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“ABBIAMO SCAMBIATO IL DECORO PER ARTIFICIO E L’IMMEDIATEZZA PER AUTENTICITÀ” . ALDO GRASSO FA IL PELO E IL CONTROPELO ALLA CLASSE POLITICA ITALIANA: “ESSERE ‘ELETTI’ È UN COMPITO ESIGENTE, CHE IMPLICA COMPETENZA, MISURA, RESPONSABILITÀ: UNA FORMA VISIBILE DI ECCELLENZA CIVICA. INVECE ASSISTIAMO A RISSE DA TALK SHOW, VEDIAMO GESTI INDECOROSI, IMPROVVISAZIONI ELEVATE A METODO, FINO ALL’INVOCAZIONE DI MIRACOLI DA PARTE DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA GIANCARLO GIORGETTI

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

”MA IL LIVELLO NON SI ALZA PER DECRETO: SI CHIEDE PRIMA A SÉ STESSI E POI AGLI ALTRI” – “LA DISTINZIONE NON È UN PRIVILEGIO, ALZARE IL LIVELLO NON È UN ESERCIZIO DI STILE. È SOPRAVVIVENZA CIVILE”

All’uscita dall’Aula, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sbottato: «Vorrei un livello più alto del Parlamento». È quello che vorremmo tutti. A partire proprio dagli eletti, che dovrebbero garantire autorevolezza, rigore, senso delle istituzioni.
Essere «eletti» non è solo un titolo: è un compito esigente, che implica competenza, misura, responsabilità: una forma visibile di eccellenza civica. Invece assistiamo a risse da talk show, vediamo gesti indecorosi, improvvisazioni elevate a metodo,
fino all’invocazione di miracoli da parte del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Ma il livello non si alza per decreto: si chiede prima a sé stessi e poi agli altri. Non è una formula retorica, non nasce nei palazzi, ma nella trama quotidiana dei comportamenti. Sta nel linguaggio, nel rispetto dell’avversario, nella capacità di dissentire senza degradare.Negli ultimi anni abbiamo scambiato il decoro per artificio e l’immediatezza per autenticità, sacrificando educazione e responsabilità. Così abbiamo finito per diffidare della forma, dimenticando che è proprio la forma a custodire il senso del limite
Se oggi il Parlamento appare come uno specchio opaco, è perché si è smarrita un’idea essenziale: la distinzione non è un privilegio, alzare il livello non è un esercizio di stile. È sopravvivenza civile.
Aldo Grasso
per il “Corriere della Sera”

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AVVISATE LA “TRUMPETTA” GIORGIA MELONI: L’81,7% DEGLI ITALIANI È PREOCCUPATO PER LA GUERRA DEL TYCOON IN IRAN. A TERRORIZZARE I CITTADINI SONO SOPRATTUTTO LE CONSEGUENZE ECONOMICHE, DI CUI SI VEDONO GIÀ GLI EFFETTI: IL 47,6% TEME LE RIPERCUSSIONI SUI PREZZI DI COMBUSTIBILI, MATERIE PRIME E BENI ALIMENTARI

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

L’ALLEANZA CON TRUMP È SEMPRE PIÙ “TOSSICA”: IL 54,3% DEGLI ITALIANI PERCEPISCE IL PRESIDENTE USA COME UN FATTORE DI RISCHIO. UN DATO CHE ATTRAVERSA TUTTI GLI SCHIERAMENTI POLITICI, COMPRESI I PARTITI DI MAGGIORANZA (IL 38,5% DEI SOSTENITORI DI FORZA ITALIA, IL 33,3% DI QUELLI DELLA LEGA E IL 23,5% DI FRATELLI D’ITALIA)

