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RENZI NON BLOCCA I PIGNORAMENTI SULLE PRIME CASE

Luglio 7th, 2015 Riccardo Fucile

NON LO RIGUARDANO: ALLA DISPERATA LUI VA A CASA DI CARRAI A SCROCCO

Sì dell’Aula della Camera alle mozioni di maggioranza sulle iniziative volte a sospendere gli espropri delle prime case.
Non passano tuttavia le diverse mozioni presentate dalle opposizioni (M5S, Area popolare, Fratelli d’Italia, Sel) che impegnavano il Governo a procedere a definire con chiarezza impignorabile la prima casa.
I testi approvati sono invece abbastanza blandi: sostanzialmente impegnano il governo solo a “a valutare l’opportunità  di adottare iniziative di rango normativo volte ad individuare misure di natura economica per la gestione dei mutui ipotecari per la prima casa in sofferenza, con particolare riferimento ai nuclei familiari, soprattutto quelli numerosi, che si trovano in situazione di temporanea insolvenza”.
Un ulteriore impegno, previsto dalla mozione Pd, impegna il governo “a valutare l’opportunità  di effettuare un’analisi approfondita ed aggiornata al fine di definire le misure da mettere in campo per arginare il fenomeno dei pignoramenti degli immobili adibiti ad abitazione principale”.
Non passano invece i documenti presentati in Aula alla Camera dalle opposizioni, che chiedevano di bloccare il pignoramento delle prime case.
Nel dettaglio, la mozione M5S prevedeva “la sospensione per 36 mesi della procedura espropriativa immobiliare” al ricorrere di determinate condizioni – fra cui ad esempio che “l’immobile non sia sottoposto a sequestro e a confisca in attuazione della legislazione contro la criminalità  organizzata” – e ad “assumere iniziative per prevedere, al contempo, l’istituzione di un fondo, con dotazione annua di almeno dieci milioni di euro, per la remunerazione degli interessi ai creditori”.
La mozione di Area Popolare prevedeva invece di “sospendere gli espropri relativi alla prima casa” e di “affrontare con misure adeguate lo stato di estrema indigenza” delle famiglie italiane.
La mozione di Sel richiedeva inoltre “una sospensione di 12 mesi dei procedimenti di esecuzione immobiliare esecutivi a carico degli immobili adibiti ad abitazione principale”.
La mozione di Fratelli d’Italia impegnava invece il Governo a “iniziative urgenti volte a sospendere le procedure espropriative relative ad immobili adibiti ad abitazione principale e a stanziare le risorse necessarie al finanziamento di tutti gli strumenti atti a sostenere i soggetti e i nuclei familiari che versino in una condizione di temporanea sofferenza finanziaria”.
Protestano le opposizioni.
Per il Movimento 5 Stelle è “vergognoso il voto contrario alla mozione sulla sospensione dell’espropriazione della prima casa”, che si potrebbe “cancellare se ci fosse il reddito di cittadinanza, un aiuto concreto a chi è in momentanea difficoltà . In Italia non c’è solidarietà  verso chi è in difficoltà , il voto contrario di tutta la maggioranza permette da oggi di perdere la prima casa anche per un piccolo debito, diciamo grazie a Renzi, è lui che porta via il bene primario degli italiani”.
Sorpresa anche Paola Binetti (Ap), la quale ricorda che “la prima casa costituisce un elemento fondamentale del patrimonio delle famiglie italiane e il fatto che sia aumentato in modo elevato il numero dei pignoramenti registrati in Italia in questi ultimi anni accentua in modo significativo la sensazione di ansia e di precarietà  in cui vivono molte famiglie. Sorprende che il Governo per fare parere favorevole alla mozione chieda che venga tolto proprio il primo punto: quello che parla di impignorabilità  della prima casa. Ciò in flagrante contraddizione con quanto disposto sia dal decreto-legge ‘del fare’, in cui all’articolo 52 si dice chiaramente che l’agente della riscossione non può dare corso all’espropriazione se la casa è l’unico immobile di proprietà  del debitore. E con la sentenza della Corte di cassazione, del 12 settembre 2014, che stabilisce l’impignorabilità  da parte di Equitalia e ne estende la validità  anche per i procedimenti in corso. Sorprendente- conclude la Parlamentare- quindi il parere del sottosegretario ma essenziale la tutela del diritto dei cittadini alla prima casa”.

(da “Huffingtonpost“)

