Ottobre 7th, 2015 Riccardo Fucile
LO STRANO CASO DELL’EX SINDACO CHE FATTURAVA A SE STESSO
“Non è un caso di corruzione ma di nuova povertà ”. 
È per povertà che l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, una volta perse le elezioni contro Ignazio Marino, ha incassato 70mila euro dalla Fondazione Nuova Italia, di cui è presidente.
In un’intervista al Fatto Quotidiano, Alemanno spiega il perchè di quelle consulenze (a se stesso).
Il caso delle strane fatture dell’ex primo cittadino (per cui non è indagato) è emerso dalle carte dell’inchiesta romana per corruzione.
La sua attività professionale di ingegnere non c’entra nulla, quel denaro serviva per sanare i debiti della compagna elettorale.
“Queste fatture non sono state fatte come ingegnere”, spiega Alemanno al Fatto. “Quando faccio delle attività di qualsiasi genere uso la partita Iva, ma nell’oggetto c’è scritto qualcosa come ‘collaborazione’ […]. Dopo che ho finito il mio incarico da sindaco, per un certo periodo mi è stato pagato un compenso come presidente della Fondazione perchè avevo tante spese da pagare per la campagna elettorale e non avevo proprio reddito materiale”.
Il vitalizio da parlamentare non bastava per “pagare i debiti della campagna elettorale”, spiega ancora l’ex sindaco.
“Ho dovuto vendere la casa di Roma e sto vendendo anche quella al mare che mi aveva lasciato mio padre […]. La campagna si è conclusa con un disavanzo dichiarato di circa 400mila euro. Mi sono trovato in forte difficoltà economica”.
All’indomani della sconfitta elettorale — ricorda il Fatto — Alemanno aveva promesso di rimboccarsi le maniche: “Tirerò fuori la mia laurea in Ingegneria. Sono un ingegnere, farò consulenze”.
L’ex sindaco oggi è amministratore delegato di una società immobiliare, la GM building, fondata assieme all’amico Marco Matteoni.
Il capitale ammonta a 10mila euro ed è diviso a metà tra i due soci. L’impresa però — fa notare il Fatto — risulta ancora inattiva.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
IN CAMBIO AVREBBE ASSICURATO VANTAGGI E FAVORI… RESTA COMUNQUE INDAGATO ANCHE PER ASSOCIAZIONE MAFIOSA
Dall’inchiesta madre su Mafia Capitale scaturisce un rivolo che potrebbe portare presto alla sbarra
Gianni Alemanno.
In attesa che gli inquirenti decidano che fare dell’indagine a suo carico per associazione mafiosa, l’ex sindaco ha ricevuto la notifica di una nuovo capo d’accusa: corruzione in concorso con Salvatore Buzzi, Massimo Carminati e il suo ex braccio destro Franco Panzironi, tutti imputati nel maxi-processo che si aprirà tra un mese.
La contestazione ad Alemanno riguarda il pagamento di almeno 125.000 euro, a fronte di promesse per cifre ancora maggiori «per la vendita della sua funzione» di primo cittadino, e «per il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio».
Con l’aggravante del favoreggiamento al sodalizio mafioso per Buzzi, l’ex leader delle cooperative rosse romane che ha materialmente sborsato il denaro, e per l’ex estremista nero Carminati.
L’avviso di conclusione indagini – firmato dal procuratore Pignatone, dall’aggiunto Prestipino e dai sostituti Cascini, Ielo e Tescaroli, preludio di un’imminente richiesta di rinvio a giudizio – è uno stralcio del procedimento principale dal quale sono emersi i finanziamenti contestati dalla Procura.
Secondo gli inquirenti l’ex sindaco ha ricevuto tra il 2012 e il 2014 (quindi quando governava il Campidoglio ma anche dopo, in una sorta di saldo per i favori assicurati in precedenza), attraverso Panzironi che era d’accordo, 75.000 euro per cene elettorali, altri 40.000 alla fondazione Nuova Italia (che gli inquirenti considerano una sua «cassaforte», e dalla quale avrebbe a sua volta ricevuto soldi per sè), e almeno 10.000 euro in contanti, «a fronte di una originaria promessa di 40.000», che per l’accusa costituiscono anche una forma di finanziamento illecito all’esponente politico.