L’81,7% degli italiani si sente preoccupato per tutto quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Questa inquietudine non si definisce attraverso un colore politico specifico, perché è una reazione profondamente umana; tuttavia, più spesso si definisce attraverso ciò che ciascuno teme di perdere o di vedere distrutto.
] In una società come la nostra, abituata a una relativa stabilità e a un benessere diffuso, la paura tende a tradursi in ciò che appare più concreto e immediato: la possibilità di un indebolimento economico, di una perdita di potere d’acquisto, di un futuro meno prevedibile.
Il pensiero dei cittadini corre infatti velocemente sulle conseguenze economiche per il nostro Paese – e per il proprio portafoglio- che già si manifestano nell’aumento dei prezzi dei combustibili, delle materie prime e dei beni alimentari (47,6%).
A queste preoccupazioni si affiancano i timori per le ripercussioni sulla vita quotidiana (12,5%) e sul proprio stile di vita (3,8%), segno di una fragilità percepita che tocca la dimensione concreta dell’esistenza.
Accanto a questo piano, tuttavia, riemerge anche una paura più diretta. Un italiano su quattro (25,6%) si sente infatti più esposto rispetto a possibili sviluppi che coinvolgano direttamente il Paese: dall’eventualità dell’invio di militari italiani nei teatri di guerra (9,8%), al rischio di attentati e azioni terroristiche (8,4%), fino al
timore di un allargamento del conflitto con il coinvolgimento di potenze come Russia e Cina (7,4%).
Da qui emerge un ulteriore elemento di inquietudine, più politico ma non per questo meno trasversale: il rapporto con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, percepito come un possibile fattore di rischio dal 54,3% degli italiani.
Un dato che colpisce perché attraversa tutti gli schieramenti politici: oltre al dato maggioritario degli elettori dei partiti di opposizione, infatti, questa preoccupazione riguarda anche il 38,5% dei sostenitori di Forza Italia, il 33,3% di quelli della Lega e il 23,5% di Fratelli d’Italia.
Allo stesso tempo, tra le file della maggioranza emerge un 32,4% che considera il rapporto con il leader americano un passaggio obbligato (32.4%). Del resto, quella tra Italia e Stati Uniti è storicamente un’amicizia consolidata, che trascende le singole presidenze.
In questo scenario si inserisce anche il ruolo dell’Europa, percepita da molti come poco incisiva. Non è una novità: già durante l’emergenza Covid era emersa l’immagine di un’Unione distante, fragile e poco reattiva.
Oggi quella stessa percezione sembra riattivarsi. Il 39,9% degli italiani ritiene addirittura che l’Italia dovrebbe trattare direttamente e in autonomia con l’Iran per garantire il passaggio delle navi nel canale di Hormuz, una posizione che, pur non essendo realisticamente praticabile alla luce dei trattati e delle regole europee, segnala un bisogno forte di protezione e di rapidità decisionale.
È un dato che va oltre la sua fattibilità concreta: racconta una domanda di sovranità percepita più che reale, una richiesta di presenza e di efficacia che i cittadini faticano a riconoscere nei livelli sovranazionali.
Quando le istituzioni appaiono lente o distanti, la tentazione di immaginare soluzioni autonome cresce, anche se incompatibili con l’assetto politico ed economico esistente. La distanza geografica dal conflitto contribuisce a questo slittamento tra livelli di paura: ciò che non viene vissuto direttamente sul piano fisico o esistenziale viene rielaborato attraverso categorie più vicine all’esperienza quotidiana.
Così, la guerra smette di essere soltanto una minaccia militare e diventa un fattore di instabilità generale, capace di insinuarsi nelle scelte di vita, nelle aspettative e nella fiducia nel futuro. Questo non significa che siano scomparse paure più profonde o più “primarie”. Piuttosto, esse si manifestano in forme diverse, mediate dal contesto culturale e sociale. La paura, oggi, non è meno autentica: è semplicemente più indiretta, più filtrata, e forse proprio per questo più difficile da riconoscere e da nominare.
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa

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PIANTEDOSI E’ SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG CLAUDIA CONTE

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI, LA “CARCASSA” E LA CORSA A SBRANARE… IL CREPUSCOLO DEL GOVERNO SCATENA I PENTITI

Sentono l’odore di carcassa e strappano l’ultimo pezzo di carne. Meloni arriverà alla fine ma arriverà con loro: gli sciacalletti della coscienza. I film bocciati dalla commissione Cinema non sono una novità e i giornalisti che si imbucavano ci sono sempre stati. Perché ora? Odore di carcassa. Il documentario su Giulio Regeni
aveva ricevuto una prima bocciatura da Massimo Galimberti, il membro che si è dimesso in polemica. Galimberti era coordinatore generale nella sessione che ha negato la prima volta il contributo al documentario ma allora lo ha fatto senza indignazione o obiezione. Perché ora? La carcassa. Claudia Conte, la giornalista innamorata di Matteo Piantedosi, la Carmen in prefettura, perché non viene difesa dalle femministe, malgrado quella frase orribile, violenta, ripresa dal Fatto Quotidiano, “ce la siamo …”? Perché? La carcassa. La giornalista Conte ha bussato al Mur e ha spedito un file che andrebbe esposto nel museo della carcassa, nella sezione Italia nostra. Se Conte dovesse parlare, siete certi che solo Piantedosi viene sporcato? In quel file si portano come referenze millantate i Cassese, gli ex ragionieri di stato, i vicedirettori di quotidiani, procuratori nazionali antimafia: tutti titoli carcassa…
Questi sono passaggi presenti nel file di presentazione spedito da Claudia Conte. Ecco come la Carmen in prefettura illustrava le attività che organizzava: “Agli eventi hanno partecipato illustri personalità come il ministro Matteo Piantedosi, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, il prefetto Francesco Messina, l’onorevole Caterina Chinnici, magistrata ed europarlamentare, figlia del magistrato Rocco Chinnici, l’onorevole Rita Dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il ministro per la pubblica amministrazione Renato Brunetta (…) il vicedirettore del Corriere della Sera, l’ex Ragioniere di Stato, Andrea Monorchio”. Che significa? Che solo l’odore di carcassa consente di prendere le distanze da una collega giornalista che mezza Italia conosce. La carcassa.
Passiamo al cinema, una comunità di mezze tacche che si credono Fellini, che si vestono come Wim Wenders: in inverno con la sciarpa bianca, e in estate con lino con le tarme. E’ quella famiglia che ora sente odore di carcassa, che si riunisce per salvare il cinema ma che in passato taceva perché la regola è sempre stata: oggi te ne boccio uno, domani te ne promuovo due. Questo articolo lo potrebbero scrivere serenamente altri giornalisti, solo che non si sa mai, magari, un giorno, e a cena, si sa… Veniamo alle commissioni. La Commissione cinema, nominata da Franceschini, che ha saputo governare la Cultura, aveva in precedenza bocciato un
film su Nicola Calipari, “Il Nibbio”, un documentario sull’ambasciatore Attanasio, un film di Salvatores su un soggetto di Fellini (poi recuperato). Esiste forse un botteghino delle morti: Regeni, Calipari, Attanasio? Ce n’è una che vale più dell’altra? Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, in una chat con cinquecento persone, addetti ai lavori (non si capisce quale dei tanti) ha commentato indignato i giudizi di quella commissione. Stessa cosa ha fatto Emanuele Rauco, altro esperto di cinema che seleziona film a Venezia. Se Barbera e Rauco si indignano per le scelte della commissione, i registi che invece l’hanno spuntata, cosa devono pensare? Penseranno che aver ricevuto il finanziamento della commissione sarà il viatico per essere bocciati a Venezia.
Prima della carcassa, Indigo Film, con le prime due finestre, si è vista finanziare progetti fino a 4,4 milioni di euro. Si è vista bocciare un progetto di Bertolucci e oggi si indigna. Perché? Carcassa. Fandango, che protesta per la bocciatura di Regeni (documentario acquistato dalla Rai), ha ricevuto finanziamenti per due documentari e un film. Fino ad allora niente polemica. Non c’era ancora la carcassa. Meglio tacere. In Rai, un altro fondaco di vanità, uno come Milo Infante si sarebbe mai permesso di sfidare Vespa e dire al suo pubblico di non cambiare canale, di non passare su Rai 1, da Vespa? Prima nessuno sfidava Vespa e anche l’ad Giampaolo Rossi doveva tacere perché Vespa parlava direttamente con Meloni. Solo che ora c’è la carcassa. Massimo Giletti che era rimasto senza lavoro, prima di ritornare in Rai, un anno fa, avrebbe mai alzato la voce contro il suo direttore degli Approfondimenti, Corsini, per il taglio di alcune puntate? Carcassa. Meloni arriverà alla fine, ma con l’alito di chi prima del referendum si inginocchiava per avere un incontro. Bastava vedere la Camera. Si cercava Schlein come tre anni fa si cercava Meloni e la si riempiva di complimenti: “Ma come sei stata brava”, “ma che vestito bellissimo che hai”. Il potere fa diventare grassi e la carcassa coraggiosi. Meloni arriverà alla fine, ma con l’alito dei soliti Pietro che iniziano a dire: “Io non c’ero”.
(da ilFoglio)