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SICILIA, CASE QUASI GRATIS A CHI LE RISTRUTTURA

Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile

LA RINASCITA DEI BORGHI: IMMOBILI ABBANDONATI DATI A CHI SI IMPEGNA A RESTAURARLE

L’idea è geniale, lo slogan è anche meglio: il Comune regala le case.
Funziona così: ci sono vecchi proprietari di ruderi o immobili abbandonati che non vedono l’ora di disfarsene, ci sono acquirenti, giovani coppie o stranieri innamorati dei nostri borghi, prontissimi a ristrutturarli, e ci sono i sindaci ben felici di impedire che i loro paesi cadano a pezzi.
Il primo a parlarne fu sette anni fa Vittorio Sgarbi, che da sindaco di Salemi sposò le provocazioni del suo assessore alla creatività , Oliviero Toscani.
Idea geniale, intrappolata nelle maglie della burocrazia, tentata anche altrove e mai decollata.
Tranne a Gangi, settemila abitanti a mille metri sulle montagne del Palermitano. «Duemila richieste da tutto il mondo, un centinaio di contratti stipulati, una trentina di ristrutturazioni già  finite» elenca il sindaco Giuseppe Ferrarello.
«Sei anni fa, quando ho iniziato – prosegue – mi hanno preso per un folle. Figuratevi qui in Sicilia, con l’attaccamento che c’è alla proprietà …».
I primi due anni nessuna risposta, poi qualche segnale, infine il boom.
«Io stesso ho offerto una mia vecchia casa, mi hanno seguito in 14 e dopo è stata una valanga». Ferrarello, in carica dal 2007, ci tiene a sottolineare di averci pensato «prima ancora di Sgarbi» e che a Gangi ha funzionato «perchè il Comune non compra gli immobili, è un semplice intermediario» .
Nel centro storico del paese, spopolato dall’emigrazione, sono state censite 550 case in rovina, soprattutto quelle tipiche a castello, dove un tempo al pian terreno c’era la stalla per l’asino.
Chi le vuole comprare deve pagare l’atto di passaggio, garantire una fideiussione da 5 mila euro, e ha soltanto l’obbligo di ristrutturazione entro tre anni.
«Il primo a farlo è stato un ingegnere di Caltanissetta – dice il primo cittadino – La mia casa è andata invece a un ungherese, una società  di Firenze ne ha prese otto per farci un albergo e un ristorante».
Il modello Gangi ieri è stato celebrato dal New York Times , «ma qui sono venuti in tanti, la tv francese, quella cinese, e pure Al Jazeera».
Tutto semplice? «Al contrario, dietro c’è un lavoro bestiale».
Racconta Ferrarello: «C’era un immobile con dieci eredi, alcuni non si conoscevano, altri erano in lite. Li ho chiamati e fatti mettere d’accordo. Una faticaccia, non so quanti altri lo farebbero».
A Carrega Ligure, Alessandria, passato in un secolo da 3600 residenti ad appena 80, ci ha provato Guido Gozzano, sindaco fino a due settimane fa, a salvare le case sparse sull’appennino.
«È stato come il Tuca Tuca di Raffaella Carrà . Bello ma troppo avanti con i tempi» sintetizza con amara ironia.
L’iniziativa «Case a un euro», sul modello della Salemi di Sgarbi, non ha prodotto nessun passaggio di proprietà .
«La burocrazia ci ha ammazzato, abbiamo incontrato problemi terribili – spiega – C’è un patrimonio che potrebbe essere salvato se solo si intervenisse con una legge che riduca o elimini bolli e tassazioni, che semplifichi il processo di esproprio quando i legittimi propietari sono irreperibili, che autorizzi a procedere d’ufficio quando una bene è abbandonato da oltre 20 anni».
Anche Gianluca De Angelis, sindaco di Lecce nei Marsi (L’Aquila), ha deciso di tentare la stessa strada.
Si è ritrovato con alcuni immobili nel centro storico fiaccati dal tempo e affidatigli dai proprietari: messi da poco in vendita in vendita a un prezzo simbolico, l’amministrazione farà  da intermediaria.
Chissà  che qui, nel Parco dell’Abruzzo, possa funzionare come a Gangi.
Vittorio Sgarbi, nonostante quell’esperienza finita malissimo con le dimissioni e lo scioglimento per mafia, ci crede ancora: «L’intuizione era semplice: tra non fare niente oppure realizzare case nuove ci può essere una soluzione intermedia, non per speculare ma per recuperare seguendo precise linee costruttive».
Allora si fecero tanti nomi di potenziali acquirenti, dai Moratti a Dalla a Miuccia Prada.
Poi la giunta venne spazzata via. A Sgarbi brucia ancora: «In Sicilia il vero nemico non è la mafia ma lo Stato».

Riccardo Bruno
(da “il Corriere della Sera”)

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NUOVO CATASTO, RISCHIO SALASSO SULLA CASA

