I GIOVANI CONTINUANO A SCAPPARE DAL SUD
IL SUD CRESCE PIU’ DEL RESTO DEL PAESE MA LA GRANDE FUGA DEI GIOVANI CONTINUA; 175.000 SONO ANDATI VIA IN CERCA DI OPPORTUNITA’
Un aumento del Pil dell’8,5% tra il 2021 e 2024, contro il 5,8% del Centro-Nord, e un incremento dell’occupazione dell’8%: nel Mezzogiorno si rileva oltre un terzo del milione e quattrocentomila nuovi occupati a livello nazionale. Spinta dal Pnrr, l’economia del Sud corre, ma non allo stesso passo dei giovani, che continuano a fuggire in cerca di migliori opportunità. Quella del Mezzogiorno, sottolinea il Rapporto Svimez 2025, è una doppia emigrazione, verso il Nord, e verso l’estero. E quasi sempre è un biglietto di sola andata. Mentre in quei quattro anni, quasi mezzo milione di posti di lavoro è stato creato nel Mezzogiorno, 175mila giovani sono andati via. Il titolo scelto quest’anno per il rapporto è “Freedom to move, right to stay”. Per introdurre il tema il direttore Luca Bianchi sceglie la vicenda di Gaetano, il giovane napoletano interpretato da Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”, e che suo malgrado si ritrova condannato nel ruolo di emigrante, perché non gli si dà la possibilità di aspirare ad altro.
«Le analisi elaborate dalla Associazione, fornendo dati e
proposte mirate al superamento delle criticità di alcune aree del nostro Paese, – ha osservato in un messaggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – sono occasione preziosa per individuare linee di sviluppo per la comunità nazionale, significativo contributo al consolidamento della coesione».
Più lavoro, ma più povero
Perché le opportunità che il Sud adesso è sempre più in grado di offrire non convincono i giovani, soprattutto i laureati? Quello del Mezzogiorno rimane comunque lavoro povero: la caduta del potere d’acquisto dei salari è stata del 10,2% contro l’8,2% nel Centro-Nord. In Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. Tra il 2023 e il 2024 aumenta il numero dei lavoratori poveri: +120mila in Italia, +60mila al Sud. Non basta avere un’occupazione per uscire dalla povertà: bassi salari, contratti temporanei, part-time involontario e famiglie con pochi percettori ampliano la vulnerabilità.
Inoltre moltissimi dei nuovi posti di lavoro sono legati al Pnrr e riguardano, quindi, la costruzione di infrastrutture. Il Piano destina 27 miliardi di opere pubbliche al Sud, e i Comuni hanno dato il massimo: tre cantieri su quattro sono in fase esecutiva, in linea con il dato del Centro-Nord. Il 25% dei progetti al Centro-Nord è già alla fase del collaudo; il 16,2% al Mezzogiorno.
Nel Mezzogiorno, nel 2021-2024, sei nuovi occupati under 35 su dieci sono laureati, contro meno di cinque nel resto del Paese. Tuttavia, la prima porta d’ingresso al lavoro rimane il turismo:
oltre un terzo dei nuovi addetti giovani si colloca nella ristorazione e nell’accoglienza, settori a bassa specializzazione e bassa remunerazione. Al tempo stesso, crescono i giovani laureati nei servizi Ict e nella pubblica amministrazione, grazie al Pnrr e alla riforma degli organici pubblici. La qualità delle opportunità resta però insufficiente: il mercato del lavoro meridionale continua a offrire sbocchi concentrati nei comparti tradizionali, con scarsa domanda di competenze avanzate. Se si vuole che i giovani rimangano, invece è proprio qui che bisogna investire, «indirizzando gli investimenti in direzione coerente con le politiche industriali europee», sottolinea Luca Bianchi.