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IL NUOVO PORCELLUM E IL SILENZIO DI MELONI

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA STRATEGIA DEL GOVERNO

Con un comizio da campagna elettorale Meloni si autocelebra in Parlamento, dando spazio tra le riforme solo alla giustizia (tema ineludibile dopo il referendum). Scompare invece la riforma elettorale. Come ho già scritto, è essenziale per la destra. Ma i dubbi di costituzionalità sull’AC 2822 sono corposi. Almeno tre i punti principali.
Il primo. L’eccessiva disproporzionalità tra voti ottenuti e seggi assegnati a vincenti e perdenti lede il “ragionevole” bilanciamento tra governabilità e rappresentatività richiesto dalla Consulta.
Il secondo. Con il no ai collegi uninominali e alle preferenze il diritto di voto è totalmente trasformato in un diritto non a scegliere il candidato, ma a (ri)conoscerlo se inserito in una lista breve.
Il terzo. La base regionale richiesta per il Senato non si applica – lo nota in specie il senatore Parrini – al premio, che viene invece distribuito in base al risultato nazionale di liste e coalizioni
Provvederà la Consulta? Forse. Ma c’è uno scenario, anche confermato dal silenzio di Meloni, in cui la maggioranza non forza il passo e galleggia fino all’approvazione della legge di Bilancio. Solo dopo va a chiudere sulla riforma elettorale, e poi subito allo scioglimento anticipato. I tempi sono stretti per una decisione della Consulta sulla costituzionalità prima delle urne, e si vota. Domanda: e se una pronuncia viene poi? Qui è il trucco. Il Parlamento già eletto rimane in vita con pienezza di poteri. Lo dice la stessa Corte nella sentenza 1/2014. Si dichiara illegittimo il Porcellum, ma il Parlamento eletto nel 2013 rimane regolarmente in carica fino al 2018.
Ecco una possibile strategia della destra per puntare a un’altra legislatura in cui “rivoltare il paese come un calzino” (Meloni dixit). Nel caso, i costituzionalisti rimarrebbero inascoltati. Quale strategia per chi si oppone?
(da Il Fatto Quotidiano)

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MINISTRI TRA VIAGGI ED HOTEL, QUEI 2,5 MILONI DI RIMBORSI

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI PER LE VARIE TRASFERTE HA CHIESTO 1.3 MILIONI DI EURO IN DUE ANNI E MEZZO, BEN 800.000 NEL 2024… LOLLOBRIGIDA E’ IL MINISTRO CHE CHIEDE PIU’ FONDI, VALDITARA VA SU EGIU’ DA ROMA A MILANO

