Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
CON FIDEL PATRIA E RIVOLUZIONE ERANO UNA IDENTITA’ UNICA… ORA IL CONTROLLO DEL PAESE E’ NELLE MANI DELLE FORZE ARMATE
Quanto lontana ci sembra, oggi, questa morte di Fidel Castro, lontana da un nostro tempo ora affannato, travolto da guerre e migrazioni che ne mutano storia, equilibri, futuro.
Che c’entra più quel Fidel rivoluzionario con Putin, con Trump, anche con Jinping o Assad.
Oggi la «rivoluzione» stenta a identificarsi, ha connotazioni e spasmi che si consumano nei torcimenti di bandiere nere nel vento di un misticismo illusionista, o vaga miseramente nelle frustrazioni di brandelli marginali di società esclusi dalle accelerazioni del tempo elettronico.
E com’era patetico l’annuncio che Raàºl faceva in televisione della morte del fratello, quando il rituale d’una liturgia ormai fatta di sola retorica gli imponeva di terminare la breve lettura con le parole di un’eternità che non esiste più: «Hasta la victoria siempre».
La realtà stringe e domina, amara, spietata, che di un’utopia presto impossibile fa una realtà da tempo stanca e spassionata, una routine di sopravvivenza quotidiana che seppellisce il mito con la cremazione del Làder Mà¡ximo, un leader che però «massimo» lo era ormai soltanto nelle parole stinte di una devozione che ha la stessa scoloritura degli slogan rivoluzionari sui muri del Malecà³n, consumati dal vento indifferente che monta su dall’oceano.
Con Miami e «el imperialismo» ad appena un soffio di brezza.
Integrando nazionalismo (il nazionalismo di Josè Martà e Manuel de Cèspedes) con la rivolta degli esclusi dalla Storia, i dannati della terra, Fidel Castro aveva costruito una società dove patria e rivoluzione avevano una identità unica, che prometteva a portata di mano il riscatto felice dalle oppressioni della esistenza comune, individuale e collettiva.
Poi però, presto, la rivoluzione-progetto diventò rivoluzione-regime; l’illusione si spense amaramente nella chiusura d’ogni spazio di dibattito liberale, ma conservando comunque alcune reali conquiste sociali, che hanno fatto di Cuba un’isola preziosa nella miseria diffusa di un Terzo Mondo schiacciato ovunque dalla repressione: quella «democrazia sociale» sostenuta da una (tendenzialmente) equa distribuzione delle poche risorse, la cura attenta per la salute di tutti, una istruzione pubblica gratuita e garantita come strumento reale di crescita.
Questo, resta. È l’eredità di Fidel, il suo lascito a quella Storia che lui chiamava a giudice finale del proprio operato.
Ma è una eredità che non basta a reggere i conti spietati d’una economia fatta di troppe ambizioni (e troppi errori) per le misere risorse d’una autarchia che si misura nei processi della globalizzazione, e paga la sua asfittica produttività con il bisogno di investimenti che irridono «el socialismo» degli slogan.
Se questa morte di Fidel fosse arrivata una decina di anni fa, forse anche più, tutta l’impalcatura della Revolucià³n avrebbe subito una scossone drammatico, al rischio di metterne in crisi la stessa capacità di sopravvivenza. –
Da qualcuno si sarebbe temuta, e anche sperata, una rivolta interna, scontri sociali destabilizzanti, forse anche le armi.
Ma quel tempo è finito: la normalizzazione con gli Usa, la visita di Obama, la bandiera americana che sventola sul Malecà³n, hanno disarmato i furori dell’anticastrismo, e Putin ha ben altre ambizioni che risollevare dalla polvere il mito dell’internazionalismo comunista.
Gli esuli cubani che ballavano felici per le strade della Little Habana, a Miami, celebravano il rituale del sacrificio ma erano consapevoli ch’era soltanto un rituale; la controrivoluzione non si fa con un ballo.
Gli yacht e le grandi barche approntati nei porti di Key West e Miami per trasbordare a Cuba le ondate di esuli all’assalto del regime, dopo l’annuncio della morte di Fidel, ora resteranno all’attracco a consumare dondolando le illusioni di un tempo che non c’è più.
E cosa riserva, questo nuovo tempo, a Cuba, oggi, con la morte del simbolo della Revolucià³n.
