Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
GROTTESCA GAFFE DELL’UFFICIO STAMPA DI TRUMP… IL MAIL: “FORSE PER QUESTO TRUMP ERA COSI’ ECCITATO ALL’IDEA DI INCONTRARLA?”
Nuova gaffe dell’amministrazione Trump in politica estera. 
Dopo aver confuso il ministro degli Esteri australiano Julie Bishop per il premier Malcolm Turnbull, l’ufficio stampa della Casa Bianca ha ‘dimenticato’ la ‘h’ nel nome della premier britannica Theresa May. Risultato: in due documenti l’inquilina di Downing Street è diventata la nota star del porno Teresa May.
L’errore è stato ripetuto due volte nel comunicato di ieri con il quale la Casa Bianca annunciava l’agenda odierna degli incontri Trump-May e una volta in un comunicato dell’ufficio del vice presidente.
“Nel pomeriggio il presidente parteciperà ad un incontro bilaterale con il primo ministro del Regno Unito, Teresa May”, recitava la nota dell’ufficio stampa della Casa Bianca.
E qualche riga dopo la ‘h’ era di nuovo sparita nel previsto “pranzo di lavoro con Teresa May…”.
Ancora una volta, nella nota dell’ufficio di Mike Pence il nome di battesimo di May è diventato quello della star di un video per la canzone Smack My Bitch Up del gruppo The Prodigy.
“È per questo che Donald Trump era eccitato di incontrarla?”, commenta ironico il tabloid britannico Mail online riferendosi al previsto colloquio di oggi tra il neo presidente e la premier britannica a Washington.
Sempre ieri, ricorda il Mail online, in un altro comunicato la Casa Bianca ha definito il ministro degli Esteri australiano Julie Bishop il ‘primo ministro degli Esteri’ del Paese.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
L’IRA DEI MESSICANI CONTRO TRUMP, IN DUBBIO L’INCONTRO DI MARTEDI PROSSIMO… ALCUNI MEDIA USA: “NIETO E’ COMPLICE DEL PROGETTO”
“Pretendiamo rispetto, e comunque non saremo noi a pagare”: è il volto duro del presidente messicano
Enrique Peà±a Nieto, offerto in favore di telecamera poche ore dopo il via libera del suo omologo statunitense al muro con il Messico.
O meglio, ai muri con il Messico: non c’è solo la barriera fisica che Trump vuole estendere al confine con l’America latina.
C’è anche il muro politico ed economico che tra i due Paesi sembra diventare sempre più consistente, con la svolta protezionista degli Usa e con la guerra dichiarata dall’inquilino della Casa Bianca all’accordo di libero scambio Nafta, il “North American Free Trade Agreement”.
Mercoledì Peà±a Nieto aveva inviato una delegazione a trattare con la Casa Bianca, in attesa del faccia a faccia con Donald Trump atteso per martedì prossimo, e che nonostante le pressioni interne il messicano non accenna a disdire.
Ma la firma del presidente Usa, apposta ieri sotto il decreto che dà il via libera agli oltre 3100 chilometri di muro, proprio nelle ore in cui due membri del governo di Città del Messico si trovavano a Washington, ha suscitato le ire dei messicani.
Così in un discorso televisivo Peà±a Nieto ha mostrato le unghie: “L’ho detto e ripetuto, non sarà certo il mio Paese a pagare le spese del muro”, che ammonteranno ad almeno una decina di miliardi. “Condanno e mi rammarico per la decisione del governo statunitense di continuare con la costruzione di un confine che per anni ci ha diviso più di quanto ci abbia unito”, ha continuato il presidente, aggiungendo: “Il mio Paese, il Messico, dà e chiede il rispetto dovuto come nazione sovrana”.
Resta da vedere se la reazione dura del messicano si trasformerà in una vera frattura politica tra i due governi.
Ne dubitano alcuni media statunitensi, come The Atlantic, che sottolinea le ambiguità di Peà±a Nieto e arriva a sostenere che il presidente latinoamericano sia “complice” del progetto di Trump.
