Destra di Popolo.net

PACCO SVILUPPO: ALTRO PIANO CANTIERI E MAXI-TAGLI AI MINISTERI, SCOPPIA GIA’ LA POLEMICA NEL CENTRODESTRA

Settembre 30th, 2011 Riccardo Fucile

DECRETO SVILUPPO, SGRAVI AI PRIVATI, TAGLIO DI SEI MILIARDI AI DICASTERI…ARRIVA LA “TREMONTI-INFRASTRUTTURE”: SEI PROPOSTE PER LE GRANDI OPERE

Sgravi, esenzioni, incentivi, burocrazia “scontata” per semplificare e accelerare le grandi opere, coinvolgendo i privati.
Il pacchetto per lo sviluppo prende forma in attesa di uno o più decreti, «a costo zero» per le casse dello Stato, che il Consiglio dei ministri potrebbe ratificare entro la prossima settimana, secondo le previsioni espresse ieri dal ministro Sacconi.
Arriva, intanto, il decreto che taglia gli stanziamenti dei ministeri per 6 miliardi, come deciso dalla manovra d’agosto, firmato ieri da Berlusconi e Tremonti.
Il provvedimento è in ritardo rispetto alla tabella di marcia inserita nella nota al Def, il documento di economia e finanza (era da varare entro il 25 settembre), a causa delle tensioni scatenate tra i ministri sulla distribuzione dei sacrifici da operare ai singoli budget, lontane dall’essere sopite e che alimenteranno altri scontri nei giorni a venire
La crescita, intanto.
Il cuore delle misure è la “Tremonti-infrastrutture”: sei proposte per far ripartire i cantieri.
La principale, a quanto si legge in bozza, prevede sconti Irap e Ires (meno tasse) alle imprese che si aggiudicano la concessione per realizzare un’opera pubblica e la contestuale, seppur parziale e limitata nel tempo, rinuncia dello Stato al relativo canone.
Altra novità , l’introduzione del contratto di disponibilità  per «favorire il partenariato pubblico-privato nelle infrastrutture strategiche»: l’opera è di proprietà  privata (il privato assume spese e rischio della costruzione), ma destinata a un pubblico esercizio.
Lo Stato, dunque, paga un canone di disponibilità  al privato, nonchè un prezzo finale se vuole rilevarne la proprietà .
Le proposte avanzate dal dicastero dello Sviluppo economico prevedono la costituzione di una società  «aperta alla partecipazione dei privati» per portare la banda larga e ultra-larga in tutto il Paese, l’estensione alle società  a capitale prevalentemente pubblico (nei settori di acqua, energia, teleriscaldamento, smaltimento, depurazione) della deducibilità  degli interessi passivi di natura finanziaria «nel limite del 30% del reddito operativo», l’aumento da 4 a 20 anni della durata della concessione demaniale per depositi e stabilimenti costieri degli impianti petroliferi. Buona notizia, l’idea di prorogare per un triennio le detrazioni per interventi di «efficientamento energetico» che vengono, però, rimodulate secondo tetti, ora non previsti (non più di tot euro per metro quadro di pannello solare, non più di tot euro per Kw della caldaia, ecc.), e limitata al 41% (anzichè il 55%) per finestre e piccole caldaie.
Dovrebbe poi tornare la detrazione per gli elettrodomestici ad alta efficienza e le pompe di calore
Tra le ipotesi plausibili, la devoluzione del 25% dell’extragettito Iva (fino a 15 anni), incassata dalla gestione di una nuova infrastruttura per i trasporti, alla stessa società  che l’ha costruita. Poi, incentivi alle compagnie di assicurazione che apportano capitali ai privati che fanno le infrastrutture.
E soprattutto un iter molto rapido al Cipe che approverà  le opere strategiche una sola volta, nella versione preliminare e non anche nella definitiva, se i due progetti sono coerenti rispetto a un «medesimo limite di finanziamento».
Saranno, infine, semplificati i controlli sulle società  energetiche perchè non traducano la maggiore tassazione (la Robin tax) in aggravi di bolletta.
Per chiudere, la cessione delle partecipazioni Anas al Tesoro, prevista in manovra, sarà  limitata a quelle dove Anas è concedente e non concessionaria.

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VENDERE LE CASERME PER FARE CASSA? PECCATO CHE NESSUNO SAPPIA NEANCHE QUANTE SONO

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

IN TEMPI DI CRISI SI PARLA DI METTERE SUL MERCATO ALCUNI BENI DELLO STATO…MA NON ESISTE UN ELENCO COMPLETO: IL DEMANIO TACE, I MINISTRI SI DEFILANO E LE COMMISSIONI RISULTANO INUTILI