Giugno 21st, 2015 Riccardo Fucile

IL DECRETO CHE RIVOLUZIONA IL CATASTO

Addio vecchie A1, A2 o A3, avanti O e S.
Ci vorrà  ancora del tempo, ma la rivoluzione del catasto passa anche per le nuove sigle che andranno a distinguere le categorie immobiliari.
Se prima le case erano distinte in “signorili” (A1), “civili” (A2) ed “economiche” (A3) e così via, ora avremo le abitazioni “ordinarie” (O) – con una catalogazione per vani, metri quadri ma anche piano, ascensore, balconi e quant’altro determina il loro valore commerciale – e le abitazioni “speciali” (S) che sono immobili pubblici e quelli a uso commerciale.
Continueranno ad essere esentasse i luoghi di culto.
Il decreto legislativo destinato a rivoluzionare catasto e tassazione sulle case è sul tavolo del governo, che dopo una girandola di rinvii dovrebbe dare il via libera all’operazione. L’Agenzia delle entrate inizierà  così ad esaminare uno a uno gli oltre 60 milioni di immobili assegnando loro valori molto più simili a quelli di mercato, che entreranno poi in vigore nel 2019.
Il decreto, scrive oggi La Stampa, promette che alla fine sarà  assicurata l’invarianza di gettito, per cui se ci sarà  qualcuno che pagherà  di più ci sarà  anche qualcuno che pagherà  di meno.
Secondo i geometri fiscalisti dell’Agefis per molte abitazioni di periferia o di nuova costruzione classificate oggi come di tipo economico (A3) o civile (A2) alla fine si pagherà  meno, visto che spesso si tratta di abitazioni di modesta metratura ma divise in molti vani.
Tremeranno invece i polsi di chi possiede case nei centri storici, ma classificate come popolari o ultrapopolari, o dei proprietari dei rustici trasformati in ville.
La Uil Servizio politiche territoriali stima che i 4,6 milioni di immobili classificati nelle più modeste categorie A4 e A5 potrebbero vedere quadruplicate le proprie rendite catastali.
Per gli altri immobili il valore medio sarebbe di 168 mila euro, il doppio di quello attuale. Non per questo raddoppieranno anche Imu e Tasi, visto che spetterà  ai Comuni rimodulare le aliquote e che, come dice il decreto, la revisione «dovrà  assicurare la sostanziale invarianza del gettito»
Le stime dei nuovi valori catastali nelle principali città  le ha fatte l’Agefis, che ha basato i sui calcoli sulla superficie media di ogni singolo capoluogo. I maggiori aumenti si verificherebbero per le abitazioni di tipo civile, oggi classificate A2, di Milano (+ 310% sia in zona periferica che centrale), Napoli (+223% anche qui in entrambe le due zone), Roma (+ 222% in zona semi centrale e +163% altrove), mentre l’aumento più contenuto sarebbe a Torino (+51% in centro e periferia, solo +24% in zona semi centrale).
Per le abitazioni di tipo economico il boom sarebbe in centro a Milano (+379%), Venezia (+329%) e Napoli (+246%). Lievi aumenti in periferia a Torino (+16%).
In zona semicentrale le rendite salirebbero del 29%, mentre in centro raddoppierebbero.
Se le aliquote Tasi restassero al due per mille con i nuovi valori catastali un appartamento semi centrale di 120 metri quadri a Torino pagherebbe 535 euro contro gli attuali 433.
Ma saranno i sindaci a decidere come rimodulare le aliquote di quella che in futuro si chiamerà  Local tax.
Le previsioni si basano sulle decine di pagine fitte di tabelle e algoritmi allegate al decreto, che disegnano in questo modo il catasto che sarà .
Prima di tutto si calcolerà  il valore a metro quadro sulla base delle rilevazioni periodiche Omi, l’osservatorio del mercato immobiliare. In assenza di queste si terrà  conto dei valori delle compravendite degli ultimi 3-4 anni o dei prezzi d’offerta delle principali agenzie immobiliari.