La contropartita che Alemanno avrebbe assicurato al duo Buzzi-Carminati comprende alcuni fatti ricostruiti in ogni passaggio nell’indagine principale.
Ecco allora il contributo di Alemanno nella nomina dell’avvocato Giuseppe Berti nel consiglio di amministrazione dell’Ama, la municipalizzata per la raccolta dei rifiuti, e di Fiscon come direttore generale della stessa società , due nomi sponsorizzati dal presunto clan; l’aver messo «strutture del suo ufficio a disposizione di Buzzi e Carminati», come quando il capo-segreteria di Alemanno, secondo il racconto di Buzzi, si decise a incontrarlo in tutta fretta solo dopo una telefonata di Carminati; aver favorito i pagamenti del Comune di Roma alla società Eur Spa, che servivano a onorare crediti di «soggetti economici riconducibili a Buzzi e Carminati».
Nella ricostruzione dei pubblici ministeri, Panzironi – recentemente condannato a cinque anni e tre mesi di carcere per lo scandalo «parentopoli» all’interno dell’Ama – non è soltanto colui che riceveva i soldi da Buzzi e poi li girava ad Alemanno; era anche un «consigliere del sindaco», del quale si sarebbe reso complice nella vendita della funzione.
Agli atti del Comune e ora del processo per Mafia Capitale, infatti, c’è una delibera del Giunta comunale guidata da Alemanno (il 2 luglio 2008, subito dopo le elezioni vinte dal centro-destra), nella quale Panzironi, in virtù dei «requisiti personali e professionali» e dei «rapporti eminentemente fiduciari» tra i due, viene nominato collaboratore del sindaco, per il quale «curerà le relazioni esterne e riferirà in via riservata all’onorevole Sindaco».
Il tutto «a titolo gratuito», ma secondo i pm i guadagni venivano garantiti attraverso altre vie.
Per esempio i finanziamenti di Buzzi alla fondazione di Alemanno, elargiti sia regolarmente che «in nero».
Per i quali gli inquirenti non credono alla versione fornita dal capo delle cooperative, e cioè che Alemanno sapesse poco o nulla dei soldi girati a Panzironi.
«Lei non è credibile», hanno insistito i pm, anche in considerazioni della diversa estrazione politica tra i due, uno di sinistra e l’altro di destra.
«Il sindaco si finanziava a prescindere dal colore», è stata la risposta di Buzzi.
La nuova imputazione contestata ad Alemanno certifica che la Procura non gli dà alcun credito, e ora considera l’ex sindaco un suo complice.
Giovanni Bianconi
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
SPUNTA UN CONTO SEGRETO, SU SEGNALAZIONE DELLA BANCA D’ITALIA, INTESTATO AL CAPO DELLA SEGRETERIA DELL’EX SINDACO
Un conto corrente da cui partono bonifici per il capo della segreteria dell’ex sindaco Gianni Alemanno, le ammissioni dell’ex amministratore delegato di Ama, i traffici segreti di Luca Odevaine.
Le indagini su Mafia capitale hanno imboccato la via del denaro.
I pm della procura di Roma stanno infatti seguendo la scia monetaria che si muoveva attorno all’organizzazione criminale guidata da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi.
Una pista che, come racconta il quotidiano il Messaggero, è tracciata soprattutto dalle ammissioni degli indagati.
Agli atti degli investigatori, sono arrivati i verbali d’interrogatorio di Franco Panzironi, ex ad di Ama, che il 20 febbraio scorso spiegava davanti ai pm di aver “veicolato denaro per l’allora assessore all’Ambiente Marco Visconti, 200 mila euro e per Gianni Alemanno, allora sindaco, 40 mila euro per il suo interessamento verso Riccardo Mancini, affinchè effettuasse i pagamenti arrestrati nei confronti delle coop di Buzzi”.
