Destra di Popolo.net

L’IMBUCATO: L’EUROPA RIDICOLIZZA BERLUSCONI, “GLI DIAMO DUE MINUTI”

Settembre 13th, 2011 Riccardo Fucile

L’EUROPA SBUGIARDA IL TRUCCO DEL PREMIER IN FUGA DAI PM… ALTRO CHE VERTICE, GIUSTO IL TEMPO DI UN CAFFE’ ESPRESSO

C’è chi si nasconde dietro a un dito; e chi, più pudicamente, dietro un paravento.
Mr B si nasconde dietro l’Unione europea. O, almeno, ci prova.
Perchè i suoi interlocutori europei, che saranno magari vasi di coccio fra i vasi di ferro tedeschi e francesi, ma con gli italiani ci vanno (quasi) alla pari, si prestano con riluttanza alla pantomima inscenata dal Silvio nazionale, che s’inventa di dovere andare in fretta e furia a informare l’Ue sulla manovra in dirittura d’arrivo; e proprio oggi, martedì, quando doveva rispondere alle domande dei magistrati di Napoli sul caso Tarantini.
Il presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek, Ppe come lui, lo umilia in aula: “Gli potrò dedicare al massimo due minuti”, tanto vale la conclamata ‘emergenza Italia’; o tanto vale il nostro premier.
Per Van Rompuy, Barroso, Buzek, negargli l’appuntamento era diplomaticamente impossibile.
Ma, al di là  delle versioni ufficiali di questa storia, che vedremo, fonti vicine ai leader europei ne testimoniano il fastidio per essere stati messi in mezzo e ‘usati’.
L’Unione non aveva urgenza di sentire Berlusconi sulla manovra; era Berlusconi che cercava un modo di sottrarsi all’interrogatorio.
Che cosa pensa della manovra, la Commissione europea lo ha già  detto. E ieri il responsabile dell’Economia Olli Rehn ha ribadito che l’Italia deve essere pronta a nuove misure se le entrate risulteranno inferiori alle attese, cioè se la lotta all’evasione fiscale, i contributi straordinari, la riduzione della spesa pubblica e, ora, l’aumento dell’Iva non bastassero a centrare gli obiettivi di risanamento dei conti.
C’è pure il rischio che questa gita europea tra Bruxelles e Strasburgo non sia una passeggiata, ma un calvario: Mr B. cerca avalli, ma troverà  ammonimenti e se ne tornerà  a casa strigliato a lucido.
Non che gli importi molto: per lui, quel che dice Bruxelles conta solo in funzione dei suoi calcoli interni.
Ne è prova la leggerezza con cui l’Italia, alla vigilia della missione del premier, si mette contro Commissione e Parlamento chiedendo, assieme ad altri sette Paesi, pesanti tagli al bilancio comunitario 2014-’20.
La ricerca di una via di fuga europea dai magistrati di Napoli è iniziata, in pratica, subito dopo l’annuncio dell’interrogatorio del premier come parte lesa e s’è conclusa, di fatto, sabato sera, quando i legali di Mr B. hanno informato del ‘legittimo impedimento’ la Procura napoletana, che ha filosoficamente commentato “troveremo un altro momento”.
O forse no, visto che, oggi, gli avvocati del premier depositeranno a Napoli una memoria difensiva, per la serie “ti racconto quel che voglio e non mi faccio fare domande”.
La definizione degli appuntamenti europei non è stata facile.
Gli aggiustamenti dell’agenda sono proseguiti fino a ieri.
Il Cavaliere all’intervistatore di fiducia Belpietro sulla rete di casa Canale 5, racconta: “A causa del comportamento dell’opposizione e dei suoi giornali, si è creata sulla manovra molta confusione”, glissando sul fatto che la confusione derivava, piuttosto, dai continui tentennamenti della sua maggioranza.
Dunque, la visita alle istituzioni europee non sarebbe una fuga, ma “un dovere”, dopo che s’era indotta l’Ue a pensare che “il governo italiano non fosse intenzionato a fare i sacrifici per arrivare al pareggio di bilancio nel 2013”.
C’era “la necessità ”, suggerita dal commissario Antonio Tajani e dal capofila Pdl al Parlamento Mario Mauro, “di confortare i nostri interlocutori europei per chiarire come sia tutto il contrario”.
Sabato, però, Berlusconi, che non si pone mai il problema della congruità  di quel che dice, aveva attribuito la genesi della missione alle dimissioni del membro tedesco del direttivo Bce Stark, date venerdì pomeriggio.
In realtà , gli umori raccolti a Bruxelles in conversazioni informali non corroborano affatto queste versioni.
Gli interlocutori europei non avevano tutta questa impellenza di essere confortati da Berlusconi.
E neppure la data di oggi è davvero ideale: lo prova la riluttanza del presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek a dare un appuntamento al Cavaliere.
Inoltre, l’Assemblea è in sessione a Strasburgo e anche la Commissione si riunisce lì, per cui al premier per vedere Barroso e Van Rompuy non basta uscire da un palazzo ed entrare in quello di fronte, ma tocca fare una navetta di 500 chilometri: al mattino a Bruxelles vedrà  il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy; nel pomeriggio a Strasburgo il presidente della Commissione Josè Manuel Barroso.
Avrà  pure un incontro fuggevole, “di cortesia e informale”, con Buzek, che, polacco, bada a ricevere il presidente del suo Paese Bronislaw Komorowski: “Potrò al massimo concedergli due minuti”, dice in aula, quasi uno sberleffo verso l’ospite ‘imbucato’.
Formalmente, le istituzioni comunitarie smorzano le polemiche.
Il portavoce di Barroso dice che l’incontro di oggi “fa parte dei contatti regolari” con i leader europei: “È stato chiesto la settimana scorsa da Roma e fissato per oggi, in funzione delle agende dei due leader”.
Il portavoce di Buzek precisa che la richiesta risale a venerdì.
Ma i parlamentari non hanno peli sulla lingua: ieri ci sono già  stati interventi ironici e polemici.
Mauro denuncia il “tono fortemente intimidatorio” dell’eurodeputata verde Rebecca Harms nel chiedere spiegazioni sulla visita di Mr B.; e il Ppe teme incidenti in aula.
I verdi intendono riproporre il tema, ma il capogruppo dei socialisti, quel Martin Schulz che Berlusconi definì “Kapò” nell’emiciclo di Strasburgo, sarebbe intenzionato a non farne un caso: domani, si candiderà  alla presidenza dell’Assemblea dopo Buzek (un’alternanza a metà  legislatura già  concordata).
Dall’Italia, il Pd invita il premier “a restare a casa”, risparmiandoci “figuracce” e l’Idv denuncia “i voli last minute che non servono all’Italia”.

Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IN INGHILTERRA LA BANCA CHIAMA AL TELEFONO: “CONTENETE LE SPESE O PERDERETE LA CASA”

Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile

MIGLIAIA DI RISPARMIATORI STANNO PER RICEVERE UNA CHIAMATA CHE LI ESORTA A CONCENTRARSI SUL MUTUO CASA E A LIMITARE I CONSUMI

Spendaccione avvisato, mezzo salvato.
Con una telefonata molto seria due banche inglesi inviteranno nei prossimi mesi alcuni loro clienti a smetterla di spendere i loro risparmi per avere le partite sul digitale, andare a cena fuori, giocare con il cellulare e frequentare la palestra più costosa del quartiere, e senza giri di parole “consiglieranno” ai loro correntisti di concentrarsi sul pagamento più importante, quello della rata del mutuo di casa, o del prestito in atto con l’istituto.
In barba alla privacy dei dati e dei consumi, l’Inghilterra si difende anche così dallo spauracchio della crisi.
L’operazione telefonica da parte dei funzionari della UKAR, UK Asset Resolution, l’istituto statale che dal 2010 (e dopo la crisi finanziaria del 2008) si occupa della gestione di due istituti di credito immobiliari oggi nazionalizzati come Bradford & Bingley e Northern Rock, partirà  nelle prossime settimane.
Finora l’istituto si è occupato di svolgere controlli diretti sui conti correnti dei debitori, per analizzarne propensione al rischio, eccesso di spesa e di uso della liquidità  a disposizione.
È la prima volta che ai titolari di mutui inglesi (in questo caso sono stati presi di mira quelli a interesse variabile) viene controllato il conto corrente dopo che il finanziamento è già  stato erogato, mentre tali controlli sono di routine in fase di approvazione del prestito.
La Ukar ha giudicato a rischio circa 30mila debitori: per loro, in caso i tassi di interesse aumentassero e superassero lo storico e favorevole livello odierno dello 0,5 per cento, si prospetta la possibilità  di non riuscire a far fronte alla rata mensile, trimestrale o semestrale e per l’istituto statale si delinea una preoccupante fase.
Ecco perchè, a ritmo di duemila a settimana, gli spendaccioni inglesi più spericolati verranno avvertiti telefonicamente, e consigliati sulla revisione delle priorità  di spese familiari.
Una sorta di coscienza finanziaria che, dopo aver controllato debiti e rate a carico dei singoli, aiuterà  i consumatori a rinunciare a qualcosa, rassicurando così le casse statali che devono recuperare i 48 miliardi di sterline versati per la nazionalizzazione dei due istituti falliti.

