IL CENTRODESTRA EVITA L’ESAME DI COSCIENZA
A QUATTRO GIORNI DAL VOTO ANCORA NESSUNA AUTOCRITICA SULLA SCONFITTA
L’addio forzoso di Maurizio Gasparri alla presidenza dei senatori di Forza Italia è la quarta
sciabolata politica in quarantott’ore che si abbatte sulla maggioranza di centrodestra: colpisce il diretto interessato ma anche il segretario del partito, Antonio Tajani, che da oltre un anno resisteva alla richiesta di Marina Berlusconi di portare facce nuove alla guida dei gruppi, in tv, sui social.
La sconfitta elettorale ha offerto l’occasione per procedere all’avvicendamento con l’arma un po’ subdola della raccolta di firme, e se nel caso di Giorgia Meloni con Andrea Delmastro e Daniela Santanchè ci si può chiedere «perché non è stato fatto
prima», nel campo forzista la domanda funziona meno: la famiglia Berlusconi aveva provato più volte «a farlo prima» per via diretta ma non ci era mai riuscita.
Per paradosso, tutti i personaggi al centro della tempesta provengono in qualche modo dal percorso della destra italiana. Maurizio Gasparri ne è stato importante dirigente e potente colonnello prima di scegliere l’adesione a Forza Italia e il giovanissimo Tajani, ex monarchico dichiarato, si è fatto le ossa nei raduni e nei cortei della destra giovanile.
L’idea che hanno tutti condiviso è che basti un capo forte per fare il risultato, un Berlusconi (ieri) o una Meloni (oggi) per vincere comunque, e che alle classi dirigenti di partito tocchi il facile ruolo di diffondere la voce del capo, difendere la sua azione, attaccare i nemici che il capo via via indica, mentre tutto il resto (comprese le bisteccherie e gli sfondoni televisivi) è peccato veniale compensato dalla fedeltà.
La stessa convinzione ha portato l’intero centrodestra a pasticciare con il referendum e poi a invocare la discesa in campo della premier, persuadendosi che la partita fosse vinta perché lei negli ultimi giorni «ci aveva messo la faccia» quasi quotidianamente, un po’ difendendo il merito della riforma, un po’ galvanizzando le tifoserie con l’attacco ai giudici che salvano clandestini e dividono le famiglie.
Non è servito, non è bastato. E il responso delle urne è durissimo soprattutto perché rivela il voltafaccia di pezzi importanti del consenso conquistato nel 2022: al Sud una quota tra il 10 e il 30 per cento degli elettori della maggioranza ha scelto il No, con un atto di infedeltà politica che fa tremare. I sondaggi politici già registrano lo scivolone nel consenso. Cosa succederà tra un anno, quando si voterà per le Politiche? Come riconquistare i voti in fuga?
Il redde rationem in corso all’interno di FdI e di Forza Italia è figlio di questi interrogativi ma soprattutto di un sentimento di autentica paura: paura di perdere al prossimo giro, paura che si ripeta su scala nazionale un fenomeno ben noto alla destra a livello cittadino e regionale, la difficoltà di ottenere il bis per i suoi uomini (chiedere a Nello Musumeci in Sicilia, a Christian Solinas in Sardegna, ma anche in tempi più antichi a Gianni Alemanno e Francesco Storace a Roma e nel Lazio).
Paura, anche, che il referendum segni la fine del modello fideistico in cui la destra è cresciuta: il potere assoluto della leadership nella mobilitazione degli elettorati. Ma queste paure non vengono spiegate, e a quattro giorni dal voto non ci sono ancora, da nessuna parte, una compiuta analisi del voto e un esame oggettivo degli errori
commessi. Anche per questo il redde rationem assomiglia troppo alla ricerca di una serie di capri espiatori per risultare un atto di ripartenza. Con il rischio di aumentare la percezione di un centrodestra nel caos, che corre a impugnare la sciabola per evitare di ragionare su se stesso.
(da lastampa.it)
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