Certamente la continuità , ma una continuità che ha appena l’ombra del gattopardismo di Tomasi: il controllo del paese è saldamente nelle mani delle forze armate, e le forze armate sono saldamente nelle mani di Raàºl.
Il regime tiene; ha bisogno di risorse, di aiuti, di investimenti, ma tiene.
E Raàºl ha preparato da tempo il cambio, all’interno di un «modello» che è più vicino ad Hanoi che a Pechino ma, comunque, fonda la propria sopravvivenza sul controllo fermo dello spazio politico e però, contemporaneamente, offre aperture e incentivi sui processi economici.
L’integrità del modello subirà certamente erosioni e mutamenti progressivi, proprio come effetto della sua stessa dinamica; ma intanto appare solido, inattaccabile, all’interno come anche nei suoi spazi esterni.
E le spinte «controrivoluzionarie» – comunque sicuramente attive, operanti — dovranno subire la realtà di un regime che ha cambiato pelle pur mantenendosi dentro il simulacro della propria storia.
Qualche ragione Raàºl doveva averla, l’altra notte, quando — la voce spezzata da un pianto di fratello — chiudeva il suo annuncio: «Hasta la victoria siempre».
Mimmo Cà ndito
(da “La Stampa”)
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Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
AVEVA 90 ANNI, E’ SOPRAVVISSUTO A DIECI PRESIDENTI DEGLI STATI UNITI… DALLA RIVOLUZIONE AL DISGELO CON WASHINGTON
L’ex presidente cubano Fidel Castro, leader della rivoluzione comunista dell’isola è morto all’età di
90 anni. Lo ha annunciato la tv di stato cubana.
«Oggi, 25 novembre, alle 10:29 della notte è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz»: lo scrive il sito web ufficiale Cubadebate.
Il corpo di Fidel Castro sarà cremato nelle prossime ore, ha detto Raul Castro annunciando in tv la morte del fratello.
Cuba ha dichiarato nove giorni di lutto nazionale. I funerali si terranno domenica 4 dicembre.
TUTTA LA VITA DI CASTRO
Fidel Castro, eroe per la sinistra nel mondo e dittatore sanguinario per i nemici, è stato protagonista di una piccola isola caraibica per quasi sessant’anni, sulla scia della sua tenace battaglia contro la maggior potenza del mondo, gli Stati Uniti.
Nato a il 13 agosto 1926 a Biran, figlio del proprietario terriero spagnolo Angel Castro e della cubana Lina Ruz, ha studiato prima nei collegi La Salle e Dolores di Santiago de Cuba, poi, dal 1941 al 1945, a L’Avana, nella prestigiosa scuola gesuita di Belen, periodo che incide fortemente nella sua formazione culturale, così come in quella del fratello, Raul.
Qualche anno dopo la laurea in legge si candida alle presidenziali, progetto subito frustrato per il golpe del 10 marzo di Fulgencio Batista.
La sua risposta è l’assalto alla Caserma della Moncada, il 26 luglio 1953.
Per Fidel fu un disastro: i ribelli vennero catturati e 80 di loro fucilati. Catro è condannato a 15 anni di prigione e, nella sua difesa finale, pronuncia il famoso discorso su «La storia mi assolverà », in cui delinea il suo sogno rivoluzionario.
Dopo il carcere, amnistiato, va in esilio negli Usa, poi in Messico: è qui che conosce Ernesto Guevara.
Insieme al Che, Raul ed altri 79 volontari, nel’56 sbarca nell’isola a bordo del Granma.
Il gruppo, sorpreso dalle truppe di Batista, viene decimato: in 21 riescono a rifugiarsi nella Sierra Maestra. I due anni di guerriglia mettono alle corde il dittatore. Il 1/o gennaio 1959, i barbudos entrano trionfalmente a L’Avana. Castro lo fa qualche giorno dopo.
Fino al trionfo della revolucion, l’isola viveva del commercio con Washington. Dopo la presa del potere di Fidel, il paese divenne un campo di battaglia della guerra fredda. Cuba riesce comunque a resistere al duro embargo americano e ad un attacco militare, quello della Baia dei Porci, organizzato dalla Cia formato da cubani reclutati all’estero.
È poi stata al centro della crisi dei missili nel 1962 che ha rischiato di trascinare il mondo in una guerra nucleare mondiale.