Stazioni, voli, pasti e hotel. La vita dei ministri è in movimento, anzi in missione come viene definita dal punto di vista tecnico, per portare avanti il proprio mandato. E la spesa ammonta a circa 2,5 milioni e mezzo dall’inizio della legislatura. Ci sono i pendolari, come Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione, che va su e giù da Roma, sede di lavoro, alla sua Milano.
Oltre ovviamente alle destinazioni per eventi e incontri. E, come si sa, per questi impegni è possibile chiedere il rimborso con i fondi pubblici. Lo hanno fatto tutti i governi, come previsto dalla legge. E non è da meno il governo Meloni.
Giusto per fare un esempio solo nel mese di giugno 2024 Valditara ha dovuto spendere più di 1.500 euro di biglietti (rimborsati). Di viaggio in viaggio, e di alloggio in alloggio, il ministro dell’Istruzione in tre anni ha fatto ricorso a circa 85mila euro per coprire le spese. Inclusi gli spostamenti fuori dai confini nazionali.
Agricoltura di viaggio
La promozione della sovranità alimentare è invece una delle priorità del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. E per raggiungere l’obiettivo, la sua attività non conosce pause: le trasferte non mancano e con loro le spese. Al Masaf è sostanzioso il conto saldato fino a febbraio del 2026 per le missioni sia nazionali che estere: in totale il conteggio è superiore a 140mila euro. Solo nel 2024 sono stati utilizzati 62mila euro di fondi pubblici per i rimborsi.
Ognuno ha la propria necessità, dunque. E il conto dei rimborsi per il governo Meloni, dall’insediamento nell’ottobre 2022, ammonta come accennato a circa 2,5 milioni di euro, sottosegretari esclusi. La geografia è variegata tra chi è più spesso in viaggio e chi no. Per esempio il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, ha firmato la rinuncia ai rimborsi (anche come vicepremier). Chiaramente un principio che non si applica ai collaboratori e diplomatici che lo seguono.
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non ha firmato rinunce formali, ma fa ricorso con il contagocce ai rimborsi. Finora ha usato poche migliaia di euro, spesso e volentieri nella casella dei fondi impiegati per quel fine è segnato il numero zero.
Domani ha dunque fatto i conti in tasca al governo in materia di rimborsi. La spesa maggiore arriva da Palazzo Chigi. Giorgia Meloni gira in lungo e in largo il globo terracqueo. Stando ai documenti ufficiali Palazzo Chigi ha chiesto all’incirca 1,4 milioni di euro di fondi in due anni e mezzo.
Trenta giorni
Gli aggiornamenti a nome della premier si fermano infatti ad aprile 2025. Nella cifra, ovviamente, vengono conteggiate tutte le delegazioni (talvolta comprensive di altri ministri). I costi sono suddivisi tra quelli destinati al viaggio, le spese per il
pernottamento e per i pasti (il capitolo più esoso), a cui si sommano le eventuali indennità previste per i collaboratori che viaggiano con le delegazioni governative.
Meloni ha iniziato con il botto il mandato: a novembre 2022, appena approdata a palazzo Chigi, ha svolto varie missioni, con maxi delegazioni al seguito. In un solo mese il conto complessivo è stato di 200mila euro, solo di pasti 116mila euro. Un paragone aiuta: quando a palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, erano stati spesi 285mila euro in nove mesi. La leader di FdI lo ha quasi raggiunto, ma in trenta giorni.
Il boom c’è stato però nel 2024 con una spesa di 800mila euro. Fino ad arrivare ai numeri di aprile scorso, che attestano la spesa sopra il milione e 300mila. Con una media di circa 60mila euro al mese solo per Meloni e relative delegazioni. Se il trend si è mantenuto questo, nell’ultimo anno i fondi utilizzati potrebbero essere di almeno altri 700mila euro (portando la spesa sopra i 3 milioni).
Per l’ufficialità bisogna attendere i dati del governo.
Un altro ministro spesso in missione è Gilberto Pichetto Fratin, titolare dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, che da San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento (per un incontro sulle realtà territoriali nell’ambito delle rinnovabili), a New York, è chiamato a svolgere varie funzioni istituzionali. Inevitabilmente i costi lievitano e i rimborsi sono stati di circa 100mila euro con l’ambizione di un ipotetico podio.
Daniela Santanchè, da ministra del Turismo, a sua volta ha viaggiato spesso. Quasi un dovere nel suo caso. Il conteggio finale è quello di una spesa superiore ai 60mila euro, ovviamente staff escluso. Altrimenti la somma lievita sopra quota 100mila euro. Ora il contatore si azzera e si vedrà come andrà con Gianmarco Mazzi.
Il guardasigilli Carlo Nordio, mese dopo mese ha speso una significativa somma per missioni, non meglio specificate (rispetto ad altri colleghi, perché indica il numero di impegni, ma non le destinazioni): totale circa 75mila euro. Sulle stesse quantità di rimborsi si aggirano altri ministri, come quella dell’Università, Anna Maria Bernini, soprattutto per le trasferte internazionali, e il ministro della Salute, Orazio Schillaci.
Leggermente inferiore il dato per il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che ha fatto ricorso a circa 60mila euro di fondi per le spese. Quasi una sorpresa, vista la portata della sua delega che lo porta a consueti spostamenti. Ancora inferiore l’esborso (intorno ai 55mila euro) per la ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone.
Un caso è piuttosto curioso e spiega il modo di interpretare il mandato dei singoli ministri. Raffaele Fitto, da ministro del Pnrr, aveva già uno standing europeo, pregustando il trasloco a Bruxelles, poi concretizzatosi con l’incarico di vicepresidente della Commissione europea. Durante il suo mandato governativo ha speso più di 50mila euro per le missioni. Il suo erede, Tommaso Foti, si dimostra molto più stanziale: ha richiesto poche migliaia di euro su questo capitolo
I parsimoniosi
La palma di Mr. Parsimonia va senz’altro al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, gran consigliere di Meloni. Così sta portando avanti, quasi al termine, il proprio mandato avendo chiesto poche centinaia di euro come rimborso. Avvantaggiato dal fatto che per lo più resta a Roma per seguire da vicino i dossier più delicati, anche quando Meloni è fuori per altri impegni. Il vicepremier Matteo Salvini, divide invece l’uso dei fondi a disposizione tra Palazzo Chigi (19mila euro) e il ministero delle Infrastrutture (30mila euro). Una quota totale comunque inferiore ai 50mila euro.
Spende addirittura meno Guido Crosetto, che da ministro della Difesa è chiamato a presenziare a numerosi vertici internazionali. Ciononostante la somma richiesta per le spese è bassa: 33mila euro complessivi. Meno di un terzo del “suo” sottosegretario Matteo Perego di Cremnago, che invece ha pesato per oltre 100mila euro di rimborsi. Tutti legittimi. Ma non proprio all’insegna della spending review.
(da editorialedomani.it)

