Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
PROMETTE LISTE PULITE, MA CHI LE COMPILA E’ SOTTO INCHIESTA: COSENTINO PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE CAMORRISTICA, PER IL SEN. VINCENZO NESPOLI SONO STATI CHIESTI GLI ARRESTI DOMICILIARI
Nelle ore della consegna delle candidature in vista delle elezioni amministrative — il termine scadeva oggi a mezzogiorno — torna di attualità il tema delle liste pulite.
Dai partiti arrivano ampie rassicurazioni e per le comunali a Napoli, il candidato del Pdl Gianni Lettieri ha promesso attenzione massima: “Etica pubblica e legalità sono al centro della nostra campagna elettorale. Chiederò ad ogni lista che mi sostiene la nomina di un garante per assicurare candidati autorevoli e specchiati. Alla fine di questo percorso sarò io il responsabile per tutti. Sfido gli altri a fare lo stesso”.
Un’attenzione particolare per non ripetere il caso di Roberto Conte, un passato nel centro-sinistra, che alle ultime regionali nonostante la condanna in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione camorristica, si è presentato in una lista a sostegno di Caldoro.
Intanto, non si arrestano le migrazioni.
Alfredo Ponticelli, assessore allo sport della giunta uscente di Rosa Russo Iervolino si è dimesso e appoggia, con il suo partito (il Pri), Gianni Lettieri.
Ma in attesa di conoscere nei dettagli i candidati, non tranquillizzano certo le posizioni giudiziarie dei vertici regionali del Pdl.
Lettieri è stato accompagnato da Silvio Berlusconi per l’investitura ufficiale da Nicola Cosentino, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, prossima udienza il 18 aprile.
Cosentino, dimessosi da sottosegretario ma ancora coordinatore regionale, in queste settimane è impegnato in prima persona per la compilazione delle liste dopo aver scelto il candidato sindaco a Napoli e negli altri comuni al voto in Campania.
Un compito non facile. Per la scelta dei candidati nei comuni della provincia, nell’area a nord di Napoli c’è un altro vertice locale del partito Vincenzo Nespoli, vice-coordinatore provinciale del Pdl (il coordinatore è Luigi Cesaro, presidente della provincia) e vice-responsabile nazionale del settore elettorale.
Nespoli è anche senatore della Repubblica e sindaco di Afragola, comune in provincia di Napoli, ma il doppio incarico è l’ultimo dei suoi problemi.
Nel maggio 2010 la procura di Napoli (pm Piscitelli, Woodcock, Di Mauro) ha chiesto e ottenuto dal gip gli arresti domiciliari.
Accusato di diversi reati: concorso in riciclaggio e bancarotta fraudolenta. L’autorizzazione all’esecuzione della misura cautelare, come nel caso di Nicola Cosentino, è stata però negata prima dalla giunta per l’immunità (di cui Nespoli faceva parte) e poi dal Senato, nel luglio scorso.
Nei giorni scorsi il Tribunale del riesame ha confermato la misura cautelare. Le motivazioni dell’ordinanza sono diventate un manifesto politico delle opposizioni, che da tempo per Afragola chiedono l’istituzione di una commissione di accesso da parte della prefettura.
I giudici del riesame considerano «indispensabile» la misura dei domiciliari.
E sull’esponente del Pdl, scrivono: «Le modalità con cui ha portato a termine il proprio intento criminoso sono certamente sintomatiche di una pericolosità in quanto denotano una scaltrezza e una spregiudicatezza, rivelatrici di professionalità nel delinquere, che lo dipingono come un soggetto di notevole spessore criminale».
Nespoli continua a negare ogni addebito, a dirsi estraneo ad ogni accusa. Tutto ruota attorno ad una vicenda di mattoni e di un istituto di vigilanza. Vincenzo Nespoli, secondo la Procura, è dal 2001 amministratore di fatto di una società di vigilanza, la Gazzella srl, fallita nel 2007 (con un passivo di 25 milioni di euro), affidata nelle mani di uomini di fiducia.
Secondo l’accusa e le ricostruzioni documentali della Guardia di Finanza, dai bilanci dell’istituto sono stati distratti soldi che sarebbero confluiti nelle società immobiliari (Immobiliare San Marco e Sean spa) riconducibili al senatore, impegnate in attività di lottizzazione eseguite nel comune di Afragola, dove Nespoli è primo cittadino.
Ma non solo.
Nonostante le gravi condizioni economiche dell’azienda e lo stato di mobilità , furono assunte diverse persone in cambio del pagamento di 30 mila euro.
Per il posto da guardia giurata: soldi e la riconoscenza alle urne.
Ora lo stato maggiore del Pdl campano è pronto a presentare i candidati puliti per le prossime amministrative.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
IL PARTITO DELLA BONINO E DI PANNELLA ERA STATO ESCLUSO PER LE FIRME INSUFFICIENTI… 800 LE FIRME FALSE SULLE 3.500 NECESSARIE PER PRESENTARE LA LISTA… CHIESTA LA DECADENZA DI TUTTI I CONSIGLIERI, DECIDERA’ A MAGGIO IL CONSIGLIO DI STATO
Ottocento firme false e 14 indagati tra consiglieri e sindaci del Popolo delle Libertà . Il
tutto per portare Roberto Formigoni al vertice della Regione Lombardia, per la quarta volta.
L’inchiesta del procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha smascherato il gigantesco raggiro interrogando uno per uno i firmatari “dubbi” della “Lista Formigoni per la Lombardia”.
E uno dopo l’altro hanno messo a verbale davanti ai carabinieri che quella firma non è la loro.