Forte di un inossidabile carisma e affascinante capacità oratoria, Fidel è stato per decenni il `nemico numero uno’ di Washington: con il risultato che, mentre accresceva la sua dipendenza dall’Urss, appoggiava i movimenti marxisti e le guerriglie in America Latina ed in Africa, diventando tra i leader del movimento dei Paesi non Allineati.
Nel frattempo, si sposa con Dalia Soto del Valle. Hanno cinque figli: Alexis, Alexander, Alejandro, Antonio e Angel.
Il lider maximo, con una vita privata nella quale realtà e mito s’intrecciano, è sopravvissuto a dieci presidenti Usa e – ha più volte ricordato – a 600 attentati.
Perfino nel crepuscolo del suo mandato, Fidel e il sistema politico cubano sono riusciti nel bene e nel male a resistere alla disintegrazione socialista e al crollo dell’Urss nel ’91.
Per i cubani, Castro è stato il Comandante, oppure semplicemente Fidel, sul quale sono state costruite tante storie: «non dorme mai», «non scorda nulla», «è capace di penetrarti con lo sguardo e sapere chi sei», «non commette sbagli».
Castro ha d’altro lato esibito una devozione per le cifre e dati, nascondendo caratteristiche come il pudore e lo scarso interesse, raro per un cubano, per la musica e il ballo.
Ha sempre avuto una salute di ferro fino all’improvvisa e grave emorragia all’intestino avuta al rientro di un viaggio dall’Argentina poco prima di compiere 80 anni.
Malato, dopo aver delegato il potere al fratello Raul – prima in modo provvisorio il 31 luglio 2006, poi definitivamente nel febbraio 2008 – ha così cominciato il conto alla rovescia verso la fine di una vita leggendaria.
L’era di Fidel si scioglie lentamente, in mezzo a una nuova Cuba ogni volta più `raulista’, tra una serie di riforme economiche e la mano ferma del potere sul fronte politico: di sicuro una transizione, la cui portata è però difficile da capire.
La data chiave della nuova era è il 17 dicembre 2014: quel giorno, a sorpresa e con la mediazione di Bergoglio, L’Avana e Washington annunciano il `disgelo’ bilaterale. Fidel assiste da lontano al `deshielo’, ogni tanto scrive qualcosa ribadendo concetti quali la `sovranità nazionale’ e il `no all’impero’. Ma in sostanza a dettare il ritmo dei cambiamenti ormai è Raul.
Con lunghi periodi di assenza dal pubblico, i limiti al suo mandato Fidel li aveva fissati nel 2003, dirigendosi ai cubani: «Rimarrò con voi, se lo volete, finchè avrò la consapevolezza di potere essere utile, se prima non lo decide la stessa natura. Nè un un minuto prima nè un secondo dopo».
(da “La Stampa”)
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Novembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
LA REDAZIONE DEL GIORNALE FINANZIARIO SPACCATA: EDITORIALE PER IL NO, ALTRE FIRME PER IL SI’ AL REFERENDUM
L’Economist per il no nel referendum italiano, ieri. L’Economist per il sì nel referendum italiano,
oggi.
Sempre dell’Economist si tratta, ma le opinioni su come l’Italia dovrebbe votare nella sfida del 4 dicembre divergono.
Sul numero del settimanale in edicola da giovedì, un editoriale ha spiegato “perchè votare no”. Ma sul numero annuale dell’Economist in edicola da stamane, The World in 2017, che raccoglie analisi, commenti e previsioni sull’anno in arrivo, un articolo afferma che la scelta migliore per il nostro paese sarebbe invece quella di votare sì. Come spiegare la contraddizione?
Non con il cosiddetto “cerchiobottismo”, che non appartiene alle tradizioni giornalistiche locali. Più probabilmente con il fatto che la redazione dell’autorevole settimanale si è spaccata su questa decisione, come del resto confermato dalle indiscrezioni raccolte da “Repubblica” dopo che si è diffusa la notizia dell’editoriale di ieri per il no.
La novità è che su The World in 2017, un numero speciale che resta in vendita per mesi se non per tutto l’anno e che gli abbonati al settimanale ricevono generalmente in omaggio, l’Economist si schiera decisamente per il sì.
Una differenza è che, mentre gli articoli del settimanale non sono firmati, quelli del numero annuale lo sono e dunque rappresentano in primo luogo l’opinione di chi li scrive.