A questo valore medio si applicheranno algoritmi che devono tener conto di cose come affaccio, piano, ascensore, balconi, doppi servizi e quant’altro determini il maggior valore dell’immobile.
Sul dato finale si applicherà  infine una riduzione del 30% ed ecco il nuovo valore catastale.
Destinato a turbare il sonno a più di un proprietario.

(da “La Stampa”)

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TASSE SULLA CASA: + 178% IN TRE ANNI

Aprile 7th, 2015 Riccardo Fucile

I TRIBUTI INCIDONO PER IL 60% RISPETTO A QUANTO UN PROPRIETARIO DI NEGOZIO INCASSA CON L’AFFITTO

Un aumento del 178% in tre anni, il gettito passato dai nove miliardi di euro del 2011 ai 25 del 2014: un crescendo vertiginoso che ha fortemente ridotto i vantaggi dell’investimento immobiliare, avviando un “effetto sfiducia” che il Paese rischia di scontare a lungo.
È l’analisi di Confedilizia, che chiede al governo «una riduzione della morsa fiscale sugli immobili».
E non solo per l’evidente vantaggio sui proprietari, ma perchè «gravare gli immobili di un carico di tasse come quello abbattutosi in Italia negli ultimi anni produce conseguenze negative a catena con riflessi evidenti sulla crescita del Paese»: crollo delle compravendite, riduzione degli interventi di ristrutturazione, fallimento di imprese edilizie, crisi delle locazioni.
«Stiamo parlando di un effetto sfiducia che molti economisti fanno fatica a vedere — sostiene il presidente Giorgio Spaziani Testa — causato dalle conseguenze psicologiche che si ripercuotono sul proprietario che, osservando i prezzi in costante calo delle compravendite, vede impoverirsi il proprio patrimonio. E allora se io ho una riserva inferiore a quella di prima ho paura di spendere, perchè so che la mia assicurazione non mi copre più. Spendendo meno, innesco un effetto a catena particolarmente grave. Non si può colpire in modo così violento una forma di risparmio tradizionale degli italiani». Confedilizia ha preparato una serie di calcoli per dimostrare quanto l’investimento immobiliare sia ormai diventato veramente poco remunerativo, se non oneroso, per via dell’aumento delle tasse registrato negli ultimi quattro anni.
Per esempio, rispetto a una casa a Roma con rendita catastale di 1000 euro data in affitto a canone libero, se nel 2011 si pagava un’Ici da 735 euro, nel 2014 si è passati a 1.889 euro (Imu più Tasi), con un aumento del 157%.
L’aumento è però del 291% se il canone è invece calmierato: «Si tratta di una grave violazione di un patto tra lo Stato e il contribuente», osserva Spaziani Testa. Aggiungendo che in questo modo «si rischia di far scomparire del tutto quella fascia di locazione privata che veniva subito dopo l’edilizia economica e popolare, che da sola non riesce a soddisfare tutta la domanda di affitto a canoni bassi».
Se infine l’immobile è affittato come negozio, calcola Confedilizia, le tasse arrivano a erodere fortemente i guadagni: infatti a fronte di un canone annuo di 12.000 euro, si può arrivare a pagare al Fisco fino a 7.295 euro, il 60% di quanto percepito grazie all’affitto, per via dell’effetto combinato di Imu, Tasi e, «a livello statale, di una imposizione Irpef che di fatto colpisce persino le spese, essendo queste considerate, come deduzione fiscale, nella irrisoria misura forfettaria del 5% a partire dal 2013».
In questo modo, avverte Spaziani Testa, si rischia di «far venir meno l’acquisto destinato alla locazione », una forma d’investimento più radicata di quanto si pensi, e non legata necessariamente a fasce di reddito particolarmente alte: «Lo hanno fatto per anni anche pensionati che investivano così la liquidazione, per avere una piccola integrazione della pensione».

