LE ONG DEL SOCCORSO IN MARE SI UNISCONO NELLA JUSTICE FLEET E INTERROMPONO LE COMUNICAZIONI CON TRIPOLI
LA LIBIA NON E’ UN PAESE SICURO IN BASE A SENTENZE INTERNAZIONALI, NON ACCETTIAMO PIU’ LE DECISIONI ILLEGALI DEL GOVERNO ITALIANO, PRONTI A VIE LEGALI A OGNI FORZATURA
Dopo anni di violazioni dei diritti umani da parte della cosiddetta Guardia costiera libica e il rinnovo del Memorandum Italia-Libia, 13 organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale hanno annunciato la nascita della Justice Fleet, una nuova alleanza che ha deciso di sospendere le comunicazioni operative con il Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi (JRCC) di Tripoli.
Sul sito justice-fleet.org è disponibile una raccolta delle violenze documentate dalla società civile negli ultimi dieci anni, aggiornata costantemente.
La Justice Fleet, sostenuta dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani e da Refugees in Libya, nasce come risposta alla pressione esercitata dagli Stati europei sulle Ong affinché collaborino con le milizie libiche, autrici di quotidiane
violenze in mare, e come opposizione al rinnovo tacito del Memorandum Italia-Libia.
Con l’entrata in vigore del decreto Piantedosi – il primo in assoluto varato dal governo Meloni –, le ong sono state obbligate a coordinare le operazioni con Tripoli, il cui Centro di coordinamento dei soccorsi però “non soddisfa gli standard internazionali necessari al funzionamento di un centro per il coordinamento dei soccorsi”, si legge nel comunicato, in quanto “non è raggiungibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, manca di capacità linguistica e non dispone di un’infrastruttura tecnica adeguata per coordinare le operazioni di soccorso”.
La Libia non è un porto sicuro. Le persone intercettate in mare vengono spesso riportate in centri di detenzione dove violenze, torture e stupri sono pratiche sistematiche.
Negli ultimi dieci anni le organizzazioni di soccorso hanno documentato la violenza organizzata di queste milizie, armate e addestrate con fondi europei, in particolare italiani. Le Nazioni Unite e diversi tribunali europei riconoscono da tempo tali abusi come possibili crimini contro l’umanità.
L’interruzione delle comunicazioni con Tripoli comporta il rischio di sanzioni, detenzioni e confische dei mezzi di soccorso da parte dello Stato italiano, in violazione del diritto internazionale.
La decisione arriva all’indomani di un nuovo episodio che conferma la necessità di agire nel rispetto del diritto marittimo e umanitario: la nave Mediterranea ha sbarcato 92 persone a Porto Empedocle, nonostante le autorità italiane avessero indicato il porto di Livorno, molto più lontano. Un atto di responsabilità che ha permesso di tutelare il diritto alla vita, alla salute e alla
dignità delle persone soccorse.
Lo stesso spirito anima la Justice Fleet, che unisce strategie legali, politiche e comunicative per difendere le persone in fuga e proteggere le operazioni di soccorso dai respingimenti illegali e dalla criminalizzazione della solidarietà.
Le 13 organizzazioni della Justice Fleet:
Mediterranea Saving Humans • Sea-Watch • SOS Humanity • Tutti gli Occhi sul Mediterraneo (TOM) • Sea-Eye • Louise Michel • Pilotes Volontaires • RESQSHIP • Salvamento Marítimo Humanitario • Mission Lifeline • CompassCollective • Sea Punks • r42 – sail and rescue
(da agenzie)
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