Un’altra è che l’editor ossia il direttore di The World in 2017 è Daniel Franklin, mentre la direttrice del settimanale è Zannie Minton Beddoes.
Ma in copertina di entrambi c’è scritto The Economist, i giornalisti sono gli stessi e rappresentano la stessa filosofia editoriale. In un certo senso l’edizione annuale è una “costola” o supplemento del settimanale.
L’articolo di The World in 2017 sul referendum è firmato da John Hooper, da molti anni corrispondente da Roma dell’Economist (sia del settimanale che per il numero annuale), uno dei più noti giornalisti della testata (è stato anche a lungo corrispondente dall’Italia del Guardian).
E’intitolato “La scommessa di Renzi” (sottotitolo: “il destino dell’Italia in sospeso”). Dopo avere spiegato come si è arrivati al referendum, l’autore nota che le riforme proposte dal quesito “mirano a rendere l’Italia un paese più governabile”.
Aggiunge che disgraziatamente il referendum è diventato un voto personalizzato sul presidente del Consiglio Renzi e sulle sue chances di mantenere l’incarico.
Per poi concludere così: “Con un voto sì, l’Italia comincerà il 2017 con una possibilità di lasciarsi alle spalle il suo primato di governi instabili e leggi inefficaci. Con un no, si troverà a confrontarsi con uno scenario deprimente e familiare di instabilità politica e forse anche economica”.
Viceversa, secondo il settimanale, l’Italia dovrebbe votare no nel referendum del 4 dicembre.
Il nostro paese ha effettivamente bisogno di ampie riforme, afferma un editoriale, “ma non quelle proposte” da Renzi. L’Economist scrive che il premier ha rappresentato una grande speranza di cambiamento e che il referendum, nelle sue intenzioni, serve appunto a realizzare quei cambiamenti di cui l’Italia ha bisogno per far crescere l’economia nazionale e non essere più “la principale minaccia alla sopravvivenza dell’euro”.
Ciononostante, come sostiene fin dal titolo dell’articolo, l’Economist non ha dubbi: “L:’Italia deve votare no”.
Le modifiche costituzionali proposte da Renzi, osserva il settimanale, non affrontano il vero problema, che è il rifiuto italiano di fare le necessarie riforme.
“Ogni secondario beneficio” ricavato dalle modifiche in questione verrebbe contraddetto dalle conseguenze negative, “soprattutto il rischio che, cercando di mettere fine all’instabilità che ha dato all’Italia 65 governi dal 1945, si crei un uomo forte. Questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi ed è vulnerabile in modo preoccupante al populismo”.
E’ vero che il sistema bicamerale italiano produce uno stallo e riformarlo sembrerebbe logico, prosegue l’editoriale, “ma i dettagli della riforma insultano i principi democratici”. Il senato “non sarebbe eletto”, bensì composto di membri di assemblee regionali e sindaci: e il giornale nota che i poteri locali in Italia sono spesso i più corrotti. In secondo luogo la riforma concede al partito di maggioranza alla Camera “un immenso potere, dando al maggiore partito il 54 per cento dei seggi e la garanzia di governare cinque anni”.
Il rischio che il settimanale britannico intravede è che a beneficiare di queste condizioni sarebbe in futuro Beppe Grillo: “Lo spettro di Grillo come primo ministro, eletto da una minoranza e tenuto al potere dalle riforme di Renzi, è una possibilità che molti italiani e grane parte dell’Europa giudicano preoccupante”.
E come valutare allora il “rischio di un disastro” se il referendum sarà bocciato, cioè dell’instabilità in Italia e di un’altra crisi per l’Unione Europea?
L’Economist conclude così l’editoriale: “Le dimissioni di Renzi potrebbero non essere la catastrofe temuta da molti in Europa. L’Italia potrebbe mettere insieme un governo tecnico ad interim, come ha fatto molte volte in passato. Se invece un referendum perduto scatenasse il collasso dell’euro, allora sarebbe un segnale che la moneta europea era così fragile che la sua distruzione era solo questione di tempo”.
Secondo indiscrezioni raccolte da “Repubblica”, la decisione di schierarsi per il no ha spaccato la redazione.
Da una parte la direttrice Zanny Minton Beddoes e alcuni giovani editorialisti, dall’altra – schierati per il sì e fortemente perplessi sulla scelta opposta – il corrispondente dall’Italia, i responsabili dei servizi sull’Europa e altri commentatori e redattori.