Ne servivano almeno 3.500 per accedere alle elezioni, ne sono state raccolte oltre 3600, ma quasi 800 sono risultate false.
Nel registro degli indagati sono finiti alcuni consiglieri provinciali di Milano (Massimo Turci, Barbara Calzavara, Nicolò Mardegan e Marco Martino), insieme a quelli di altre province lombarde, nonchè sindaci e consiglieri eletti nel Pdl, tutti pronti a convalidare il falso in nome della ragione di partito.
Alcuni più solerti di altri sono arrivati a convalidare da soli oltre cento firme.
La procura contesta loro l’articolo 479 del Codice penale: «Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici», un reato che prevede pene da tre a dieci anni. Come viene spiegato nell’invito a comparire notificato agli indagati, i consiglieri avrebbero agito «in concorso con altre persone allo stato non identificate».
Gli inquirenti stanno cercando di individuare chi materialmente ha trascritto le firme, poi autenticate dai consiglieri.
Per i falsi firmatari è ipotizzabile l’accusa di falso materiale mentre i consiglieri sono accusati di falso ideologico.
Gli accertamenti eseguiti dalla procura di Milano potranno essere disponibili per un eventuale utilizzo in sedi amministrative o civili per chiedere la verifica della regolarità delle elezioni, ma solo quando il fascicolo penale verrà chiuso. Serviranno soprattutto ai Radicali (estromessi dalle Regionali per non aver raggiunto il numero sufficiente di firme) che presentarono fin da subito ricorso in Tribunale.
Presto, il 17 maggio prossimo, il Consiglio di Stato dovrà valutare un ricorso presentato dal partito, nel quale si chiede la decadenza di tutti i consiglieri regionali eletti in Lombardia, proprio sulla base della falsità delle firme. «Formigoni chieda scusa ai cittadini ai quali ha mentito e ancor più a quelli a cui è stata falsificata la firma», è l’invito che ieri il radicale Marco Cappato ha rivolto al governatore della Lombardia.
«La giustizia faccia il suo corso, sperando che non intervenga una leggina ad hoc per sanare la falsità materiale e ideologica commessa. Ma se i magistrati sostengono che quella lista è stata presentata in modo errato vuol dire che anche la candidatura non è stata presentata in modo corretto e quindi deve essere ripetuta dichiarandone la decadenza», ha aggiunto Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori.
Guido Podestà , all’epoca coordinatore regionale del Pdl, che nei giorni scorsi aveva scaricato ogni responsabilità sulle spalle di una segretaria della sede del partito, ieri ha bollato come «balla stratosferica» la notizia secondo cui il rifacimento in extremis del listino fosse dovuto all’inserimento di Nicole Minetti. Ma tra le varie anime del Pdl milanese è già guerra tutti contro tutti, alla vigilia delle Comunali nelle quali Letizia Moratti rischia la poltrona di sindaco.
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
ACHILLE DE SIMONE, CAPOLISTA DEL PARTITO DI PIONATI, FU ARRESTATO NEL 2009 NEL CORSO DI UNA RETATA CONTRO I CLAN DELLA CAMORRA…GIA’ CALDORO EBBE IN LISTA VINCENZO CONTE, CONDANNATO IN PRIMO GRADO PER CONCORSO IN ASSOCIAZIONE CAMORRISTICA
E’ finita come nelle previsioni. 
Gianni Lettieri, candidato del centrodestra alla guida della città di Napoli aveva promesso: “Etica pubblica e legalità sono al centro della nostra campagna elettorale. Chiederò ad ogni lista che mi sostiene la nomina di un garante per assicurare candidati autorevoli e specchiati. Alla fine di questo percorso sarò io il responsabile per tutti”.
Ma un minuto dopo la presentazione delle liste spunta la prima presenza ‘inammissibile’. Si tratta di Achille De Simone, capolista di Alleanza di centro, il partito di Francesco Pionati, che sostiene Lettieri sindaco.
De Simone viene arrestato, con l’accusa di violenza privata, nel novembre 2009 in una retata dei carabinieri contro il clan Sarno, formazione camorristica che ha il suo feudo militare a Ponticelli, nell’hinterland napoletano.
Un clan falcidiato dalle dichiarazioni dei pentiti come quelle di Vincenzo Sarno.
De Simone avrebbe accompagnato nel luglio 2009 il nipote, che voleva aprire una sezione antiracket, al cospetto di Patrizia Ippolito, detta a’ patana, moglie dell’allora boss Vincenzo Sarno.
La moglie del boss avrebbe dato il suo assenso ad una sola condizione: la rivelazione dei nomi degli imprenditori che si sarebbero rivolti allo sportello, che poi non fu più aperto.
“In pratica — scrivono i magistrati — si chiedeva a Giovanni (il nipote, ndr) di diventare la ‘quinta colonna’ dei Sarno, un’anticamorra che diventa camorra”. De Simone esce dal carcere nel marzo 2010 per decorrenza dei termini.
Era stato eletto nel 2006 come consigliere comunale a Napoli, da indipendente con il Pdci (poi migrato in Forza Italia e nel gruppo misto), contemporaneamente era assessore a Cercola in una giunta di centro-destra.
E arriviamo ad oggi. De Simone ci riprova.
Appena dopo la presentazione delle liste, ieri sera, si è proclamato innocente: “Sono sotto processo ma le accuse contro di me sono infamie e falsità . I giudici accerteranno la mia innocenza, e in seguito avvierò una causa civile di risarcimento danni contro chi mi ha calunniato in modo vergognoso”.