Rosaria Amato
(da “La Repubblica”)

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CASA, AMARA CASA: PREZZI A PICCO E TASSE ALLE STELLE

Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile

UN BENE RIFUGIO DIVENTATO LA ROVINA DEGLI ITALIANI

Il più grande tesoro d’Italia non è nascosto in qualche bunker sotterraneo, protetto in un caveau super sorvegliato in una località  segreta.
La maggiore ricchezza del nostro Paese vale una cifra stratosferica: 6579 miliardi di euro.
Quaranta volte il valore dell’oro custodito a Fort Knox, oltre tre volte l’intero prodotto interno lordo italiano, dieci volte l’intera capitalizzazione di tutte le imprese italiane quotate alla Borsa di Milano.
Il bene più prezioso del Paese è anche quello più visibile in qualsiasi angolo della penisola, diffuso lungo tutto il territorio: sono le abitazioni degli italiani.
Tanto valgono, secondo l’Agenzia delle Entrate e il Dipartimento delle Finanze, tutti gli immobili residenziali dei nostri cittadini.
Eppure questo tesoro negli ultimi anni è stretto da una doppia morsa letale che rischia di ridimensionarne il proprio valore.
Da un lato il calo dei prezzi, dall’altro l’aumento delle tasse. E il conto lo pagano le famiglie.
L’ultima brutta notizia è arrivata venerdì mattina dall’Istat.
L’indice medio dei prezzi nel quarto trimestre del 2014 ha registrato una flessione del 2,9% rispetto al trimestre precedente.
Ma è guardando un intervallo più lungo che si capisce meglio la portata della crisi che sta colpendo il settore immobiliare.
Un grafico pubblicato nell’ultimo bollettino pubblicato dall’Istat è la raffigurazione più chiara di cosa è accaduto negli ultimi anni.
Una curva grigia indica la caduta verticale dei prezzi delle case.
Preso come dato 100 nell’anno base 2010, a fine 2014 l’indice medio per le abitazioni esistenti ha toccato quota 82,9.
Significa, per fare un esempio, che chi cinque anni fa ha investito i propri risparmi magari comprando un piccolo appartamento a 200 mila euro, se oggi lo volesse rivendere si dovrebbe aspettare di cederlo a poco più di 160 mila.
Difficile dire se il trend sia destinato ad arrestarsi, ma i segnali arrivati nei mesi scorsi ancora non consentono di essere ottimisti.
Secondo uno studio di Nomisma i prezzi continueranno a calare ancora fino al 2016 e cominceranno a riprendersi soltanto nel 2017 sulla scia dell’attuale contesto deflazionistico che le iniziative di politica monetaria della Bce sperano di potere spazzare via.
Gli italiani che saranno costretti a vedere in questo biennio saranno perciò quelli maggiormente penalizzati dalla crisi nel mattone.
L’altro lato della medaglia è ovviamente rappresentato dalla buona “finestra” per gli acquisti data dai prezzi molto bassi e dalle prospettive migliorate per quanto riguarda l’erogazione del credito, anch’esse figlie delle ultime iniziative dell’Eurotower. Chiusa la parentesi buia del treinnio 2011-2013, gli ultimi dati Istat mostrano come il mercato dei finanziamenti per l’acquisto di case abbia cominicato a rianimarsi già  lo scorso anno, tornando ai livelli pre-crisi.
Sempre Nomisma stima un aumento del 30% del numero di erogazioni di mutui nel 2015.
Anche per questo l’istituto bolognese vede la ripresa in atto delle compravendite che nel 2015 aumenteranno di 50.000 unità  abitative in Italia, per un totale di 468.000 transazioni.
Per il biennio 2016-2017 le compravendite dovrebbero superare la soglia delle 500.000, un numero comunque ben distante da quelli del periodo 2004-2007 quando le transazioni annue si attestavano oltre le 800.000 unità .
Ma se le buone notizie sul fronte dei prezzi dovranno attendere, nella migliore delle ipotesi, almeno un anno, sugli italiani si sta abbattendo da tempo una vera e propria batosta sul fronte delle tasse.
La telenovola Imu-sì, Imu-no, Tasi, Iuc e via di nuovi acronomi, alla fine del 2014 — malgrado le ripetute smentite preventive del governo — ha riconsegnato agli italiani un conto salato tanto quanto l’annus horribilis delle tasse sulla casa, quando l’allora premier Monti aveva reintrodotto l’imposta sulla prima casa che Silvio Berlusconi aveva voluto abolire.
A nulla è servita la girandola di sigle.
Gli ultimi dati del ministero dell’Economia parlano chiaro.
Gettito totale Imu+ Tasi del 2014: 23,9 miliardi.
Gettito della sola Imu del 2012: 23,8 miliardi.
C’è di peggio, secondo un’indagine condotta dal centro studi Impresa Lavoro il peso complessivo delle tasse sul mattone, includendo tutte le imposte dirette e indirette, nel 2014 avrebbe sfiorato la cifra record dei 50 miliardi di euro, un balzo di quasi il 30% rispetto ai 38,5 miliardi del 2010.
E come se non bastasse all’orizzonte c’è una vera e propria rivoluzione per il settore immobiliare, con la riforma del catasto incaricata di aggiornare i valori (in alcuni casi datati e quasi irrealistici) delle rendite catastali che costituiscono la base imponibile per il prelievo fiscale.
La legge delega prevede che tutto ciò avvenga a gettito invariato, e quindi senza ulteriori rincari per i cittadini, ma Confedilizia da tempo mette in guardia sul rischio di nuovi aumenti.
L’Agefis, l’associazione dei geometrio fiscalisti, ha fatto già  una prima stima dei possibili rialzi delle nuove rendite in alcune città .
Ecco alcuni esempi: Salerno (+ 178%), Bolzano (+176%), Parma (169%) e Napoli (+150%).
C’è un motivo se il tema della casa scalda il cuore degli italiani e dei suoi politici. Il 76,6% delle famiglie — mostra l’ultimo rapporto “Gli immobili in Italia” redatto da Dipartimento delle Finanze e Agenzia delle Entrate — risiede in una casa di proprietà . Il nostro Paese registra uno dei tassi più alti d’Europa confrontato ad esempio con Francia (64,3%) e Germania (52,6%). Semplificando: molti proprietari, molte tasse.
A prima vista la condizione del nostro Paese non sembra delle più favorevoli ma è sempre questione di prospettive.
A confronto con gli stessi Paesi di cui sopra, il peso delle tasse sulla casa si riequilibria e in alcuni casi persino si capovolge.
In Italia- mostrano i dati dell’Agenzia delle Entrate – il peso del prelievo sulla proprietà  immobiliare nel 2012 valeva l’1,5% del Pil.
In Francia, con meno proprietari di casa, il 2,6%, nel regno Unito persino il 3,4%. Ancora più interessante il dato se si considera non in funzione del prodotto interno lordo ma rispetto al totale delle imposte.
In altre parole: quanto pesano le tasse sulla casa sull’insieme di quelle da pagare.
Per noi, un “misero” 3,4% contro un ben più sostanzioso 11,8% che grava sui cittadini.
Alle prese però, va detto, con una pressione fiscale più bassa della nostra.
Al netto di tutte le valutazioni, almeno una buona notizia c’è.
I più tartassati d’Europa sul fronte delle imposte sulla casa non siamo noi.

