole tenuta.
6. L’insieme dei punti di cui sopra – autonomia strategica, controllo dei colli di bottiglia produttivi, ruolo di alleato e finanziatore vitale di Teheran – conferiscono a Xi Jinping un potere che oggi nessun altro leader mondiale detiene: solo la Cina può costringere l’Iran a una sistemazione che riapra Hormuz; solo lei può garantire la credibilità di un eventuale accordo con il regime degli ayatollah e dei guardiani della rivoluzione.
L’anno scorso la Repubblica popolare è stata la prima acquirente del greggio uscito dallo Stretto (quasi il 38% del totale) ed è naturale che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar – le tre potenze sunnite del Golfo – si rivolgano sottotraccia direttamente a Pechino in cerca di soluzioni
Vi è già un indizio in questo senso: quando è parso che potesse avviarsi un negoziato fra Stati Uniti e Iran il ruolo di mediatore è spettato al Pakistan, la potenza asiatica a ovest di Pechino più integrata alla sfera d’influenza cinese. Islamabad non può aver accettato quel compito senza prima consultare Xi.
7. Tutto questo porta a ciò che oggi ai cinesi interessa davvero: comprare materie
prime e altri prodotti essenziali nel mondo non i dollari ma nella loro valuta, lo yuan renminbi.
Come l’America con il dollaro, vogliono poter fare acquisti all’estero in una moneta che loro stessi hanno il potere di creare. Pochi Paesi hanno fretta di assecondarli, perché lo yuan non è pienamente convertibile: quando si è pagati con esso, non è facile trasformarlo in dollari, euro o oro; può dunque essere usato quasi solo per importare prodotti cinesi.
Anche per questo, Pechino impone contratti internazionali nella propria valuta ogni volta che ne ha il potere. Lo fa con il petrolio russo da quando Mosca è stata messa sotto sanzioni nel 2022, lo fa con Brasile e Argentina su certe materie prime, lo fa con il Pakistan o il Laos.
Pechino sta cercando di erodere la supremazia del dollaro. Ha già chiesto ad Arabia Saudita ed Emirati di accettare pagamenti in yuan per il greggio. E adesso Xi Jinping li imporrà, se avrà occasione di giocare un ruolo in una futura sistemazione per Hormuz senza esporsi troppo. In questo caso la terza guerra del Golfo – in dosi omeopatiche – sarebbe per l’America di Trump ciò che la crisi di Suez fu per Londra.
(da Corriere della Sera)

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