Lettieri però, a tarda sera lo scarica: “La presenza di De Simone, rinviato a giudizio per gravi reati, nella lista dell’Adc di Pionati è inammissibile. Ho chiesto a Francesco Pionati, garante della lista, di imporre a De Simone l’immediata rinuncia alla competizione”.
E aggiunge: “Se questo non dovesse accadere, riterrei l’Adc fuori dalla mia coalizione elettorale. Se i suoi voti dovessero risultare determinanti per la mia elezione, non esiterei un momento a dimettermi da sindaco. La mia battaglia per la moralità pubblica e la legalità è e sarà assoluta nei riguardi di tutti”.
Una scena già vista.
Alle regionali del 2010, Stefano Caldoro, futuro governatore del centrodestra, predicò intransigenza nelle candidature.
Poi scoprì che in una lista in suo sostegno c’era Roberto Conte, girovago tra i partiti (dai Verdi al Pd prima di passare nel centro-destra) e con una condanna in primo grado a 2 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione camorristica.
Roberto Conte, che continua a proclamarsi innocente, da poco ha terminato il periodo di sospensione e potrebbe tornare in consiglio regionale.
Conte appoggia una formazione che sostiene Gianni Lettieri ‘Lista insieme per Napoli’, animata da quattro consiglieri comunali passati nell’ultimo periodo di consiliatura da sinistra a destra in vista delle amministrative.
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Aprile 19th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLA DIFESA: “BASTEREBBE PENSARE AI VOTI CHE NON ARRIVERANNO DA UDC E FLI”…L’IPSOS DA’ AL PRIMO TURNO LA MORATTI AL 43,8% E PISAPIA AL 42,1%, MA AL SECONDO TURNO VINCEREBBE PISAPIA CON IL 52,4% CONTRO IL 47,6% DEL SINDACO USCENTE
Nel Pdl milanese cresce la paura di non farcela a rieleggere Letizia Moratti. 
«Lei pensa ancora di vincere al primo turno, ma se lo sogna – si sfogava dagli Stati Uniti il ministro della Difesa e coordinatore nazionale del partito, Ignazio La Russa – Basta prendere i voti delle precedenti elezioni e sottrarre quelli dell’Udc e del Fli: basta un 5 per cento in meno e si è già sotto il 50».
Per una volta, La Russa è d’accordo con Gianfranco Fini, il quale avrebbe detto che Berlusconi sarebbe «molto preoccupato per i sondaggi milanesi» che darebbero alla Moratti solo il 42 per cento.
Anche il sindaco di Milano è preoccupata. Teme una fuga di voti moderati dopo lo scandalo dei manifesti con la scritta ‘Via le Br dalle Procure’ ideati da Roberto Lassini, candidato nella lista del Pdl al consiglio comunale.
Per questo motivo, ha puntato i piedi durante un faccia a faccia con il coordinatore lombardo pidiellino Mario Mantovani e chiesto il ritiro della candidatura di Lassini.
Il Pdl milanese è sotto choc.
Una nuova tegola è caduta sul partito proprio dopo che Silvio Berlusconi domenica al teatro Nuovo aveva chiesto ai suoi di «fare un salto di qualità » nella campagna elettorale per Milano.
Mentre procede l’inchiesta sulla denuncia dei Radicali per le firme false raccolte a sostegno del listino di Roberto Formigoni alle ultime elezioni regionali, nel Pdl è in atto una guerriglia interna che rischia di compromettere non solo il clima della campagna elettorale, ma anche l’esito.
Un tutti contro tutti che riguarda anche la gestione del partito in Lombardia.
La Lega con Matteo Salvini ha già avvisato gli alleati pidiellini che passerà queste settimane «a parlare di Milano, non di magistrati, di Br, di intercettazioni».
Un sondaggio Ipsos realizzato a fine marzo dava il seguente scenario: Moratti al 43,8% con Pisapia che la tallona al 42,1% al primo turno.
Al secondo turno vincerebbe Pisapia con il 52,4% con la Moratti al 47,6%.
Decideranno gli incerti e l’area del non voto: 35,5% al primo turno, 46,4% al secondo.
Pesa il buon successo al primo turno del candidato del Terzo Polo, Manfredo Palmeri, con oltre l’8%, sostenuto da finiani e dall’Udc di Tabacci.
Al ballottaggio come si orienteranno?
“Ci penseremo quando sarà il momento – risponde il senatore Giuseppe Valditara di Fli – ora lavoriamo per arrivarci noi al secondo turno. La linea è quella di non stringere accordi nè con la Moratti, nè con Pisapia, poi vedremo. Di sicuro non sosterremo la Moratti”.
Al ballottaggio si dà per scontato che anche i leghisti non correranno in massa per sostenere la signora.
Molti ricordano che nel 1999 Massimo D’Alema fu travolto proprio da elezioni amministrative andate male e dovette lasciare la guida del governo.
Il rischio che la Lega, in caso di sconfitta, faccia suonare la campanella di fine lezioni, ha messo in allarme il premier.
Ma essersi posto come capolista stavolta potrebbe rivelarsi un boomerang: nessuno potrà dire “io non c’ero”.
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Aprile 19th, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI IRRITATO PER IL LANCIO DEL DELFINO ALFANO, LUI E’ ABITUATO ALLE TROTE: “IL NOSTRO PATTO E’ CON SILVIO, NON CON IL PDL, SE NON SI RICANDIDA PER NOI C’E’ MARONI”…PER QUESTO SILVIO SI PRESENTA CAPOLISTA NEL CAPOLUOGO LOMBARDO
«Speriamo di perdere Milano».
La battuta circolava la scorsa settimana tra i deputati leghisti.