(da “Huffingtonpost”)

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LA RABBIA DELL’ITALIA SENZA CASA

Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile

IL MANCATO RINNOVO DEL BLOCCO DEGLI SFRATTI CREA UNA SITUAZIONE ESPLOSIVA…DECINE DI MIGLIAIA DI APPARTAMENTI PUBBLICI NON ANCORA ASSEGNATI

Un paese di case in proprietà , ma anche di sfratti e occupazioni abusive.
L’80 per cento degli italiani è padrone delle quattro mura in cui abita, ma per chi un tetto non ce l’ha trovarne uno può diventare un incubo.
La crisi economica ha visto esplodere l’emergenza abitativa, aggravata dalla mancanza decennale di una politica dell’abitare.
L’ultimo corposo intervento pubblico è stato quello avviato nel dopoguerra e arrivato fino agli anni Sessanta: le cosiddette “case Fanfani”, costruite per dare una abitazione alle famiglie a basso reddito.
Poi dagli anni del boom dell’edilizia privata e dei piani regolatori spregiudicati si è arrivati a quelli, attuali, dell’invenduto.
Da una parte sono crollate le compravendite, dall’altra la perdita di redditi ha fatto lievitare il tasso di morosità  degli inquilini.
Niente blocco.
Oggi un pezzo del Paese è a rischio: per la prima volta dopo oltre trent’anni la legge di Stabilità  varata a fine dicembre non ha rinnovato il blocco degli sfratti per finita locazione.
Un diritto riconosciuto ai nuclei familiari con determinati limiti di reddito (27mila euro lordi l’anno) e con a carico persone malate, minori o anziani.
L’ultima proroga è scaduta a fine anno, fra l’esultanza di Confedilizia – l’associazione dei proprietari che chiede al governo di non scaricare sui privati il problema abitativo – e la disperazione dei sindacati degli inquilini, secondo i quali ci sono fra le 30 e le 50mila famiglie a rischio.
Non esistono cifre ufficiali invece per l’altro tragico effetto dell’emergenza abitativa: quella degli immobili violati e occupati.
Fenomeno che riguarda soprattutto le case popolari (stime parziali parlano di 15mila illeciti solo fra Roma e Milano), dove si entra abusivamente approfittando di una momentanea assenza del legittino inquilino o per le quali si punta ad una sanatoria (o al comodato, come avvenuto a Parma tra mille polemiche), contando sulle lentezze dei bandi comunali che ne determineranno le assegnazioni e la vendita.
I dati sugli sfratti.
Sugli sfratti il Codacons tiene i conti aggiornati: “Nel 2013 sono stati 31.399, con un incremento del 7,7 per cento rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 5 anni il totale ha raggiunto quota 332.169, di cui 288.934 per morosità . E nel 2014 il ritmo è proseguito a circa 150 sfratti al giorno”.
La mancata proroga rischia devastanti effetti sociali, annunciano le associazioni degli inquilini e i comuni sono d’accordo.
Ma il governo assicura di non voler tornare indietro. Palazzo Chigi snocciola gli investimenti stanziati nell’ultimo anno sul settore e messi in fila in quel Piano Casa operativo, sulla carta, dal maggio scorso, ma di fatto lì rimasto in buona parte.
Si tratta di 200 milioni per un fondo di sostegno alla locazione e 266 per la morosità  incolpevole destinati a chi, per via della crisi, si trova in difficoltà  economiche temporanee.
Più 400 milioni volti alle ristrutturazione delle case popolari. Il viceministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini parla di “19 provvedimenti per un totale di 2,3 miliardi” e assicura che ciò permetterà  ai Comuni di cavarsela senza ricorrere al blocco.
Pubblico e privato poca chiarezza.
Il fatto è che, sempre ammesso che i soldi entrino in tempo nelle loro casse, ed emergenza sfratti a parte, il problema abitativo resta tutto da risolvere: sia nel settore privato, dove le case restano vuote e gli affitti languono, che nel settore pubblico, dove i meccanismi di assegnazione sono poco chiari. Per Guido Piran, segretario generale del Sicet, sindacato degli inquilini, l’emergenza attuale si risolve solo rilanciando l’edilizia pubblica e ristrutturando in primis il patrimionio esistente.
“Ma l’edilizia pubblica, come la sanità , costa”.
La gravità  attuale, assicura, “nasce dal fatto che gli affitti privati sono troppo alti e la locazione concordata non esiste più. Puntare sul taglio delle tasse a carico del locatore, la famosa cedolare secca, è stato un errore. Quella misura non ha funzionato, non ha prodotto una riduzione degli affitti”.
Quanto all’edilizia pubblica, per Piran è essenziale “ridefinire la norma di alloggio sociale: oggi è equivoca. Serve una legge quadro sull’edilizia pubblica che chiarisca chi ha diritto ad usufruirne e in base a quali criteri: ora ogni Regione va per proprio conto, decide da sola anche i limiti di reddito e le iniquità  sono evidenti”.
E soprattutto servono più risorse: “Vanno coinvolti i privati, va studiata una politica fiscale d’appoggio, ma le cifre di cui parla il governo arrivano tardi e coprono più anni. In Europa si fa molto di più, il solo Regno Unito spende 2 miliardi di sterline l’anno”.

(da “La Repubblica”)

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“FERMATE GLI SFRATTI O SARA’ BOMBA SOCIALE: DOVE SONO I FONDI PROMESSI?”

Gennaio 6th, 2015 Riccardo Fucile

ROMA, MILANO E NAPOLI DENUNCIANO L’IPOCRISIA DI RENZI… IL PROBLEMA TOCCA UNA FAMIGLIA SU QUATTRO…IL GOVERNO RACCONTA BALLE

