Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile
STORIA DI QUESTA LEGISLATURA ATTRAVERSO I TREDICI INTERVENTI SULLE FINANZE…. SE LE MISURE SI INFRANGONO CONTRO LA FORZA DELLE CORPORAZIONI
Si scrive spending review, si legge manovra strappalacrime. 
La terza del governo Monti, la tredicesima dall’avvio della legislatura.
Un continuo stress per gli italiani; una chiamata alle armi per le lobby. Ne abbiamo in circolo delle più diverse specie: pubbliche o private, laiche o religiose, occulte o palesi, politiche o sindacali, professionali o industriali, e poi le banche, il terziario, le assicurazioni.
Anche in quest’ultimo frangente hanno immediatamente posto un veto, dai farmacisti agli avvocati.
Minacciano scioperi e serrate, ma la battaglia verrà decisa in Parlamento, quando il decreto del governo dovrà essere approvato. Perchè è lì, nel valzer degli emendamenti scritti in ostrogoto, che si consumano favori a spese dello Stato, o che s’innescano precipitose retromarce per risparmiare questa o quella corporazione.
E allora ripercorriamone la storia, magari può servirci a indovinare il futuro.
Gli interventi e le polemiche
I primi tre interventi della legislatura cadono nel secondo semestre del 2008, assieme al battesimo del governo Berlusconi.
Nell’ordine: il decreto legge anticrisi, convertito dalle Camere il 5 agosto (96 articoli, 707 commi); la Finanziaria, che arriva puntuale (sia pure in formato light) insieme con il panettone; un secondo decreto anticrisi, approvato il 28 novembre dal Consiglio dei ministri.
Come al solito, molte pie intenzioni: per esempio la social card (400 euro) e un piano casa per i meno abbienti; la «Robin Hood tax», che accresce il prelievo fiscale per le imprese del settore petrolifero; un tetto al 4% per i mutui a tasso variabile.
Molte polemiche: dalla Confindustria che giudica del tutto inadeguato il pacchetto di stimolo per l’economia, fino alle varie associazioni dei consumatori, anch’esse insoddisfatte.
Retromarce, come quella innescata dal neoministro dell’Università Mariastella Gelmini, che esordisce sussurrando l’ipotesi di togliere il valore legale della laurea; ma il sussurro dura un attimo, giacchè l’Adepp (l’associazione che riunisce le casse di previdenza professionale) alza subito un veto.
Guerre fra categorie: la più cruenta divampa in estate fra notai e commercialisti, circa il passaggio di quote nelle srl attraverso una scrittura privata, siglata dalle parti con la firma digitale, e quindi senza timbro notarile.
Sicchè il Consiglio nazionale del notariato sferra il contrattacco con una pubblicità che elenca le insidie della firma digitale, mentre l’ordine dei commercialisti risponde con un comunicato che esalta le virtù della semplificazione.
La Banca del Mezzogiorno
Ma ogni manovra è pur sempre una tavola imbandita, dove ciascuno trova di che sfamarsi.
Così il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, riesce a imporre la Banca del Mezzogiorno, alimentandola con 5 milioni di fondi statali.
Dispensa mance e spiccioli: fra l’altro 2 milioni per l’apicoltura, benchè non molto tempo prima questa voce di spesa fosse stata presa ad esempio proprio da Tremonti per indicare sprechi di risorse.
E tace quando il presidente del Consiglio (2 dicembre 2008) arriva a prospettare l’Iva al 50% per Sky, tv concorrente delle tv di Berlusconi.
Alla fine ne verrà deciso il raddoppio (dal 10% al 20%) sulle pay-tv, decisione che rispecchia il nuovo clima istituzionale del Paese: perchè adesso non sono più le lobby a condizionare dall’esterno l’azione dei governi, sono i governi che includono le lobby al proprio interno.
È il caso di Mediaset, lobby di lotta e di governo.
Punto e a capo, scocca il 2009.
Quando le manovre sono due: quella estiva, con l’ennesimo decreto anticrisi; e poi la Finanziaria di dicembre.
Il primo intervento vale 5 miliardi e mezzo; stringe un po’ i conti pubblici, benchè Tremonti s’affretti a dichiarare che la situazione sia sotto controllo (invece non lo è affatto, come dimostreranno le vicende successive); e ovviamente è corredato dal solito pacchetto di rinunce (l’annunciato giro di vite sulle banche) e di rinvii (la class action).
Ma la sua perla più preziosa è lo scudo fiscale-ter: per favorire il rientro dei capitali italiani illegalmente detenuti all’estero, paghi il 5% e scatta l’assoluzione di Stato.
Una misura premia-furbi, come immediatamente scrisse l’Avvenire, quotidiano non certo ostile all’esecutivo in carica.
Una promessa tradita, dal momento che in campagna elettorale (31 marzo 2008) Berlusconi si era impegnato a non riaprire la stagione dei condoni.
Un calcolo sbagliato: il governo aveva stimato il rimpatrio di 300 miliardi, l’anno dopo se ne conteranno solo 80. E in conclusione una ferita al principio di legalità , come se in passato non ne fossero state inflitte già abbastanza
Quanto alla Finanziaria, esce dal forno con due soli articoli, farciti però da 247 commi.
Innesca una querelle fra il governo e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, dopo la scelta di blindarla ponendo la questione di fiducia.
Riattizza le polemiche sullo scudo fiscale, che tuttavia Tremonti difende a spada tratta, definendolo «la più grande manovra finanziaria mai fatta da un Paese negli ultimi anni».
E naturalmente dispensa pacchi dono, ben infiocchettati sotto l’albero di Natale. 400 milioni per l’autotrasporto. 50 milioni alle emittenti radiotelevisive locali. 130 milioni alle scuole cattoliche, pardon, private. 120 milioni per le assicurazioni degli agricoltori, più altri 100 per il loro fondo di solidarietà . Infine 181 milioni d’interventi a pioggia.
Soldi per il Belice, quarant’anni dopo il terremoto; per gli esuli di Fiume, Istria e Dalmazia; per le associazioni dei combattenti; per l’Unione italiana ciechi; per le vittime del terrorismo; per il Policlinico San Matteo di Pavia; per l’Istituto mediterraneo di ematologie; e via via, la lista ha più grani di un rosario.
La legge di stabilità
Ma è l’ultima Finanziaria vecchio stile: il 16 dicembre 2009 il Senato esprime un sì definitivo alla riforma della contabilità pubblica, sostituendo questo strumento normativo con la legge di stabilità .