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DA STRASBURGO NUOVE ACCUSE ALL’ITALIA: “POLITICI, BASTA CON GLI SLOGAN RAZZISTI”

Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile

IL CONSIGLIO D’EUROPA ESPRIME PREOCCUPAZIONE PER IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI NEL NOSTRO PAESE: “NEGLI ULTIMI TRE ANNI NESSUN PROGRESSO”… BOCCIATURA DELLA POLITICA DEL GOVERNO

Basta con gli slogan razzisti dei politici.
Il richiamo all’Italia arriva dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ed è contenuto nell’ultimo rapporto sul nostro Paese.
Nel documento si sottolinea anche che pochi passi avanti, se non addirittura nessuno, sono stati fatti negli ultimi tre anni dalle autorità  italiane nel garantire il rispetto dei diritti umani di rom e immigrati.
Nel rapporto, basato sui riscontri durante la visita di Hammarberg in Italia il 26 e 27 maggio, si legge: “Per l’Italia è arrivato il momento di sviluppare con vigore le disposizioni del codice penale relative ai reati di matrice razzista per arginare il continuo uso di slogan razzisti da parte dei politici”.
Il Commissario ritiene la situazione dei rom e degli immigrati una delle sfide più urgenti che l’Italia deve affrontare per il pieno rispetto dei diritti umani.
“Il trattamento riservato a queste minoranze costituisce una cartina di tornasole sull’effettivo rispetto degli standard del Consiglio d’Europa da parte dei paesi membri”, sottolinea Hammarberg, secondo cui i recenti sgomberi di rom e sinti, “a volte in violazione dei diritti umani”, hanno avuto “un impatto negativo sulla fruizione non solo del diritto alla casa, ma anche di altri diritti umani, compreso il diritto dei bambini all’istruzione”.
Di conseguenza le autorità  italiane “devono agire in conformità  alle norme internazionali e del Consiglio d’Europa sul fronte delle abitazioni e degli sfratti e riportare la situazione in linea con la carta sociale europea”.
Infine, sui casi di violenza contro i rom, a volte perpetrati dalle forze dell’ordine, si evidenzia quanto sia “necessario migliorare la gestione dei reati di matrice razzista e combattere la cattiva condotta, a sfondo razziale, da parte della polizia”.

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LE COMICHE FINALI: OGGI TORNANO DI ATTUALITA’ L’AUMENTO DELL’IVA E IL SUPERPRELIEVO

Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO IL NO DELLA LEGA AD INTERVENTI SULLE PENSIONI, IL GOVERNO VIRA DI NUOVO SU UN AUMENTO DELL’IVA E SUL CONTRIBUTO PER I REDDITI SOPRA I 200.000 EURO…E CI FACCIAMO BACCHETTARE PERSINO DALLA SPAGNA

La manovra potrebbe cambiare ancora.
Il governo sta infatti pensando a modifiche soprattutto per quanto riguarda l’Iva e il contributo straordinario a carico dei redditi più elevati.
L’invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a varare «misure più efficaci» e nel contempo la difficile situazione venutasi a creare sui mercati finanziari che sta generando una pressione continua sui titoli di Stato, renderebbe infatti necessario ritoccare un provvedimento che rischia di uscire stravolto dal confronto parlamentare.
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è atteso a Roma per un vertice di maggioranza.
Sul piatto della manovra il capo del governo intende nuovamente mettere la possibilità  di un lieve aumento dell’Iva oltre alla riproposizione del cosiddetto contributo di solidarietà , ma in una misura diversa dal precedente.
A essere coinvolti in questo caso sarebbero infatti solo i redditi superiori ai 200mila euro in una misura ancora da decidere.
Del resto i margini di intervento si restringono, visto che dall’incontro di lunedì tra lo stato maggiore leghista e il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è venuta ancora una volta meno la disponibilità  della Lega a dare il via libera a un nuovo intervento sulle pensioni, bocciando soprattutto un’accelerazione dei tempi relativi all’aumento dell’età  pensionabile delle donne che lavorano nel settore privato (al momento i 65 anni per tutti andranno in vigore solo nel 2028).
Sul tavolo del vertice, tra l’altro, ci sarà  anche l’opportunità  di porre la questione di fiducia sul decreto, per evitare di veder stravolta la trama dell’intervento dal confronto parlamentare e di prolungare la discussione oltre i limiti: l’ipotesi, infatti, sarebbe di porre la fiducia già  martedì sera per arrivare al voto mercoledì.
Sullo sfondo resta il board di giovedì della Bce, dove la Banca centrale europea potrebbe imporre delle precondizioni all’Italia o stabilire un limite temporale al proprio sostegno ai corsi dei titoli di Stato italiani, che avviene attraverso una massiccia operazione di acquisto.
Insomma, si tratta anche di una corsa contro il tempo, per evitare che la tempesta sui mercati finanziari e la disponibilità  di partner europei e istituzioni continentali impongano condizioni non trattabili.
A peggiorare ulteriormente la situazione arriva dall’estero la reprimenda del governo spagnolo.
L’Italia e la Grecia non stanno rispettando gli obiettivi di risanamento dei conti, creando così sfiducia nei mercati.
L’accusa arriva dall’esecutivo di Madrid attraverso il portavoce Josè Blanco.
«Stiamo attraversando una turbolenza economica che è evidente ogni giorno», ha dichiarato Blanco intervistato da «Telecinco», proseguendo: «Siamo molto preoccupati perchè alcuni Paesi sono in una brutta situazione e non stanno rispettando i loro obiettivi: la Grecia e l’Italia, che si è rimangiata in pochi giorni il suo piano di aggiustamento».
«Ciò – secondo il portavoce – influisce sulla decisione dei mercati che devono acquistare il nostro debito e ci dirige verso una fase caratterizzata da una certa instabilità ».