Francesca Danese, Daniela Benelli e Alessandro Fucito, assessori alle politiche abitative di Roma, Milano e Napoli, le tre aree metropolitane più grandi d’Italia, chiedono al governo di prorogare il blocco degli sfratti e “scongiurare una situazione altrimenti ingestibile da un punto di vista sociale e da quello dell’ordine pubblico”.
Per la prima volta dopo molti anni, infatti, l’esecutivo ha deciso di non concedere una ulteriore proroga agli sfratti e ora migliaia di famiglie disagiate o comunque con difficoltà  economiche rischiano di perdere la casa dove vivono.
Fra le 30 e le 50 mila famiglie, in tutta Italia, sono a rischio di sfratto esecutivo – evidenziano nella nota gli assessori Danese, Benelli e Fucito, che porranno la questione anche in sede Anci.
Dall’inizio della crisi, cinque anni fa, Roma ha registrato oltre diecimila sentenze per fine locazione; 4500 a Napoli e 4mila le sentenze di sfratto a Milano sempre tra il 2008 al 2013.
Il 70% di queste famiglie avrebbe i requisiti di reddito e sociali (anziani, minori, portatori di handicap) previste dalla legge per la proroga e, comunque, lo stesso Viminale ammette l’incompletezza dei suoi dati – proseguono Francesca Danese, Daniela Benelli e Alessandro Fucito – oltre 70 mila le sentenze di sfratto in Italia alla fine dello scorso anno, più di 30mila quelli eseguiti, il 90% dei quali per morosità , spesso incolpevole.
Il presupposto delle proroghe consisteva nell’impegno del governo di sostenere con adeguati piani i comuni ma questi piani non si sono ancora visti.
Le richieste di intervento della forza pubblica da parte degli ufficiali giudiziari sono state oltre 120mila.
Ogni giorno sono 140 gli sfratti eseguiti con la forza pubblica. Non esistono statistiche su quelli che avvengono senza la polizia e, più in generale, le cifre ufficiali sono largamente sottostimate. Una sentenza di sfratto colpisce, secondo le statistiche una ogni 353 famiglie.
Ma, escludendo le famiglie proprietarie di case e gli assegnatari di alloggi pubblici, significa che ogni anno in Italia una sentenza di sfratto, quasi sempre per morosità  incolpevole, tocca una famiglia su quattro.
Quasi un quinto degli sfratti sono stati eseguiti in Lombardia, il 15% nel Lazio e l’8% in Campania.
“Ecco perchè torniamo a chiedere con forza la proroga del blocco degli sfratti e politiche abitative strutturali che ci consentano di uscire dalla logica dell’emergenza. Su questo sollecitiamo una urgente riunione della consulta casa dell’Anci perchè sia ben chiaro il grido di dolore proveniente dalle città  metropolitane dove forte è il disagio”.
Il governo Renzi aveva promesso di stanziare dei fondi per l’aiuto all’affitto e per i morosi incolpevoli.
Ma gli assessori denunciano: questi soldi non sono arrivati ai Comuni, che dovrebbero distribuirli a chi ne ha bisogno.

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GLI IMMOBILI VUOTI, UN TESORO DA UTILIZZARE

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

SONO SEI MILIONI QUELLI INUTILIZZATI

In Italia ci sono sei milioni d immobili inutilizzati. La stragrande maggioranza sono case vuote: se ne stimano almeno 2 milioni.
Mezzo milione sono i negozi chiusi. E poi capannoni industriali dismessi, ex fabbriche, ex scuole, ex caserme, ospedali non compiuti, ex case cantoniere, stazioni e caselli ferroviari, ex hotel ed ex centri commerciali, ex cascine, ex malghe, ex masserie, chiese e conventi.
Addirittura ex paesi interi: www.paesifantasma.it.
Ma non abbiamo solo “roba vecchia”.
Esiste anche un enorme stock di edifici appena costruiti. Cemento gettato sulla terra per coltivare rendita fondiaria.
Cosa ne facciamo di questo enorme patrimonio? Poco o nulla.
Milioni di volumi senza contenuto; milioni di ragazze e di ragazzi senza lavoro o che vagano per il mondo perchè questo Paese non è più in grado di dare validi motivi per restare.
Se in cima alla lista delle priorità  ci fosse davvero il dramma della disoccupazione giovanile, le risorse (che ci sono… basta chiedere a Franco Bassanini, Presidente della Cassa Depositi e Prestiti) sarebbero orientate soprattutto alla soluzione di questo problema che affligge diverse generazioni di genitori e figli.
Una buona pratica, una fortissima leva per la promozione di nuove imprese giovanili, di nuovi spazi di socialità , di welfare, di cultura ed educazione, e che al contempo affronterebbe il degrado ambientale ed urbanistico di molte città , sarebbe proprio il riutilizzo e la sistemazione di questi miliardi di metri cubi lasciati a marcire.
Una rassegna di recuperi virtuosi si trova su www.riusiamolitalia.it , sito parallelo al libro di Giovanni Campagnoli: incubatori e co-working, produzioni teatrali e artistiche, botteghe artigianali, nuovi coltivatori urbani.
Migliaia di posti di lavoro creati dove c’era un problema, nuovi servizi alle famiglie dove c’erano sterpaglie, alloggi a canone calmierato dove c’erano alberghi a 5 stelle.
Nei corsi di formazione manageriale e nei convegni dei super esperti di micro e macro economia vi è una slide piuttosto ricorrente: saper trasformare le crisi in opportunità .
E quale occasione migliore per metterla in pratica?
Trasformando l’abbandono del calcestruzzo decadente in opportunità  di lavoro e di vita di comunità .
Ma questo comporta un cambio radicale di paradigma, anche mentale.
E soprattutto l’espulsione dell’avidità  e della tendenza ad accumulare ricchezza dai nostri pensieri.
Quell’avidità  che fa preferire lasciare ricchezza morta in terra, piuttosto che metterla a disposizione della collettività . Ma cambiare si può.
Cominciamo a riascoltare il monologo di Chaplin nel Grande Dittatore. E magari inviamone il link come regalo di Natale, anche a chi alberga nelle stanze dei bottoni…

Domenico Finiguerra
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ROMA E GLI AFFITTI: LE SPESE FOLLI PER LE EMERGENZE

Dicembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

CASE IN PERIFERIA A 2.700 EURO AL MESE… GLI AFFITTI D’ORO PER BUZZI E I COSTRUTTORI: PAGATI DAL COMUNE PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTA’