E il nuovo stile? Tal quale il vecchio. La manovra approvata nel dicembre 2010 stanzia 100 milioni per l’editoria, 25 milioni per le università private, e al contempo rimpolpa le dotazioni delle Forze armate o del Servizio sanitario nazionale, magari a costo di prosciugare il Cinque per mille.
Tuttavia è soltanto un dessert, un digestivo, perchè il vero pasto si era già consumato in estate. Il decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito il 30 luglio dalle Camere, aveva propinato infatti una cura da cavallo all’economia italiana, per difenderla dalla crisi dell’euro: 24,9 miliardi il saldo complessivo.
A danno, soprattutto, dei dipendenti pubblici, che si videro congelare lo stipendio per 3 anni; mentre sui dirigenti scattava una decurtazione del 10%.
Ma la manovra estiva, come tutte le manovre dei nostri governi, distingue tra figli e figliastri: ci sono i sommersi e ci sono i salvati. D’altronde è in tali frangenti che si misura la forza di ogni corporazione, durante le intemperie, quando occorre mettersi al sicuro.
Chi sono i salvati? Intanto le banche: il decreto governativo introduceva nuove tasse, il Parlamento le ha poi eliminate.
C’era inoltre l’idea di istituire un’authority di controllo sulle fondazioni bancarie: caduta pure questa. In secondo luogo le assicurazioni, sulle quali incombeva una vera e propria purga, e che invece se la cavano con un maggior peso fiscale di 230 milioni.
In terzo luogo i partiti: inizialmente il rimborso per le loro spese elettorali avrebbe dovuto subire un taglio del 50%, poi del 20%, infine si è fermato al 10%.
Idem per le retribuzioni di ministri e sottosegretari, un dimagrimento più simbolico che sostanziale. In quarto luogo le Province: dovevano saltarne una decina, tutto rinviato al nuovo codice delle autonomie. In quinto luogo i magistrati, usciti vittoriosi da un lungo braccio di ferro col governo, durante il quale l’Anm aveva minacciato scioperi e sfracelli.
La pace giudiziaria viene siglata all’ombra di un comma alquanto misterioso, sbucato fuori all’improvviso in Parlamento: «Nei confronti del personale di magistratura e dell’Avvocatura dello Stato, per il triennio 2013, 2014 e 2015 si applica l’adeguamento computato sulla base del triennio 2007, 2008, 2009». In pratica i magistrati scampano il blocco degli stipendi. Evviva.
Altro giro di boa, ed eccoci al 2011.
Quando le manovre orchestrate per far quadrare i conti diventano addirittura 4: tre targate Berlusconi, l’ultima (a dicembre) con la firma in calce di Monti.
Il primo colpo esplode a luglio; ma è un colpo a salve, nonostante le buone intenzioni.
Quali? In primo luogo una stretta fiscale per le società che gestiscono i pedaggi autostradali, abbassando all’1% il limite alla deducibilità degli ammortamenti sugli investimenti delle concessionarie.
«Un disincentivo», denuncia l’amministratore delegato di Atlantia, Giovanni Castellucci; «una cazzata», aggiunge soave il presidente dell’Aiscat, Fabrizio Palenzona. Detto fatto: provvedimento ritirato.
Così come rientra in quattro e quattr’otto il proposito d’abolire gli ordini professionali, attraverso l’art. 39-bis della manovra.
Apriti cielo: il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, esprime immediatamente il proprio sdegno; il presidente del Collegio nazionale dei periti agrari, Andrea Bottaro, denuncia l’attacco alle professioni; il presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, Andrea Mandelli, punta l’indice contro la liberalizzazione selvaggia; il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Claudio Siciliotti, definisce sconcertante il metodo seguito dal governo.
E infine tutti questi presidenti armano la mano di 22 senatori-avvocati, che scrivono una lettera di fuoco al presidente del Senato-avvocato Renato Schifani, con il sostegno esplicito del ministro-avvocato Ignazio La Russa: amen, tutto rinviato alle calende greche.
Il contributo di solidarietà
Il mese dopo parte il secondo colpo, la manovra d’agosto.
Quella che stabilisce un contributo di solidarietà per i redditi più alti, subito bollato come «inaccettabile e iniquo» da Confindustria e Federmanager.
Risultato? Il contributo resta, ma solo per i dipendenti pubblici (5% sopra i 90 mila euro, 10% oltre i 150 mila euro).
Sicchè i lavoratori privati la fanno franca, a dispetto del principio costituzionale d’eguaglianza. Ma non può esserci eguaglianza nel Paese delle corporazioni, e proprio quest’ultima manovra lo dimostra nel modo più eloquente.
Perchè i parlamentari liberi professionisti riescono a dimezzare il taglio dell’indennità (da 2.700 a 1.500 euro mensili).
I gestori degli stabilimenti balneari mancano per un soffio il blitz che avrebbe allungato fino a 90 anni la durata delle loro concessioni. I tassisti ottengono d’essere esentati rispetto alla pur timida liberalizzazione dell’accesso a talune attività economiche.
Infine la Chiesa cattolica respinge con successo gli emendamenti sull’Ici per le proprie attività commerciali. D’altronde in Italia le chiese sono tante, ciascuna col suo santo in Paradiso.
Ma nessun santo salva il governo Berlusconi, ormai giunto all’ultima curva del circuito: il 12 novembre le Camere approvano la legge di stabilità , lo stesso giorno il presidente del Consiglio si dimette.
Nasce perciò il governo Monti, e qui passiamo dalla storia alla cronaca.
Perchè è ancora fresco il ricordo del fuoco di sbarramento alzato dalle lobby contro il decreto «salva Italia» (4 dicembre 2011), e successivamente contro il decreto «cresci Italia» (24 gennaio 2012, salutato in Parlamento da 2.299 emendamenti).
Sicchè la vendita al supermercato dei farmaci di fascia C va a farsi benedire; i tassisti scansano le liberalizzazioni; i commercianti le rinviano in nome della competenza regionale; i petrolieri mantengono il vincolo di fornitura in esclusiva sui carburanti (a eccezione dei benzinai proprietari della pompa: ma sono il 2% appena del totale).
Mentre le banche, nello stesso giorno in cui entra in vigore la legge che azzera le commissioni bancarie (25 marzo 2012), ne ottengono il ripristino con un decreto legge, anche perchè nel frattempo i vertici dell’Abi si erano dimessi in blocco.