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MANOVRA: PER MARIO MONTI “LA CONFUSIONE CREA DIFFIDENZA DELLA UE”; PER CONFINDUSTRIA “MISURE FISCALI SCONCERTANTI”

Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

L’EX COMMISSARIO UE A CERNOBBIO: “IL GOVERNO FACCIA CHIAREZZA, ALTRIMENTI SI PERDE LA FIDUCIA”…IL CARD. BERTONE: “I DIRITTI SOCIALI NON DIPENDONO DAI MERCATI”…FISCHI A SACCONI

Sulla manovra finanziaria c’è troppa confusione e ciò rischia di alimentare la diffidenza in Europa.
E’ urgente, invece, che il governo comunichi “chiaramente” le decisioni adottate nella manovra correttiva.
Il messaggio all’esecutivo arriva da Mario Monti, che spiega: “Mi sembra molto importante e urgente che vengano comunicate le decisioni in maniera chiara, a differenza di quanto avvenuto dagli ultimi giorni”.
“Io – ha proseguito l’ex commissario europeo a margine del workshop Ambrosetti a Cernobbio – ho espresso un parere sostanzialmente positivo sulla versione di metà  agosto della manovra”.
Monti ha poi aggiunto: “la grande confusione e mancanza di chiari messaggi di questi ultimi giorni temo che possano far risorgere in Europa un senso di diffidenza nei confronti dell’Italia di andare su una strada definita, capace di portarla verso una maggiore crescita e verso l’equilibrio finanziario”.
“La cosa peggiore – ha concluso l’economista – sarebbe rinfocolare queste diffidenze dell’Ue e mettere in imbarazzo la Bce, che ha fatto nei confronti di Italia e Spagna il massimo di quello che poteva fare”.
Confindustria sconcertata dalle misure sulla lotta all’evasione fiscale.
Mentre il ministro Tremonti assicura che nella manovra non ci saranno condoni, una netta bocciatura arriva da Confindustria sulle misure per la lotta all’evasione fiscale, delusa da quello che è parso come un voltafaccia rispetto ai segnali giunti nei mesi scorsi.
“Siamo sconcertati per le misure di contrasto all’evasione fiscale previste nell’emendamento presentato dal Governo”, dice l’associazione degli industriali.
Che condivide l’obiettivo di “una sere ed efficacia lotta” ma, rileva, “le misure presentate ieri risentono però della fretta e dell’approssimazione con cui è stato predisposto l’emendamento”.
Per l’associazione le norme al momento previste “sono poco efficaci rispetto all’obiettivo di una seria lotta all’evasione e rischiano di penalizzare le imprese corrette nel rapporto con il fisco”.
Della crisi e della necessità  di un’economia civile, ha parlato anche il segretario di Stato vaticano.
“I diritti sociali sono parte integrante della democrazia sostanziale e l’impegno a rispettarli non può dipendere meramente dall’andamento delle borse e dei mercati”, è il monito lanciato oggi il cardinale Tarcisio Bertone, intervenuto all’incontro nazionale di studi delle Acli a Castel Gandolfo.
Bertone ha parlato di “civilizzazione dell’economia in contrapposizione alla forte tendenza speculativa”.
“Un’economia civile – ha spiegato – non può trascurare la valenza sociale dell’impresa e la corrispettiva responsabilità  nei confronti delle famiglie dei lavoratori, della società  e dell’ambiente”.
Nel suo intervento, Bertone ha avuto parole di elogio per il mondo delle cooperative colpito dalla manovra economica del governo.
“Mi sembra – ha detto il cardinale – che questo mondo, da apprezzare perchè in tempi di crisi ha dato lavoro e solidarietà  straordinaria, meriti un trattamento migliore di quello che gli è stato riservato nella recente manovra”.
Citando l’enciclica ‘Caritas in Veritate’ di Benedetto XVI, Bertone ha posto l’attenzione sulla dignità  della persona e le esigenze della giustizia che richiedono, con rinnovata urgenza, “che si continui a perseguire quale priorità  l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti”.
All’incontro di Castel Gandolfo ha partecipato anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, contestato dalla platea delle Acli alla richiesta del riconoscimento dei meriti del governo.
Mentre parlava della disoccupazione e delle sue conseguenze sociali durante un seminario sul “Lavoro scomposto”, Sacconi è stato interrotto due volte dai delegati e fischiato.