Come in una porta girevole, in questi giorni arruffati in cui il governo è alla ricerca disperata di soldi, l’idea di vendere pezzi del patrimonio dello Stato per fare cassa entra ed esce dalle stanze di palazzo Chigi.
Ma poi si scopre che non esiste neppure uno straccio di censimento della reale consistenza immobiliare, neanche per le caserme che invece, secondo la disinformacja governativa, sarebbero lì belle pronte in attesa di acquirenti vogliosi.
Le caserme e i beni della Difesa (terreni, fari, forti, magazzini, polveriere) ci sono e tanti, presumibilmente con un valore ingente, dell’ordine delle decine e decine di miliardi di euro.
Ma nessuno sa con precisione quanti siano quelli disponibili e tanto meno di quanti metri quadrati si parla.
Sembra impossibile, ma è così.
Ci ha battuto il naso anche Paolo Cirino Pomicino che con grande sorpresa ha dovuto constatare che per la vendita dei beni militari siamo ancora all’anno zero, o quasi.
Ex luogotenente di Giulio Andreotti, ex potentissimo presidente della Commissione bilancio della Camera, più volte ministro ai tempi della Prima Repubblica e infine coinvolto nella vicenda Enimont e condannato, Pomicino è uno che di vendita del patrimonio pubblico se ne intende.
Esattamente vent’anni fa varò la prima società  ad hoc, Immobiliare Italia, ed ora non è affatto ostile a questo governo, anzi, in qualche modo ne fa parte.
Su proposta di Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma, è stato nominato presidente di un Dipartimento di palazzo Chigi, il Comitato tecnico-scientifico per il controllo strategico nelle amministrazioni dello Stato.
Un incarico «svolto a titolo gratuito», come lui stesso insiste a precisare.
In quella veste Pomicino chiede con insistenza da 11 mesi al ministero della Difesa e a mezzo governo l’elenco dettagliato dei beni. Inutilmente.
Dopo tanto tempo sprecato e una corrispondenza fitta con il ministro Ignazio La Russa, il suo capo di gabinetto, generale di Corpo d’armata Claudio Graziano, il sottosegretario Guido Crosetto, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, sconsolato Pomicino si è rivolto pure ad Antonio Martone, presidente di un’altra commissione governativa dal nome altisonante, Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità  delle pubbliche amministrazioni (Civit), un organismo presentato come uno strumento formidabile per l’efficienza delle mezze maniche statali, voluto con caparbietà  dal ministro Renato Brunetta.
Martone, che per quell’incarico prende 165 mila euro all’anno mentre i commissari 135, ha risposto a Pomicino che l’affare non lo riguarda, limitandosi ad esprimere un generico auspicio di circostanza, cioè «che nel frattempo il problema possa aver trovato una soluzione, anche parziale».
Caustico, Pomicino gli ha risposto con una lettera al fulmicotone di tre righe: «Non pensavo che la scarsa efficienza dei dirigenti del Demanio militare non fosse di competenza della commissione da te presieduta».
Quindi lo ha invitato «con amicizia» ad un incontro «per capire finalmente che cosa fa la tua commissione».
Il carteggio tra Pomicino e i ministri è una specie di metro per misurare tutta la distanza che separa le roboanti velleità  governative e la sconsolante pedestrità  dell’azione effettiva.
La prima lettera è del 15 ottobre di un anno fa. Pomicino chiede alla Difesa «il numero di edifici con il complessivo numero di metri quadrati utilizzati dal ministero e dalle quattro armi».
Dieci giorni dopo il capo di gabinetto del ministro gli risponde buttando la palla in corner: «E’ attualmente in fase di implementazione una mappatura completa e particolareggiata» e senza fissare date e termini promette che quando i dati saranno pronti «sarà  cura di questo Dicastero» fornirli.
Passano appena quattro giorni e Pomicino segnala «con grande disappunto» la faccenda a Gianni Letta e al ministro Rotondi.
Facendo fatica a credere che la lista non esista, insinua il dubbio che il capo di gabinetto non abbia comunicato i dati, pur avendoli, perchè «qualcuno» gli ha detto di fare così, presumibilmente il ministro La Russa intenzionato, magari, a gestire in prima persona l’interessante affare della vendita delle caserme.
Pomicino insiste e fa notare che, se «la mappatura è in fase di implementazione», come dice il capo di gabinetto, vuol dire che ci sarebbe un elenco più vecchio, che però non è saltato fuori.
La desolante verità  è che probabilmente non esiste proprio alcun elenco.
Una quindicina di giorni dopo, novembre 2010, anche Letta scrive a Pomicino e con il solito stile di dire sempre sì a tutti tanto non costa nulla, gli assicura che «il ministero della Difesa fornirà  riscontro agli elementi richiesti».
Due mesi dopo, però, il sottosegretario Crosetto riporta la faccenda al nastro di partenza e annunciando decisive «sinergiche e interattive azioni» tra l’Area tecnico-operativa e quella tecnico-amministrativa del ministero, alla fine comunica a Pomicino che la lista «è in continuo divenire».
Quindi non disponibile. In primavera Pomicino si rivolge al presidente Martone e Martone gli risponde picche.
D’estate Pomicino insiste. Nulla.
Siamo a un passo dall’autunno, Crosetto assicura che la lista negata a Pomicino ci sarebbe e a riprova della sua esistenza manda questi 2 messaggini per telefono.
Primo: «Infrastrutture Difesa 5.815 di cui 1.763 di reale valore».
Secondo: «Esclusi gli alloggi». Punto.
Ottimo e abbondante per la truppa.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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EVASORI, NIENTE PAURA: È TUTTO FINTO

Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

MANOVRA ANTI EVASORI? SOLO FUMO NEGLI OCCHI…CANCELLATE TUTTE LE MISURE EFFICACI CONTRO I FURBI, RESTANO I PALLIATIVI E CHI TRUFFA IL FISCO NON PAGHERA’