“Il governo straniero che ha più contribuito alla vittoria di Trump non è stata la Russia ma il Messico”, scrive provocatoriamente John Mill Ackerman. Che però alla provocazione aggiunge una sfilza di argomenti: i viaggi, gli incontri e le conferenze stampa congiunte in campagna elettorale; gli scambi di lusinghe reciproche; l’estradizione di El Chapo alla vigilia dell’Inauguration Day.
E soprattutto le scelte sostanziali: “Vedrete, Peà±a Nieto a parole dirà di voler proteggere il suo popolo – scriveva profeticamente ieri la testata Usa – ma in realtà ha in agenda di negoziare l’impunità per il suo governo e la sua amministrazione, coinvolti in scandali di corruzione e sistematiche violazioni dei diritti umani. Perciò il presidente messicano non rinuncerà alla sua visita a Washington, finendo per legittimare gli attacchi di Trump al Messico”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
JEFFREY SACHS, DIRETTORE ALLA COLUMBIA UNIVERSITY: “DA LUI SOLO PAROLE IN LIBERTA’ SENZA FONDAMENTO SCIENTIFICO, ORA IL PIANETA E’ IN PERICOLO”
«In America abbiamo un nuovo presidente, come forse qualcuno di voi avrà già notato», scherza Jeffrey Sachs in apertura del convegno Arctic Frontiers, a Tromsà¸, in Norvegia.
Il tema è quello dei cambiamenti climatici, che qui sul tetto del mondo, oltre il Circolo polare artico, fanno registrare valori senza eguali.
Salgono la temperatura dell’aria e quella delle acque dell’oceano, il permafrost si assottiglia, il ghiaccio si scioglie e nuove specie di pesci arrivate da sud scalzano dalle loro acque quelle originarie, mentre le grandi compagnie petrolifere e di trasporto già studiano il modo per sfruttare i giganteschi giacimenti sottomarini e le nuove vie commerciali resi accessibili dal disgelo.
Nell’Artico ci si interroga sulle strategie per evitare una nuova Guerra Fredda tra le potenze interessate a mettere le mani su questa parte di mondo, ma su ogni considerazione politica e scientifica si allunga l’ombra delle posizioni varie volte espresse da Donald Trump sui cambiamenti climatici, definiti senza mezzi termini una bufala, «una sciocchezza molto costosa con cui bisogna farla finita».
«È fondamentale tenere sempre presente che le dichiarazioni di Trump non riflettono alcuna posizione scientifica», spiega Sachs, direttore del Centro per lo sviluppo: «Non si basano su nessuna ricerca, su nessun dato. Le parole di Trump non sono fondate sulla scienza ma sugli interessi delle compagnie petrolifere. Sono un chiaro tentativo di rimangiarsi gli accordi sul clima di Parigi, e molte altre nazioni saranno ora tentate di fare lo stesso. Per questo sono ancora più pericolose».
Il tema energetico e la polemica sul riscaldamento globale sono stati centrali nella campagna elettorale del nuovo presidente americano, che all’indomani del suo insediamento, per mettere meglio in chiaro le cose, ha sostituito la pagina del sito della Casa Bianca dedicata agli impegni assunti per fronteggiare i cambiamenti climatici con una dedicata al nuovo piano energetico nazionale, basato in larghissima parte sui combustibili fossili.
L’impegno del presidente va nella direzione di una “rivoluzione basata su gas e petrolio”, che passa dalla pronta eliminazione di “pericolose e inutili politiche come il Climate Action Plan”, il piano (sarebbe meglio forse dire ormai ex piano) di azione statunitense sul clima.
Parole che hanno il suono delle trivelle, e che nell’Artico, dove l’aumento della temperatura media nel 2016 ha toccato punte di dodici gradi, suonano ancora più preoccupanti.
«Investire in nuovi impianti è inutile», dice Sachs, «per almeno due ottime ragioni. Abbiamo già a disposizione molto più petrolio e gas sulla terra di quanto possiamo bruciarne per rispettare gli accordi sul clima, e in secondo luogo questo tipo di investimenti, nell’Artico come nel Mediterraneo, non potranno mai essere competitivi rispetto alle risorse a basso costo disponibili in Arabia Saudita, Iran, Russia. Meglio puntare sulle rinnovabili e sulla ricerca, tenendo sempre presente che il riscaldamento globale è diverso da qualunque altro problema per un drammatico motivo: è irreversibile».