Arrivano invece dall’ufficio di vigilanza della Banca d’Italia alcune segnalazioni su movimenti bancari sospetti: riguardano i conti correnti dell’Alfa progetti, società titolare di un’attività di ristorazione.
Da quei conti sono partiti bonifici per 101 mila euro in favore di Antonio Lucarelli, ex capo della segreteria di Alemanno nel periodo in Campidoglio.
Gli investigatori della Guardia di Finanza sospettano che quei conti altro non siano che una cassaforte occulta e vogliono capire da dove arrivassero quei soldi e a che titolo erano dovuto a Lucarelli.
E tra i pezzi del puzzle che i magistrati di Giuseppe Pignatone stanno cercando di ricomporre, c’è anche l’attività occulta portata avanti da Luca Odevaine, l’ex vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni.
L’uomo dell’immigrazione di Mafia capitale ha cominciato a collaborare con i pm, ricostruendo il business del Cara di Mineo.
Adesso gli inquirenti cercano di fare luce anche sui suoi affari in Venezuela, dove Odevaine voleva costituire una linea di pullman per turisti.
“Si stanno comprando dieci pullman in Sicilia che verranno spediti, ma non potrebbero entrare. E allora abbiamo architettato la cosa che c’hanno la passerella per disabili e allora il direttore della dogana che è amico del sindaco venezuelano amico mio li fa passare”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 17th, 2015 Riccardo Fucile
PIGNATONE: “CARMINATI AVEVA UN POTERE ENORME CON ALEMANNO, POI HA DOVUTO DELEGARE A BUZZI I RAPPORTI CON LA GIUNTA MARINO”
“Massimo Carminati ha avuto un potere enorme nella giunta Alemanno”. Poi, con il cambio di giunta
in Campidoglio, il Cecato è uscito di scena “e l’organizzazione criminale ha delegato a Buzzi, forte dei suoi contatti politici trasversali, il tentativo di infiltrare la giunta Marino”.
Ma tra Alemanno e Marino, tra “il prima” e “il dopo”, la differenza sta in un articolo del codice penale.
“La procura ha circoscritto l’aggravante mafiosa contestando il 416 bis a precisi comportamenti e determinati personaggi. Poi c’era un sistema corruttivo dilagante con cui l’organizzazione Mafia Capitale ha cercato di fare affari costruendo un sistema di potere”.
Ma il sistema corruttivo è altra cosa rispetto all’organizzazione mafiosa.
“Si tratta di due momenti separati che in certi momenti sono coincisi”.
Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone parla per due ore davanti alla Commissione parlamentare sul fenomeno dell’immigrazione insediata all’inizio di maggio per cercare di fare luce sul fenomeno corruttivo che ha preso in ostaggio il sistema dell’accoglienza.
Alla fine di un’audizione rigorosamente secretata e di cui Huffpost ha ricostruito i passaggi più importanti, resta la sensazione che il procuratore, seppur incalzato dalle domande dei commissari, stia dando una mano al sindaco Marino che proprio ieri ha ricevuto un avviso di sfratto dal premier Renzi (“oltre che onesti bisogna anche dimostrare di essere capaci, cosa che Marino deve ancora fare”)…
La Commissione, presieduta da Gennaro Migliore (Pd) ha poteri di indagine (ha già acquisito numerosi atti sui centri di accoglienza) ma ha un mandato preciso: analizzare il fenomeno dell’immigrazione e il sistema di accoglienza.
Non è, quindi, la commissione antimafia.
Pignatone si è presentato con il sostituto procuratore Giuseppe Cascini, con Tescaroli, Ielo e l’aggiunto Prestipino il team di pm che stanno coordinando le indagini su Mafia Capitale.