Insomma, una legge effimera come una farfalla; ma dopotutto in Italia le manovre dei governi sono sempre instabili e precarie.
L’unico dato permanente è la forza plumbea delle corporazioni.
Michele Ainis
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
MODIFICHE DA 2 MILIARDI PER MITIGARE LE MISURE SU PENSIONI E IMU…IMPOSTA SUI CAPITALI SCUDATI (PIU’ PRELIEVO AL 2%), CASE E ATTIVITA’ ALL’ESTERO…PENSIONI D’ORO, CONTRIBUTO SOLIDARIETA’ AL 15%
Aumento dall’1,5 al 2% del prelievo sui patrimoni «scudati», contributo di solidarietà del 15% sulle pensioni d’oro (superiori ai 200mila euro annuali), sconto sull’Ici per le famiglie, avvio immediato delle liberalizzazioni e un «giallo» a proposito del bollo sui conti correnti.
Sono molte le novità in arrivo con gli emendamenti del governo alla manovra. I nuovi «balzelli» (case e attività all’estero, capitali scudati) servono a raggiungere il saldo finale «invariato» compensando quello che si concede sul lato «sociale», in particolare alzando a 1400 euro (per un solo anno, però) la soglia delle pensioni che beneficeranno della rivalutazione e ampliando il «bonus» sull’Imu (ex Ici) per le famiglie con figli sotto i 26 anni.
Le modifiche dovrebbero valere, complessivamente, introiti per 2 miliardi di euro.
La manovra mercoledì mattina dovrebbe approdare alla Camera.
Il condizionale è d’obbligo perchè i lavori nelle commissioni procedono a rilento, tanto da rendere con tutta probabilità necessaria una maratona notturna.
Ma il presidente della Camera, Fini, ha escluso ritardi: «Non ho alcuna intenzione di differire. La manovra domani mattina sarà in Aula». Il Consiglio dei Ministri ha autorizzato il ministro competente a porre la fiducia sulla manovra economica, ove necessario.
LE PRINCIPALI NOVITà€ IN DISCUSSIONE
Imposta conti correnti: esenzioni e aumenti
L’affannosa ricerca delle novità in «tempo reale» ha prodotto un equivoco. Sembrava fosse in arrivo un «nuovo bollo da 34,20 euro sui conti correnti (in realtà tecnicamente applicato sull’estratto conto cartaceo obbligatorio) .
In realtà , quell’imposta, per le persone fisiche c’è già ed è in vigore da anni. «La novità – spiega in serata sottosegretario al Tesoro, Vieri Ceriani- è che viene eliminato questo bollo sui conti correnti e sui libretti fino a 5 mila euro». Il sottosegretario spiega il perchè di questa misura: «Se facciamo la lotta al contante e chiediamo alle banche di non far pagare ai piccoli correntisti certe spese, allora dobbiamo togliere anche questo bollo. È uno sgravio a favore delle persone che verrà compensato dall’aumento del bollo fino a 100 euro per i conti correnti delle imprese e delle persone giuridiche».
Capitali scudati: prelievo più alto e imposta
Aumento dall’1,5% (che dava un gettito di due miliardi) al 2% del prelievo sui capitali scudati. In più è prevista una imposta di bollo annuale (che resterà sempre, fino a eventuale abolizione) al 4 per mille per il 2011, che avrà un’eccezione (in peggio) nel 2012 e 2013 con una aliquota che salirà , per i prossimi due anni, al 10 per mille (tornando poi al 4 per mille nel 2014).
Si tratta, secondo il governo, di un «prelievo sull’anonimato» per i contribuenti che hanno aderito agli «scudi».
Le novità sui capitali scudati garantiranno un maggior gettito di 366 milioni nel 2012 e 2013 e di 559 milioni a regime dal 2014.
Prelievo su pensioni d’oro
Contributo di solidarietà sulle «pensioni d’oro» del 15%. Il contributo sarà applicato per l’importo eccedente i 200 mila euro.
Imu (Ici): sconto famiglie
Sconto sull’Imu per le famiglie con figli. Si parte dalla detrazione, che rimane, di 200 euro per tutti, che «è maggiorata di euro 50 per ciascun figlio di età non superiore a 26 anni, purchè dimorante abitualmente e residente anagraficamente nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale. L’importo complessivo della maggiorazione, al netto della detrazione di base, non può superare un massimo di 400 euro».
In sostanza, lo sconto massimo che il Fisco concede sull’abitazione principale sarà pari a 600 euro: 200 euro della detrazione di base e 400 per il numero dei figli a carico.
Imposta su case all’estero
Tassa dello 0,76% per gli immobili detenuti all’estero «a qualsiasi uso destinati, delle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato».
L’imposta «è dovuta proporzionalmente alla quota di possesso e ai mesi dell’anno nei quali si è protratto il possesso».
La tassa dello 0,76% sul valore degli immobili «è costituito dal costo risultante dall’atto di acquisto o dai contratti e, in mancanza, secondo il valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è computato l’immobile».
L’imposta dovrebbe portare 98,4 milioni l’anno dal 2012.
Imposta su attività finanziarie all’estero
E’ istituita un’imposta sulle attività finanziarie detenute all’estero da persone fisiche residenti in Italia.
L’imposta è dello 0,1 per cento annuo del valore delle attività finanziarie per il biennio 2011-2012 e dello 0,15% a partire dal 2013.
Dall’imposta si deduce, fino a concorrenza del suo ammontare, un credito d’imposta pari all’ammontare dell’eventuale imposta patrimoniale versato nello Stato in cui sono detenuti i prodotti e gli strumenti finanziari.
L’imposta dovrebbe garantire un gettito di 8,9 milioni nel 2012 e 2013 e 13,4 milioni dal 2014.
Pensioni: rivalutate fino a 1400 euro
La rivalutazione automatica delle pensioni è riconosciuta «per l’anno 2012 esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a 3 volte il trattamento minimo» (ovvero finao a circa 1400 euro).
Per il 2013 invece la soglia sarà a più bassa; rivalutazione solo per le pensioni oltre 2 volte il minimo (quindi fino a circa 900 euro).
Età di pensionamento: eccezioni
«In via eccezionale» sarà possibile per «i lavoratori che abbiano maturato un’anzianità contributiva di almeno 35 anni entro il 31 dicembre 2012 i quali avrebbero maturato, prima dell’entrata in vigore del decreto, i requisiti per il trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2012» andare in «pensione anticipata al compimento di un’età anagrafica non inferiore a 64 anni». Sempre nelle modifiche è previsto che chi andrà in pensione prima dei 62 anni avrà una riduzione delle quote di trattamento pari a 1 % e non più 2% come previsto in precedenza.
