AMNISTIA,GRAZIA O AMMUINA: TUTTE LE SCAPPATOIE PER BERLUSCONI
ORA CHE L’EX PREMIER È PREGIUDICATO, PDL ALLA RICERCA DI UNA SOLUZIONE PRATICABILE… INTANTO SI PUNTA A MANOVRE DILATORIE PER SALVARGLI ALMENO IL SEGGIO IN SENATO
Non si sa se Silvio Berlusconi ci creda davvero. Ad una soluzione straordinaria, s’intende, che gli eviti i
domiciliari e la cacciata con ignominia dal Parlamento.
L’ex Cavaliere infatti ha avuto fortuna con le leggine ad hoc — vedi depenalizzazione del falso in bilancio — molto meno coi tentativi di chiusura tombale delle sue pendenze giudiziarie: basti ricordare la lunga e travagliata storia dei vari “Lodi” incostituzionali.
Eppure, attorno al crucciato principe di Palazzo Grazioli, gli azzeccagarbugli s’affannano a escogitare i più arditi piani di salvataggio, spesso legati a segrete trattative in atto col Quirinale.
E così Libero propone la grazia o — sul modello Sallusti — la commutazione della pena; Gianfranco Rotondi una legge straordinaria ad personam; altri sognano l’eterna riforma della giustizia che si porta dietro, ben nascosta, l’amnistia; Renato Brunetta invita il Senato a non votare la decadenza di Silvio.
Giusto per fare ordine ecco, per punti, di cosa si parla.
Clemenza massima o pena commutata.
Sono due poteri che l’articolo 87 della Costituzione assegna al capo dello Stato: uno, la grazia, cancella ogni addebito, il secondo cambia la natura della condanna. “Analfabetismo istituzionale”, ha risposto nei giorni scorsi Giorgio Napolitano a chi lo invitava a un atto di clemenza.
Nel 2008, addirittura, mise nero su bianco una frase preoccupante per i berluscones: “La grazia (e la commutazione della pena), applicata a breve distanza dalla sentenza definitiva, assume il significato di una valutazione di merito opposta a quella del magistrato, configurando un ulteriore grado di giudizio che non esiste e determinando un evidente pericolo di conflitto tra poteri”.
Poi, a dicembre, ci ripensò: il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, si vide commutare la pena del carcere in un’ammenda.
Con quella decisione, scrisse il Quirinale, il presidente “ha inteso ovviare a una contingente situazione di evidente delicatezza (…) anche nell’intento di sollecitare una riflessione sull’esigenza di una disciplina più equilibrata e efficace sulla diffamazione” dopo le critiche alla legge del Consiglio d’Europa.
Giustizia riformata e liberi tutti.
Torna in scena, sulla scorta delle recenti parole di Napolitano, un grande classico: la riforma della giustizia. L’ha invocata, per dire, lo stesso Berlusconi nella riunione coi gruppi parlamentari del Pdl.
I contenuti? Quelli elaborati dai saggi del Quirinale: nel loro documento finale si parla di contrasto alle “tecniche dilatorie” per far scattare la prescrizione (come spesso è capitato ai legali del leader del Pdl) e di intercettazioni, durata delle indagini preliminari e giudizi disciplinari sui magistrati (temi su cui la sintonia col centrodestra è più marcata).
Tutta roba che, però, ad un condannato in via definitiva non serve a niente.
Solo che, e la voce già circola, dopo una riforma della giustizia, una bella amnistia ci sta tutta.
Questa sì che sarebbe una soluzione definitiva, ma presenta parecchi ostacoli: a parte che amnistiare un reato come la frode fiscale significherebbe includere nel beneficio crimini assai gravi, non sembrano esserci i voti necessari (due terzi in ciascuna Camera).
Legge Severino e retroattività .
È qui che si giocherà tutta la partita, nonostante la legge sia fin troppo chiara: all’articolo 3 del recente decreto Severino, infatti, si prevede proprio la decadenza in caso di condanna superiore ai due anni arrivata durante il mandato.
Renato Brunetta ha sostenuto ieri sul Giornale che la norma non va applicata: è incostituzionale perchè retroattiva (tesi sponsorizzata anche dal costituzionalista Giovanni Guzzetta, già capo di gabinetto dello stesso Brunetta).
Anche un moderatissimo come l’ex presidente della Consulta Alberto Capotosti, però, l’ha bocciata: “È poco importante che i fatti accertati siano stati commessi dieci anni fa. Il fatto da mettere a fuoco è un altro: la sentenza è stata emessa nel vigore della nuova legge che è valida dal gennaio del 2013”.
Quello a cui ragionevolmente si punta, insomma, per ora è allungare i tempi a dismisura.
Domani la giunta per le elezioni del Senato si riunisce per esaminare proprio il caso Berlusconi, cioè il ricorso per la sua ineleggibilità in quanto concessionario statale: la sentenza sui diritti tv — arrivata “immediatamente” a Palazzo Madama come prescrive la legge — apre invece un procedimento nuovo su cui il Pdl si prepara alla battaglia.
Il centrodestra può chiedere di aspettare le motivazioni, di fare delle audizioni per risolvere i dubbi interpretativi o puntare a sollevare questione di incostituzionalità sul testo (serve, però, un voto a favore della giunta o magari un ricorso “europeo” di Berlusconi che rimbalzi alla Consulta).
Norma ad personam e domiciliari
La legge ad personam l’ha proposta, in un eccesso di entusiasmo, l’ex ministro Gianfranco Rotondi: da anni il cosiddetto “salvacondotto”, animale mitologico che nessuno ha mai visto, spunta fuori ogni tanto nelle ricostruzioni dei giornali e nelle ipotesi politiche. Semplicemente, però, non si può fare: sarebbe comunque incostituzionale.
Quanto al carcere, per gli ultrasettantenni alla prima condanna una legge — la cosiddetta Salva-Previti — prescrive i domiciliari, tenendo però conto del ravvedimento e della consapevolezza dell’interessato del danno fatto alla società (ad essere pignoli, fare un comizio contro la sentenza non è proprio il segnale adatto alla bisogna).
Sapremo tutto al massimo il 15 ottobre.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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