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LE FATICHE DEL LIBERALISMO

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA GRANDE RESPONSABILITA’ DELLA FAMIGLIA BERLUSCONI: SENZA L’APPORTO DI FORZA ITALIA QUESTO GOVERNO SOVFRANISTA NON SAREBBE MAI ESISTITO, UNA MACCHIA INDELEBILE PER CHI SI PROCLAMA LIBERALE

Un eventuale spostamento di Forza Italia su sponde liberali — dopo anni di cordialissima unione con la destra illiberale — sarebbe di qualche conforto per la povera democrazia italiana. Non va dimenticato che questo governo, senza il placet della famiglia Berlusconi, semplicemente non sarebbe mai esistito. Circostanza che rende un poco meno limpida l’eventuale svolta liberale ed europeista di un partito che è a tutt’oggi il pilastro del governo meno liberale ed europeista della storia repubblicana.
Resterebbe poi da spiegare ai più giovani — e non è semplice — come sia possibile che un partito politico (almeno sulla carta quanto di più pubblico esista, a parte gli apparati dello Stato) sia proprietà di una famiglia. Un pezzo del patrimonio di casa, uno dei tanti asset del mazzo, anche se sicuramente una voce in passivo. Bisognerebbe spiegare chi fu Berlusconi, perché poté unire indisturbato il doppio status di oligarca dei media e di capo del governo, come riuscì a sdoganare politicamente, per farne suoi scudieri, il neofascismo e il leghismo, per ragioni diverse entrambi ostili alla Repubblica. Forse per abitudine, è ora il berlusconismo declinante che fa da scudiero a Meloni e Salvini.
Diciamo che, come segno di una vera svolta storica, i Berlusconi farebbero un gesto molto apprezzabile lasciando che il partito si emancipi dalla famiglia. I tanti avvocati dell’entourage saprebbero sicuramente trovare le forme e i modi per farlo. Un robusto finanziamento (una tantum, e alla luce del sole) darebbe poi ossigeno e spinta al nuovo partito, non più “di Berlusconi” e dunque, con piena legittimità, liberale. L’unico dubbio è se gli attuali apparati di Forza Italia accetterebbero di campare senza l’ombrello di Cologno Monzese che li protegge.
(da Repubblica)

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ELEZIONI IN UNGHERIA, LA GEN Z CHE SI RIBELLA A ORBAN: “VOTIAMO PER RICONQUISTARE LA LIBERTA’”

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

SE NON CI SARANNO BROGLI, IL VOTO DEI GIOVANI SARA’ DECISIVO: “DOPO 16 ANNI ABBIAMO IL DIRITTO DI TORNARE A VIVERE IN UN PAESE CIVILE E CHE NON SIA PIU’ OPPPRESSO DAL REGIME”