Erano i giorni in cui la Camera era bloccata per votare la prescrizione breve a beneficio di Silvio Berlusconi e la frustrazione delle camicie verdi saliva oltre il livello di guardia.
Non che la Lega non ce la metterà tutta per fare il pieno di voti all’ombra della Madonnina, ma la battuta nasconde una verità che il Cavaliere ieri ha in parte svelato.
Anche per il Carroccio il voto di maggio è qualcosa di più di una tornata amministrativa: una sconfitta nel capoluogo lombardo potrebbe spingere i lumbard ad accorciare la vita al governo.
Il messaggio è stato recapitato al premier.
I leghisti hanno mal digerito la conferma di Letizia Moratti. L’hanno vissuta come un «colpo di mano» del premier quando le trattative con Bossi su chi candidare erano ancora aperte.
E Berlusconi dopo l’ultimatum dei colonnelli leghisti – «o si vince o salta tutto» – è corso ai ripari, iscrivendo il suo nome in cima alla lista milanese al posto di Mariastella Gelmini.
Se la vittoria al primo turno è vista come un miraggio, una sconfitta al ballottaggio contro il candidato del Pd Giuliano Pisapia sarebbe la Waterloo del premier. Potrebbe costargli Palazzo Chigi.
A Via Bellerio spiegano che perdere a Milano «farebbe riflettere tutti su quelle alternative che oggi in molti fingono di non vedere. Farebbe capire che Berlusconi non è imbattibile e accelererebbe un processo già in corso». Quello dello sganciamento dal governo o, quanto meno, di una richiesta che potrebbe diventare un ultimatum: il prossimo candidato del centrodestra alla guida del governo dovrà essere Bobo Maroni.
Nel 2013, se non prima.
I segnali della strategia leghista stanno ormai emergendo.
Da un lato la politica della «differenziazione» dal premier e dal Pdl. Basti pensare che il giorno dell’approvazione del processo breve La Padania non ha nemmeno riportato la notizia in prima pagina.
Poi il nome di Maroni come prossimo presidente del Consiglio che torna sulla bocca di molti padani, come il sindaco di Verona Flavio Tosi o dell’europarlamentare Francesco Speroni.
Non che Angelino Alfano (innalzato a delfino da Berlusconi con successiva smentita) non piaccia allo stato maggiore leghista (anzi, piace eccome), ma Bossi si sente pronto a prendere in mano il governo con Maroni.
Nel 2013 – spiegano i suoi più stretti collaboratori – o anche prima se Napolitano dovesse bocciare la prescrizione breve e lo scontro istituzionale con la pretesa del Pdl di riapprovarlo subito arrivasse ad intensità mai viste prima.
In questo senso sarà decisiva Milano.
In una mano Bossi avrà il «termometro» delle decine di comuni dove la Lega corre da sola: serviranno a capire quanto il movimento tenga nonostante le difficoltà del governo (tutte imputate al Cavaliere e alle sue leggi ad personam).
Se dovesse fare il pieno dove corre da solo e perdere a Milano nonostante un eventuale impennata dei voti leghisti («dal 4% puntiamo a salire a percentuali lombarde», dice Matteo Salvini), allora anche la fetta del partito più legata a Berlusconi potrebbe decidersi al grande passo.
A maggior ragione nel momento in cui il premier parla di una sua successione.
Se in via Bellerio tutti credono che sia solo tattica («per Berlusconi il prossimo candidato sarà Berlusconi, al massimo Berlusconi junior, ovvero Silvio dopo un bel lifting», scherza Calderoli), in caso il premier dovesse lasciare sul serio tutto si riaprirebbe.
«Il patto è con Berlusconi, non con il Pdl – va ripetendo il Senatùr – quindi andrebbe ridiscusso a 360 gradi, anche sulla premiership».
Insomma, da Milano si potrebbero aprire nuovi scenari con un tempo di «incubazione» che molti leghisti indicano al massimo in 10-12 mesi.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Aprile 17th, 2011 Riccardo Fucile
DENUNCIA DEI RADICALI: ISITITUZIONI USATE COME UN BANCOMAT PER IMPRENDITORI AMICI DEI POTENTI….PER GLI UFFICI DI 86 SENATORI LO STATO SPENDE 5.654 A TESTA PER UNA STANZA A ROMA…SI SPENDE DI PIU’ DI AFFITTO CHE SE AVESSERO COMPRATO LO STABILE
Ottantuno milioni e 600 mila euro: è lo spaventoso conto che è stato presentato ai contribuenti italiani per gli uffici di 86 senatori a partire dal 1° maggio 1997.
Circa 950 mila euro ciascuno. Ovvero, 67.857 euro l’anno, 5.654 al mese, per una stanza nel centro di Roma.
Tanto per capire, con quei soldi si paga a Roma la pigione di una decina di appartamenti in periferia.
Oppure l’affitto di almeno un paio di uffici da 123 metri quadrati come quello di proprietà dell’Ipab occupato in piazza Campitelli dall’assessore alla Casa del Comune, l’europarlamentare Alfredo Antoniozzi.
Ma per capire come si è arrivati a spendere una cifra che ha dell’incredibile è necessario tornare al 1997, quando l’amministrazione di palazzo Madama (presidente del Senato era Nicola Mancino e segretario generale Damiano Nocilla) stipula con una società dell’immobiliarista Sergio Scarpellini un contratto d’affitto di un ex albergo romano, il Bologna, dove collocare 86 studi di altrettanti senatori.
Prezzo, tre miliardi e mezzo di lire l’anno: un milione 807.599 euro più Iva e rivalutazione Istat.