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EURO DIECI ANNI DOPO: IL POTERE D’ACQUISTO DEGLI ITALIANI E’ CALATO DEL 7%

Settembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

QUANTO HA PESATO L’EURO NELLE NOSTRE TASCHE, LA RICERCA DI ALTROCONSUMO: L’INFLAZIONE E’ CRESCIUTA PIU’ DELLE RETRIBUZIONI… MALE NEI SETTORI DOVE   E’ STATO DATO SPAZIO ALLA SPECULAZIONE, MEGLIO DOVE CI SONO STATE LE LIBERALIZZAZIONI

La sorpresa maggiore è forse nella conclusione, perchè contrasta con una credenza molto diffusa tra gli italiani: non è vero che l’euro ha rappresentato un salasso per gli italiani.
Per arrivare a questa affermazione finale, in occasione del decimo “compleanno” della moneta unica, l’associazione Altroconsumo ha preso in esame la spesa che ogni cittadino deve affrontare oggi per usufruire di una serie di beni e servizi fondamentali – dall’energia alle telecomunicazioni, dai trasporti pubblici ai ristoranti – e l’ha confrontata con un’altra, identica ricerca che aveva svolto nel 2001.
Ecco di seguito cosa è venuto fuori.
Italiani più poveri
Partendo dai dati macroeconomici, l’indagine “Dieci anni in Eurolandia” quantifica subito in una percentuale del 7% il calo del potere d’acquisto degli italiani.
Il risultato è frutto del rapporto fra l’inflazione, cresciuta in dieci anni del 21%, e il reddito pro capite, il cui incremento è stato invece del 14%.
La riduzione della capacità  di spesa ha ovviamente modificato i comportamenti: negli alimentari, ad esempio, mentre i prezzi sono saliti in dieci anni del 25%, la spesa relativa è cresciuta solo del 13%, diventando quindi più selettiva.
Al contrario, essendo cresciute le ore passate al cellulare e su internet, la spesa relativa è cresciuta del 30% mentre i prezzi per le tlc sono calati del 28%.
L’inflazione e la speculazione
Partendo dai dati dell’Istat, Altroconsumo rileva che la crescita dell’inflazione (ossia l’indicatore che calcola il costo della vita in base all’aumento dei prezzi al consumo) è stata in media del 2,3% annuo: i prezzi, dunque, in dieci anni sono cresciuti di quasi un quarto.
Il percorso è stato abbastanza lineare con l’eccezione del biennio che ha preceduto la crisi globale quando, nel 2007-2008, sui generi alimentari e sull’energia si scaricarono i rincari improvvisi sui prezzi dei cereali e del petrolio.
Effetti che la speculazione ha fatto diventare permanenti anche a crisi del grano conclusa.
La prova è nel prezzo della farina, del pane e degli altri derivati dei cereali: cresciuto in linea con l’inflazione fino al 2007, ha poi fatto un balzo in avanti e non più risceso, chiudendo il decennio dell’euro con una crescita (+47%, + 33% per il solo pane) nettamente superiore rispetto all’inflazione.
Alimentari e beni primari
La speculazione su pane si nota anche di più guardando ai prezzi degli altri generi alimentari, il cui aumento è stato invece quasi in linea (+25,3%) con l’inflazione (+23%).
A parte i beni come tabacchi e gli alcolici (+53%), dove la spesa è diventata più salata per tutti gli italiani è il settore dei beni “primari” come l’acqua (+53%) e il gas (+34%), dei carburanti (+35%) e dei servizi locali, a cominciare dai trasporti pubblici (+35%) e dalle tariffe per i rifiuti solidi urbani (+33%).
Trasporti e Rcauto
Sui trasporti in generale, l’indagine di Altroconsumo evidenzia come il settore, malgrado “pulluli di offerte low cost”, sia uno di quelli dove i rincari sono stati più anormali: +147% per le navi, +61% per gli aerei, +46% sui treni e +34% per i taxi.
Se si guarda al trasporto pubblico urbano, invece, l’entrata in vigore dei biglietti a 1,50 euro fa di Milano e Genova le città  dei maggiori aumenti (+94%), considerato che nel 2001 la corsa costava 1.500 lire.
In tutto ciò hanno inciso le vicende del petrolio, ma indubbiamente anche le speculazioni via via attuate all’ombra del barile
Quanto ai premi Rcauto, i costi sono cresciuti a dismisura in città  come Napoli (+122%) e Palermo (+77%), mentre a Roma è balzata del 136% in dieci anni la spesa per assicurare moto e motorini.
Il pregio delle liberalizzazioni
In alcuni settori “chiusi”, come quello dei trasporti, la presenza di monopoli, oligopoli e “cartelli” più volte denunciati anche dalle autorità  di controllo hanno pesato sui rincari e sui consumatori.
Al contrario, dove il mercato è stato aperto con liberalizzazioni o ampliamento della rete distributiva, i prezzi sono andati giù: il caso più evidente riguarda i farmaci, scesi del 28% in 10 anni.
Bollette salate
I dati appena riportati mostrano come sia il comparto energetico ad aver subito di più i contraccolpi legati al petrolio ed al prezzo del barile.
In mezzo ci sono situazioni geopolitiche complesse ed eventi straordinari, ma a pesare, sottolinea Altrconsumo, sono state anche le “inefficienze industriali legate alla raffinazione ed alla distribuzione.
Dove l’andamento dei prezzi è stato in linea con l’inflazione, come nei settori della telecomunicazioni e dell’elettricità , il merito è stato in gran parte della maggiore concorrenza sul mercato dei gestori anche in seguito alle liberalizzazioni varate nel 2007.
I beni dai rincari minori
Dove la spesa è cresciuta meno rispetto a 10 anni fa, tlc a parte, è tutto il settore dell’abbigliamento e calzature (+17,9%), dell’arredamento (+20,5%), le spese per il tempo libero e la cultura (+10,9%) e soprattutto nel settore sanitario (+2,8%).
Sopra la media dell’inflazione è stato, secondo Altrconsumo, l’aumento dei prezzi per l’istruzione (+26,5%) e per i servizi ricettivi e di ristorazione (+28,9%).
In un focus particolare su alberghi, bar e ristoranti, l’indagine rileva che mentre il costo di una notte in hotel è salito dal 2001 solo del 17%, le consumazioni in bar e ristoranti nelle grandi città  sono salite mediamente di 33 punti.
Caffè e pizza
I dati vanno anche contestualizzati. E’ vero che il caffè, ad esempio, è aumentato del 35% a Roma e del 18,5% a Milano, ma è anche vero che Milano è passata così da 0,84 centesimi a un euro, mentre Roma da 0,63 a 0,85 centesimi di euro.
Il maggiore incremento sulla pizza, invece, si è registrato a Bari (+45,2%), mentre il minore a Roma (+20,2%); oggi, però, secondo le rilevazioni di Altroconsumo, a Bari la pizza continua a costare la metà  rispetto a Roma: 3 euro contro 6 euro.
Le conclusioni
“Non possiamo dire che il passaggio all’euro, dopo dieci anni di moneta unica, abbia rappresentato un salasso per i consumatori – è la conclusione di Altroconsumo – . Fatta eccezione per il biennio 2007-2008, l’inflazione, in fondo, è cresciuta in modo fisiologico”.
Tuttavia, sottolinea l’associazione, i “picchi nascosti” dietro l’andamento medio dei prezzi hanno “fortemente penalizzato i consumatori”, a cominciare proprio da quei beni di prima necessità  quali l’acqua, il gas, il canone Rai o i trasporti, “che hanno registrato aumenti generalizzati – e molto spesso non giustificati –   per le tasche dei cittadini”.