Fumo negli occhi: questo sono le “misure anti-evasione”.
Peccato perchè nella prima stesura della manovra cose buone ce n’erano. Proprio quelle che sono state eliminate.
Cosa buonissima era l’obbligo di inserire in dichiarazione i rapporti bancari di cui si avesse comunque la titolarità ; attenzione, questo significava che il conto intestato alla nonna andava dichiarato, così come la cassetta di sicurezza e il libretto di risparmio al portatore; e, naturalmente, il conto estero, svizzero o caraibico che fosse.
Perfetto. Soprattutto perchè, se adeguatamente sanzionata, questa norma avrebbe permesso di evitare i complessi accertamenti sull’ammontare dell’imposta evasa; sarebbe bastato accertare che il conto alle isole Cayman non era stato dichiarato.
Tempi duri per gli evasori. E infatti non se ne parla più. Perchè?
Non si sa (ma si immagina).
Tanto più che il Fisco ha, per legge, la possibilità  di chiedere al contribuente i rapporti intrattenuti con le banche.
Solo che, con i conti indicati in dichiarazione, andava a colpo sicuro e chi aveva mentito correva rischi gravi.
Ora restiamo con il 10 % di accertamenti, 90% di possibilità  di farla franca e impunità  pressochè assicurata.
Decisiva era la pubblicità  dei redditi. Attenzione, del reddito imponibile, non della dichiarazione. Poteva essere la chiave per abbattere l’evasione.
Chi sarebbe uscito con la Ferrari quando il vicino poteva leggere online che dichiarava 30.000 euro di reddito annuo?
Chi avrebbe corso il rischio della denuncia (non della “delazione”, secondo il lessico dei difensori d’ufficio dell’evasione) da parte di incazzati contribuenti onesti, magari loro malgrado perchè lavoratori dipendenti?
Era una svolta.
Adesso, pensa un po’, si prevede di mettere online i redditi medi delle categorie.
Cioè quello che si legge da anni su decine di siti Internet.
Come se non si sapesse già  che gli avvocati hanno un reddito medio di 50.000 euro, i dentisti di 45.000 e gli albergatori e ristoratori di 12.000.
Dopodichè? Accertamenti mirati sulla base di queste risultanze.
Perchè, fino adesso Fisco e Comuni non lo sapevano che il popolo dell’Iva è pieno zeppo di evasori?
Chissà  se resisterà  l’incoraggiamento ad utilizzare sistemi di pagamento tracciabili.
Tutti sanno benissimo che la moneta elettronica è la mamma dell’anti-evasione (il papà  è la prigione); sicchè c’è da dubitarne.
E comunque: perchè riservarla solo a piccole aziende? Perchè non rendere obbligatori, per tutti, pagamenti con carta di credito, bonifici bancari, assegni ecc?
È ovvio: perchè il popolo della partita Iva si incazza.
Plauso incondizionato per il no alla sospensione condizionale della pena.
L’evasore fiscale è un delinquente seriale, per definizione non dà  alcuna garanzia di non commettere altri reati: tutta la sua economia è fondata sull’evasione; e, se beccato, ricomincia subito, in base al principio (fondatissimo con il sistema tributario e penale tributario italiano) secondo cui il fulmine non cade mai due volte nello stesso punto.
Ma riservare la severità  all’evasore per più di 3.000.000 di imposta è proprio fumo negli occhi. Che si fa, si mettono in prigione Valentino Rossi e Pavarotti.
E poi? Quello che serve è spaventare gli evasori sistematici piccoli e medi, quelli che fanno “nero”.
Lì sta l’evasione vera, quella che ci mette in ginocchio; il resto è operazione di facciata.
Certo, vanno presi e puniti severamente anche loro, anche Rossi e Pavarotti; ma non è con questi due che si salva l’Italia.
Quindi la norma doveva essere estesa a tutti i reati tributari: 6 mesi di prigione al collega della porta accanto sono un deterrente più efficace di 1000 spot anti-evasione.
Resterà  l’abbassamento della soglia di punibilità  per le dichiarazioni fraudolente “con altri artifici”: non più 77.468 euro ma 30.000?
Comunque, anche qui c’è il trucco. Questo reato non si applica quasi mai.
Il popolo dell’Iva, quello che fa il “nero”, quello che è il maggiore responsabile di un’evasione annua pari a 160 miliardi, ottenne, a suo tempo, di inserire nella legge penale tributaria il reato di “dichiarazione infedele” che si ha quando, per evadere, ci si limita a non annotare in contabilità  quello che si incassa.
Insomma, quando il dentista, l’idraulico, l’avvocato, il meccanico, il barista e così via non fanno parcella, scontrino, ricevuta, evadono ma senza “artifici”.
Il che significa pena fino a 3 anni (dunque in realtà  8 mesi con la condizionale), soglia di punibilità  di 103.291 euro (se evado 103.000 euro netti all’anno non commetto reato).
Norma “finta” anche questa.
Come cantavano i mitici Platters, Smoke gets in your eyes.

Bruno Tinti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SCIPPATORI PADANI: ORA PUNTANO A FREGARE ANCHE GLI SPICCIOLI NEL BORSELLINO DEGLI IMMIGRATI

Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

UNA TASSA SULLE RIMESSE IN PATRIA DEGLI IMMIGRATI PROPOSTA DAI RAZZISTI DELLA LEGA… CHI PENSA ANCHE AL RECUPERO COATTIVO DEL CONDONO 2002…IL GOVERNO ESCLUDE DI RICORRERE ALLA FIDUCIA E AUTORIZZA NUOVE TASSE COMUNALI