“Non vi dirò una parola di più rispetto a quelle che trovate nell’ordinanza di custodia cautelare e nelle 35 mila pagine dell’inchiesta, tutto materiale già a disposizione delle parti” ha precisato il procuratore. E però si sa che a voce, di persona, tra una domanda e l’altra, due parole e un’espressione del volto valgono più di tante parole.
Tutta l’audizione si è sviluppata tenendo ferma e ribadendo una distinzione: la contestazione del 416 bis.
Sul Cara di Mineo Pignatone ha ad esempio declinato ogni dettaglio (“l’inchiesta è di Catania e del procuratore Salvi”) ma ha voluto precisare che “la procura di Roma arriva a Mineo seguendo i passi di Luca Odevaine, il suo ruolo di facilitatore tra l’amministrazione e i privati sul fronte dell’emergenza immigrati che con questi numeri è stata certamente redditizia”.
Ecco che Roma mette gli occhi sui centri immigrati di Mineo, ma anche su Castenuovo di Porto e su S. Giuliano di Puglia cercando di ricostruire “il sistema Odevaine”.
Sistema illegale, “corrotto e corruttivo”, nella parte in cui, ha ribadito il procuratore davanti ai commissari, “costruisce bandi su misura” come quello di Mineo che, per via della seconda cucina da campo nel raggio di 20 km dal centro, poteva essere vinto solo dal consorzio de La Cascina.
Ma anche un sistema legale perchè, come ha spiegato il pm Cascini, “le Associazioni temporanee d’impresa (ATI, ndr) sono consentite” ma quelle coinvolte in Mafia capitale erano nate per uccidere il mercato.
“Servivano — ha detto Cascini – a creare cartelli d’imprese tra soggetti altrimenti concorrenti che in questo modo si mettevano d’accordo, escludevano ogni competizione nel prezzo e lo tenevano bloccato”.
Una prassi illegale vestita legalmente che dovrebbe indurre il legislatore a riflettere.
Poi sono arrivate, inevitabili, le domande sulla giunta di Roma, il rischio delle infiltrazioni mafiose e il coinvolgimento o meno dello staff di Marino.
“Non chiedete a me, io sono un magistrato e non un politico”.
Il magistrato però ha riflettuto e fatto riflettere sul fatto che “Carminati, il cuore del sodalizio criminale, spadroneggia con Alemanno ma è costretto poi a passare la mano a Buzzi con l’arrivo di Marino in Campidoglio”.
Fonti della Commissione riferiscono che Pignatone avrebbe insistito sul fatto che “Mafia capitale ha l’apice della sua infiltrazione nell’amministrazione capitolina nell’era Alemanno”.
L’ex sindaco amico di gioventù di Panzironi e degli altri dirigenti da lui nominati a capo di varie partecipate, è infatti indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
E con lui altre 17 persone nessuna delle quali però è stata nominata da Marino. Un’amministrazione, sarebbe la conclusione, vittima di una corruzione dilagante ma non mafiosa.
La parola di Pignatone sarà decisiva nella riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica che a fine luglio dovrà decidere se chiedere o meno lo scioglimento di Roma per mafia.
Quello di oggi assomiglia molto ad un assist. “Non possiamo escludere che ci siano ulteriori sviluppi di indagine “ commenta a fine seduta il presidente Migliore.
“L’organizzazione Mafia Capitale ha fatto il suo salto di qualità nell’amministrazione tra il 2011 e il 2012, in concomitanza con l’emergenza nordafrica. E — conclude Migliore — intorno alla parola emergenza si è costituito e sviluppato un sistema mafioso assai ramificato”.