(da “La Repubblica“)

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QUANDO I RICCHI VOGLIONO ESSERE TASSATI

Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

DALLA GERMANIA ALLA FRANCIA CRESCE IL FRONTE DEI MILIARDARI CHE VUOLE PAGARE DI PIU’…UN GRUPPO DI TEDESCHI HA CHIESTO L’AUMENTO DELLE IMPOSTE: “CERCHIAMO DI FERMARE IL DIVARIO TRA LE CLASSE SOCIALI”

La crisi. I conti in rosso. E un senso di responsabilità .
Così un gruppo di una cinquantina di tedeschi si fa avanti, chiede al governo di Angela Markel di alzare le tasse solo a loro.
«Nessuno di noi è ricco quanto Warren Buffet o Liliane Bettencourt. Siamo professionisti, avvocati, insegnanti. Abbiamo ereditato la nostra fortuna e non abbiamo bisogno di tutto questo denaro per vivere», spiega Dieter Lehmkuhl fondatore del movimento, al quotidiano inglese Guardian.
Insomma l’idea è quella di aiutare e Lehmkuhl è convinto che con questo sforzo si potrebbero aiutare i conti pubblici e «fermare il divario tra ricchi e poveri».
Insomma una sorta di contributo solidale che, secondo le stime del gruppo «ricchi per una tassa di proprietà », potrebbe portare nella casse della Germania 100 miliardi di euro.
E solo pagando il 5 per cento in più per due anni.
Al momento i tedeschi più abbienti pagano al massimo il 42 per cento di imposte.
E lo slogan sembra «si può fare di più». O almeno per chi ha di più.
«Alla Merkel diciamo di fermare i tagli che colpiscono le classi più povere. Andiamo a prendere il denaro dove c’è».
E quindi nelle tasche dei ricchi, cioè chi guadagna più di 500 mila euro.
Ma quello tedesco non è l’unico caso.
Subito dopo Warren Buffet che nei giorni del declassamento Usa aveva proposto più tasse per i super ricchi, anche Liliane Bettencourt, la donna più facoltosa di Francia, si è detta favorevole a questa ipotesi.
E con lei altri 15 miliardari.
Tutti pronti a fare la loro parte per salvare la Francia e uscire dalla crisi.
Per questo hanno spedito una lettera a Nicolas Sarkozy in cui chiedono, appunto, di pagare di più.
Il presidente francese non è stato a guardare.
E sta pensando di introdurre un «contributo speciale» del 3 per cento per chi guadagna più di mezzo milione di euro per un paio di anni.
Un’iniziativa che ha sollevato diverse critiche. Anche tra lo stesso Ump.
«Dovrebbero dare di più». Un po’ come stanno pensando i socialisti in Spagna.
L’idea, se il candidato Alfredo Pèrez Rublacaba vincesse le elezioni di novembre, è quella di reintrodurre una tassa sugli asset per tre anni.
Così da dare nuova linfa alle casse iberiche.
D’altronde, dicono, la crisi c’è e qualcosa bisogna fare.