Per il sollievo di molti, la presidenza americana dell’Arctic Council, il forum intergovernamentale sull’Artico che riunisce i paesi i cui territori ricadono nel Circolo polare, volge ormai al termine.
Ma le nuove linee di politica estera tracciate dal presidente statunitense al grido di “America first!” preoccupano anche a questa latitudine.
«Trump porta avanti campagne sbagliate e pericolose – continua Sachs – sia in politica estera che all’interno. Quella americana è ancora di gran lunga l’economia più ricca del mondo e far sentire gli americani minacciati, costruire muri, diffondere la paura del diverso, è incredibilmente ingiusto e scorretto. Una politica interna di questo tipo apre la strada a una politica estera estremamente pericolosa. Ma ormai bisogna prendere consapevolezza che siamo in una nuova era. La leadership globale degli Stati Uniti è finita. Dimenticate l’America del 1994-95, leader mondiale della produzione e del consumo e insieme potenza globale capace di dare indirizzo e visione alle altre nazioni. Una potenza arrogante, a volte, ma anche in grado di guidare il mondo con uno spirito costruttivo. Quell’America non esiste più: il suo declino è iniziato da tempo, e adesso il paese si appresta a toccare il punto più basso della sua leadership».
Alessandra Viola
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
ENORME PARTECIPAZIONE ALLA “MARCIA DELLE DONNE”: LA POLIZIA COSTRETTA A CAMBIARE IL PERCORSO… PROTESTA GLOBALE IN ALTRE CENTINAIA DI CITTA’: 150.000 PRESENZE SOLO A CHICAGO, OLTRE UN MILIONE IN PIAZZA
È già considerata una delle mobilitazioni di piazza più massicce della storia americana la ‘marcia delle donne’ in programma oggi a Washington, nel primo giorno dell’amministrazione Trump, in segno di protesta contro il nuovo presidente.
Dall’iniziale stima di 200.000 persone scese in strada a Washington per partecipare alla manifestazione delle donne, cui partecipano anche tanti uomini, contro il presidente Donald Trump, si è arrivati a ben oltre mezzo milione: il numero dei partecipanti è talmente elevato che gli organizzatori e le forze dell’ordine sono costrette a rivedere il percorso del corteo: impossibile passare davanti alla Casa Bianca.
Secondo gli organizzatori sono due milioni e mezzo in tutto il mondo le persone scese in strada per manifestare. Lo slogan è ‘Not my president’, per dire chiaramente che Trump non riflette l’America e i suoi valori.
Independence Avenue, una delle due principali arterie della città che corrono accanto al National Mall, il lungo viale verde che attraversa il cuore della Washington monumentale e dei musei, è così affollata che è impossibile immettersi nel serpentone di manifestanti lungo 1,5 km.
Con loro, anche se a distanza, c’è Hillary Clinton, la loro paladina, colei che avrebbero voluto vedere alla Casa Bianca e che invece, nonostante la vittoria al voto popolare, è stata relegata in tribuna, stoicamente, durante il giuramento di Trump.
Le manifestazioni, le più grandi della storia americana contro un presidente che ha appena giurato, sono pacifiche ma preoccupate dall’imprevedibilità di un presidente che, i manifestanti, definiscono un ‘dittatore’. “Sexist, racist and anti-gay, Donald Trump go away” cantano in tutta America le donne anti-Trump.
Le donne hanno un cappello rosa in testa e hanno battezzato la manifestazione la marcia delle “Pussyhats”, nomignolo che deriva da una gaffe video dello stesso Trump in campagna elettorale.
Al presidente l’imponente manifestazione di Washington, che rischia si superare per numero di partecipanti quella del 1969 contro la Guerra in Vietnam, non sfugge.