Domani la Commissione ha convocato il prefetto Gabrielli, da ieri alle prese con le oltre mille pagine della relazione scritta dalla Commissione d’accesso e che daranno semaforo rosso o verde per lo scioglimento. Il 30 giugno sarà la volta di Marino.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 10th, 2015 Riccardo Fucile
L’AUTOGOL: “SOLO IL 16,7% DEI ROMANI PENSA CHE MAFIA CAPITALE SIA COLPA MIA”… ED ESPLODE L’IRONIA SU TWITTER
Si vanta, Gianni Alemanno. “Nonostante la propaganda di sinistra, solo il 16,7% degli italiani pensano che #MafiaCapitale sia colpa mia”. L’ex sindaco di Roma su twitter sembra quasi esultare per il sondaggio diffuso da Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, durante la trasmissione di Rai Tre Ballarò.
Secondo l’indagine dell’istituto demoscopico, le maggiori responsabilità per lo scandalo di Mafia Capitale che sta investendo la città di Roma sono per l’8,1% dell’attuale primo cittadino Ignazio Marino.
Mentre, per il 16,7% degli intervistati la colpa è dell’ex sindaco Alemanno.
Di qui l’esultanza.
Eppure Alemanno sembra dimenticare un particolare non di poco conto: e cioè che lui è stato uno dei sindaci degli ultimi vent’anni.
E guarda caso, per il 67,2% dei romani interpellati nel sondaggio ritiene che la responsabilità dello scandalo siano dei sindaci degli ultimi 20 anni.
E quindi anche di Gianni Alemanno.
Testa sotto la sabbia? Sembra di sì, secondo i vari utenti di twitter che non hanno esitato nel far notare la piccola dimenticanza di Alemanno: “Però parla dei sindaci degli ultimi 20 anni..mi sembra ci sia anche lei..”, commenta un utente.
E un altro: “Guardi che lo 0 per cento dice che siete tutti colpevoli. MAL COMUNE MEZZO GAUDIO?? MASCALZONI!”.
Oppure: “Alema’,vedi che stai dentro anche in quel 67,2%.O forse negli ultimi 20 anni ha governato mio nonno?”;
“Ma quando spiegavano la logica alle elementari dove eri, a imparare le rune?”. Infine: “a Gianni, devi fa la somma: 67,2 + 16,7 = 83,9”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile
UN MESSAGGIO INVIATO DALL’ACCOUNT DELL’EX SINDACO CON IL MATERIALE ELETTORALE RECAPITATO ALL’INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA DELL’UOMO DELLA ‘NDRANGHETA
«Bisogna finirla con questa balla della ‘ndrahgheta che, attraverso la mediazione di Buzzi, mi
avrebbe fatto convergere voti in Calabria alle elezioni europee del 2014». Gianni Alemanno, già indagato per concorso esterno, non accetta che il suo nome sia afficancato alla più potente delle cosche calabresi.
L’ex sindaco ha risposto con comunicati stampa, dichiarazioni e minacce di querela alle notizie trapelate dopo gli ultimi arresti per Mafia Capitale.
Dalle intercettazioni del Ros dei carabinieri infatti emergerebbe il presunto sostegno che l’ex sindaco ha ricevuto dalle ‘ndrine durante le elezioni europee.
Eppure c’è un particolare che l’Espresso è in grado di rivelare: due giorni prima della competizioni dall’account di posta elettronica di Alemanno partiva alle ore 10.54 una mail diretta a Giovanni Campennì.
Proprio il Campennì sospettato di legami con il clan Mancuso di Limbadi, provincia di Vibo Valentia.
La richiesta di attivarsi per le Europee arriva da Salvatore Buzzi in persona, che dall’imprenditore calabrese riceve una risposta eloquente: «Va bene Qua la famiglia è grande un voto gli si da».
Una metafora «espressiva» la definiscono gli inquirenti che dimostra come Campennì avrebbe aderito «prontamente alla richiesta, non potendo evitare, tuttavia, di sottolineare la propria capacità di poter attingere a un ampio bacino di consensi pilotabili».
La mail spedita a Campennì conteneva tutto il necessario, un manuale per votare e far votare Alemanno.