Un colpo di mano della Lega impone una nuova tassa sui trasferimenti di denaro all’estero da parte di cittadini stranieri che non hanno matricola Inps e codice fiscale.
Questo emendamento alla manovra, approvato in commissione Bilancio al Senato, interessa varie centinaia di migliaia di stranieri sconosciuti ai database della previdenza e del Fisco.
In pratica, clandestini o immigrati sfruttati (i lavoratori “regolari” non saranno toccati), in assenza dei due requisiti, pagheranno a caro prezzo l’invio di soldi al di fuori dei nostri confini: la tassa (ufficialmente è un’imposta di bollo) è parametrata sul 2% di ogni transazione, con una soglia minima di 3 euro.
Ad esempio, per un bonifico di 300 euro effettuato in uno dei tantissimi money transfer sparsi in Italia, gli stranieri sborseranno 6 euro mentre la soglia minima al di sotto della quale sarà  meno conveniente inviare denaro, è teoricamente fissata a 150 euro (costo 3 euro).
Le rimesse all’estero degli stranieri ammontano a 6,7 miliardi di euro mentre la nuova “imposta di bollo” potrebbe portare in cassa circa 100 milioni.
Praticamente il nulla, ma tutto fa propaganda ormai.
Anche perchè chi potrà  fare il trasferimento di denaro a un amico con codice fiscale, lo Stato non incasserà  un euro e Calderoli lo prenderà  nel naso come sempre.
Ma dal Senato arrivano anche cattive notizie per gli italiani che hanno dichiarato e “dimenticato” di pagare il condono tombale del 2002.
Agenzia delle Entrate ed Equitalia, potranno imporre il pagamento delle somme non versate “anche dopo l’iscrizione a ruolo e la notifica delle relative cartelle di pagamento”.
Entro 30 giorni dall’entrata in vigore partirà  una ricognizione e il mese successivo Equitalia potrà  avviare azioni “coattive” volte al recupero delle somme entro il 31 dicembre prossimo.
In caso di mancato pagamento le sanzioni salgono al 50% di quanto dovuto.
Non solo: in questo caso Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, entro il 31 dicembre 2012, potranno passare al setaccio le posizioni dei contribuenti a partire dal 2002.
Inoltre, dal 2015 le maggiori entrate dalla lotta all’evasione andranno a ridurre la pressione fiscale.
Tra le principali correzioni approvate in commissione vanno poi ricordati il salvataggio delle feste laiche, che non saranno più differite alla domenica più vicina (quelle patronali spariranno dal calendario), il paracadute offerto ai piccoli istituti di ricerca e enti culturali, l’addio al blocco delle tredicesime per gli statali.
Aumenteranno, invece, le imposte comunali.
È stato infatti approvato un emendamento del Pdl in base al quale “per assicurare la razionalità  del sistema tributario e la salvaguardia dei criteri di progressività , i Comuni possono stabilire aliquote dell’addizionale comunale all’imposta sul reddito, differenziate in relazione agli scaglioni di reddito corrispondenti a quelli stabiliti dalla legge”.
Bocciato, invece, l’emendamento delle opposizioni che prevedeva l’asta competitiva per le frequenze televisive nel passaggio al digitale.
I lavori proseguiranno per chiudere e dare l’ok alla manovra mentre il voto, come conferma il presidente del Senato Renato Schifani, resta fissato in settimana: “Non vi è alcun rallentamento nei tempi. Il dibattito parlamentare non sarà  strozzato in Aula dalla fiducia che impedirebbe ai parlamentari di confrontarsi con correttezza e senso di responsabilità  come stanno facendo”.
Anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ribadisce il “no” della maggioranza e del governo alla fiducia e annuncia “una convergenza sia con il Pd che con l’Api: noi diremo sì ad un tema caro al Terzo Polo sulla riforma della giustizia e a un emendamento importante del Pd sulla spending review” in base al quale il ministero dell’Economia avvierà  una ridefinizione dei fabbisogni standard di spesa delle amministrazioni dello Stato.

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GIORGIO BOCCA: “IL PD E’ COME IL PSI DI CRAXI, IM QUANTO AD ONESTA’ LA SINISTRA E’ LA STESSA COSA DELLA DESTRA”

Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

“BERSANI NON DOVREBBE FARE UN PASSO INDIETRO, MA BUTTARSI A MARE”…”IL PERICOLO ORA E’ CHE QUESTA CLASSE DIRIGENTE FACCIA UN GOLPE PER EVITARE LA GALERA”