A bordo di ‘The Beast’ per spostarsi dalla National Cathedral alla Casa Bianca, Trump ha l’occasione di assaggiare, dal finestrino, il clima della protesta
Ma la protesta non si svolge solo a Washington. Altre manifestazioni sono state organizzate a Boston, New York, Denver e Chicago.
Qui, nella città adottiva di Barack Obama, il Chicago Tribune riferisce di 150.000 manifestanti che non riescono materialmente a marciare per le strade e si sono riunite nel centro della città per un happening.
La protesta contro Donald Trump si fa ‘globale’ e si stima fino ad un milione di persone nelle piazza di tutto il mondo con manifestazioni e marce ispirate alla massiccia mobilitazione di Washington. Da Londra a Berlino, da Atene a Parigi, da Milano a Roma, da Sidney a New Delhi a Stoccolma si sono già svolte o sono in corso numerose dimostrazioni.
Tanti anche i personaggi illustri che prendono parte alla manifestazione.
La prima a intervenire a Washington è Cecile Richards, presidente della federazione americana delle organizzazioni Planned Parenthood. In seguito, fra gli altri, parlerà Ilyasah Shabazz, figlia di Malcom X, Maryum Ali, la figlia di Muhammad Ali, Rgea Suh, presidente del Natural Resources Defence Council, Sophie Cruz, una attivista per i diritti dei migranti, la storica attivista e ora professore emerita all’Università della California a Santa Cruz Angela Davis, la scrittrice femminista Gloria Steinem, le attrici Ashley Judd e Scarlett Johansson, la direttrice di Elle Melissa Harris-Perry, il regista e attivista Michael Moore.
E poi Sybrina Fulton, la madre di Trayvon Martin, il ragazzo nero ucciso dalla polizia nel febbraio del 2012, caso che ha innescato le prime proteste massicce del movimento che sarebbe diventato “Black Lives Matter”, ma anche Maria Hamilton, Gwen Carr e Lucia McBath rispettivamente mamme di Dontre Hamilton, Eric CGarner e Jordan Davis, altre tre vittime della polizia, la sindaca di Washington, Muriel Bowser.
Ma l’elenco degli artisti che hanno sottoscritto il manifesto della Marcia delle donne è lunghissimo e include Cher, Julianne Moore, Lena Dunham, Angelique Kidjo e Robert De Niro.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 18th, 2017 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI MEDICI SENZA FRONTIERE… MA PER L’ITALIA LA NIGERIA NON RIENTRA TRA I PAESI DOVE LA POPOLAZIONE E’ IN PERICOLO
Il jet da combattimento è sfrecciato in un attimo sopra il campo profughi di Rann nel nord-est della
Nigeria, l’esplosione delle bombe è stata talmente forte da coprirne il rombo, a terra si è scatenato l’inferno.
Un’ecatombe, hanno raccontato i testimoni. Tra gli sfollati, scampati ai massacri di Boko Haram, e gli operatori umanitari i morti sono più di un centinaio, decine (forse 150) i feriti.
La notizia è venuta dalle autorità nigeriane che hanno parlato di “un errore” compiuto da un caccia dell’aeronautica nigeriana in missione nello stato di Borno al confine con il Camerun, proprio contro gli integralisti islamici dell’organizzazione terrorista Boko Haram.
La Croce Rossa ha comunicato che sei suoi volontari sono stati uccisi e 13 feriti, Medici senza Frontiere ha parlato di morti e feriti tra i suoi dottori e operatori umanitari.
Il governo ha inviato nella regione, isolata e difficile da raggiungere, elicotteri che fanno la spola per cercare di portare via i feriti che potrebbero essere curati nei confinanti Camerun e Ciad, dove sono operativi ospedali da campo e strutture sia di Msf che della Croce Rossa.
Il generale Lucky Irabor, comandante dell’offensiva in atto da qualche mese contro i Boko Haram nel nord-est della Nigeria, ha confermato il bombardamento “per sbaglio” nella regione. È la prima volta che i militari ammettono di aver colpito un obiettivo civile, benchè già in passato testimoni avessero denunciato incursioni dei caccia di Abuja. Ma quella di oggi è una strage senza precedenti, dalle dimensioni enormi.