In Ungheria il voto della Gen Z può scrivere la fine dell’era Orbán. Per la prima volta, l’attuale primo ministro, in carica da 16 anni, arriva sfavorito alle elezioni parlamentari di domenica 12 aprile. La maggior parte dei sondaggi danno avanti il suo sfidante, Péter Magyar, ex membro di Fidesz e ora leader di Tisza. Un risultato che sembra essere trainato soprattutto dalle nuove generazioni, cresciute in una fase in cui il Paese ha progressivamente assunto i tratti di una democrazia solo formale e sempre più «illiberale», più vicino alla Russia che all’Europa, e caratterizzato da un’ingerenza dello Stato in tutti gli ambiti, dalla magistratura all’economia fino ai media. «Siamo cresciuti sotto il governo di Viktor Orbán, è l’unica realtà che conosciamo. Proprio per questo abbiamo avuto il tempo di viverla davvero, e siamo certi che non sia quella che vogliamo», dice a Open Fanni, giovane ungherese che in questi mesi si è attivata politicamente, attraverso un tour nazionale, per convincere i suoi coetanei ad andare alle urne. «Il futuro è nostro, saremo noi a viverlo – prosegue – e abbiamo il diritto di trascorrere gli anni migliori della nostra vita in un Paese che non sia più oppresso dal regime di Orbán».
Cosa vogliono (e cosa rifiutano) i giovani ungheresi?
In Ungheria gli elettori tra i 18 e i 29 anni sono circa un milione e mezzo, oltre il 12% del totale. Una fascia che può rivelarsi decisiva. Secondo un sondaggio dell’Istituto Median, il più affidabile del Paese, il partito di governo Fidesz – nato come movimento giovanile di opposizione durante la Guerra Fredda – è attualmente sostenuto soltanto dall’8 per cento degli elettori di età compresa tra i 18 e i 29 anni.
Se si allarga la fascia fino ai 39 anni, secondo Zavecz Research, il consenso per l’attuale primo ministro si ferma al 22 per cento. I giovani ungheresi hanno le idee chiare. «Chiediamo uno stato di diritto solido, democrazia, inclusività e migliori condizioni di vita – ci dice Fanni – Guardiamo all’Europa occidentale come modello, rifiutiamo la Russia e vogliamo un’Ungheria integrata nell’Unione europea, distante da derive autoritarie». Le richieste sono concrete: salari equi, servizi pubblici funzionanti – in particolare sanità e istruzione – e un ambiente in cui sia possibile esprimere liberamente opinioni critiche senza essere stigmatizzati. «Vogliamo essere fieri della nostra identità nazionale – aggiunge – e invece il governo Orbán ha fatto di questo Paese qualcosa di cui vergognarsi, non di cui essere orgogliosi».
Comprendere e praticare la democrazia: «Non ci accontentiamo»
La sfida più grande non è soltanto politica, ma soprattutto culturale: «Comprendere e praticare davvero la democrazia», spiega a Open Dora, giovane attivista ungherese che, insieme a Fanni e ad altri ragazzi e ragazze, si è mobilitata per convincere i suoi coetanei a votare attraverso il movimento felmilliofiatal (“mezzo milione di giovani”). Le generazioni precedenti hanno vissuto guerre, comunismo e la transizione del 1989, ma – secondo Dora – molte dinamiche mentali non sono mai cambiate davvero. La paura e l’abitudine ad “accontentarsi” continuano a influenzare il comportamento elettorale. «La propaganda di Fidesz funziona perché si basa su queste paure», afferma. «Dobbiamo smettere di accettare il “meno peggio” e iniziare a pretendere di più». E questo implica anche confronti difficili all’interno delle famiglie e una partecipazione più attiva alla vita pubblica, rompendo schemi radicati da decenni. «I giovani ungheresi non possono
permettersi di restare passivi in questo momento, ma non sono preoccupata per la mia generazione – prosegue -. Siamo resilienti e lucidi».
Le campagne elettorali di Orbán e Magyar e la fiducia dei giovani
Le campagne elettorali dei principali leader hanno messo in luce due visioni profondamente diverse del futuro dell’Ungheria. Da un lato, Fidesz e il suo messaggio di “orgoglio cristiano” hanno puntato a convincere gli elettori che l’Ucraina rappresenti la principale minaccia per il Paese e che Orbán sia l’unico in grado di garantirne la sicurezza.
Dall’altro, Tisza ha posto l’attenzione sulla stagnazione economica, sul deterioramento dei servizi pubblici e sulla corruzione diffusa. Un ruolo decisivo nella diffusione del messaggio di Magyar – che è riuscito nell’impresa, fino a poco tempo fa impensabile, di scalfire quello che lui definisce un «sistema feudale» appoggiato da Trump e Putin – è stato giocato dalle grandi manifestazioni di piazza, concerti e soprattutto dai social media.
Giornalisti indipendenti, content creator, e pure politici dell’opposizione sono riusciti a ritagliarsi spazi in grado di aggirare la stretta morsa di Fidesz sui media tradizionali, dove si stima che il partito e i suoi fedelissimi controllino circa l’80 per cento del panorama mediatico. È anche grazie a questi nuovi canali e linguaggi che molti giovani sono scesi in piazza. Segno di una fiducia crescente tra le nuove generazioni. «Sono ottimista – ci dice Fanni – Se me lo avessi chiesto solo poche settimane fa, ti avrei dato una risposta piuttosto scettica, ma oggi l’energia è cambiata. Tra social media, manifestazioni e concerti prima delle elezioni, sento che l’Ungheria sta iniziando a guarire: c’è unità, speranza e una nuova fiducia nelle persone. E soprattutto una gratitudine diffusa, come un sollievo collettivo – l’idea che il cambiamento atteso da anni sia finalmente vicino».
C’è fiducia sì, ma anche consapevolezza. Che l’esito possa arrivare a ridefinire persino le scelte di vita. Il desiderio di emigrare, in caso di vittoria di Orbán è molto diffuso tra i giovani. Le ragioni non sono solo economiche – sebbene il divario salariale con altri Paesi dell’Ue sia evidente – ma anche sistemiche. «Corruzione, clientelismo, servizi pubblici indeboliti e una percezione diffusa di ingiustizia contribuiscono a creare un senso di sfiducia», ci spiega Dora. E molti si chiedono se
valga davvero la pena costruire il proprio futuro in patria. «D’altra parte, però, se l’opposizione dovesse vincere – aggiunge -, molti giovani darebbero un’altra possibilità al loro Paese. Ed è una cosa bellissima».
Ma anche se Magyar riuscisse a trionfare, gli ungheresi sono consapevoli che il sistema costruito negli anni da Orbán e dal suo partito non crollerebbe dall’oggi al domani. Eppure i giovani continuano a crederci. Che prima o poi, davvero, tutto possa cambiare. «Sappiamo che il giorno dopo le elezioni non ci sveglieremo in un’utopia. Per noi il cambiamento è la speranza che la nazione possa diventare diversa: più forte, più coraggiosa e più unita – prosegue Dora -. Significa che il sistema di Orbán possa essere superato definitivamente, e che non si ripetano mai più concentrazioni di potere simili. Non è solo un cambio di governo, ma di sistema. Liberarsi da menzogne, corruzione e manipolazione, e riconquistare la libertà. E noi – conclude – siamo pronti». E così il voto di domenica diventa non solo una scelta politica, ma un autentico passaggio generazionale. E, forse, l’inizio di un nuovo capitolo per l’Ungheria.
(da Open)