Due squilli e il ricevitore si alza. Poi non fai nemmeno in tempo a concludere una domanda — sulla questione morale a sinistra — che la risposta è questa: “Ma è la solita storia della corruzione politica: tutti i partiti, in tutte le epoche, quando amministrano hanno bisogno di soldi e li rubano. Nulla di nuovo sotto il sole”.
Dall’altra parte, l’accento cuneese di Giorgio Bocca, scrittore e firma di Repubblica e dell’Espresso. Che, con il tono mite di un neo 91enne, aggiunge il seguente siluro: “Soprattutto nulla di nuovo rispetto a Craxi”.
Vede analogie tra il Pd e i tempi d’oro del Psi piglia-tutto
Macchè analogie. Vedo un’assoluta identità .
Perchè?
Craxi diceva: i mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà .
Ce lo spieghi meglio.
C’è poco da spiegare: rubano tutti. Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi. La via è comune.
Nella sua similitudine tra Pd e Psi non torna solo la lungimiranza. Il partito di Craxi fu annientato dagli scandali. Il Pd vuol fare la stessa fine? Non è vero che la storia insegna?
Historia magistra? Mah. Guardi, le dico questo: alla fine della Guerra io e altri partigiani pensavamo che il Partito socialista avrebbe cambiato il modo di fare politica in Italia. Nel giro di pochi anni tutte le persone per bene e oneste sono state cacciate da quel partito. Dove sono rimasti solo i furbi e i ladri. Vuol farmi dire che la politica è cambiata? Non lo penso.
Non voglio farle dire nulla: le chiedo come può la dirigenza del Pd essere così miope.
Non c’è nessun disegno politico, questa è la cosa grave. C’è l’istinto, in chi fa politica, di usare i mezzi più facili.
Quali sono?
Mettere le mani sul denaro e corrompere. Non mi pare si tratti di altro.
Tangentopoli non è servita.
Vista dal punto di vista di uno storico no. Andiamo ancora più indietro. Che ha fatto Giulio Cesare quando aveva consumato il suo patrimonio? S’è fatto mandare in Spagna, dove ha rubato talmente tanto che è tornato a Roma ricchissimo. Ha armato un esercito e si è impadronito del potere. Le dinamiche sono abbastanza chiare.
Bersani dovrebbe fare un passo indietro, considerando i suoi rapporti stretti con Penati?
Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare.
Ci sono stati tempi in cui la politica era diversa?
Forse solo nelle grandi emergenze, durante le guerre, si sono visti politici onesti e disposti anche a farsi fucilare per la libertà . Ma quando la politica diventa amministrazione scade, di solito, a un livello bassissimo. Non conosco oggi un politico che sia stimabile come persona privata. Un uomo come me, che a vent’anni comandava una divisione partigiana, aveva tutte le opportunità  di impegnarsi in politica. Ma ho capito immediatamente che era un rischio da non correre. E non me ne sono pentito. Mai.
Così non c’è scampo.
Come si fa a sperare? Io non vedo segni di cambiamento.
Non dappertutto è così. Nella maggior parte dei Paesi a regime democratico l’etica pubblica è un valore.
Dove si sono stabilite — almeno in minima parte — le regole del gioco, il codice viene rispettato. Noi le avevamo stabilite, ma le abbiamo anche mandate all’aria. Dopo la guerra partigiana e la Liberazione dell’Italia, l’onestà  è stata, per quasi mezzo secolo, un valore condiviso. Allora i partiti rubavano, ma lo facevano con cautela e vergognandosene quando venivano scoperti. Ora si ruba senza nemmeno vergogna.
È una questione statistica. Essere indagati o imputati, per i politici, fa quasi curriculum…
Sì, è un metodo. Un sistema: lo diceva oggi (ieri, ndr) nel suo articolo sul Fatto Nando Dalla Chiesa, una persona che stimo, come del resto stimavo molto suo padre. Però anche lui non scrive a chiare lettere: lì c’è gente che ruba. Con i nomi e i cognomi.
Siamo ancora nella fase delle indagini preliminari. Diventa un reato fare certe affermazioni prima dei processi.
Sì, ma mi ha stupito il tono di Dalla Chiesa, troppo leggero. Oggi è impossibile dire a un politico che ha rubato “hai rubato”. Ma allora cos’è questo giro di affari, soldi, tangenti?
Bersani, all’alba della vicenda Penati, minacciò querele a destra e a manca.
È vero, infatti mi sono ben guardato dallo scrivere articoli sull’argomento. Le querele volano e i giornali nemmeno ti sostengono. Un tempo mi sarei lanciato nella discussione, stavolta non l’ho fatto anche con un senso di paura.
Al di là  dell’opportunità , secondo lei dire “faremo una class action contro i giornalisti” è un discorso politico?
La classe politica rivendica il diritto di far paura alla stampa.
Più che politica è arroganza.
I potenti dicono: state zitti perchè comandiamo noi.
Non sono comportamenti molto diversi da quelli dei partiti di governo.
Berlusconi è più moderno, ha capito che con il denaro si risolve tutto. La sua calma si legge così: io li compro e tanti saluti. Gli altri, semplicemente, non hanno abbastanza soldi. E hanno delle preoccupazioni d’immagine. Ma come fa Penati a difendersi?
I democratici si sentono — e si professano — molto diversi dal centrodestra.
Certo che si dicono diversi. Lo fanno perchè agli occhi della pubblica opinione non vogliono apparire uguali agli altri. Uguali ai ladri.
Vede pericoli?
L’unico pericolo è che questa intera classe dirigente, per non andare in galera, faccia un golpe.
Un loro azzeramento no?
Proveranno a tirare avanti, come han fatto fino a ora. Chi ha i soldi se la cava. Cesare è ricordato come uno dei più grandi uomini politici della romanità  ed era uno che confessava candidamente di aver rubato. Però potrebbe arrivare anche un moto d’ira popolare che li manda tutti a casa. Mi trovo di fronte a un’umanità  incomprensibile. Un politico che ruba, sa di essere al di fuori dell’etica. Eppure lo fa. Io veramente non li capisco.
Crede che la prudenza dei vertici del partito sulla questione Penati vanificherà  il successo delle amministrative e dei referendum?
Mi pare che ci sia un fraintendimento su questo nuovo interessamento alla politica. Lo scambiamo per un cambiamento morale. Ma è più che altro una moda.
Ha compiuto 91 anni tre giorni fa…
… quindi posso dire tutto, anche le sciocchezze?
No, le chiedevo cosa direbbe a un ragazzo italiano di vent’anni.
Gli direi: “Non rubare”. Si vive meglio da onesti. L’onestà  è l’unica riserva per sopportare questa vita terrena, che è piena di insidie e porcherie.
Evangelico.
Certo. Sono sempre più cattolico.

Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SPUNTA IL RISCHIO DI UNA TERZA MANOVRA: INCERTO IL GETTITO DELLA LOTTA ALL’ELUSIONE, MANCANO INCASSI CERTI

Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile

IL GOVERNO GIOCA ALLE TRE TAVOLETTE…SUI SALDI FINALI PESANO ANCHE L’INCOGNITA CRESCITA E L’AUMENTO DEGLI INTERESSI SUI TITOLI DI STATO