Nel suo comunicato il generale ha detto di aver ordinato la missione basandosi su informazioni relative ad un raggruppamento di Boko Haram proprio in un’area e nella zona indicata da quelle coordinate.
Ma ha aggiunto che è presto per sapere se si è trattato di un errore tattico o geografico. In ogni caso, ha sottolineato, è chiaro che l’aeronautica militare non prende di mira i civili volutamente.
Sulla vicenda, ha aggiunto, è stata aperta un’inchiesta anche se è probabile che il pilota del caccia abbia creduto di attaccare un accampamento di Boko Haram.
Il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, ha espresso il proprio sgomento per la perdita di vite umane e ha invitato alla calma la popolazione e le autorità . Ma uno dei responsabili delle attività umanitarie nella zona non ha risparmiato le parole di condanna. “Questo attacco su larga scala contro persone inermi e vulnerabili che già erano state costrette a fuggire da situazioni di violenza estrema – ha detto – è scioccante e inaccettabile”.
Il campo profughi colpito dal raid aereo era infatti stipato da sfollati costretti ad abbandonare i loro villaggi dalle sanguinarie incursioni dei Boko Haram.
Solo negli ultimi sette anni la guerra scatenata dai jihadisti che vogliono introdurre la legge islamica ha provocato oltre 20.000 morti e più di due milioni di profughi.
Qualcuno avvisi il governo italiano…
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 17th, 2017 Riccardo Fucile
ALTRO CHE CONTROLLO DEI BARCONI, PER RISOLVERE IL PROBLEMA LIBICO CI VOGLIONO POLITICI AVVEDUTI, NON POLIZIOTTI MANCATI
Il comando militare dell’Est della Libia ha dichiarato di aver respinto l’offerta del governo italiano di medicinali e di altri aiuti umanitari che il ministro degli Esteri Angelino Alfano aveva annunciato di voler inviare a Tobruk.
L’esercito del generale Khalifa Haftar, che non riconosce il governo di Fajez Serraj a Tripoli, ha detto che “rifiutiamo qualsiasi aiuto dall’Italia prima che le sue le navi da guerra e le truppe italiane abbiano lasciato Tripoli e Misurata”.
Alfano aveva fatto quest’offerta di aiuti umanitari dopo che media e leader politici in Cirenaica da giorni avevano iniziato ad accusare l’Italia di avere una nuova “politica coloniale” a Tripoli, di volersi “ingerire negli affari interni della Libia”, e di essersi schierata con il governo di Tripoli, che Haftar boicotta.
“Non possiamo lamentarci dell’attenzione russa verso Haftar”, aveva detto Alfano, “ma dobbiamo agire interloquendo anche con l’Est” della Libia. E proprio oggi alle Camere il ministro degli Esteri ha ripetuto che “noi siamo stati i primi a dire che un ruolo per Haftar era indispensabile”.
Alfano cita l’attenzione russa verso il generale confermata dalla visita che l’ufficiale ha compiuto su una portaerei russa al largo della Cirenaica, un segnale politico e anche militare molto forte di Mosca a favore del generale-dissidente.
Da mesi Haftar non nasconde l’ambizione di arrivare a controllare tutta la Libia, e suoi ufficiali hanno fatto dichiarazioni molto bellicose, sostenendo che le truppe del Libyan National Army sono pronte a invadere Tripoli per controllarla.
In verità l’esercito di Haftar è schierato nell’Est del paese (la Cirenaica), e da mesi combatte contro alcuni gruppi di islamisti e integralisti.
Ma nell’Ovest, alle spalle di Tripoli, alcune milizie come quelle di Zintan potrebbero muoversi in alleanza con Haftar contro il governo e le milizie della capitale.
Con la visita a bordo della portaerei “Ammiraglio Kuznetsov”, la Russia in qualche modo ha offerto sul campo militare una conferma del sostegno politico al generale. Un’alleanza che chiaramente fa comodo al generale ex gheddafiano, ma che permette alla Russia di avere voce in capitolo in un altro paese arabo, la Libia, dopo aver realizzato buona parte dei suoi obiettivi in Siria e dopo essersi assicurata una rapporto privilegiato con l’Egitto del generale Al Sisi, un Paese che ha un’importanza strategica in Libia.