Duemilasettecento euro al mese: lo stipendio di due impiegati comunali, oppure la pigione di un appartamento signorile ai Parioli.
Impossibile credere che il Comune di Roma possa spendere una somma simile per l’affitto di un alloggio in un residence di periferia.
Prima, naturalmente, di aver visto le cifra che il Campidoglio spende per la cosiddetta emergenza abitativa. Ovvero, circa 43 milioni l’anno. Più le bollette delle utenze.
Soldi, quei 43 milioni, incassati dai costruttori che affittano immobili al Comune, e dalle cooperative sociali come il Consorzio Eriches 29 di Salvatore Buzzi.
Con risvolti paradossali, più volte segnalati nelle sue interrogazioni dal solito consigliere comunale Riccardo Magi, recentemente eletto presidente dei Radicali italiani.
E non soltanto per i costi, oggettivamente astronomici.
Un esempio? Per gli 84 alloggi dell’Immobiliare San Giovanni 2005 del costruttore Antonio Pulcini in vicolo del Casale Lumbroso il Campidoglio spende 2.690.753 euro: 2.669 euro al mese per ciascuno.
In discussione, soprattutto, sono le modalità  con cui gli alloggi venivano di regola assegnati: senza graduatorie e i dovuti controlli sulle situazioni patrimoniali dei nuclei familiari.
Con il risultato che l’emergenza «temporanea» si trasforma sempre in emergenza stabile, con le famiglie (circa 1.850) che restano perennemente a carico del Comune pure quando viene accertata la mancanza dei requisiti.
Anche perchè le ordinanze di sgombero quasi mai vengono eseguite.
In una di queste strutture, quella di via Giacomini di proprietà  della Immobiliare commerciale srl, era addirittura ospitata la sede dell’organizzazione della destra romana Popolo di Roma.
Quello dell’assistenza all’emergenza abitativa è un meccanismo a geometrie variabili.
C’è il cosiddetto «vuoto per pieno», che consiste nell’affittare un immobile intero, pagandolo indipendentemente dal fatto che tutti gli alloggi siano o meno occupati.
In qualche caso al canone si somma il costo del servizio di «portierato sociale»( ?!) o «guardiania» (?!) affidato a una cooperativa: per cifre niente affatto simboliche.
C’è poi l’assistenza alloggiativa diretta da parte delle coop sociali.
Il Comune paga a queste una retta a persona, e la coop provvede all’alloggiamento e ai servizi. In questo caso il costo di aggira fra i 23 e i 24 euro a cranio. Il che significa oltre 2.100 euro al mese per un nucleo familiare di tre persone
Il Consorzio Eriches 29 di Buzzi ha incassato per il solo 2012 una cifra superiore ai 5 milioni di euro per 584 persone: 720 euro mensili per ognuna di queste. E in aggiunta un milione circa per i servizi di guardiania in due strutture, della Immobiliare Pollenza e della Investimenti Roma 2006.
Entrambe riconducibili alla famiglia di Antonio Pulcini (del quale si è ricordato ieri il coinvolgimento nell’inchiesta sulle presunte tangenti al deputato pd Marco Di Stefano), che con quattro immobili affittati al Comune (gli altri due sono quelli della New Esquilino e, appunto, della Immobiliare San Giovanni 2005) risulta il soggetto privato più attivo in questo business.
Il giro d’affari annuale con il Comune di Roma si aggira intorno ai 9 milioni: più di un quinto del totale
Ma nell’elenco non manca la famiglia Armellini, proprietaria del Park Hotel Costanza attraverso una società  lussemburghese (la Soloverte finance sa), come pure gli eredi del conte Romolo Vaselli (Nuova patrimoniale srl), mentre la Serenissima Sgr, che incassa circa tre milioni e mezzo l’anno ci porta fino alla A4 holding, la società  che controlla l’Autostrada Brescia-Padova presieduta dall’ex presidente leghista della Provincia di Vicenza Attilio Schneck.
Quindi nomi come quelli dei gruppi Baldassari, Amore, Caporlingua… Infine, la Immobiliare Ten amministrata da Riccardo Totti, fratello del capitano della Roma calcio e bandiera della città , Francesco Totti, a cui fa capo il pacchetto di maggioranza.
E se alla testa del gruppo di cooperative sociali impegnate nell’affare figura indisturbata la Eriches di Buzzi, nella lista furoreggiano anche la Domus Caritas e la Casa della Solidarietà .
Due coop alle quali la relazione degli ispettori della Ragioneria che mesi fa avevano decretato come illegittimi gli affidamenti diretti a Buzzi perchè sopra le soglie di importo comunitarie e illecitamente prorogati, non ha riservato commenti più lusinghieri.
C’è da dire che molti di quei contratti (fra i quali quello con la società  di Totti) sono scaduti o in scadenza a fine anno, anche se per alcuni, fra cui un paio di Pulcini e quello della famiglia Armellini, si andrà  avanti fino al 2018.
Sarebbe pure ingeneroso non riconoscere che il sindaco Ignazio Marino avrebbe voluto cambiare un sistema chiaramente assurdo, passando dagli affitti ai costruttori e alle coop a un contributo diretto alle famiglie bisognose, con un risparmio di una decina di milioni l’anno.
Peccato che tutto sia ancora a bagnomaria.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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