I conti non tornano.
Quelli dell’economia globale, dell’Europa, dell’Italia, della manovra bis.
L’esercizio politico di spostare le poste come birilli ha forse preservato il consenso dei rispettivi elettorati, meno i saldi di un provvedimento d’urgenza richiesto dalla Bce per anticipare al 2013 il pareggio di bilancio.
Il rischio è che, a breve, quei conti si debbano riaprire per un terzo, doloroso, intervento.
Tre manovre in tre mesi, l’Italia come la Grecia, è il pericolo da scongiurare a tutti i costi.
I sintomi, però, ci sono tutti.
Il vertice di Arcore di lunedì ha, di fatto, aperto un primo “buco”, stimato dall’opposizione ma anche da studiosi ed economisti in almeno 5 miliardi: tolto il contributo di solidarietà  (3,8 miliardi di euro in tre anni), concessi 2 miliardi di minori tagli agli enti locali (diventano 3 se uno si storna dall’introito della Robin Hood tax), le compensazioni paiono evanescenti.
La stretta sulle società  di comodo, la scure sulle Coop, il gettito dell’evasione passato in gestione ai Comuni, sul pallottoliere della contabilità  pubblica per ora valgono zero.
Così come le riforme costituzionali (abolizione delle Province e dimezzamento dei parlamentari).
Poi i dubbi di costituzionalità  aperti dal caso supertassa, rimasta per pensionati e statali, e dal caso pensioni, che comunque forniranno introiti solo a partire dal 2013 (500 milioni), fanno pensare ad un’altra falla da riempire.
Infine, la delega fiscale da 20 miliardi, corposa ma ancora nebulosa, che nasconde l’aumento dell’Iva.
Poi c’è il contorno.
Fatto di stime sulla crescita in forte ribasso (lo diceva lunedì il Fondo monetario internazionale per il mondo e l’Italia, ieri l’Istat e anche la Banca d’Italia).
Interessi sui titoli di Stato italiani che lievitano a vista d’occhio (gli spread con i Bund tedeschi hanno ripreso a correre).
Numeri che i mercati sanno leggere benissimo e che, inevitabilmente, cambieranno le condizioni italiane per aver deficit zero nel 2013.
“Le stime sul Pil dell’Fmi possono anche peggiorare, perchè calcolate senza tenere ancora in conto l’effetto comunque depressivo delle due manovre estive”, dice Mario Baldassarri, economista e senatore Fli.
“Al momento la minore crescita, da qui al 2013, è stimata in due punti in meno. Ovvero un punto in più di deficit. Ovvero 15 miliardi nel 2013. Il pareggio, nei numeri non c’è più. Servirà  una manovra ter da 25-30 miliardi che non ci possiamo però permettere. A che titolo la Bce continuerà  a comprare i nostri titoli?”.
Tra una ventina di giorni il governo presenterà  il nuovo Def, con il Pil rivisto.
“Il punto è correggere i conti, subito, ma con misure strutturali”, dice Nicola Rossi, economista, gruppo misto.
“Questa manovra bis, così sbilanciata sulle entrate, ne avvicina una terza. Sì, sembra proprio l’iter greco”.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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MANOVRA, ASSEDIO A TREMONTI: ALLA RICERCA DI 6 MILIARDI

Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER: “SALDI A RISCHIO, AUMENTIAMO L’IVA”…LE NUOVE MISURE NON BASTANO, SECONDO I CALCOLI DELLA RAGIONERIA… DUBBI DEL COLLE SUL VOTO DI FIDUCIA…LA LEGA, CONTESTATA DAI SUOI ELETTORI PER LE PENSIONI, CAMBIA IDEA PER LA TERZA VOLTA

“Se ci ritroviamo spalle al muro, allora rimettiamo mano all’Iva e con quel punto recuperiamo i 5 miliardi, con buona pace di Giulio”.
All’indomani del vertice di Arcore Silvio Berlusconi è un uomo assalito da dubbi.
Un   premier che a collaboratori e ministri sentiti a più riprese in giornata confida incertezza e preoccupazione.
E una profonda irritazione nei confronti di Tremonti, ancora una volta.
Perchè sarebbe stato proprio il ministro delle Finanze, nel lungo summit di due giorni fa, ad assicurare che pur dimezzando i tagli ai comuni e abolendo il contributo di solidarietà , altre misure di lotta all’evasione e all’elusione avrebbero garantito il mantenimento dei saldi.
Il conto dei 45 miliardi sarebbe comunque tornato, insomma.
Ieri a Palazzo Chigi si sono accorti che le cose stavano diversamente, a sentire la stessa presidenza del Consiglio.
Il Cavaliere l’ho appreso da Gianni Letta, che ha tenuto i contatti con la Ragioneria dello Stato: l’organismo contabile avrebbe informato in via informale che le entrate previste con le nuove misure post-vertice lascerebbero uno scoperto di circa 6 miliardi di euro rispetto alla manovra del 12 agosto.
“A questo punto Giulio deve darci le cifre, misura per misura” sarebbe sbottato il premier coi suoi.
Tanto più che il tempo stringe, il governo deve mettere a punto gli emendamenti correttivi, stavolta nero su bianco per davvero, entro domani.
Perchè in commissione Bilancio al Senato si entra nel vivo con le votazioni. Ministri pidiellini in fermento contro il ministro del Tesoro, ma lui non c’è, irreperibile.
È ritornato sui monti della sua Lorenzago. “Il Professore Tremonti non è a Roma, il telefono non ha campo e quindi non prende” fa sapere a tutti il portavoce di via XX Settembre.
E tanto basta per irritare ancor più il Cavaliere. “Mi aveva assicurato che avremmo potuto rivedere i tagli ai comuni e cancellare il contributo di solidarietà  perchè le sue misure anti evasioni sarebbero state sufficienti, se non è così, allora torniamo ad aumentare il punto Iva” hanno sentito dire ieri al presidente del Consiglio, a questo punto determinato a tutto.
Anche allo scontro finale con Tremonti, pur di non far precipitare la situazione.
Sembra che tra i contatti avuti da Berlusconi, ve ne siano stati nelle ultime ore anche con il governatore di Bankitalia – futuro presidente Bce – Mario Draghi. Tra i due potrebbe esserci un incontro a Roma la prossima settimana.
Le perplessità  del premier nelle ultime 24 ore sono le stesse dei ministri leghisti.
La “Padania” se ne fa portavoce, con tanto di titolo che oggi minaccia la riapertura del confronto sulla manovra. “Inaccettabile” fa già  sapere il capo del governo.
Berlusconi preferisce presentarsi davanti a una delle tv del gruppo di famiglia (Studio Aperto) per difendere il “successo” della sera prima.
Ma è una mossa difensiva, studiata nelle stesse ore in cui l’accordo è già  sotto assedio.
Tra medici e magistrati e soprattutto dipendenti pubblici sul piede di guerra, mentre la tenuta dei sindacati più vicini – Uil e Cisl – viene rimessa in discussione non appena si è diffusa la notizia che il contributo di solidarietà  resta in vigore proprio per gli statali.
È la norma sulla cancellazione del riscatto degli anni di laurea e di servizio militare a mandare su tutte le furie Calderoli e i parlamentari leghisti.
Per il Carroccio le pensioni non andavano proprio toccate. I senatori del gruppo minacciano di bocciare l’emendamento.
Gli uffici legislativi del Colle, che stanno seguendo con attenzione gli sviluppi sul decreto, pur non avendo ancora esaminato gli emendamenti, avrebbero lasciato trapelare già  i loro dubbi. Suffragati da quelli di autorevoli costituzionalisti: la norma sul riscatto rischierebbe di violare l’articolo 3 della Costituzione, tanto per cominciare.
Sotto attacco in questo caso, oltre a Tremonti, finisce il ministro del Welfare Sacconi, artefice della trovata.
Non è un caso se questa mattina proprio il ministro pidiellino si vedrà  con Calderoli e i tecnici del Tesoro, con l’intento di rimettere mano alla norma.
Tra le ipotesi, il salvataggio del riscatto per il solo anno di militare. Ma non viene escluso un passo indietro su tutto, che lasci intatto il riscatto.
Troppo trasversale e diffusa la protesta scatenata già  ieri dalla novità  in tema di pensioni.
Ma sono anche i colleghi pidiellini di governo a lamentarsi di Sacconi, che lunedì a Villa San Martino aveva garantito della tenuta dei sindacati, su pensioni e contributo di solidarietà  per gli statali.
Si è scoperto ieri che non era così. Che le confederazioni “amiche” adesso minacciano pure loro la mobilitazione. Caos su più fronti, mentre l’esame della manovra al Senato entra nel vivo.
Domani il Consiglio dei ministri si riunirà  per discutere dell’eventuale fiducia al maxi emendamento che sarà  presentato per scavalcare le 1.300 proposte di modifica depositate.
Il Quirinale lascia trapelare più che qualche perplessità  e puntualmente il presidente del Senato Schifani se ne fa interprete auspicando un confronto aperto con le opposizioni e scongiurando il ricorso alla fiducia.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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LA MANOVRA DELLE BOLLICINE: INCONSISTENTE E PIENA DI BUCHI