Tetto stipendi manager
Arriva il tetto massimo per gli stipendi dei dipendenti pubblici e quindi dei manager. Il valore è pari al trattamento economico del primo presidente della Corte di Cassazione, circa 300mila euro lordi all’anno.
Contributi: aumento autonomi fino a 24%
Aumentano i contributi pensionistici per gli autonomi fino ad arrivare nel 2018 al 24%. L’aumento è dell’1,3% dal 2012 e dopo di 0,45 punti ogni anno fino appunto a raggiungere il 24% a regime. Il testo iniziale prevedeva un’aliquota del 22% a regime.
Liberalizzazioni subito: protesta delle farmacie
Le liberalizzazioni delle attività economiche scatteranno dal primo gennaio del 2012, come inizialmente previsto dalla manovra.
Le commissioni Bilancio e Finanze della Camera hanno infatti corretto l’emendamento dei relatori che prorogava il termine dell’avvio delle liberalizzazioni al 31 dicembre 2012.
Si ritorna quindi al testo originario che prevede l’avvio del pacchetto subito per tutte le attività economiche.
Dalle liberalizzazioni resta confermata l’esclusione per i taxi.
Nessun dietrofront, invece, per le farmacie che hanno mal digerito la decisione del governo di liberalizzare la vendita dei farmaci di fascia C distribuiti con ricetta medica anche nelle parafarmacie e nei supermercati. Forse già lunedì potrebbe scattare la serrata dei punti vendita tradizionali. Mentre dai parafarmicisti stanno arrivando in queste ore migliaia di fax a Palazzo Chigi con la richiesta a Monti di «non cedere alla pressione delle lobby».
Dilazioni per i pagamenti a Equitalia
Tra le altre novità in campo delle liberalizzazioni dovrebbe esserci lo slittamento dal 2012 al 2013 di tutte le norme relative, con l’eccezione appunto di quella delle farmacie.
Vale a dire l’imposizione di distanze minime per l’apertura di esercizi e il divieto di aprirli in più sedi; la limitazione dell’esercizio di una attività economica ad alcune categorie o il divieto, nei confronti di alcune categorie, di commercializzazione di alcuni prodotti.
Un aiuto arriva però per le aziende in crisi: via libera ad un emendamento che allunga di 72 mesi la possibilità di pagare le rate a Equitalia.
Province, scadenza naturale
Cambia, infine, la norma sulle province: Con un sub-emendamento approvato dalle Commissione Bilancio della Camera si stabilisce che, in vista della riforma delle Province, gli organi in carica decadranno a scadenza naturale e non più entro il 31 marzo 2013 come prevedeva una proposta dell’esecutivo. Non ci sarà quindi nessun anticipo della scadenza.
(da “Corriere della Sera“)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
LA SLAVINA DEI FRONDISTI SPARSI, NON SOLO SCAJOLIANI…. IL PREMIER: “ME LO DICANO IN FACCIA!
Li chiamano, nel Pdl, “frondisti sparsi”, non solo scajoliani. 
È l’ultima frontiera antiberlusconiana (che comprende anche le manovre di Luca di Montezemolo) per far cadere il Cavaliere e andare a un nuovo governo, evitando così le elezioni anticipate nel 2012, vero spauracchio di tanti peones di destra smarriti, incazzati e allo sbando.
Ieri, all’ufficio di presidenza del partito dell’amore, convocato a casa di B., a Palazzo Grazioli, il segretario Angelino Alfano ha affrontato la questione in termini prettamente numerici: “C’è una congiura contro di noi per attirare una decina di deputati e fare un governo del ribaltone. Ma hanno tempo fino a Natale perchè poi l’unica alternativa sono le elezioni anticipate a marzo o aprile”. In realtà le sacche di malessere nel Pdl si stanno allargando oltre la “decina” denunciata dal fedele Alfano
Lui, B., continua a ostentare sicurezza e dice che “i numeri ci sono per approvare i singoli provvedimenti che faremo” e che alla fine vuole vedere “in faccia chi mi viene contro”.
Ormai, però, il nuovo treno per un esecutivo tecnico o di larghe intese è partito ed è iniziata un’altra attesa spasmodica per il fatidico “incidente” in Parlamento.
Il manipolo dei “frondisti sparsi” è variegato e ha preso coraggio dopo l’addio al Pdl di Roberto Antonione, forzista della primissima ora, che di fatto ha decretato la fine della maggioranza: senza il suo voto scende da 316 a 315.
La novità principale è costituita da alcuni berlusconiani considerati “falchi irriducibili”.
I nomi circolano da domenica e sono quelli di Isabella Bertolini e Giorgio Stracquadanio.
Poi delusi come la senatrice Ida D’Ippolito e Piero Testoni.
Quest’ultimo ieri ha confermato il suo mal di pancia: “Sono tra coloro che dicono che in questo momento la maggioranza se c’è si deve far sentire”.
Questi scontenti sarebbero almeno 15 e ieri avrebbero pranzato insieme. Tra di loro anche il neomontezemoliano Fabio Gava.
Allo scoperto è uscito persino l’insospettabile Maurizio Paniz, il deputato-avvocato che fece votare la maggioranza per la tesi di Ruby “nipotina di Mubarak”.
In un’intervista Paniz scarica B. a favore di un governo guidato da Gianni Letta: “Io sono critico con Berlusconi per aver portato una commistione fra pubblico e privato che non va bene. Berlusconi ha messo molte persone in posti per i quali non erano all’altezza. Nel 2013 il presidente Berlusconi, a mio parere, non è candidabile. Oggi potrebbe fare un governo Gianni Letta, che è la persona che riesce a coagulare un percorso di consensi molto forte”.
Il repubblicano Nucara, altro malpancista della maggioranza, si schiera per il papabile Mario Monti e pronostica che “sarà molto difficile realizzare il programma di Berlusconi illustrato all’Ue”.
Alla lista poi vanno aggiunti i cosiddetti scajoliani e un po’ di ex Responsabili in forte sofferenza.
Tre in particolare: i campani Milo e Pisacane, ossia gli eroi dell’ultima fiducia, e Pippo Gianni. Milo ha smentito a metà : “Non lascio la maggioranza ma serve un cambio di rotta”.