Otto miliardi di capitale umano persi ogni anno
Le migrazioni dei laureati comportano per il Mezzogiorno una perdita secca di quasi 8 miliardi di euro l’anno, calcola la Svimez. I giovani che restano, troppo spesso, trovano lavori poco qualificati e mal retribuiti. Con i salari reali che calano aumentano i lavoratori poveri: un milione e duecentomila lavoratori meridionali, la metà dei lavoratori poveri italiani, è sotto la soglia della dignità. Emerge sempre di più l’emergenza sociale del diritto alla casa.
Le università del Mezzogiorno stanno diventando più attrattive, ma dopo la laurea il quadro torna critico: oltre 40mila giovani meridionali si trasferiscono ogni anno al Centro-Nord, mentre 37mila laureati italiani emigrano all’estero. Con l’emigrazione di questi laureati, una parte del rendimento potenziale dell’investimento pubblico sostenuto per la loro formazione viene dispersa. Il bilancio economico di questo movimento è pesante: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno ha perso 32 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord.
Il futuro: tecnologia, energia e Zes
Si apre quindi la questione del dopo Pnrr. Nuove strade si stanno aprendo con gli investimenti nelle nuove tecnologie. La revisione di medio termine offre una finestra per sostenere investimenti delle grandi imprese in tecnologie di frontiera – dalle tecnologie critiche Step al dual use, dalla decarbonizzazione industriale agli Ipcei: la Svimez sottolinea come questa sia una opportunità da cogliere, soprattutto per il Mezzogiorno.
In Italia, le grandi imprese rappresentano il motore dell’export (76% delle esportazioni manifatturiere) e un perno di interi sistemi produttivi, grazie alle esternalità positive che generano lungo le filiere. Nel Mezzogiorno il loro peso è ancora limitato, ma significativo: quasi 600mila addetti e 46 miliardi di valore aggiunto, concentrati in pochi poli industriali. Nei comparti a più elevata tecnologia l’incidenza occupazionale dei grandi impianti al Sud supera il 50% (30% nelle altre aree). Un dato che conferma come, nelle produzioni avanzate, la dimensione aziendale resti decisiva per la capacità di competere nei mercati globali.
Un ruolo importante può giocarlo anche la nascita della Zes Unica: l’obiettivo è quello di accelerare gli investimenti attraverso semplificazioni e autorizzazioni rapide, e indirizzarli verso filiere e tecnologie coerenti con le priorità nazionali ed europee. I primi dati, rileva la Svimez, mostrano una macchina amministrativa che ha iniziato a macinare risultati: i tempi autorizzativi si sono dimezzati (da 98 a 54 giorni) e tra marzo 2024 e novembre 2025 sono state rilasciate 865 autorizzazioni, per oltre 3,7 miliardi di investimenti. Puglia, Campania e Sicilia emergono come i poli più reattivi, mentre restano indietro Sardegna, Abruzzo e Basilicata.
I settori produttivi che emergono
La distribuzione settoriale riflette la struttura produttiva del Sud, con più di un quarto degli interventi nell’agroindustria, seguita dall’automotive. Cresce però anche la presenza di progetti in tecnologie ad alto contenuto innovativo: elettronica & Ict e cleantech. «Possiamo sperare in nuove politiche espansive, magari europee, oppure investire nelle tecnologie avanzate, puntando sui settori di qualità, con politiche selettive per non disperdere l’esperienza del Pnrr».
Restare, un’aspirazione che viene anche dal basso
Investire nei settori emergenti, creare nuove opportunità di lavoro di valore può aiutare i giovani che vogliono restare. Una parte di loro si è costituita in movimento: pochi giorni fa 45 organizzazioni siciliane hanno firmato il “Patto per restare”.
Un’iniziatiiva che è il risultato di un percorso avviato nel 2022 e promosso dal Centro Studi Giuseppe Gatì attraverso il progetto “Questa è la mia terra”. Negli ultimi tre anni, decine di associazioni, fondazioni e spazi culturali si sono incontrati in festival, assemblee e cantieri territoriali per costruire una visione comune e proposte concrete per affrontare le cause dello spopolamento e della fuga dei giovani dal Mezzogiorno.
(da La Repubblica)
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