«La data delle elezioni europee, le modalità di compilazione della scheda, nonchè il fac-simile della scheda elettorale precompilata», si legge nelle carte degli inquirenti. Era il 23 maggio 2014, undici miniti prima dell’arrivo del messaggio di posta elettronica all’indirrizzo di Campennì, quest’ultimo riceve una telefonata da una donna, «la quale, nell’asserire di rappresentare la segreteria di Giovanni Alemanno, gli riferiva di aver ricevuto il proprio contatto telefonico dalla “Cooperativa 29 Giugno” e di poter inviare il materiale elettorale via email».
Conversazioni che per gli inquirenti sono la conferma dell’impegno assunto da Campennì.
«Le risultanze consentono di ricostruire la vicenda nei termini che seguono: Buzzi assicurava ad Alemanno il proprio intervento in suo favore, promettendo l’inoltro a un membro del suo staff, Claudio Milardi, di una lista di persone allusivamente chiamate “amici del sud” capaci di esprimere cospicui pacchetti di voti (“che ti possono dare una mano co’ … parecchi voti». Non solo.
Secondo gli investigatori «la scelta di Campennì e di altri “amici del sud” (tra i quali, Rocco Rotolo e Vito Marchetto) rientrava in una precisa valutazione delle potenzialità che a costoro venivano attribuite: la loro appartenenza a una consorteria ‘ndranghetista, capace di condizionare il voto nella terra d’origine (“i mafiosi che quelli controllano i voti”)».
Nella frenesia però i dirigenti della cooperativa 29 giugno commettono un errore imperdonabile.
Oltre ai nomi degli emissari romani delle cosche della’ndrangheta, a Milardi consegnano pure una lista di persone ulteriore.
Con quali nomi? Tutto l’elenco dei dipendenti della cooperativa. Un errore che provoca in Buzzi una violenta reazione: «i nomi degli ‘ndranghetisti erano …inc.. ma come se fà a sbaglià così ..” “erano i nomi delle persone fedeli, ma che cazzo dai i nomi de tutti».
È vero che l’esito delle elezioni europee nella circoscrizione Italia meridionale non è stata favorevole per Alemanno.
Ma gli inquirenti sottolinenao il buon risultato peresonale di Alemanno che ha «ottenuto 44.834 preferenze».
E come risulta dall’archvio elettorale del Viminale, in Calabria i risultati migliori Alemanno li ha ottenuti nelle province di Vibo e Reggio Calabria, zone d’influenza delle ‘ndrine collegate a Mafia Capitale.
Giovanni Tizian
(da “L’Espresso”)
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Giugno 7th, 2015 Riccardo Fucile
LA CONFESSIONE DI PANZIRONI INGUAIA L’EX SINDACO E IL SUO BRACCIO DESTRO VISCONTI
Altri guai in vista per Gianni Alemanno. Il filone d’indagine in Mafia Capitale che riguarda un ex
assessore comunale, Marco Visconti, suo delfino, in verità riguarda soprattutto lui, l’ex sindaco.
Sono indagati tutti e due per un finanziamento illecito da 400 mila euro di Salvatore Buzzi.
Sia Alemanno, sia Visconti, sono finiti nei guai per la testimonianza di Franco Panzironi, manager vicinissimo all’ex sindaco. Panzironi, detto «Il Tanca», è stato amministratore delegato dell’Ama ed è stato rinviato a giudizio nel 2012 per oltre 841 assunzioni irregolari.
Nella prima inchiesta Mafia Capitale era tra gli arrestati.
Secondo i pm, il suo ruolo sarebbe stato quello di fare da cerniera per gli appalti assegnati sui rifiuti. Panzironi è uno che sa, insomma.
E sta collaborando con la procura. In diversi interrogatori ha raccontato un episodio che è alla base di questo filone d’indagine.
«Visconti era assessore all’Ambiente, assessorato che ha un contratto di servizio con Ama e un forte potere di indirizzo verso la stessa azienda municipalizzata». Ovviamente Panzironi era di casa. In alcune riunioni incrociò anche Buzzi, che nel frattempo, con la sua cooperativa, si era aggiudicato il ricco appalto per la raccolta del multimateriale (carta, alluminio, plastica).