Scarpellini è un personaggio piuttosto noto negli ambienti istituzionali: è il proprietario dei palazzi Marini, occupati, con un meccanismo contrattuale di cui beneficia la sua società Milano 90, del tutto analogo a quello dell’ex albergo Bologna, dagli uffici dei deputati.
Ma per cifre molto più ingenti, considerando i volumi: in 13 anni l’amministrazione di Montecitorio ha speso 561 milioni per gli affitti e i servizi annessi.
I contratti prevedono infatti che Scarpellini fornisca alla Camera non solo gli spazi fisici ma anche il servizio chiavi in mano: portineria, commessi, pulizie, bar…
Così anche all’ex albergo Bologna.
Dove il Senato paga dal 1997 per i servizi una cifra netta aggiuntiva alla pigione pari a un milione 291.142 euro l’anno.
Tutto sembra filare liscio fino al 2001, quando il Senato decide di far valere una clausola contrattuale che gli garantisce il diritto ad acquistare l’immobile. Il prezzo viene fissato da un collegio arbitrale in 23 milioni 920.475 euro.
Ma Scarpellini lo contesta e ne nasce un contenzioso.
Alla fine il Senato rinuncia all’acquisto e Scarpellini rinuncia a due anni di pigione.
E si va avanti con l’affitto, grazie a un nuovo contratto di 10 anni con scadenza il 1° maggio 2013.
Nel frattempo però l’amministrazione del Senato, dove è salito alla presidenza Marcello Pera e Antonio Malaschini è diventato segretario generale, non se ne sta con le mani in mano.
Sono gli anni in cui non si bada a spese e qualche mese prima compra un palazzetto a Largo Toniolo dalla società di un signore che ha rilevato quello stabile da un fallimento e non è certamente un illustre sconosciuto.
È un senatore in carica. Si chiama Franco Righetti, autore di una lunga traversata centrista dal Ccd all’Udeur.
Pur senza i numerosi protesti bancari che per giunta affliggono l’onorevole in questione, ce ne sarebbe abbastanza per porsi più d’una domanda.
Che però, al Senato, nessuno si pone.
In quel palazzetto, secondo i piani, dovrebbero in futuro finire una parte degli uffici dell’ex albergo Bologna.
Ma l’avventura immobiliare si rivela un mezzo disastro: il palazzetto è composto da una decina di appartamenti classificati come abitazione, e il Comune di Roma non concede il cambiamento di destinazione d’uso.
La pratica si sblocca soltanto nel 2008, quando il sindaco Walter Veltroni si candida alle politiche e nella giunta tecnica che gli subentra compare come «sub commissario» con delega all’urbanistica proprio una dirigente del Senato. Fulmineo, a quel punto, il via libera del Comune.
E i lavori possono partire: in quel palazzetto troveranno posto 30-35 uffici.
Non contenti, mentre si sta comprando il palazzetto di Largo Toniolo, i signori del Senato concludono un’altra ardita operazione immobiliare: l’affitto dall’Isma, l’Istituto Santa Maria in Aquiro, di un altro palazzetto di 3 mila metri quadrati a poca distanza dal Pantheon.
È così malandato che saranno necessari interventi costosissimi.
Ma la ristrutturazione sarà quasi interamente a spese dello Stato. S
enza considerare che il Senato comincia fin da subito, prima ancora dell’inizio dei lavori di ristrutturazione, a pagare l’affitto: 425 mila euro l’anno più Iva e adeguamento Istat.
Il calvario va avanti otto anni e oggi non è ancora finito.
Dopo lavori interminabili, soltanto nei giorni scorsi sono stati consegnati i primi 21 uffici.
La ristrutturazione, gestita come quella del palazzetto di Largo Toniolo dal provveditorato alle opere pubbliche del Lazio, già regno di Angelo Balducci, è costata allo Stato 26 milioni: quasi 9 mila euro al metro quadrato, cifra addirittura superiore, secondo le quotazioni di mercato, al valore dell’immobile.
Ben 7 volte il costo che una perizia del Demanio, rivelata dalla trasmissione Le Iene su Italia 1, aveva considerato congruo: pena la possibilità di dichiarare nullo quel contratto.
Che però, guarda caso, nessuno si sogna di impugnare.
Commenta il segretario radicale Mario Staderini: «Sembra che la priorità fosse far girare soldi più che avere nuovi uffici. La sensazione è che Camera e Senato siano stati utilizzati come un bancomat per imprenditori d’area e annesse spartizioni partitocratiche. E ora ci ritroviamo una città della politica che occupa 220 mila metri quadrati, quattro volte il Louvre».
E il bello è che se i radicali non avessero preteso che fossero resi pubblici tutti i contratti, di questo pasticcio non si conoscerebbero molti dettagli.
Il bilancio è agghiacciante.
Per affittare gli 86 uffici dell’ex hotel Bologna il Senato ha già sborsato, Iva compresa, circa 26 milioni mezzo: tre milioni in più di quello che, secondo la stima contestata da Scarpellini, sarebbe costato acquistare l’immobile.
Altri 25,7 milioni per comprare e ristrutturare il palazzetto di Largo Toniolo dove andrebbero 35 uffici.
Per non parlare dei 29,4 milioni andati in fumo per Santa Maria in Aquiro, che dovrebbe accogliere altri 51 (ma c’è chi dice 54) uffici: 26 milioni per ristrutturarlo più 3,4 milioni di affitti inutilmente pagati per 8 anni, dal 1° marzo 2003 a oggi.
Per questo immobile lo Stato ha speso più quattrini di quanti ne sarebbero serviti per comprarlo.
Invece l’immobile resterà di proprietà dell’Isma e quando sarà scaduto il contratto, nel 2021, se il Senato vorrà continuare a occupare quegli uffici dovrà pagare una pigione raddoppiata: 850 mila euro.