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

UNA MANOVRA DEPRESSIVA SUL PIANO DEI REDDITI, DEI CONSUMI, DEGLI INVESTIMENTI E DELL’OCCUPAZIONE…E I CONTI NON TORNANO: CHE DIRA’ L’EUROPA?

Una volta tanto il presidente del Consiglio è stato di parola.
“Ho messo da parte le bottiglie per brindare all’accordo”, ha detto durante il vertice di maggioranza ad Arcore.
Dopo oltre sette ore l’intesa è arrivata.
Ma dall’estenuante braccio di ferro di Villa San Martino è uscito esattamente quello che Berlusconi auspicava: una “manovra-champagne”.
All’apparenza, spumeggiante e piena di bollicine. Nella sostanza, sempre più inconsistente e piena di buchi.
La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato.
La verità  è ben diversa.
L’unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi.
“Non metto le mani nelle tasche degli italiani”, aveva tuonato il premier.
In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà  sui redditi superiori ai 90 mila euro.
Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile.
Era l’unico obiettivo che gli stava a cuore. L’unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C’è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese.
La “manovra-champagne” è solo un’altra, clamorosa occasione mancata. È confusa nè più nè meno di quelle che l’hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura.
Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c’è una sola misura di stimolo.
E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell’occupazione.
D’altra parte, non poteva non essere così.
Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell’Economia aveva annunciato una prima manovrina all’acqua di rose a giugno, spiegando che l’Italia era a posto sul debito e sul deficit.
Travolto dalla crisi europea e dall’ondata speculativa dei mercati, ha presentato una manovra-monstre da 45 miliardi a luglio, spiegando che “in cinque giorni tutto è cambiato”.
Si è presentato ad Arcore chiedendo che quel pacchetto d’emergenza non fosse toccato, per evitare guai con la Ue e traumi sugli spread.
Ebbene, quel pacchetto, al vertice di Arcore, non è stato “toccato”: è stato totalmente distrutto.
Della manovra tremontiana di luglio non resta quasi più nulla. Salta il contributo di solidarietà , saltano i pur risibili tagli ai costi della politica, salta la cancellazione dei piccoli comuni.
Berlusconi ha umiliato Bossi. La Lega pretendeva la supertassa sugli evasori fiscali e la salvaguardia delle pensioni “padane”. Non ha spuntato niente.
La maxi-patrimoniale si è annacquata in un più tollerante giro di vite sulle società  di comodo alle quali i lavoratori autonomi intestano spesso appartamenti, auto di lusso e barche.
Quanto alla previdenza, il Senatur non solo non salva le camice verdi, ma deve incassare un intervento a sorpresa sulle pensioni di anzianità  dalle quali, ai fini del calcolo, verranno scomputati gli anni riscattati per la laurea e il servizio militare. Peggio di così, per il Carroccio, non poteva andare.
A dispetto dei trionfalismi di Calderoli, ormai ridotto a un Forlani qualsiasi.
La partita economica sul risanamento, viceversa, si chiude con un esito assai meno chiaro.
La rinuncia al contributo di solidarietà  (congegnato in modo iniquo perchè non teneva in alcun conto i carichi familiari e il cumulo dei redditi) attenua solo in parte il grave squilibrio della manovra, che resta comunque fortemente sbilanciata sul fronte delle tasse.
L’aumento delle aliquote Iva è solo rinviato alla delega fiscale e assistenziale.
La riduzione di 2 miliardi dei tagli a comuni e regioni non impedirà  l’aumento delle addizionali Irpef e l’abbattimento dei servizi sul territorio e del Welfare locale. L’intervento sulla previdenza è solo un’altra “tassa sul pensionato”, ed è lontano anni-luce dalla riforma che servirebbe al Paese per stabilizzare definitivamente la spesa, cioè il passaggio al sistema contributivo pro-rata per tutti.
Così riformulata, questa terza manovra berlusconiana è piena di buchi.
Come si arrivi ai 45 miliardi promessi resta un mistero, ancora più insondabile di quanto non lo fosse già  la seconda manovra tremontiana.
Quanto valgono le misure anti-elusione contro le società  di comodo?
Quanto frutteranno i maggiori poteri attributi ai comuni nella lotta all’evasione? Nessuno lo sa.
Le uniche certezze riguardano quelli che sicuramente pagheranno fino all’ultimo euro il costo di questo ennesimo compromesso al ribasso firmato dalla coalizione forzaleghista.
Gli enti locali, per i quali restano tagli nell’ordine dei 7 miliardi.
I dipendenti pubblici, per i quali restano lo stop degli straordinari, il differimento del Tfr e il contributo di solidarietà , oltre tutto non più deducibile.
E adesso anche le cooperative, per le quali si profila una drastica riduzione della fiscalità  di vantaggio.
Un blocco sociale ed economico vasto, ma con un denominatore comune: non appartiene alla constituency elettorale del centrodestra. È stato “selezionato” per questo. E per questo merita lacrime e sangue.
Certo, da consumato spacciatore di merchandising politico, nella “sua” manovra Berlusconi ha voluto anche le bollicine.
Il contributo di solidarietà  solo per i parlamentari. La soppressione di tutte le province e il dimezzamento del numero dei parlamentari.
Misure che fanno un certo effetto mediatico e simbolico.
Sono rigorosamente affidate a disegno di legge costituzionali (dunque non si faranno in questa legislatura, e quindi probabilmente non si faranno mai).
Ma a sentirle annunciare, sembrano colpire al cuore la “casta” che il Cavaliere (pur facendone parte) finge di disprezzare.
Resta un problema, drammatico per il Paese, che misureremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
La “manovra-champagne” la puoi far ingoiare a un po’ di pubblico domestico, meno informato o male informato dai bollettini di Palazzo Grazioli.
Ma fuori dai confini della piccola Italia, purtroppo, è tutta un’altra storia.
I finanzieri della business community, i tecnocrati della Bce e i partner dell’Unione Europea, sono la moderna “società  degli apoti” di Prezzolini: loro non la bevono.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)