Commenta una fonte dall’interno della redazione del giornale: “Abbiamo appoggiato Remain nel referendum sulla Ue e Hillary Clinton nelle presidenziali americana. La nostra decisione di appoggiare il no nel referendum in Italia potrebbe diventare il bacio della morte”.
Nel senso di un terzo endorsement sconfitto alle urne.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 24th, 2016 Riccardo Fucile
FA QUELLO CHE HILLARY NON PUO’ FARE…POTREBBERO ESSERCI GROSSE SORPRESE
Se Hillary Clinton non si muove, malgrado le pressioni degli attivisti dem, ci pensa Jill Stein.
La candidata dei Verdi alle elezioni presidenziali americane sta raccogliendo i soldi necessari per chiedere un riconteggio del voto dell’8 novembre scorso in tre Stati – Michigan, Pennsylvania e Wisconsin – determinanti per la vittoria di Donald Trump.
Stein ha lanciato ieri sera una pagina web di raccolta fondi e in poche ore ha raccolto oltre 2,5 milioni di dollari che servono per chiedere di ricontrollare le schede in Wisconsin entro la scadenza di domani.
La motivazione alla base della richiesta della candidata dei Verdi – che non ha velleità di vittoria in nessuno Stato – è che esistono “prove convincenti di anomalie nel voto”, legate all’intervento di hacker stranieri.
In una nota Stein ha affermato che “queste preoccupazioni vanno indagate prima che le elezioni 2016 vengano certificate. Meritiamo elezioni di cui ci possiamo fidare”.
La campagna di Stein spera di raccogliere i 6-7 milioni di dollari che servono per chiedere di ripetere lo spoglio in tre Stati.
Un gruppo di accademici e attivisti democratici aveva lanciato un appello a Hillary Clinton perchè muovesse un passo ufficiale per chiedere il riconteggio.
Tuttavia la posizione di Hillary è particolarmente delicata, perchè per tutta la campagna elettorale ha criticato le esternazioni di Donald Trump sui possibili brogli elettorali.
Trump ha battuto la Clinton a sorpresa e con uno stretto margine in Pennsylvania e Wisconsin e potrebbe aver vinto anche in Michigan, dove il risultato definitivo non c’è ancora.
I tempi sono stretti: entro domani è necessario chiedere il riconteggio in Wisconsin, dove il margine di vittoria di Trump è di 0,7 punti. In Pennsylvania il margine è di 1,2 punti, la scadenza è lunedì. In Michigan Trump risulta avanti di appena 0,3 punti, ma c’è tempo fino al 30 novembre per chiedere il “recount”.
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2016 Riccardo Fucile
L’APPELLO DEGLI ESPERTI: CONTROLLARE VOTO ELETTRONICO IN MICHIGAN, PENNSYLVANIA E WISCONSIS… IPOTESI ERRORI E SABOTAGGI
Proprio sicuri che abbia vinto Trump? Cresce ora dopo ora la pressione per spingere Hillary Clinton
a chiedere ufficialmente il “Recount”, il riconteggio dei voti elettronici che ne hanno decretato una più che sorprendente sconfitta di stretta misura in tre Stati chiave: Michigan, Pennsylvania e Wisconsin.
Il sospetto, sollevato da un gruppo di esperti americani guidato dall’avvocato specialista nel diritto di voto John Bonifaz e dal direttore del Centro per la sicurezza elettronica dell’Università del Michigan, J. Alex Halderman, è che a promuovere il tycoon non siano stati gli elettori ma un errore elettronico, forse una cospirazione messa a segno da hacker stranieri (russi, secondo un lungo copione di accuse) per ribaltare il risultato.
Analisti, universitari e attivisti democratici stanno preparando un rapporto destinato alle autorità parlamentari e federali sulla vulnerabilità del sistema e sulle imprevedibili stranezze verificatesi in alcune contee dei tre Stati in cui il passaggio al voto elettronico ha stravolto a vantaggio dei repubblicani il tradizionale esito del voto fedele ai democratici.
I sabotatori, secondo loro, avrebbero potuto agire via Internet dove il sistema è connesso; ma avrebbero potuto colpire anche dove non lo è, attraverso un virus informatico.