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DEBITI FACILI, PREVISIONI SBAGLIATE

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI GIOVANNI SARTORI: “UN TRACOLLO BEN PREPARATO”… DA DECENNI GLI ECONOMISTI CI HANNO INCORAGGIATO A SPENDERE PIU’ DI QUANTO GUADAGNIAMO, CREANDO UN PROGRESSO ECONOMICO FONDATO SUL DEBITO

Tutti gli economisti, o quasi tutti, sostengono che la salvezza sta nella «crescita».
Perchè il mondo occidentale non cresce più (in nessun senso della parola). La sola crescita globale è stata, da un secolo a questa parte, quella della popolazione.
Oggi siamo 7 miliardi, forse arriveremo a 9 o anche a 10.
E di tanto cresce la popolazione, di altrettanto (se non più) crescono i problemi che la crescita economica dovrebbe risolvere.
Problemi che oramai sono di «grande depressione».
E problemi che le ricette degli economisti non sembrano in grado di risolvere.
Forse perchè sono ricette che ci hanno fatto sbagliare previsioni e terapie da almeno mezzo secolo a questa parte.
Perchè da mezzo secolo a questa parte gli economisti ci hanno incoraggiato a spendere più di quanto guadagniamo, creando così un progresso economico fondato sul debito.
Il debito pubblico che oggi assilla tutti (anche se alcuni più, alcuni meno) nasce così: dallo Stato che spende e spande, che elargisce più di quanto incassa.
Negli Stati Uniti, per decenni, l’indicatore di una economia che «tira» è stato la consumer confidence, la fiducia del consumatore di poter spendere non sui soldi che si hanno ma sui soldi che verranno.
Un altro problema delle società  industriali avanzate è che alla fine le macchine «disoccupano». Certo, all’inizio creano occupazione per creare le macchine; ma poi, alla lunga, finisce che sono le macchine che lavorano per l’uomo e che lo sostituiscono.
Questo problema è stato oscurato dalla teoria (eminentemente sociologica) che la società  post industriale era, e doveva diventare, una «società  dei servizi».
Certo, in parte sì.
Ma in parte la società  dei servizi è diventata sovrappopolata e parassitaria perchè serve a colmare il buco della disoccupazione crescente.
Il nostro Sud è un magnifico esempio di politica che diventa strumento di pubblico impiego.
Il sistema che sono andato descrivendo era destinato a crollare.
E difatti sta crollando.
L’aggravante è poi stata la globalizzazione.
Nel 1993 scrivevo che a parità  di tecnologia i Paesi poveri a basso costo di lavoro erano destinati a togliere lavoro alla manodopera dei Paesi ricchi.
Invece gli economisti hanno inneggiato alla globalizzazione come nuovi mercati di espansione e di vendita.
È finita, per ora, che la Cina è diventata la cassaforte che sostiene il debito pubblico degli Stati Uniti, e che sono i cinesi che esportano più di noi.
Ci sono, infine, le malefatte dei banchieri e del loro avventurismo speculativo con i soldi degli altri. Hanno cominciato a elargire mutui subprime e cioè insufficientemente garantiti.
E poi si sono buttati sui derivati, una diavoleria escogitata da due matematici che nemmeno i banchieri nè i loro economisti hanno ben capito.
Il che non toglie che siano riusciti a inondare il mondo con un nuovo tipo di pericolosa spazzatura.
Così oggi si scopre che abbiamo consumato le risorse per stimolare la ripresa, la crescita, senza che le nostre economie ripartano, senza che ci sia ripresa.
Anche la locomotiva tedesca sembra che si sia fermata, la disoccupazione giovanile è altissima un po’ dappertutto, e non può essere assorbita da impieghi burocratici che già  soffrono di elefantiasi.
Sì, in Italia bisogna assolutamente ridurre in modo drastico un deficit che continua ad alimentare uno dei più alti debiti pubblici del mondo.
Ma bisogna anche dire la verità , tutta la verità .
Come ha ben dichiarato il presidente Napolitano: «La maggioranza ha nascosto la gravità  della crisi».
Berlusconi è bravo, bravissimo, come illusionista.
Resta da scoprire se sa vedere e dire la verità .