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CINGOLANI NON VOLEVA FA’ L’AMERICANO

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

I MOTIVI PER CUI IL GOVERNO L’HA SOSTITUITO AL VERTICE DI LEONARDO, ALLA FACCIA DELLA MERITOCRAZIA SBANDIERATA

È stata la mano dello zio Sam? O quella dello Zio “Fazzo”? Sulla defenestrazione di Roberto Cingolani dal vertice di Leonardo, “Domani” pubblica una interessante ricostruzione sulle pressioni americane, in particolare di Alexander Alden, consigliere di Palantir e rappresentante militar-trumpiano in Europa.
Ma come scrive Valerio Valentini, giornalista del “Post”, sulla newsletter “Montecit.”, la “pista americana” non spiega tutto: “‘Colpa degli americani’, hanno ripetuto per settimane a Palazzo Chigi, cercando di trovare una motivazione nobile a una scelta che invece era dettata da banali logiche politiche.
Cingolani, questa era la tesi, s’era lanciato con troppo entusiasmo, e senza chiedere le adeguate autorizzazioni al governo, su progetti di difesa comune europea che avrebbero indisposto il Pentagono, la Casa Bianca, la CIA, la NASA, il Ku Klux Klan o chissà chi. La verità era più banale di così: altro che Trump, Cingolani aveva indisposto Fazzolari, e tanto basta, in questa stagione del melonismo paranoico, a decretare la condanna per un manager pubblico.
Cingolani non è mai entrato in sintonia con i palazzi della politica romana, e coverebbe molto rancore. Sempre secondo Valentini, si sarebbe sfogato con i suoi confidenti così “Io avevo capito che volessero una big tech world class. Ma evidentemente Leonardo deve essere una municipalizzata del Grande Raccordo Anulare per gli affarucci romani…”
Meloni, generali e trumpiani: così Cingolani è stato silurato
Al suo posto è tornato Mariani. Il manager ha pagato lo scarso feeling con i vertici militari. Ma contro l’ad uscente ha pesato il giudizio di Alden, emanazione trumpiana e di Palantir
I mercati hanno accolto con preoccupazione il cambio al vertice di Leonardo, dove è arrivato Lorenzo Mariani come amministratore delegato al posto di Roberto Cingolani. Il titolo in Borsa è affondato, finendo per perdere oltre il 5 per cento alla fine delle contrattazioni a Piazza Affari. Le nomine, ufficializzate delle liste
depositate giovedì sera (e in attesa di ratifica degli organi sociali) hanno confermato la sostituzione al vertice del colosso degli armamenti.
Alla presidenza, così come previsto, approderà Francesco Macrì, in quota Fratelli d’Italia, molto apprezzato per il lavoro di mediazione tra ad è consiglio fatto nel consiglio di amministrazione negli ultimi tre anni. La sua nomina porta il marchio di Guido Crosetto in asse con Francesco Lollobrigida. Non solo i mercati hanno osservato la vicenda. «Il cambio andrebbe spiegato», ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi.
Ora Domani ha scoperto che ci sono ragioni multiple per il defenestramento. Deciso in persona da Giorgia Meloni, su suggerimento di alcuni soggetti chiave. In primis, chi ha soffiato contro Cingolani sono stati alcuni generali a tre e quattro stelle. In questo triennio, l’ex ministro della Transizione ecologica si è fatto troppi nemici tra i militari. Non ha costruito un dialogo con le forze armate, tranne che con Luciano Portolano, capo di stato maggiore della Difesa.
Era uno dei pochi, se non l’unico, interlocutore nell’ambiente. Cingolani non aveva buoni rapporti nemmeno con il capo di stato maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, ultimamente molto stimato dalla premier. Lo ha incontrato di recente ed è stata positivamente colpita. Nemmeno l’inchiesta sulla società Tekne, che comunque non riguarda Masiello (solo sentito dalla procura ma non indagato), ha messo in discussione la stima.
Cingolani, per conto suo, aveva seguito a Leonardo la linea di rottura concordata proprio con Meloni al momento della nomina, affidandosi meno alla relazione con i vertici delle forze armate e alle società a loro vicine. In secondo luogo, Meloni non ha apprezzato la gestione di alcune risorse interne.
Tra queste l’ascesa di Helga Cossu, ex giornalista di Sky da pochissimo promossa capo della comunicazione dell’azienda, e diventata direttrice generale della fondazione Leonardo. Cossu è entrata in rotta di collisione con Luciano Violante, direttore della fondazione fino al 2024, che ha deciso di non rinnovare il mandato. Tensioni che hanno attirato l’attenzione di Palazzo Chigi, soprattutto del sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, che è in ottimi rapporti con Violante, nonostante la diversa estrazione culturale.
La voce trumpiana
Ma il turning point è arrivato solo qualche settimana fa, quando gli statunitensi, o meglio i trumpiani, hanno spiegato al governo i loro dubbi sul manager. Un ruolo centrale è stato ricoperto da Alexander Alden, rappresentante del mondo trumpiano in Europa, allievo del politologo Edward Luttwak, e consigliere di Palantir, il colosso che fa capo al controverso Peter Thiel. La società – come svelato da Domani – fornisce già delle tecnologie della difesa all’Italia.
Alden vanta un ottimo feeling con Meloni (è tra i pochi che scrive e parla direttamente con la premier) ed è stato protagonista di una cena – secondo quanto apprende questo giornale da fonti di governo – in cui avrebbe manifestato delle perplessità sulla governance di Leonardo davanti a rappresentanti delle forze dell’ordine, vertici istituzionali e politici, alcuni di questi molto ascoltati dalla presidente del Consiglio. Le lamentele dell’uomo di Palantir non riguardavano tanto il Michelangelo Dome, ma un’impermeabilità di Cingolani ai business dei colossi americani. Rimostranze sull’eccesso di “europeismo” nella gestione di Leonardo da parte di Cingolani (l’affare Rheinmetall, quello con i droni in Turchia, lo scudo spaziale europeo) sono state quindi avanzate dai trumpiani a Meloni.
Per ordine di importanza, si mormora a Palazzo Chigi, la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è stato il venir meno della fiducia personale di Meloni verso Cingolani. Il motivo risiederebbe in alcune conversazioni fatte dal manager con altre persone, in cui avrebbe riferito il contenuto di alcuni suoi confronti con la premier. Per le regole del club Meloni, uno sgarbo inaccettabile. Cingolani è comunque furioso. Crede che i motivi opposti siano fuorvianti e ingenerosi. Il manager ha commesso certamente un errore: non si è voluto piegare in questi anni ai riti bizantini della politica romana, che ha sempre detestato, anche durante l’esperienza ministeriale nel governo Draghi.
Secondo chi lo conosce, Cingolani è rimasto sé stesso, concentrato sul lavoro e puntando ai risultati sul mercato. Restando autonomo (forse troppo, essendo Leonardo una partecipata) dalle dinamiche politiche. Alla fine ha pagato dazio. L’amministratore uscente di Leonardo ora potrebbe finire a Hitachi, multinazionale giapponese che lo aveva già cercato prima della nomina del 2023 al vertice del colosso degli armamenti.
Per quanto riguarda la partita delle altre nomine, non ci sono stati intoppi. Giuseppina Di Foggia lascerà Terna per il ruolo di presidente di Eni. Nel cda del cane a sei zampe resta anche Cristina Sgubin, manager rampante ex stretta collaboratrice dell’avvocato Piero Amara, sponsorizzata dall’asse Giancarlo Giorgetti e Gianni Letta.
(da Domani)