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TRUFFATO CHI HA RISCATTATO LA LAUREA, LA NAJA NON CONTA PIU’: BOSSI SI E’ VENDUTO LE PENSIONI

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

GLI ANNI NON LAVORATI NON VALGONO PIÙ PER L’ANZIANITà€… SCOPPIA LA RIVOLTA DEI MEDICI, A RIPOSO ANCHE CON UN DECENNIO DI RITARDO

Non si sa se è colpa delle trame dell’odiato “nano veneziano” o dello stato confusionale dovuto alla caduta, ma è un fatto che Umberto Bossi e la Lega ieri sono usciti dal villone di Arcore dopo aver messo la loro firma proprio sotto quel sostanziale aumento dell’età  pensionabile che avevano escluso in lungo e in largo durante i loro coloriti comizi agostani.
Nell’oscuro documento finale, infatti, si legge che il governo manterrà  “l’attuale regime previdenziale già  previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare, che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione”.
Cioè? All’ingrosso significa che tutti i lavoratori (maschi) della Repubblica si ritroveranno un anno in più di lavoro da fare prima della pensione: i mesi di servizio militare o civile infatti non contano più ai fini dell’età  della pensione, anche se contribuiranno al calcolo dell’assegno.
Stesso discorso per la platea più piccola, ma non irrilevante, di coloro che hanno pagato conti assai salati per “riscattare” gli anni passati all’università : qui la correzione ammonterebbe a quattro anni, ma “oscilla tra i 10 e i 12 anni per i medici perchè si deve tener conto degli anni di specializzazione.
Niente paura, spiegano fonti di maggioranza, si andrà  in pensione “contando gli anni effettivi di lavoro”.
In sostanza, si tratta di un nuovo — ma più subdolo — scalone previdenziale, che peraltro si va ad aggiungere a quell’anno e più che i pensionandi pagano già  al sistema delle cosiddette “finestre.
Non si tratta, ovviamente, di una riforma del sistema pensionistico, ma di un provvedimento deciso per finanziare il ritocco cosmetico della manovra portato a termine ieri a Villa San Martino: a parte i ddl costituzionali sui costi della politica, che non valgono niente in termini di risparmi, le novità  stanno nel fatto che è stato abolito il contributo di solidarietà  (gettito previsto: 700 milioni l’anno prossimo, 1,5 miliardi nel successivo biennio) e che si riducono di due miliardi i tagli alle autonomie locali.
Il governo, insomma, da qui al 2013 deve trovare da qualche altra parte cinque miliardi e mezzo.
Questo blocco delle pensioni anche per chi ha già  40 anni di contributi serve a “mantenere invariati i saldi”, assicura Calderoli, anche con il concorso di provvedimenti meno pesanti come un taglio dei “privilegi” fiscali delle cooperative e alcune norme anti-elusione di dubbia efficacia.
“Non vedo come questi conti possano tornare”, diceva Pierluigi Bersani in serata.
In realtà  non è ancora chiaro come sarà  congegnato l’emendamento, ma nell’opposizione c’è chi ipotizza che in sostanza il governo Berlusconi voglia così arrivare – surrettiziamente – alla cosiddetta “quota 100” (65 anni + 35 di contributi oppure 64 + 36 eccetera) entro il 2015.
Come che sia, la platea interessata è vasta: secondo un calcolo a spanne sui dati 2010, che era servito ai cosiddetti “frondisti” del PdL per le loro proposte di modifica, i lavoratori penalizzati dovrebbero essere almeno 120 mila nel prossimo triennio.
In questo modo, fino al 2015, si dovrebbero risparmiare tre miliardi, che diventerebbero — a regime, cioè dal 2016 — altri due l’anno all’incirca.
Ma sono tutti calcoli da verificare.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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