Raccolta che a Roma costa il triplo che nel resto d’Italia. «In uno di questi incontri, verso la fine di settembre 2012 – sintetizzano i pm – il citato assessore lo aveva chiamato in forma riservata e gli aveva detto che Buzzi era interessato a contribuire per le campagne elettorali del sindaco Alemanno e di Visconti medesimo con una cifra complessiva di 400mila euro da dividersi a metà ».
Duecentomila euro per uno, dunque.
Carburante indispensabile per la campagna elettorale. Questo racconta Panzironi. Finora, però, i pm hanno svelato soltanto la parte del racconto che riguarda l’ex assessore, la cui casa è stata perquisita due giorni fa: «A Visconti i soldi dovevano arrivare in contanti… I soldi Buzzi li avrebbe portati in Fondazione (la fondazione Nuova Italia di cui Visconti era segretario e Alemanno presidente, ndr) dove poi Visconti sarebbe passato a prenderli».
Nel 2013 sarebbero avvenute 10 consegne.
«La prima volta Buzzi gli aveva detto che nel plico che gli consegnava vi erano 15mila euro. La dinamica della consegna a Visconti era sempre identica. Veniva Buzzi, consegnava i plichi e successivamente venivano Visconti, il suo capo segreteria o un suo rappresentante a ritirarlo».
Proseguono intanto gli interrogatori degli arrestati di giovedì. Il giovane Luca Gramazio, già capogruppo regionale Pdl, ha risposto alle domande del gip Flavia Costantini. «Non ho preso manco una lira. Non ero al servizio di Buzzi. E non ho preso soldi da nessuno».
Ha risposto alle domande anche Franco Figurelli, membro della segreteria dell’ex presidente del Consiglio comunale Mirko Coratti, Pd.
Secondo l’accusa, intascava stabilmente un secondo stipendio da 1000 euro per favorire il sodalizio di Carminati e Buzzi. «Si è dichiarato assolutamente estraneo agli eventi», riferisce il suo legale, Antonio Stellato.
Figurelli è l’interlocutore al quale Salvatore Buzzi in una telefonate intercettata dice «la mucca deve mangiare, per essere munta».
Coratti, nel suo interrogatorio, l’ha già scaricato: «Di quello che ha fatto Figurelli io non rispondo».
Qualche ammissione l’ha fatta invece Michele Nacamulli, un collaboratore di Buzzi, che ha confermato di gare pilotate.
Francesco Grignetti
(da “il Secolo XIX”)
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Giugno 4th, 2015 Riccardo Fucile
L’APPOGGIO DELLA COSCA MANCUSO DI LIMBADI
Per le elezioni al Parlamento europeo del maggio 2014, Gianni Alemanno chiese l’appoggio a Salvatore Buzzi.
Quest’ultimo si sarebbe mosso per ottenere il sostegno alla candidatura anche con gli uomini della cosca ‘ndranghetista dei Mancuso di Limbadi.
È quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Roma Flavia Costantini su richiesta del procuratore aggiunto Michele Prestipino e dei pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli, che ha portato in carcere 44 persone, arrestate nell’ambito della seconda tranche dell’inchiesta Mondo di mezzo, che ha svelato il volto di Mafia capitale, l’organizzazione mafiosa cresciuta attorno all’ex Nar Massimo Carminati.
Si legge nell’ordinanza: “Un ulteriore tassello idoneo a corroborare il rapporto di reciproco riconoscimento e di ‘interscambio’ tra le due organizzazioni criminali (Mafia capitale e ‘Ndrangheta, ndr) è costituito dai riscontri intercettivi effettuati in occasione delle elezioni del Parlamento europeo 2014, che hanno visto il politico Giovanni Alemanno (risultato essere vicino a esponenti del sodalizio di Mafia Capitale) candidato nella lista Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale, nella circoscrizione Sud”.