Dieci o quindici che siano, questi deputati costituirebbero “l’avanguardia” per far andare sotto la maggioranza la prossima settimana, quando B. tornerà dal G20 di Cannes, in Francia.
Le opzioni vanno dalla legge di stabilità al rendiconto di bilancio già bocciato una volta. Oppure ancora a un voto legato alle conclusioni sul G20.
E ieri sera sarebbe apparso un nuovo documento dei “frondisti” (dopo il flop della “lettera” ispirata da Pisanu e Scajola rimasta però “anonima”), già una dozzina le firme in calce: l’obiettivo è il passo indietro del premier, anche a costo di arrivare a una mozione di sfiducia. A quel punto si spera in un effetto slavina che possa coinvolgere un numero di parlamentari più alto e varare un governo dalle basi solide, non con una maggioranza risicata.
In questo senso va una dichiarazione del leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini: “Non è più il momento delle furberie ma pensiamo che ci siano molti disponibili ad uscire dalla maggioranza”.
Così, sul futuro di B., in queste ore si moltiplicano gli scenari, compresa la voce di possibili dimissioni dopo il G20.
Ma lui, assediato nel bunker, non intende mollare e al Quirinale ha fatto dire che “non ci sono alternative a questo governo”.
Come scrive Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi: “Il capo del governo si ritrova sotto assedio a Palazzo Chigi. Il plotone è pronto a fare fuoco”.
Si salverà anche stavolta, il soldato Berlusconi?
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
COSA STA SUCCEDENDO AL DEBITO ITALIANO
Che cosa sta succedendo sul mercato del debito?
Gli investitori vendono i nostri titoli di Stato già in circolazione, facendo crollare il prezzo (che, nel mercato obbligazionario equivale a un aumento del rendimento). Si allarga quindi lo spread, cioè la differenza tra quanto rendono i nostri titoli a 10 anni e quelli tedeschi.
Fino a quando si può continuare così?
La soglia critica, secondo molti analisti, è quella del rendimento pari al 7 per cento
annuo sui titoli decennali. Ieri sul mercato si è arrivati al 6,2. All’ultima asta i Btp sono stati venduti a un tasso mai toccato da quando c’è l’euro, il 6,06 per cento, in aumento del 15 per cento rispetto all’asta precedente. Questo significa che è in moto un effetto valanga: sul mercato vengono venduti i titoli, lo spread sale, alle aste il Tesoro deve pagare interessi sempre più alti. Oltre un certo livello — appunto il 7 per cento — gli investitori considerano lo Stato incapace di affrontare i propri impegni di pagamento, specie se, come l’Italia, ha un debito molto elevato (il 120 per cento del Pil) e una crescita prevista per l’anno prossimo vicina allo zero.
Ma la lettera di intenti del governo non aveva convinto l’Unione europea?
Servono due precisazioni: i vertici dell’Ue, Barroso per la Commissione e Van Rompuy per il Consiglio, hanno approvato la lettera presentata mercoledì da Silvio Berlusconi perchè il contenuto era stato concordato e rivisto, prima della rivelazione pubblica. L’Europa ha preteso, tra l’altro, le date entro cui realizzare le riforme. Quindi doveva per forza approvarla, perchè lo scopo di tutta l’operazione era presentare l’Italia come un Paese sulla strada giusta e non come la prossima Grecia, per allontanare la crisi.
I mercati ci hanno creduto?
Giovedì sembrava di sì: gli spread scendevano e le Borse salivano, ma era un’illusione, anzi era speculazione (cioè un tentativo di guadagnare su rialzi nel breve termine, non si specula solo al ribasso). Ma già da venerdì, soprattutto dall’asta sui Btp, è stato chiaro che gli investitori non si fidano che il governo Berlusconi riesca a fare in pochi mesi quello che non è stato capace di realizzare in tre anni.
Cosa dovrebbe fare l’Italia per uscire dalla tempesta finanziaria?
L’opinione più condivisa è che ormai non restino che due leve. La prima è dimostrare che il risanamento avviato con la manovra estiva era reale: dei 60 miliardi di correzione ancora ne mancano 20 all’appello. Dovevano arrivare da una riforma del fisco e dell’assistenza (cioè da un aumento delle tasse), ora c’è grande confusione sul tema, si parla anche di un nuovo aumento dell’Iva. La seconda opzione, la più condivisa a livello internazionale, è che Berlusconi non sia più credibile. Come dice una battuta che circola a Bruxelles, ‘il problema è il cuoco, non la ricetta’. Quindi almeno parte dello spread e dell’aumento dei tassi è da attribuire alla permanenza di un governo considerato dai mercati inadatto a questa fase della crisi.
Chi ci può salvare?
È molto atteso il G20 dei prossimi giorni a Cannes, in Francia. In quella sede si dovrebbe definire un ulteriore salto di qualità nello spiegamento di forze contro la crisi europea: il coinvolgimento dei Paesi extraeuropei, Cina inclusa, tramite il Fondo monetario internazionale. Il governo di Pechino ha rifiutato di investire direttamente nell’Efsf, il Fondo salva Stati europeo, sembra preferire un potenziamento del Fmi, così da rafforzare il proprio ruolo all’interno di un’istituzione finora a trazione americana ed europea. Sarà poi il Fondo a intervenire in Europa, forte dei capitali cinesi.
Basterà questo a mettere al riparo l’Italia?
No. Unione europea e Fmi stanno cercando di creare una rete di sicurezza attorno all’Italia e alla Spagna per evitare che la bancarotta controllata della Grecia inneschi un effetto domino. Ma si tratta di interventi ex post, che si spera di non dover mai concretizzare, o i sacrifici imposti agli italiani come contropartita saranno anche superiori a quelli chiesti ai greci.
Cosa possiamo fare per evitare il peggio?
Dipende tutto dal governo: può iniziare ad approvare per decreto legge in tempi rapidissimi le misure imposte dall’Ue o dimettersi. Entrambe le cose sarebbero salutate con favore dai mercati.
Ste. Fel.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile
IN SETTIMANA CONSIGLIO DEI MINISTRI SU DISMISSIONI E SUD… SULLE LIBERALIZZAZIONI PREVISTE RESISTENZE DEGLI ONOREVOLI AVVOCATI E MEDICI
È già una road map d’emergenza. 