Un affarone.
Il totale speso finora per quegli 86 uffici è dunque di 81,6 milioni.
Oltre alle bollette e ai servizi necessari al loro funzionamento.
Il tutto per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, se si eccettua il piccolo stabile di Largo Toniolo.
Risponderà mai qualcuno per questo immane spreco di denaro pubblico?
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 17th, 2011 Riccardo Fucile
SI CHIAMA ROBERTO LUSSINI, CANDIDATO PDL ALLE COMUNALI, EX DC, CHE NEL 1993 SI FECE 45 GIORNI DI CARCERE PER POI ESSERE ASSOLTO…SI AUTOACCUSA IN UNA INTERVISTA A “IL GIORNALE”: HA ATTESO 18 ANNI PER MANIFESTARE IL SUO DISSENSO? O VUOLE SOLO COPRIRE QUALCUNO PIU’ IN ALTO?…HANNO TROVATO IL “MARTIRE” ADATTO, INFATTI LO LASCIANO PURE NELLA LISTA DELLA MORATTI
Mentre a Roma il premier paragona la magistratura a una “associazione per delinquere a fini eversivi”, a Milano la Digos si avvicina al committente dei manifesti apparsi ieri nel capoluogo lombardo, in cui i magistrati vengono accostati alle Br.
E come spunta il primo indagato, tempestivamente e stranamente Il Giornale “smaschera” il presunto autore dell’iniziativa: Roberto Lassini che si prende tutta la responsabilità dell’iniziativa: “Solo una provocazione dice”.
E il coordinatore lombardo del Pdl, Mario Mantovani, conferma la fiducia in Lassini: “Rimarrà in lista, giudicheranno gli elettori”.
Lo stesso Mantovani che ieri aveva minimizzato sul testo dei manifesti. “Io non ne so nulla, non li ho neanche visti. Non c’entrano niente con noi. Le Br? Saranno le ‘brutte racchie’”, aveva detto.
Ma la vicenda non si chiuderà così semplicemente.
C’è un’inchiesta per vilipendio dell’ordine giudiziario in cui già una persona appare iscritta tra gli indagati.
Ieri la Digos dopo aver individuato il tipografo dei manifesti, gli agenti sono risaliti alle società che ne curano la distribuzione e l’affissione: quattro dipendenti sono stati ascoltati, per capire chi ci sia dietro alla firma ‘Associazione dalla parte della Democrazia’.
All’interno di due magazzini perquisiti, gli uomini della Digos hanno trovato e sequestrato i manifesti su cui campeggia in bianco, su sfondo rosso, la scritta ‘Via le Br dalle procure’, insieme ad altri firmati allo stesso modo.
Già a febbraio, la stessa sigla aveva distribuito in città dei grandi cartelloni con la scritta ‘La sovranità popolare è sacra! Silvio resisti, salva la democrazia” o ancora ‘La giustizia politica uccide la libertà . Volete cacciare Berlusconi? Prima vincete le elezioni’.
Stamani dalle pagine de Il Giornale è arrivata la strana autodenuncia di Lassini.
“Via le br dalle procure? Uno slogan esagerato, senza intenzioni offensive”, ha detto definendosi l’autore dei manifesti.
Ex sindaco dc, in carcere per 42 giorni nel ’93 e assolto con formula piena dopo 5 anni di processi.
Una storia personale che gli fa sentire vicina la battaglia di Berlusconi sulla giustizia, dice, ed è “per dare manforte al premier” che è stata creata, due mesi fa, l’associazione “Dalla parte della democrazia” della quale lui è il presidente.
I manifesti, allora: “E’ stata una provocazione. Esagerata ma tale. Sono certo che l’obiettivo non fosse mancare di rispetto alle vittime del terrorismo”.
Ora Lassini è candidato Pdl a Milano. E rimarrà tale.
“Sceglieranno i milanesi — ha detto Mantovani -se sia opportuno o meno votare e far eleggere Lassini. La sua mi sembra una provocazione forse eccessiva, ma leggendo le sue parole sul Giornale di questa mattina ho apprezzato il suo rispetto per la buona magistratura”, ha detto il coordinatore regionale del Pdl.
”Noi condanniamo la lotta armata — ha aggiunto Mantovani — ma la lotta a colpi di avvisi di garanzia e di manette che certa magistratura utilizza non è certo da esaltare”.
E Letizia Moratti bolla i manifesti come “una azione da condannare, sono sicura che il partito stigmatizzerà questa azione”.
Ma certo non chiede che Lassini ritiri la sua candidatura, nonostante sia in una lista che fa riferimento a lei.
Secca, invece, la bocciatura da parte di Maurizio Lupi. “Il manifesto affisso a Milano ha la ferma condanna mia personale, del partito nazionale e locale. Non c’è giustificazione nè legittimazione”, ha detto il vicepresidente della Camera.
Alla kermesse è presente anche Roberto Lassini, ideatore dei cartelli in cui si chiede di mettere fuori da palazzo di Giustizia le Br.
Lassini è infatti nella lista del Pdl alle comunali di Milano, una presenza su cui “valuteremo” ha spiegato Lupi.
“Le lista sono depositate — ha sottolineato — ma ci può essere un gesto personale. Può chiedere scusa, oppure ci può essere una autosospensione. Altrimenti valuteremo”
Qualcosa non quadra in questa ricostruzione de “il Giornale”.
In primo luogo i manifesti sono stati commissionati da una presunta associazione e non da un singolo personaggio e fanno parte di una catena di manifesti con la stessa firma e gli stessi caratteri che sono stati affissi nelle precedenti settimane.