Per il momento, lo staff di Hillary Clinton non ha presentato alcuna richiesta ufficiale di riconteggio. Ma secondo il New York Magazine, che per primo ha rivelato l’esistenza della campagna a favore del “Recount”, il capo della campagna elettorale della candidata sconfitta ha incontrato il gruppo di esperti e ha discusso “privatamente sulla correttezza del risultato del voto” con la presidentessa del Comitato nazionale democratico, Donna Brazile.
Mentre monta l’onda di chi chiede a Hillary di avanzare una richiesta formale di riconteggio, tuttavia, la clessidra per proporre il ricorso sta inesorabilmente esaurendo la sabbia: in tutti e tre gli Stati la “dead line” è nei prossimi giorni.
La prima – per il Wisconsin – è addirittura imminente.
Si tratta di sospetti nati dall’incrocio tra quattro fattori: il margine sottilissimo; i precedenti (come la Contea di Palm Beach in Florida, quando nel 2012 il risultato di due consigli comunali cambiò colore e vincitore dopo la verifica sul cartaceo dell’esito ufficiale elettronico); la labilità del sistema, che gli esperti considerano elevata (soprattutto in Pennsylvania dove il 96 per cento delle schede elettorali non ha una traccia cartacea di supporto e verifica, a differenza del Wisconsin e soprattutto del Michigan considerati più sicuri); infine, la perplessità di un risultato che ha virato a vantaggio di Trump nonostante la netta vittoria di Hillary nel voto popolare, con 64.227.373 voti ottenuti contro i 62.212.752
Un risultato simile, un presidente eletto con 1,5% di voti in meno dello sfidante battuto in virtù del complesso sistema elettorale americano, non si vedeva dal 1876. E allora furono venti, i collegi elettorali in cui si aprirono dispute sul vincitore.
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
A CONTEGGI ULTIMATI SI SCOPRE CHE LA CLINTON NEL VOTO POPOLARE HA VINTO CON CIRCA 2 MILIONI DI VOTI IN PIU’ DI TRUMP
Hillary Clinton deve chiedere un “recount”. 
Un comitato di analisti, universitari e attivisti democratici, di cui fa parte il National Voting Rights Institute, chiede alla candidata uscita sconfitta dalle urne lo scorso 8 novembre di muovere un passo ufficiale e contestare la vittoria di Donald Trump, chiedendo un nuovo conteggio dei voti negli Stati chiave delle presidenziali.
Il motivo è che, a loro modo di vedere, seri indizi fanno sospettare che il trionfo del tycoon sia stato favorito dall’intervento di hacker stranieri, specialmente russi.
Secondo fonti citate dal Guardian, questo comitato presenterà la prossima settimana un rapporto alle autorità federali e al Congresso americano, un documento di 18 pagine che analizzerà nel dettaglio il voto in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, stati in cui Trump è riuscito a prevalere con un margine molto ristretto (addirittura il Michigan non è ancora assegnato ufficialmente).
“Sono interessata a verificare il voto”, dice al Guardian Barbara Simons, esperta di voto elettronico.
“Il nostro Paese ha bisogno di un’indagine pubblica e approfondita del Congresso sul ruolo che potenze straniere hanno svolto negli ultimi mesi fino al voto di Novembre” avevano scritto in una lettera aperta ai parlamentari una decina di accademici esperti di analisi dei flussi elettorali e di cybersecurity.
I teorici del complotto hacker vedono alcuni indizi, ad esempio, nel voto al Cedarburg Community Center di Milwaukee, in Wisconsin, dove Trump ha preso via Internet un numero di voti sproporzionato rispetto a quelli ottenuti con le tradizionali schede elettorali cartacee.
Il guru delle analisi elettorali in America, Nate Silver, fondatore del sito Fivethirtyeight, spiega tuttavia questa divergenza con le differenze di razza e istruzione, che hanno inciso molto sul voto all’uno e all’altro candidato alle presidenziali.
Secondo il New York Magazine, il capo della campagna elettorale di Clinton, John Podesta, ha incontrato gli attivisti e secondo fonti ben informate del Guardian lo stesso Podesta avrebbe affrontato il tema anche con la presidente del Comitato nazionale democratico Donna Brazile, riflettendo con lei sulla correttezza del risultato del voto.
Per Hillary Clinton, tuttavia, che ha attaccato più volte Donald Trump per aver denunciato il pericolo di brogli, non è una situazione semplice da gestire nè un passo agevole da compiere.
Il conteggio dei voti non è ancora terminato.