Secondo il gip, “a fronte di una richiesta di sostegno da parte di Alemanno, sin dalla fine del mese di marzo 2014, in vista delle elezioni europee del 25 maggio 2014, Salvatore Buzzi aveva espressamente richiesto, per il tramite di Giovanni Campennì, appoggio all’organizzazione criminale calabrese (di cui quest’ultimo è ritenuto espressione), per procurare i necessari consensi in occasione della campagna elettorale dell’ex sindaco di Roma”.
Buzzi, in una conversazione con Massimo Carminati intercettata il 21 marzo del 2014, riferiva l’esito di un incontro avuto poco prima con Alemanno presso gli uffici della Commissione Commercio a Roma.
“Buzzi – scrive il gip – riferiva del sostegno richiesto in quell’occasione dall’ex primo cittadino (“no, no era pè la campagna elettorale … una sottoscrizione e poi se candida al sud”) e rappresentava al sodale come avesse individuato Campennì, indicato con il solo nome di battesimo, quale strumento idoneo per assecondare tale richiesta (“.. da Giovanni … gli famo fa ..”).
Buzzi, il giorno seguente contattava “Giovanni Campennì, al fine di interessarlo per “da ‘na mano a Alemanno … in campagna elettorale …”.
Il tentativo “di Buzzi di mascherare, in maniera evidentemente strumentale con l’interlocutore (“sto numero è intercettato … però so telefonate legali ..”), l’illecita richiesta pervenutagli, facendola passare come innocua e legittima istanza volta ad ampliare il consenso elettorale (“basta che non sia voto di scambio …. tutto è legale … uno pò votà gli amici???!!!”), nell’ambito di una circoscrizione elettorale particolarmente ampia (“… mica può venire li!!! Scusa … no perchè la circoscrizione è grandissima …. è Abruzzo …. Campania …. la Calabria …. Puglia …. Basilicata ….. come cazzo fa? … èèè ….”), veniva perfettamente compreso da Campennì, il quale, avendo evidentemente ben inteso il vero senso della richiesta (“ah ste chiamate so legali??? …”), aderiva prontamente alla richiesta, non potendo evitare, tuttavia, di sottolineare la propria capacità di poter attingere a un ampio bacino di consensi pilotabili, facendo ricorso a una metafora particolarmente espressiva (“va bene …. allora …. è qua la famiglia è grande … un voto gli si dà “)”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 23rd, 2015 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA SULLE SOVVENZIONI MASCHERATE DA FALSO SONDAGGIO
L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato rinviato a giudizio per la vicenda di un presunto finanziamento illecito ricevuto per le elezioni regionali del 2010 mascherato da un falso sondaggio.
Sotto processo, che comincerà il 5 luglio 2016, anche altri sette imputati, mentre Luca Ceriani ha patteggiato un anno di reclusione.
A disporre il rinvio a giudizio è stato il gup Flavia Costantini che ha accolto le richieste del pm Mario Palazzi.
Il processo riguarderà anche Fabio Ulissi, podologo e storico collaboratore dell’ex sindaco di Roma, Giuseppe Verardi, ex manager della società di consulenza Accenture, e i manager e funzionari Francesco Gadaleta, Roberto Sciortino, Massimo Alfonsi, Sharon Di Nepi e Angelo Italiano.
Questi ultimi avrebbero concorso nella predisposizione della provvista di 30 mila euro ritenuta illecita.
Secondo l’accusa il finanziamento, scaturito da false fatture, sarebbe stato impiegato per incaricare una società specializzata ad effettuare il falso sondaggio e portare a termine l’operazione di `telemarketing politico’ a favore del listino dell’ex presidente della Regione Lazio Polverini.
L’ex Governatrice del Lazio, indagata in un primo momento, è poi uscita dall’inchiesta con richiesta di archiviazione.
L’inchiesta prese le mosse da una denuncia presentata da Accenture dopo la scoperta di un giro di false fatturazioni.
(da “La Stampa”)
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