Giovanni Sartori
(da “Il Corriere della Sera“)

argomento: denuncia, economia, Europa, governo | Commenta »

L’EUROPA SOSPENDE LA MANOVRA, TROPPA CONFUSIONE, INCERTO IL GIUDIZIO

Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile

“POSSONO CAMBIARE I FATTORI, MA NON IL PRODOTTO”… IL RISCHIO CHE LA MANOVRA INIZIALE DI TREMONTI VENGA STRAVOLTA…   BRUXELLES E’ CON LUI

L’esame della manovra di ferragosto non è finito.
Anzi, quasi non è cominciato, e ora è certamente sospeso.
«In effetti, l’analisi è ferma da giorni», ammette una fonte europea tirando le somme d’un agosto intenso per i servizi della Commissione Ue, settimane che hanno visto l’Eurozona alla prova della speculazione impazzita, costretta a gestire manovre correttive nazionali spesso confuse e tentativi anche maldestri di calmare i mercati. Sulle polemiche romane le voci ufficiali tacciono, è consolidata l’abitudine di «non intervenire nei dibattiti politici interni agli stati membri».
Nei corridoi le facce sono però preoccupate. «Se saltano gli obiettivi del decreto – si commenta a voce bassa -, è ovvio che bisognerà  rinegoziare tutto il pacchetto».
Giulio Tremonti ne è consapevole.
Dal Tesoro l’apprensione per l’equilibrio fragile dei rapporti con Bruxelles è cominciata a filtrare venerdì, ventiquattro ore prima che l’uomo di via XX Settembre l’esprimesse al Meeting di Rimini.
Dicono le fonti europee che i contatti fra gli uomini del commissario Olli Rehn e i tecnici del ministero dell’Economia sono costanti.
C’è persino un tono comprensivo quando nella capitale europea chiedono «e allora?» e in riva al Tevere non riescono ad opporre altro se non «un ci stiamo lavorando» che trasuda incertezza.
Gli uni vorrebbero sapere, gli altri vorrebbero dire.
Chiaro che la battaglia, in queste ore, è altrove ed è pura politica.
Il 14 agosto una dichiarazione del portavoce della Commissione Ue aveva permesso di dire che la manovra bis varata due giorni prima aveva il consenso dell’Europa. Sintesi politica ad uso interno, certamente, perchè Bruxelles «accoglieva con favore» il provvedimento, chiedendo al contempo «di cercare un ampio consenso sulle riforme anche per assicurarne la rapida approvazione del Parlamento».
Una promozione? Non proprio.
La fonte ufficiale sottolineava di essere «in attesa di conoscere i dettagli del pacchetto approvato e maggiori informazioni sulle singole misure».
Senza questi, impossibile dare una valutazione appropriata.
Nel mezzo del freddo agosto bruxellese, gli uomini di Rehn hanno cominciato a studiare il profilo della strategia varata dal Consiglio dei ministri del 12, sfruttando le informazioni che Roma si è premurata di far loro avere.
Poi, si racconta adesso, «abbiamo molto semplicemente smesso».
Troppo difficile orientarsi, circostanza giustificabile del resto, visto che a poche ore dalla chiusura dei termini per gli emendamenti, a Palazzo Chigi sa prevedere come andrà  a finire.
Figuriamoci a Palazzo Berlaymont.
«Riguardate la dichiarazione del 14», è l’invito di un alto funzionario dell’Ue: «E’ un naturale e giusto segnale di incoraggiamento, certo non una promozione che non poteva esserci».
I numeri annunciati in conferenza stampa da Berlusconi, si tiene comunque a precisare, erano più che buoni, a partire dall’obiettivo del pareggio già  nel 2013. Segnali che potevano togliere l’Italia dal mirino dei mercati e alleggerire l’euro.
Per questo «l’abbiamo accolta con favore».
Un buon punto per il governo. Anche l’ultimo, per il momento.
Correggere la manovra, è il mantra di Tremonti, «non significa stravolgerla, perchè questo la rispedirebbe in Europa per una nuova valutazione».
A Bruxelles annuiscono, glissando anche sul concetto di «nuova valutazione» di cui comprendono la natura politica.
«L’Italia non è commissariata – assicura una fonte a conoscenza del dossier -. Deve solo rispettare delle regole che lei stessa ha contribuito a definire. Può farlo come ritiene: può cambiare i fattori, ma non il prodotto».
Inevitabili sarebbero le conseguenze di uno sforamento.
Bisognerebbe rifare tutto e non conviene a nessuno.
Così Rehn è i suoi aspettano pronti ad un giudizio rapido.
Sperando, pure loro, che possa anche essere positivo.
L’effetto sui mercati di un rinvio o di una bocciatura potrebbe essere devastante.

Marco Zatterin
(da “La Stampa“)

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