ALBERTO TRENTINI STAVA PER ESSERE LIBERATO A OTTOBRE, MELONI FECE SALTARE TUTTO: IL DITTATORE VENEZUELANO CHIEDEVA ALL’ITALIA DI PRENDERE LE DISTANZE DA TRUMP E DISCONOSCERE LA POSIZIONE AMERICANA SU CARACAS, COME FECE MACRON
LA LIBERAZIONE È POI ANCORA SLITTATA PER UNA SERIE DI “SCIATTERIE” E SCIVOLONI. L’ULTIMO È LA TELEFONATA DI MELONI A MARIA CORINA MACHADO, PRIMA C’ERA STATA LA DICHIARAZIONE CON CUI SI DEFINIVA “LEGITTIMO” L’INTERVENTO USA … DAL VATICANO A ZAPATERO, LULA E PERFINO BOBO CRAXI: TUTTI I “MEDIATORI”
All’inizio la moneta di scambio pretesa da Nicolás Maduro era l’ex ministro chavista Rafael Dario Ramirez, già responsabile dell’Economia e del Petrolio tra il 2002 e il 2014 e presidente della compagnia statale per l’estrazione del greggio, poi ministro
degli Esteri e rappresentante del suo Paese presso l’Onu. Battaglia persa in partenza. Dopo essere diventato un oppositore del successore di Chavez, infatti, Ramirez è riparato in Italia: nel 2020 il Venezuela ne ha chiesto l’estradizione, ma nel 2021 lui ha ottenuto lo status di rifugiato politico. Niente rimpatrio, quindi.
A quel punto Caracas ha avviato una partita giudiziaria italiana, tramettendo alla Procura di Roma carte che hanno fatto aprire un procedimento penale a suo carico con l’accusa di peculato e riciclaggio per presunti investimenti con denaro di provenienza illecita, ma a maggio 2024 i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione. Accordata dal giudice a settembre.
Nel frattempo, a luglio Maduro era stato rieletto presidente per la terza volta, con elezioni contestate dall’opposizione e non riconosciute da gran parte dei Paesi occidentali, e a novembre 2024 — due mesi dopo il mancato processo a Ramirez — in Venezuela sono stati arrestati Mario Burlò e Alberto Trentini. A tre giorni di distanza l’uno dall’altro, senza accuse formali.
Di fatto un doppio sequestro come ritorsione per la protezione concessa all’ex ministro divenuto nemico del regime.
Il lavoro diplomatico e di intelligence sulla sorte dei due detenuti-ostaggi ha reso subito chiaro che cosa voleva in cambio il governo venezuelano, ma c’era l’ostacolo insormontabile di una magistratura indipendente che aveva già preso le sue decisioni. Non più revocabili o aggirabili.
Così le richieste mediate dai servizi di sicurezza si sono spostate sul piano politico: il riconoscimento italiano del governo Maduro.
L’informazione decisiva arriva nella serata di venerdì 9 gennaio. Dal Venezuela fanno sapere che lo spazio aereo può essere aperto, che un aereo italiano può atterrare a Caracas per riportare a casa i prigionieri.
È il segnale che a Roma aspettavano da mesi. Non una promessa, ma qualcosa che le assomiglia abbastanza da far capire che stavolta potrebbe essere davvero quella buona.
Poche ore prima si era consumato il passaggio più delicato. Tra le 9.30 e le 10.30 di venerdì, a Palazzo Chigi arriva una valutazione chiara: la presidentessa Delcy Rodríguez non ha preso bene la telefonata di Giorgia Meloni a María Corina Machado. A Caracas è stata letta come un atto ostile.
La tensione è risalita, il dossier Trentini rischia di bloccarsi ancora una volta. È a quel punto che la presidente del Consiglio, d’accordo con il sottosegretario Alfredo Mantovano decide di cambiare passo. Viene scritta una nota che, nei fatti, offre il riconoscimento al governo venezuelano. È ciò che dall’inizio Caracas chiedeva. Ed è quello che di fatto dà il via all’operazione «Trentini libero».
Non basta subito a sciogliere tutto. Anche perché una situazione molto simile si era già verificata a fine ottobre. Repubblica è in grado di raccontare che, dopo il patteggiamento di Alex Saab — l’ex ministro venezuelano imputato in Italia per riciclaggio, reato per il quale ha patteggiato una pena insieme con la moglie — tutto sembrava pronto per la liberazione di Alberto Trentini.
I venezuelani avevano predisposto i passaggi operativi. Poi, all’ultimo momento, era intervenuto Nicolás Maduro in persona, bloccando tutto. Aveva avanzato richieste, con tanto di bozza di comunicati, che in quel frangente erano giudicate impossibili da accettare: si chiedeva all’Italia di prendere le distanze da Donald Trump, che in quei giorni aveva cominciato ad attaccare duramente il Venezuela
Si chiedeva all’Italia di disconoscere la posizione degli Stati Uniti, come in parte aveva fatto la Francia di Macron, che non a caso ottenne in quelle ore la liberazione di un prigioniero. Meloni, invece, resta sulla linea degli Usa.
Dopo la caduta di Maduro, Antonio Tajani — che con Maduro aveva avuto in passato rapporti difficili e che dal regime venezuelano aveva ricevuto anche minacce personali — chiede che vengano riaperti tutti i canali. Si rivolge al segretario di Stato americano Marco Rubio. È in quel contesto che il nome di Trentini viene inserito nella lista dei prigionieri da «liberare».
Nel frattempo si muovono altri livelli. Ha un ruolo importante l’ex ambasciatore venezuelano Rafael Lacava, oggi governatore dello stato di Carabobo, che in passato aveva lavorato come mediatore con Maduro e che vanta un rapporto diretto con Rodríguez.
Si cercano tutti coloro che hanno sponde in Venezuela. Bobo Craxi, per esempio, forte di vecchi rapporti con gli uomini di Maduro dai tempi dell’Expo. Si aprono i canali dell’intelligence: l’Italia si rivolge a servizi stranieri in buoni rapporti con Caracas per creare un ponte che viene costruito.
Capiscono che, caduto Maduro, è venuto meno il veto. Ci sono abboccamenti con José Luis Rodríguez Zapatero. Il presidente brasiliano Lula si muove in autonomia e spiega agli amici venezuelani che Trentini è ormai «un prigioniero globale», che
la sua liberazione può rappresentare un cambio di credibilità del Venezuela nello scenario internazionale. Si attiva anche la diplomazia ecclesiastica: in tanti si occupano del dossier senza passaggi risolutivi ma con una presenza costante.
In mezzo a questo groviglio di fatti va registrata una lista di «sciatterie», come le definiscono fonti vicine al dossier, o forse meglio veri e propri scivoloni che hanno causato non pochi intoppi in questa vicenda.
La telefonata di Meloni a Machado è solo l’ultimo. C’è stata la dichiarazione con cui si definiva «legittimo» l’intervento Usa, circostanza che tra l’altro ha causato anche mal di pancia nella maggioranza, con la Lega assai perplessa.
Ma andando indietro nel tempo, prima c’erano state dichiarazioni durissime contro il Venezuela, alle quali poi si è cercato di porre rimedio con altri interventi riparatori — per esempio dei sottosegretari agli Esteri Cirielli e Silli — ma tardivi. Nel percorso che ha portato alla liberazione di Alberto Trentini tutto viene registrato, tutto ha pesato. E l’aereo che ieri notte è partito da Caracas ne è il più felice finale.
(da Corriere della Sera e Repubblica)
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