Il premier Berlusconi che sull’economia, e sulla tenuta dei mercati, nelle prossime ore si gioca la sopravvivenza, la detta senza consultazioni e senza alcun coinvolgimento del ministro Tremonti, che considera (e preferisce tenere) fuori dai giochi.
«Dobbiamo lanciare un segnale rassicurante a Bruxelles e a Francoforte subito, questa settimana, voglio partire per il G20 con il varo dei primi provvedimenti promessi» ha scandito al segretario e ai capigruppo Pdl.
Il «varo», questa la parola chiave, non approvazione in Parlamento.
Perchè per la trasformazione in legge il cammino è tutto in salita e colmo di insidie. Dismissioni e un piano di investimenti per il Sud, in cima all’agenda.
Ma la via di fuga individuata è uno o più decreti da portare in Consiglio dei ministri. E «venderli» come misure già adottate ai vertici Ue.
Non sarà facile, visto che Bruxelles ha già chiesto uno scadenzario con tempi parlamentari certi per l’approvazione delle varie misure.
Palazzo Chigi ha allertato informalmente i ministri per giovedì mattina, poche ore prima che il Cavaliere parta alla volta di Cannes, destinazione G20.
In quella sede, i leader europei cercheranno di convincere i paesi emergenti a partecipare al salvataggio della zona euro. Ma perchè questo avvenga è necessario che il programma sia credibile e che le economie più a rischio dimostrino di essere in grado di mantenere gli impegni. Grecia e Italia in testa.
Silvio Berlusconi è rientrato ieri mattina ad Arcore dalla Sardegna, dove si è trattenuto solo mezza giornata.
Domenica in famiglia per festeggiare i quattro anni del nipote Alessandro, figlio di Barbara. Nel pomeriggio le poche telefonate di lavoro hanno preparato il tour de force della settimana.
Che si aprirà con i riflettori puntati su Piazza Affari e sulla tenuta dei titoli, l’allarme per un nuovo assalto speculativo resta altissimo.
Per mercoledì è stato convocato l’Ufficio di presidenza Pdl per la stesura di una prima bozza delle misure che l’indomani il Consiglio dei ministri farà proprie.
La fiducia per ora è solo un’ipotesi, anche per non scatenare subito la reazione delle opposizioni.
Quel che è certo che si tratterà di più provvedimenti, sotto forma di disegni di legge e di decreti che dall’8 novembre il Cavaliere illustrerà alle Camere.
Lo scadenzario imposto da Barroso e Van Rompuy è perentorio. Liberalizzazioni «entro due mesi» e dismissioni a stretto giro.
A Palazzo Chigi la «cabina di regia» è al lavoro sul piano di investimenti per il Mezzogiorno e, appunto, sulle dismissioni.
La vendita degli immobili ai privati riguarderà per lo più gli uffici occupati dalla pubblica amministrazione.
Interi edifici e appartamenti che lo Stato dovrebbe vendere a società o privati con l’obiettivo di mantenervi gli uffici, versando ai nuovi proprietari canoni d’affitto.
Un piano al quale sta lavorando il ministero dell’Economia e che, nelle stime, dovrebbe portare in cassa 5 miliardi l’anno per tre anni.
Il primo scoglio vero saranno invece le resistenze dei 44 avvocati, 13 medici e del notaio che affollano le file del Pdl in Parlamento e che sono tornati sul piede di guerra contro la liberalizzazione delle professioni.
Che rientra nella primissima tranche di scadenze imposta dall’Unione europea all’Italia.
Nelle conclusioni del documento con cui è stato chiuso il Consiglio europeo di mercoledì, l’indicazione è chiara: «Abolizione delle tariffe minime nei servizi professionali».
A dispetto della lettera italiana che si fermava a generiche «altre misure per rafforzare l’apertura degli ordini professionali». Sarà battaglia.
Quando con la prima manovra di luglio il governo ha provato a mettere mano alla materia, 22 senatori-professionisti pidiellini hanno scritto una lettera: «Non lo votiamo», coperti e difesi dal ministro-avvocato Ignazio La Russa: «Non mi sembra materia da inserire in un decreto».
Nel giro di cinque ore, l’emendamento è stato ritirato.
Ora il governo dovrà riprovarci. Nonostante i numeri che vacillano a Montecitorio e quelli che si assottigliano al Senato, dove si fanno ancor più critiche le posizioni di alcuni pidiellini, da Pisanu a Saro, dove il sindaco Stancanelli si è dovuto dimettere lasciando il posto al finiano Nino Strano e dove sono incerte le mosse di Carlo Vizzini.
«Il centrodestra resta coeso e adesso si cominciano a realizzare gli impegni presi – dice sicuro il vicecapogruppo Pdl Massimo Corsaro – Vedremo piuttosto che atteggiamento responsabile terranno le opposizioni».
L’eventuale fiducia all’orizzonte non aiuterà il dialogo.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 24th, 2011 Riccardo Fucile
L’EUROPA CHIEDE ALL’ITALIA PROVVEDIMENTI STRUTTURALI ENTRO MERCOLEDI… BERLUSCONI PARLA DI RIFORMA DELLA PREVIDENZA MA LA LEGA DICE NO: BOSSI FORSE PREFERISCE ANDARE AL VOTO PRIMA DI FINIRE SOTTO L’8% E COSI’ FA FUORI I DEPUTATI VICINI A MARONI
Il Consiglio dei ministri si riunirà in seduta straordinaria stasera alle 18. 
La riunione per varare le misure strutturali sollecitate dall’Ue era stata preannunciata ieri sera da Silvio Berlusconi, al termine del consiglio europeo a Bruxelles.
Il tempo stringe: l’Unione europea vuole che mercoledì l’Italia si presenti al tavolo del vertice con le misure per la crescita.
Misure che – ha sostenuto il premier – lui avrebbe voluto adottare già da tempo ma che, “per colpa di altri”, era stato impossibile varare.
La principale riforma cui pensa Berlusconi è quella delle pensioni.
“Nell’Ue si è parlato di un’uguale età pensionabile per tutti a 67 anni – ha detto – Lo farò presente alla Lega anche perchè siamo l’unico Paese ad avere anche le pensioni di anzianità . Bossi ha a cuore i pensionati. Ma questo non collide. Gliene parlerò”.
Ma superare le resistenze del Carroccio non sarà facile.