In tutto questo la posizione italiana è molto delicata: con ritardo sulla richiesta dei leader libici, in ottobre la Difesa italiana aveva schierato un ospedale da campo a Misurata per sostenere le milizie libiche impegnate nella battaglia contro l’Islamic Stare a Sirte.
L’ospedale doveva essere un segnale dell’impegno dell’Italia a favore del governo riconosciuto dall’Onu. E anche la riapertura dell’ambasciata d’Italia a Tripoli è stata un segnale politico assai importante per il Consiglio presidenziale di Serraj.
Da giorni però l’Italia è nel mirino dei politici vicini ad Haftar che non hanno nessuna intenzione di accordarsi col governo Serraj, e che sbeffeggiano Roma, accusandola di una politica di “conquista coloniale” per screditare l’impegno preso a favore del governo Serraj. Il gesto di Alfano, quello di offrire medicinali ad Haftar che aveva appena ricevuto il clamoroso impegno di appoggio della Russia, viene quindi ridicolizzato, come un tentativo tardivo di offrire un’elemosina ad Haftar che nel frattempo ha il pieno sostegno economico, politico e probabilmente anche militare di Russia, Egitto ed Emirati.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 14th, 2017 Riccardo Fucile
IL PREMIER TRUDEAU MANDA UN AVVERTIMENTO A TRUMP: “I MIGRANTI SONO UNA FONTE DI RICCHEZZA”
In attesa dell’insediamento di Donald Trump e di capire le sue prime mosse politiche concrete sui temi dell’immigrazione, il Canada rimarca con forza la sua politica dell’accoglienza, distantissima, almeno per ora, da quella del presidente eletto americano.
E lo fa con le dichiarazioni del suo premier, il liberale Justin Trudeau, e con una nomina significativa, frutto di un rimpasto di governo, che vede arrivare sulla poltrona di ministro dell’Immigrazione Ahmed Hussen, l’anti Trump per eccellenza.
Il 39enne di origine somala, sbarcato nel Paese da solo, da profugo nel 1993, all’età di 16 anni, dopo il lungo viaggio da Mogadiscio, ha vissuto tutta la penosa trafila dell’accoglienza e poi della richiesta di cittadinanza.
Entro il 2017, il Canada prevede di portare a 300.000 il numero degli immigrati, la maggioranza di loro accolti per motivi economici, dunque non rifugiati politici. Hussen, fuggito dalla Somalia devastata dalla guerra, fa il suo ingresso nel Parlamento di Ottawa, ma non vuole rimarcare con il senso del vittimismo le sue radici: «Io sono canadese, mi sento canadese. Il mio Paese è la mia eredità e sono fiero della mia eredità , non cambierò, ma la mia missione è dare il mio contributo al Canada».
E dire che, nel 2004, il Toronto Star, il quotidiano con la più alta diffusione in Canada, parlò di lui come «uno da tenere d’occhio», ma durante un’intervista il giovane e promettente studioso di legge disse: «Io non diventerò mai un politico, piuttosto voglio lavorare nelle retrovie».
Ora, quell’intervista è appesa nel suo studio.
L’immagine dei profughi, secondo le sue dichiarazioni, «deve pian piano cambiare, sono conscio di come la comunità dei migranti sia stigmatizzata, la percezione dovrà essere un’altra», fermo restando i problemi che rendono difficile l’integrazione, tra povertà e disagio dei giovani che arrivano nel Paese.
Giovani come lui, che ora è padre di tre figli, per molti anni ha vissuto con il fratello in case popolari, «e questo mi ha permesso di risparmiare i soldi per l’università », ha raccontato.
«I richiedenti asilo non sono criminali — ripete spesso -. Sono esseri umani che hanno bisogno di protezione e assistenza, sono meritevoli del nostro rispetto».
AVVISO A TRUMP
Il suo arrivo nel governo di Justin Trudeau potrebbe non essere una svolta solo di facciata.