Hillary è in vantaggio netto, almeno 1,7 milioni di preferenze, rispetto a Donald Trump. Un distacco che potrebbe addirittura superare i 2 milioni di voti.
Per questo nell’occhio del ciclone dall’8 novembre scorso è il sistema elettorale americano, che dà la vittoria al candidato che ottiene la maggioranza dei seggi elettorali assegnati dai diversi Stati, 290 per Trump, 232 per Clinton.
Un sistema che non piace neanche al presidente eletto: “Non sono mai stato un fan del collegio elettorale – ha detto ieri The Donald al Nyt – Andrei piuttosto con il voto popolare”.
Quello che però avrebbe assegnato la vittoria alla sua rivale.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
HA PRESO LE DISTANZE DA TUTTE LE PROMESSE FATTE IN CAMPAGNA ELETTORALE E ORA I SUOI SOSTENITORI SONO FURIOSI
Marcia indietro tutta, anche su Parigi? Donald Trump sta infliggendo una doccia fredda ai suoi sostenitori, prendendo le distanze da varie promesse della campagna elettorale.
Già diversi siti e commentatori della destra radicale sono furiosi perchè ha detto di non voler continuare le indagini su Hillary Clinton.
Nei comizi le folle urlavano entusiaste “Lock her up” (mettetela in carcere), e perfino in un duello televisivo lui glielo disse in faccia, che avrebbe nominato uno “special prosecutor” per incriminarla. Scherzava.
Ma fin qui, la retromarcia è comprensibile, perfino prevedibile. Si possono dire cose durissime in campagna elettorale, poi quando uno ha vinto volta pagina, e sotterra l’ascia di guerra.
Tanto più che Hillary agli ultimi conteggi ha preso due milioni di voti in più di lui, accanirsi con inchieste giudiziarie contro di lei oltre che una brutta vendetta sarebbe un gesto che acutizzerebbe le divisioni di una nazione già lacerata.
Ma Parigi? Qui la questione è molto più delicata.
Non solo Trump ha più volte detto di considerare il cambiamento climatico “una bufala” (o addirittura “un’invenzione dei cinesi per danneggiare la competitività dell’industria americana”); non solo ha promesso più volte di stracciare quegli accordi; inoltre ha inserito quelle promesse in un più generale piano di riabilitazione delle energie fossili, petrolio e carbone.
Oltre ad essere perfettamente in linea con la tradizione repubblicana (i Bush padre e figlio erano espressione della lobby Big Oil), quelle promesse gli valsero voti cruciali, ad esempio tra i minatori delle montagne Appalachian.
Wall Street sale dalla sua elezione, anche perchè le multinazionali energetiche festeggiano. La Famiglia Koch, potentato petrolchimico di destra che aveva avuto una certa freddezza verso Trump, ora lo appoggia.
Insomma retrocedere sull’anti-ambientalismo non gli sarà facile.
Un’avvertenza ulteriore. La frase “possibilista” su Parigi, Trump l’ha pronunciata in queste ore nel corso di un incontro con la direzione e redazione del New York Times, quotidiano liberal che lo ha osteggiato e continua ad essere fortemente critico verso di lui. Trump – anche in questo fedele al suo modello Berlusconi? – ha una certa tendenza a plasmare la sua oratoria sui gusti di chi lo sta ascoltando.
Gli piace piacere. Adora accattivarsi l’audience che ha davanti.
Se domani sera lo intervistasse un giornalista alla O’Reilly o alla Hannity su Fox News, sarebbe capace di dire cose molto diverse da quelle che ha appena detto al New York Times.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile
BLOCCATI IN TOTALE 507.603 EURO… PARTITO ALLO SFASCIO, SI DIMETTE ANCHE DIANE JAMES CHE ERA STATA NOMINATA AL POSTO DI FARAGE
L’Ukip deve restituire alla Ue 172mila euro. 
A chiederlo è il Parlamento europeo secondo cui il partito euroscettico avrebbe speso questi soldi per le elezioni generali nazionali e per il referendum sulla Brexit, cioè in attività nazionali che non possono essere finanziate con i fondi allocati dalla Ue.
La decisione arriva dopo una riunione a porte chiuse fra il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, e i 14 vicepresidenti, sulle attività dell’Alleanza per la democrazia diretta in Europa (coalizione di partiti dominata dall’Ukip).