Lo conferma la netta presa di posizione del capogruppo leghista alla Camera, Marco Reguzzoni, intervenuto questa mattina al programma di Maurizio Belpietro: “La Lega è contro qualsiasi riforma delle pensioni e contro la patrimoniale. E’ sempre stata contraria all’ipotesi di ridiscussione dell’età pensionabile. Abbiamo fatto le nostre proposte alternative. Di questa questione ne discuterà il Consiglio dei ministri”.
Altra misura che potrebbe essere esaminata dal consiglio dei ministri è la cessione degli immobili pubblici. “Forse potremo ridurre il debito pubblico anche prima del 2013 ponendoli sul mercato”, ha affermato Berlusconi a Bruxelles.
La Lega si sta posizionando in vista di elezioni anticipate: vuole vendersi la patacca di aver salvato le pensioni, come se i pensionati veri non fossero alle prese da anni con un aumento dei generi di prima necessità a fronte di pensioni sempre uguali.
Può anche essere giusto valutare un aumneto dell’età pensionabile, ma a fronte di cosa?
Per favorire l’occupazione giovanile o per finire nel calderone di uno Stato dove la corruzione e l’evasione fiscale impazzano?
E allora prima si pensi prima a recuperare i 60 miliardi che costa la corruzione pubblica in Italia, i 7 miliardi degli enti che foraggiano i politici trombati e i 120 miliardi di evasione.
Poi semmai si parlerà di età pensionabile.
In realtà la Lega sta sprofondando a livello di sondaggi e a questo punto forse per Bossi è meglio andare a votare a breve: eviterebbe di finire sotto l’8% e farebbe fuori i deputati vicini a Maroni.
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Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI ALLA UE SENZA IDEE ANTI-CRISI SNOBBATO DAGLI ALTRI LEADER EUROPEI…SARKOZY INFURIATO PER LA PROMESSA NON MANTENUTA DELLE DIMISSIONI DI BINI SMAGHI
Lui proprio non voleva incontrarla, lei di sicuro non era felice di trovarselo di fronte. 
Alla fine, però, è successo. Silvio Berlusconi e Angela Merkel si sono incrociati dopo una cena del Partito popolare europeo, a Bruxelles, giusto un fugace contatto, non certo un vertice ufficiale che Berlino non voleva e Roma temeva.
Silvio Berlusconi non è mai stato tanto nei guai in Europa come oggi, stritolato in una violenta morsa franco-tedesca.
Ma, stando alle agenzie stampa Agi e Adn, ha sostenuto “di averla convinta”.
Di cosa? I guai del Cavaliere sono troppi.
La prima ragione di imbarazzo sono le famose intercettazioni telefoniche mai trascritte, ma rilanciate dalla stampa (anche tedesca) proprio sulla Merkel . E considerate da tutti se non vere almeno credibili.
Anche prima di averlo davanti, la Merkel ha fatto capire in quale considerazione tenga il premier.
Due giorni fa, per informarsi sulla situazione italiana, ha chiamato direttamente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e lo stesso ha fatto il premier lussemburghese Jean-Claude Junker, che da presidente dell’Eurogruppo è il vero regista della reazione alla crisi del debito.
Secondo quanto risulta al Fatto, la Merkel non ha commentato la (presunta) intercettazione. Ma come rivelato con grande enfasi dal Corriere della Sera di ieri, la cancelliera ha sottoposto a Napolitano tutte le perplessità che ci sono a Bruxelles e a Francoforte, sede della Bce, sul reale impegno dell’Italia nel risanamento contabile .
Quello che il governo considera già raggiunto, nonostante ci sia grande incertezza su almeno metà dei 60 miliardi di correzione previsti dalla manovra estiva.
Non bastasse questo ceffone diplomatico, ieri la Merkel ha mandato un messaggio ancora più esplicito.
Parlando davanti alle giovanili della sua Cdu, Angela Merkel ha detto che tutte le misure europee serviranno a poco per i Paesi in difficoltà “se non faranno niente con i loro bilanci, se continueranno ad avere indebitamenti pari al 120 per cento del Pil come l’Italia”.
Palazzo Chigi aveva provato nei giorni scorsi a rassicurare i partner europei su questo punto: il risanamento dei conti è un po’ ballerino, ma sono in arrivo portentose misure per la crescita che faranno schizzare il Pil, nel famoso decreto Sviluppo che dovrebbe dare all’Italia la “frustata” promessa da tre anni.
Invece il Cavaliere arriva al Consiglio europeo di oggi a mani completamente vuote: non è stato capace neppure di approvare il solito provvedimento a costo zero, dove le buone intenzioni non compensano mai l’assenza di denari.
Non ha neanche il condono (che ora si chiama “concordato fiscale”), mai andato oltre il dibattito sulla stampa.
Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha cercato di riempire il vuoto di contenuti inventandosi un creativo piano “Eurosud”, che ha discusso ieri con il presidente della Commissione Ue Josè Barroso.
Niente di concreto, ovviamente — giusto una proposta di rivedere le procedure di utilizzo dei fondi europei nel Mezzogiorno — ma buono per riempire i titoli dei giornali ed evitare l’impressione di un immobilismo totale del governo dal lato della crescita.
Anche l’altro cardine del traballante direttorio europeo, la Francia, è pronto a presentare a Berlusconi il conto di promesse non mantenute.
L’irritazione di Nicolas Sarkozy è stata finora contenuta soltanto dalla distanza fisica e dalla gioia della paternità .
Ma adesso, a quattr’occhi, potrà finalmente chiedere al Cavaliere perchè diavolo Lorenzo Bini Smaghi non si sia ancora dimesso dal comitato direttivo della Banca centrale europea per lasciare spazio a un francese dopo la fine del mandato di Jean-Claude Trichet (sostituito alla presidenza Bce da Mario Draghi).
Berlusconi lo aveva promesso a Sarkozy già ad aprile, in cambio dell’appoggio francese al nome di Draghi.
Chi ha parlato con il banchiere italiano lo racconta amareggiato, deluso perchè Berlusconi non ha mantenuto la promessa (l’ennesima) di farlo diventare governatore della Banca d’Italia.
Alla fine ha prevalso Ignazio Visco e ora Bini Smaghi non ha più poltrone alternative a disposizione, se non quella di direttore generale del Tesoro dove pare Tremonti lo vedrebbe bene al posto di Vittorio Grilli, altro candidato deluso a Bankitalia.
Dopo essersi addirittura paragonato a Tommaso Moro, ghigliottinato per la troppa indipendenza dal sovrano, ora Bini Smaghi sembra intenzionato a calarsi fino in fondo nel ruolo di banchiere centrale che risponde solo a Francoforte, non certo a Roma.