Trudeau prende distanza dalla politica (per ora fatta di annunci, accusata di razzismo) di Trump e proprio ieri ha sferrato un attacco al presidente eletto, anche se non lo ha nominato direttamente.
Parlando dei rapporti tra Canada e Stati Uniti, il premier canadese ha assicurato che il suo Paese avrà un «rapporto costruttivo con la nuova amministrazione americana» ma, ha aggiunto secondo quanto riportato dalla Cnn, intervenendo al Comune di Belleville in Ontario, «ci sono questioni che ci stanno a cuore e che gli americani non hanno messo tra le loro priorità ».
Non mi tirerò mai indietro, ha spiegato Trudeau rispondendo ad una domanda su come l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca potrà influenzare i rapporti con Washington, «di fronte alla difese della cause in cui credo. Anche se dovrò urlare al mondo che l’immigrazione è una fonte di forza per il Canada e che i canadesi musulmani sono una parte essenziale del successo del nostro paese oggi e in futuro». Hussen sostituisce John McCallum, un veterano della politica che sta per diventare l’inviato del Canada in Cina, dopo il grande lavoro con il governo Trudeau, per portare nel Paese oltre 39.000 profughi siriani negli ultimi 13 mesi.
Letizia Tortello
(da “La Stampa”)
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Gennaio 14th, 2017 Riccardo Fucile
IL 41ENNE OLANDESE TAES BILL MONTI GUIDAVA LE FORZE SPECIALI DEL CALIFFATO IN CITTA’
Un altro duro colpo per l’Isis a Mosul.
L’esercito iracheno ha ucciso, in uno scontro a fuoco nel quartiere di Muhamdiseen, il comandante dei foreign fighters, il 41enne olandese Taes Bill Monti, conosciuto con il nome di battaglia di Abu Omer Hollandi.
Hollandi guidava l’unità d’èlite degli Inghimasi, cioè quelli che combattono “immersi” dietro le linee del nemico.
In sostanza le truppe speciali del Califfato che hanno resistito per tre mesi nella parte a Est del fiume Tigri e inflitto durissime perdite alle forze irachene.
Gli Inghimasi sono quasi tutti stranieri, con una forte componente di caucasici e uzbeki, ma erano guidati da un europeo.
Hollandi è uno dei 150 olandesi che si stima sia andati a combattere nel Califfato. La sua eliminazione indebolisce ancora di più le difese dell’Isis a Mosul Est, ora liberata all’80 per cento.
Oggi siamo entrati nel 89esimo giorno dell’offensiva, cominciata il 17 ottobre. I comandi iracheni contano di liberare completamente Mosul entro marzo.
L’Isis sta rinunciando a Mosul Est e si prepara a resistere a Ovest del fiume Tigri, dove ci sono i quartieri medievali della Medina, con vie strette che facilitano la guerra urbana e gli agguati.
Giordano Stabile
(da “La Stampa“)
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Gennaio 13th, 2017 Riccardo Fucile
APERTA INDAGINE SU INTERFERENZE… CHE SIA IL NUOVO CORSO DI TRUMP?
La trasmissione Usa si interrompe all’improvviso e subentrano le immagini di Russia Today.
Un episodio che farà discutere quello del live stream di C-Span, canale televisivo Usa di politica, che è stato interrotto da 10 minuti di programmazione della tv di Mosca in lingua inglese, Russia Today (Rt)
L’interruzione è avvenuta durante la trasmissione di una seduta del Congresso statunitense mentre la deputata Maxine Waters parlava della Security Exchange Commission (Sec), intorno alle 14 ora locale.
C-Span, in una nota, ha annunciato l’apertura di un’indagine. “Stiamo attualmente analizzando l’accaduto e lavorando alla sua risoluzione. Poichè Rt è uno dei network che monitoriamo regolarmente, lavoriamo partendo dal presupposto che si sia trattato di un problema interno di ‘routing'”, cioè di indirizzamento, ha spiegato C-Span. L’interruzione era stata segnalata via Twitter dalla stessa Rt, ironizzando sulle teorie cospirazioniste che avrebbe scatenato.
(da agenzie)
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