Il dossier preso in esame dal Parlamento europeo parla di 507.623 euro in fondi richiesti dal partito per attività non autorizzate per il finanziamento europeo; ad essi si sommano 33mila euro destinati alla fondazione del partito, anch’essi usati in modo inappropriato.
Di questi fondi, 172.654,92 euro sono già sbloccati dall’Eurocamera, che dovranno essere restituiti. Il resto del denaro avrebbe dovuto essere trasferito alla fine di quest’anno e sarà quindi bloccato.
Oltre ai guai con l’Europa, Nigel Farage deve affrontare le tensioni crescenti nel suo partito.
L’ultima tegola è arrivata lunedì con l’annuncio dell’abbandono della forza politica da parte di Diane James, l’eurodeputata che era succeduta addirittura a Farage alla leadership a inizio ottobre, salvo dimettersi dopo appena 18 giorni.
James, riporta la Bbc, esce ora anche dal partito, pur annunciando l’intenzione di mantenere il seggio a Strasburgo come indipendente. “E’ giunto il tempo di guardare avanti”, ha tagliato corto, esprimendo sfiducia sulla possibilità di riformare l’Ukip e dargli nuova vita dopo la battaglia referendaria.
Farage ha commentato le dimissioni della James definendole frutto di “egoismo irrazionale”.
Mentre all’interno del partito si è aperta una nuova corsa interna alla leadership per la quale questa volta sono in lizza Paul Nuttall, Suzanne Evans e John Rees-Evans. Resta il fatto che le diserzioni ‘eccellenti’ dall’Ukip si moltiplicano: fra le ultime pure quella d’un altro eurodeputato, Steven Woolfe, a sua volta ex candidato alla leadership, che ha strappato la tessera dopo aver rischiato la vita in un diverbio con un compagno di partito finito in rissa a Strasburgo.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile
RITROVATA LA LETTERA NELL’ARCHIVIO DELLA CITTA’ DI SPIRA… DATATA 27 FEBBRAIO 1905, SANCISCE LA CACCIATA DI FRIEDRICH TRUMP DA KALLSTADT IN BAVIERA
Se Donald Trump si appresta a diventare il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America lo deve in parte anche a una lettera ingiallita dal tempo ritrovata nell’archivio della città tedesca di Spira.
Il documento, datato 27 febbraio 1905, sancisce l’espulsione del nonno del President-elect, Friedrich Trump, da Kallstadt, nell’allora Regno di Baviera.
“Al cittadino americano e pensionato Friedrich Trump va comunicato che dovrà lasciare il territorio bavarese al più tardi entro il primo maggio di quest’anno, altrimenti dovrà aspettarsi la sua espulsione”, si legge nella missiva inviata dalle autorità del distretto di Dà¼rkheim all’ufficio dell’allora sindaco di Kallstadt.
La lettera, che è stata rinvenuta dallo storico Roland Paul e viene pubblicata oggi dalla Bild, metteva la parola fine a una vicenda alquanto complicata.
Friedrich Trump era emigrato nel 1885 negli Stati Uniti, dove iniziò a lavorare dapprima come barbiere a Manhattan e accumulò in seguito una fortuna gestendo alberghi per cercatori d’oro.
Nel 1901, acquistata ormai la cittadinanza americana, decise di tornare a Kallstadt per cercar moglie e si innamorò di Elisabeth Christ, che sposò l’anno dopo.
I due si trasferirono lo stesso anno a New York.
Elisabeth non si sentiva però a suo agio, per cui nel 1904 i Trump attraversarono nuovamente l’Atlantico, stavolta in direzione opposta.
Friedrich Trump tentò di riconquistare la cittadinanza tedesca, ma le autorità locali si opposero, in quanto sospettavano che fosse partito per gli Stati Uniti per sottrarsi al servizio militare.
E così si arriva alla lettera del 27 febbraio 1905. Friedrich Trump provò a restare in tutti i modi a Kallstadt, scrivendo persino una lettera all’“amatissimo, nobile, saggio e giusto” principe reggente Luitpold, che rimase però inflessibile.
Il primo luglio 1905 i Trump lasciarono definitivamente la Germania a bordo della nave a vapore “Pennsylvania”.
Tre mesi dopo Elisabeth partorì nel Queens Frederick Christ Fred“ Trump Jr., il padre del prossimo presidente degli Stati Uniti.
Alessandro Alviani
(da “La Stampa”)
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