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CHARLOTTE DE WITTE SI EMOZIONA DOPO IL DJ-SET A GENOVA: “NON HO PAROLE, HO VISTO BALLARE GENTE DI TUTTE LE ETA’. E’ UN GRANDE ONORE AVER POTUTO SUONARE PER VOI, GRAZIE GENOVA DAL PROFONDO DEL CUORE”

Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA CITTA’ IMPAZZISCE PER LA REGINA DELLA TECNO, 20.000 IN PIAZZA, CHARLOTTE RICAMBIA CON UNA DICHIARAZIONE D’AMORE… ORGANIZZAZIONE IMPECCABILE, NESSUN INCIDENTE… LA PRO RECCO LA OMAGGIA CON UNA CALOTITINA DELLA SQUADRA… L’ABBRACCIO CON SILVIA SALIS CHE HA VOLUTO IL CONCERTO GRATUITO PER I GENOVESI

“Genova, i have no words what just happened”. Non ha parole Charlotte de Witte dopo il dj-set che ieri sera ha portato in piazza Matteotti quasi 20 mila persone e che ha trasformato il centro della città in un enorme club a cielo aperto.
L’artista, la numero 1 della scena techno internazionale, ha condiviso sui social parole piene di gratitudine e stupore per l’energia vissuta durante l’evento:
“Genova, non ho parole per quello che è successo. Ho visto persone di tutte le età ballare. Tutti sorridevano e si muovevano a ritmo. Onestamente, tutto questo mi rende un po’ emozionata. Sono momenti davvero potenti. È un grande onore aver potuto suonare per voi oggi. Dal profondo del mio cuore, grazie mille ❤️”, ha scritto la dj su Instagram.
Durante la serata, la DJ ha indossato la cuffietta della Pro Recco, regalatale dal presidente Maurizio Felugo, al dj set con la sua famiglia. La squadra ha condiviso sui propri canali social il video del momento.
(da agenzie)

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