Non si tratta quindi di manifesti abusivi, in quanto sono stati attaccati negli spazi del Pdl e dei suoi fiancheggiatori: infatti non sono stati rimossi a seguito di denuncia del Pdl, mai pervenuta.
Mentre si dava per imminente l’emissione di quattro avvisi di garanzia, ecco spuntare Lassini che si autoaccusa, non alla Digos, ma a Sallusti.
Con una classica storia personale di “perseguitato dalla giustizia” capace di commuovere i cuori dei berluscones e giustificarne ogni azione delittuosa.
Un martire, un prigioniero politico, un uomo di cui non vergognarsi nel candidarlo a Palazzo Marino.
Il tutto mentre molti media stavano invece collegando i manifesti, come mandante, all’on. Palmieri, responsabile Pdl per internet, sul cui sito erano stati ospitati i precedenti manifesti della associazione.
Un uomo politico che da 18 anni organizza le campagne elettorali per Berlusconi, tanto per capirci.
In ogni caso aspettiamo i risultati delle indagini della Digos e della Magistratura: valgono qualcosa in più di quelle di Salllusti.
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Aprile 17th, 2011 Riccardo Fucile
ALTRI 40 SINDACI CALABRESI SEGUONO L’ESEMPIO: FERMIAMO LO SPOPOLAMENTO…SU 1800 ABITANTI, A RIACE 300 ERANO STRANIERI, ORA SONO ITALIANI E PERFETTAMENTE INTEGRATI…FANNO I FALEGNAMI, I PANETTIERI, I PASTORI, GLI AGRICOLTORI, I CERAMISTI
Nello stesso mare dove ripescarono i famosi Bronzi, molti anni dopo arrivarono anche loro.
E a Riace, la vita non fu più la stessa.
E non certo per merito o per colpa di quella magnifica coppia di statue greche.
Erano stati loro a cambiare tutto.
Loro erano curdi.
Ma poi loro diventarono afgani e palestinesi, diventarono etiopi, eritrei, somali, serbi e albanesi, egiziani, siriani, iracheni, iraniani.
Tutti «nuovi cittadini» di un piccolo paese appena sopra la Locride dei sequestri e delle nefandezze mafiose, tutti che hanno trovato casa e lavoro in una delle terre più povere da questa parte del Mediterraneo.
Ne sono passati almeno 6 mila da lì. E ne vogliono ancora di naufraghi, profughi, rifugiati.
Anche quelli che stanno sbarcando in queste settimane sugli scogli di Lampedusa. Le porte di Riace sono sempre aperte.
Questa è una storia alla rovescia, una di quelle che non ha niente da spartire con gli egoismi e le ossessioni dei tanti Nord d’Italia o d’Europa.
Questa è la storia di un borgo che non è morto perchè sono arrivati «gli altri». Passa il mondo da Riace.
E un po’ di mondo, qui si è fermato per sempre.
Su 1800 abitanti quasi 300 erano stranieri e adesso sono italiani.
I Bronzi li tirarono su nel 1972 e sembrava che Riace dovesse trasformarsi in una Rimini del basso Jonio.
Tutti che parlavano di turismo, tutti che volevano costruire alberghi e palazzi per onorare e sfruttare la miracolosa pesca di quelle statue di straordinaria fattura, poi però i due guerrieri restarono soli in un museo a Reggio e Riace perse metà della popolazione. Tutti emigrati.
Ogni anno un paese sempre più deserto, sempre più povero.
Fino a quando un barcone quasi si rovesciò a duecento metri dalla costa.
«Io passavo di là , dalla statale e ho visto una folla di uomini e di donne e di bambini che usciva dall’acqua, per me fu come un’apparizione», ricorda Domenico Lucano, allora ragazzo e oggi sindaco di Riace.
Era il 1 luglio 1998.
Nelle case abbandonate dai calabresi che erano andati a lavorare fra il Canada e l’Australia trovarono riparo trecento curdi. I primi.
Perchè poi Riace è diventata una piccola grande capitale multietnica.
Ieri con gli sbarchi dei popoli in fuga dall’Asia e oggi con quelli dei popoli in fuga dall’Africa. Benvenuti a tutti. Anche agli ultimi.
Domenico Lucano e gli altri 40 sindaci della Locride chiederanno ufficialmente al governo «che sono pronti ad ospitare i migranti di Lampedusa».
Sono gli unici che non si rivoltano perchè glieli piazzano nel loro paese, anzi loro li vogliono. È l’esempio di Riace.
È l’altra Italia che è a una cinquantina di chilometri dalla Rosarno della «caccia al negro» di un anno fa e che non è sfuggita a un elogio — un editoriale – dell’Osservatore Romano.
«Ciascun emigrato per noi è una speranza, qui abbiamo bisogno di loro, loro hanno riportato alla vita il nostro paese», racconta il sindaco che viene ormai chiamato da tutti «Mimmo dei curdi» o «Lucano l’afgano».
Il centro storico si è ripopolato anno dopo anno, sbarco dopo sbarco.
Il giorno dopo il permesso di soggiorno, tutti ritirano la carta d’identità all’ufficio anagrafe del Comune. Tutti residenti. E tutti con un lavoro.
Fanno i falegnami, i panettieri, fanno i pastori, i ceramisti, gli agricoltori.
In paese gira anche una moneta speciale («È un bonus in attesa di alcuni contributi comunitari che arrivano sempre in ritardo», spiega Lucano) con il volto di Gandhi sulle banconote da 50 euro, quello di Martin Luther King su quelle da 20, Peppino Impastato e Che Guevara sui tagli da 10 euro.
