CANNABIS LIGHT, LA FIGURACCIA DI FDI: PRIMA “TORNI LEGALE”, POI IL DIETROFRONT
PRESENTA UN EMENDAMENTO POI LO RITIRA
Il mezzo passo indietro della maggioranza sulla vendita di cannabis light non è durato più di qualche ora. L’emendamento con cui FdI ha proposto un ritorno sugli scaffali di “infiorescenze fresche o essiccate e derivati liquidi” per uso “da fumo o da inalazione” al prezzo di una supertassa pari al 40% del prezzo di vendita al pubblico, è stato affossato dallo stesso governo
Tutto è successo nel giro di poche ore. Nel pomeriggio, fra gli emendamenti alla manovra ne è spuntato uno a firma del senatore Gelmetti di FdI che avrebbe permesso di tornare a produrre, vendere, acquistare e importare cannabis light.
A precise condizioni: primo, un bassissimo contenuto di Thc, non superiore allo 0,5% (in precedenza il limite era 0,6%) che dovrà essere verificato dall’Agenzia delle dogane, secondo, una super-imposta al 40%.
Sorpreso dalla giravolta, il centrosinistra è passato all’incasso. “La destra oggi prova a riscrivere ciò che ha distrutto: dopo mesi di arresti, denunce, sequestri e vite rovinate, FdI ammette finalmente che criminalizzare la cannabis light con il decreto sicurezza è stato un atto ideologico e folle. E lo fa con un emendamento infilato nella manovra, quasi con vergogna”, attacca Filippo Blengino, segretario di Radicali italiani, protagonista negli ultimi mesi di diverse azioni di disobbedienza
civile per le quali è stato denunciato per spaccio.
“Alla fine il governo si è arreso e sull’articolo 18 del decreto Sicurezza fa marcia indietro”, dice Sabrina Licheri, capogruppo M5S in commissione Industria e attività produttive. “La produzione della cannabis light fa lavorare oltre 20 mila persone che con il dl sicurezza sono state e collocate nella illegalità mentre in Europa sono legali”, ricorda il leader dei Verdi e deputato di Avs Angelo Bonelli, che però fa notare come quella maxitassa non faccia che “favorire le grandi aziende e il contrabbando”.
Il gruppo dei meloniani al Senato ha tentato di frenare gli entusiasmi con una nota: il reale obiettivo dell’emendamento – si leggeva – non è “contrastare la diffusione e la vendita di prodotti a base di cannabis light, introducendo una super tassazione al 40%. La proposta emendativa non nasconde alcuna volontà occulta di legalizzazione di questi prodotti, come sostenuto da alcuni, ma l’esatto contrario”.
Traduzione, nessuna mano tesa verso i produttori, ma una manovra per rendere il settore così poco remunerativo da costringerli ad abbandonarlo. “Quindi – riassume il segretario di +Europa, Riccardo Magi – prima proibiscono ma poi ri-legalizzano per ri-proibire ancora. Questo sì che è davvero stupefacente, altro che cannabis light. La verità è che la maggioranza è allo sbaraglio, non sanno nemmeno di cosa parlano, tanto meno cosa fanno”.
A fine giornata, bene informate fonti parlamentari fanno sapere che l’emendamento verrà ritirato
A sciogliere davvero il nodo sul no alla cannabis light potrebbe essere la Consulta. Accogliendo l’istanza delle difese di alcuni produttori, la gip del Tribunale di Brindisi Barbara Nestore, ha chiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sull’articolo 18 del decreto sicurezza che prevede il divieto di importazione, detenzione, lavorazione, distribuzione, commercio, trasporto, invio, spedizione, consegna, vendita al pubblico e consumo di prodotti costituiti da infiorescenze (e loro derivati).
“Un passaggio storico” per le associazioni Canapa Sativa Italia, Sardinia Cannabis, Imprenditori Canapa Italia, Resilienza Italia Onlus.”È una vittoria di metodo e di merito: si torna al diritto, alla scienza e alla Costituzione, non alla —presunzione” .
All’origine del procedimento c’è un sequestro di canapa destinata ad aziende italiane all’interno di due camion di nazionalità bulgara, eseguito dalla Gdf di Brindisi nel dicembre 2024. Nel maggio 2025 la Procura ne aveva ordinato la distruzione, spiegando che le disposizioni introdotte dal dl Sicurezza estendono l’ambito di applicazione della norma penale sulla confisca “ai derivati della coltivazione della cannabis della specie sativa, anche a prescindere da un comprovato effetto stupefacente della sostanza”. I titolari delle aziende che per quel carico sono indagati si sono opposti al decreto di distruzione e i loro legali hanno chiesto al giudice di sollevare la questione di legittimità costituzionale. Istanza accolta dal giudice, che ieri ha disposto il rinvio alla Corte.
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