Berlusconi si potrebbe anche rassegnare, ma non certo Sarkozy che nell’anno elettorale non può tollerare di vedere due italiani e nessun francese al vertice dell’unica istituzione europea che conta, la Bce.
E oggi il presidente francese insisterà per le dimissioni di Bini Smaghi.
Ma il guaio diplomatico, per Berlusconi, ormai è senza rimedio.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile
SPUNTA ANCHE L’ADDIZIONALE IRPEF SULL’ALIQUOTA PIU’ ALTA… COME PER QUELLO DEL 1994 SI DOVREBBE BASARE SULL’ISTITUTO DELL’ACCERTAMENTO CON ADESIONE
Un concordato di massa, con centinaia di migliaia di “inviti” agli evasori a “patteggiare”, per rastrellare 5 miliardi.
E’ questa la soluzione che avanza all’interno del governo, confermata dallo stesso presidente del Consiglio Berlusconi che ha ammesso che sulla sanatoria c’è “una discussione in corso”.
La proposta è emersa dalla riunione della cabina di regia di martedì notte e porta la firma di due esponenti del Pdl, l'”anti-tremontista” Guido Crosetto e lo specialista di questioni fiscali Maurizio Leo.
Sull’operazione tuttavia pende il punto interrogativo del giudizio del ministro dell’Economia Giulio Tremonti il quale ieri è tornato a rivendicare la politica dei “rubinetti chiusi” alla spesa pubblica: “Non aver fatto una politica di stimoli è stata una felix culpa”, ha detto.
Il concordato di massa dovrebbe ricalcare quello già messo in campo nel 1994 dall’allora ministro Tremonti, e fare perno sull’istituto, già presente nel nostro ordinamento tributario, dell'”accertamento con adesione”.
In pratica l’Agenzia delle Entrate dovrebbe fare uno screening dei contribuenti (grazie a banche dati e anagrafi varie), individuare gli evasori ed inviare una montagna di inviti ad aderire al concordato.
La differenza con l’attuale accertamento con adesione, che consente al singolo contribuente, una volta “accertato” dalla Finanza, di optare per la via del patteggiamento, previo contrattazione con l’amministrazione finanziaria, è che l’operazione di massa non prevederebbe singole contrattazioni con l’Agenzia delle entrate, ma sarebbe del tipo “prendere o lasciare”, o accetti o l’accertamento va avanti e sono guai peggiori.
Naturalmente il concordato di massa rientra nella famiglia delle sanatorie, con tutti i problemi etici conseguenti.
Tuttavia il concordato tecnicamente non è un vero e proprio condono perchè l’evasore viene individuato dall’amministrazione finanziaria e – secondo il progetto in discussione – l’adesione non chiude la strada ad ulteriori accertamenti e non sana i reati.
Tre le proposte sul tavolo del governo anche altre misure: si parla di una addizionale Irpef del 5 per mille sull’aliquota più alta, quella del 43 per cento (sopra i 75 mila euro) e anche di emissioni di titoli di Stato a tassa più bassi di quelli di mercato garantiti dal patrimonio pubblico.
Mentre l’efficacia del decreto sviluppo è sempre appesa al filo delle risorse, un nuovo monito arriva da parte del Quirinale: bisogna “abbattere il debito gradualmente – ha detto Napolitano – ma a ritmo sostenuto e costante, puntando insieme ad una nuova fase di crescita”.
Replica di Berlusconi che è tornato sulla sua posizione di martedì (“Non ci sono soldi”): “Stiamo lavorando, ma non è facile, ci sono problemi”.
Mentre continuano i maldipancia: ieri i parlamentari della maggioranza, Urso, Ronchi e Scalia, hanno minacciato di non votare il provvedimento se sarà “senza risorse e senza riforme”.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile
LA FINANZIARIA REDISTRIBUISCE 4,8 MILIARDI A VARI SETTORI
Nel caos provocato dalla bocciatura del Rendiconto generale dello Stato, si fa largo la legge
di Stabilità (la ex Finanziaria) la cui approvazione è prevista nella riunione del governo.
Un testo striminzito, a saldo zero, di soli nove articoli, ma ampiamente anticipato dalla doppia manovra triennale d’estate dal valore di 59 miliardi.
La «Finanziaria», in attesa del prossimo decreto «sviluppo», è bastata tuttavia per far emergere un nuovo braccio di ferro nel governo per la destinazione degli 800 milioni provenienti dall’asta delle frequenze 4G: le risorse erano destinate, dalla Finanziaria per quest’anno, alla banda larga e così ha chiesto fino all’ultimo il ministro per lo Sviluppo Romani, ma il Tesoro ha vinto la partita e i fondi sono stati ridistribuiti per far fronte alle necessità più urgenti dei vari ministeri e in parte (800 milioni) andranno all’ammortamento dei titoli di Stato.
Raschiando il barile la nuova legge di Stabilità è riuscita a recuperare 4,8 miliardi per finanziare una serie di interventi urgenti e non, facendo conto anche su un taglio del Fondo speciale di Palazzo Chigi.
Tra le voci più significative ci sono i fondi per scuole private (262 milioni più 20 per gli atenei privati) e le università pubbliche (400 milioni); la copertura per 400 milioni del 5 per mille; la proroga al primo semestre 2012 delle missioni internazionali per 700 milioni mentre 36,4 milioni vanno alle assunzioni per Forze armate e Polizia.
Risorse per 400 milioni sono state recuperate anche per il settore dell’autotrasporto. Da segnalare il «pacchetto lavoro»: prorogati al 2012 gli sgravi per i salari di produttività (400 milioni) dei lavoratori con un tetto di 40 mila euro di remunerazione e arriva un miliardo per gli ammortizzatori in deroga per il 2011.
Su alcune disposizioni sarà battaglia fino all’ultima ora.
E’ il caso del taglio ai ministeri che, stabiliti con il decreto del 23 settembre, ora devono essere recepiti nelle tabelle della legge di Stabilità : sono ancora in corso serrate trattative tra i tecnici dei diversi dicasteri e la Ragioneria.
Per ora si profila un parziale allentamento della gestione della spesa da parte dei ministri che avranno maggiore flessibilità interna: una misura accompagnata tuttavia dalla minaccia di «ulteriori correttivi» per i dicasteri che «non hanno raggiunto gli obiettivi» stabiliti dalle manovre d’agosto.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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