Sono ticket che poi si trasformano in soldi veri.
La convivenza con gli italiani di Calabria è perfetta. Un miscuglio di razze e un modello che ha attirato anche il regista de Il Cielo sopra Berlino Wim Wenders, che un anno fa ha girato un cortometraggio «sull’utopia di Riace». Tutto è cominciato con quella visione di Mimmo, il mare e i naufraghi.
E tutto è cominciato anche con il «laboratorio Badolato», l’esperimento di far rinascere con l’arrivo di altri curdi un altro paese calabro voluto tanti anni fa da Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università di Messina. Sull’esperimento di Badolato è risorto Riace.
«In mezzo a tanti disastri, c’è anche una civiltà del Meridione che è questa», dice Perna che spiega poi come etiopi ed eritrei ed afgani abbiano «occupato» nella sua Calabria terre abbandonate per coltivare i campi come una volta.
Dopo Badolato Riace, dopo Riace anche il paese di Caulonia ha i suoi «nuovi cittadini».
Dopo Caulonia adesso altri comuni calabresi vogliono «gli altri».
Ve l’avevamo detto che questa era una storia alla rovescia.
Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)
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Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile
IL SUCCESSORE DI SILVIO SARA’ ANGELINO JOLIE? CRESCE LO SGOMENTO NELLE FILE BERLUSCONIANE
Ha suscitato comprensibile sgomento nelle file del Pdl l’ipotesi che sia Angelino Jolie, al
secolo Alfano, a succedere al Cainano quando verrà a mancare all’affetto dei suoi cari, ma soprattutto delle sue care.
L’idea che questo allampanato e allampadato avvocaticchio agrigentino possa fare il leader di qualsiasi cosa, foss’anche una bocciofila o una filodrammatica, non può che seminare il panico nel centrodestra e risate omeriche dall’altra parte.
E, siccome l’ha lanciata il Cainano, dà la misura di quanto questo sia bollito.
Ma anche di quale sia il livello medio della classe dirigente Pdl, se un Alfano qualsiasi passa per il migliore (seconda classificata, per dire, la Gelmini; dal terzo posto in giù, alcune specie di alghe e plancton).
In un paese serio, un partito che avesse fra le sue file un Alfano lo terrebbe ben nascosto, perchè non si sappia in giro.
Questi l’han fatto ministro della Giustizia, ruolo riservato a chi è disposto a tutto, anche a perdere la faccia, dunque è meglio se non ne ha una o l’ha già persa.
Il tapino manifesta preoccupanti carenze non solo in diritto costituzionale e penale, ma persino in aritmetica elementare.
Tre estati fa, per spiegare l’assoluta urgenza della sua legge bavaglio contro le intercettazioni, comunicò testualmente al Parlamento: “Secondo un mio calcolo empirico non scientifico, è probabilmente intercettata una grandissima parte del Paese. Le persone intercettate in Italia nel 2007 sono state 124.845. Ma poi ciascuna fa o riceve mediamente 30 telefonate al giorno. Così si arriva a 3 milioni di intercettazioni”.
Difficile concentrare una tale densità di balle in così poche parole. Gli italiani intercettati ogni anno sono circa 6 mila (non “la grandissima parte del Paese”, ma lo 0,001% della popolazione).
Poi è vero che parlano con altri (difficile che uno si telefoni da solo).
Ma è improbabile che ciascun italiano ogni giorno parli in media con 30 persone.
Ed è demenziale pensare che l’indomani parli con altre 30 totalmente diverse da quelle del giorno prima.
Ma soprattutto: che vuol dire “secondo un mio calcolo empirico”?
Il ministero della Giustizia ha un ufficio studi che sforna dati scientifici.
Ma Alfano teme che quelli scientifici smentiscano le baggianate che dice e preferisce usare un suo personalissimo pallottoliere, ovviamente guasto.
Lo stesso che ha consultato l’altro giorno prima di dichiarare al Parlamento che il disastro ferroviario di Viareggio si prescrive nel 2032 e gli omicidi colposi de L’Aquila nel 2044.
Dunque la prescrizione breve non impedirà di celebrare quei processi: a suo dire, siccome i fatti risalgono rispettivamente al 2010 e al 2009, il disastro colposo si prescriverebbe in 22 anni e l’omicidio colposo plurimo in 35.
In realtà si prescrivono al massimo in 12 e mezzo e in 19. La metà di quel che dice Alfano.
Ma, siccome gl’imputati sono incensurati e qualche attenuante spetta loro di diritto, la prescrizione scende a 7 anni e mezzo, che con la prescrizione breve diventano 7.
Ergo bisognerà chiudere i processi in Cassazione entro il 2016-2017.
Cioè, con buona pace di Alfano, si prescriveranno.
Ora il premier ha designato questo Archimede Pitagorico a spiegare a Napolitano che la prescrizione breve è conforme alla Costituzione.
L’impresa sarebbe titanica già per un giurista vero, visto che la legge è un concentrato di incostituzionalità (cambia le regole dei processi già iniziati e crea una disparità di trattamento fra le vittime di incensurati e quelle di pregiudicati): figurarsi per questo giurista per caso.
Che sarà venuto in mente a B. di affidare la lezione sulla costituzionalità di una legge a un ministro che in due anni se n’è viste radere al suolo due dalla Consulta perchè incostituzionali (“lodo” Alfano e legittimo impedimento)? Forse non ha trovato di meglio.
O forse è davvero convinto che Angelino Jolie sia il meglio.
Del resto, diceva Voltaire, “chiedete al rospo che cos’è la bellezza: vi risponderà che è la rospa”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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